Gli utili idioti

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Tutti si meravigliano che i 5 Stelle non dicano niente riguardo alle uscite di Salvini, vero Capo del Governo, come quella della “pacchia”, del censimento dei rom e del conseguente “quelli italiani purtroppo ce li dovremo tenere“, della “crociera” dell’Aquarius, ecc.

Il motivo per cui ci si meraviglia si basa su un equivoco che dura da cinque anni: l’equivoco per cui il Movimento 5 Stelle abbia comunque anche degli obiettivi giusti e condivisibili (cfr. l’analogo ragionamento “anche Mussolini ha fatto delle cose buone” non a caso espresso da molti esponenti del M5S); inoltre dal fatto del loro essere giovani, non politici, sedicenti onesti e quindi portatori in ogni caso di un cambiamento.
Insomma il ragionamento alla Travaglio del “peggio di quanto hanno fatto quelli di prima non pstranno fare”.
Stiamo vedendo…

Questo equivoco ha portato molti di sinistra a votarli pensando che potessero andare comunque in una direzione di miglioramento, individuando erroneamente nel M5S un avversario e non un nemico o addirittura un possibile alleato.

Da cinque anni sostengo e ripeto che il Movimento 5 Stelle rappresenta invece il peggio della politica, anzi il peggio della prima Repubblica (e le alleanze sbarazzine pur di governare cercate prima con la Lega, poi col PD e poi di nuovo con la Lega lo dimostrano), la malattia senile del berlusconismo con tutta la dose di volgarità, apparenza, slogan che già furono di Silvio con in più una totale incapacità politico-strategica.
Fuffa per dirlo in una parola.

I fatti stanno lì a dimostrarlo: con il 32% sono finiti a fare gli utili idioti di un partito col 17% che da solo non avrebbe mai potuto governare.
Ma non basta: in due mesi hanno portato la Lega ad essere il primo partito italiano. Partito che, se si votasse oggi, avrebbe il 29% contro il 28% dei grillini.

Chi li ha votati, soprattutto “da sinistra” è responsabile di aver dato vita a un governo fascio-razzista, forcaiolo sulla giustizia, retrogrado sulle questioni etiche e di genere, aperto alla speculazione a danno del territorio, repressivo sul fronte interno, autolesionista per l’Italia sul piano internazionale.

Purtroppo coloro che li hanno votati “da sinistra” sono improvvisamente spariti, certo per vergogna.
Sarebbe però più utile un loro mea culpa, un loro prendere le distanze, magari con manifestazioni pubbliche che denuncino l’uso distorto fatto del loro voto, dato certo in buona fede ma a seguito di un’analisi politica totalmente sbagliata.

Gian Luigi Ago

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“Né di destra né di sinistra” (equivoci, errori, pericoli)

populismo

Il termine Sinistra è sotteso a un concetto nobile e ha la sua origine in Francia durante gli Stati Generali del maggio 1789, pochi mesi prima dello scoppio della Rivoluzione Francese.

Col passare del tempo, e con il mutare della realtà sociale, ho maturato la convinzione che questo termine andasse evitato nelle denominazioni di forze politiche di qualsiasi natura.

Questo perché, in una fase di diversa configurazione della base sociale e della conseguente necessità di ridare compattezza e senso a un’alternativa all’assetto sistemico del Potere, questa denominazione conteneva in sé l’equivoco di rimandare, in una concezione politicista del termine, a forze politiche esistenti, ai loro errori, ai loro fallimenti, alle loro responsabilità negative.

Potremmo definire per comodità questa accezione politicista come “sinistra” (con la “s”minuscola).

L’usare questo termine può dare inoltre l’idea di voler chiudersi intorno a una determinata area politica di “sinistra” escludendo quanti hanno valori e visioni di “Sinistra” pur non appartenendo a nessuna formazione politica.

“Sinistra” (con la “S” maiuscola) ha invece un preciso valore ideologico e filosofico che ha a che fare con una weltanschauung che è valida di per sé, indipendentemente e anteriormente alla sua applicazione storico-politica, visione basata su valori come solidarietà, tolleranza, uguaglianza e quindi antifascismo, antirazzismo, ecc.

Se quindi nell’evitare questo termine c’è una “opportunità semantica”, come ebbi a definirla qualche anno fa, sono poi nati degli equivoci e si è passati tout court a definirsi “né di destra né di sinistra” che se può anche avere un senso, come dicevo, a livello di denominazioni “in minuscolo”, non lo ha a livello assoluto, in quanto Destra e Sinistra esistono ancora eccome.
Sono due visioni alternative che continuano ad essere la pre-condizione ideologica e mentale delle scelte politiche.

Ma si è andati anche oltre:

il definirsi “né di destra né di sinistra” ha dato la stura alle peggiori posizioni, sdoganando chiunque, in nome di questa definizione, e permettendo di dare dignità politica e sociale anche a ciò che è anticostituzionale e a chi incarna le peggiori posizioni politiche.
E si è anche arrivati alla bestialità di dire “né fascista, né antifascista” o addirittura “non anti-fascista” (come disse Beppe Grillo).

Ha permesso, soprattutto ha chi ha ambizioni istituzionali, di allargare il proprio bacino elettorale giustificando tutto e tutti in nome di una presunta “apertura” incondizionata, passando sopra alla storia politica di personaggi ambigui con posizioni e curriculum destrorsi e frequentazioni disdicevoli.
L’apertura non può invece prescindere da pre-requisiti valoriali, base dalla quale partire per costruire qualcosa.

Dire “non siamo di destra né di sinistra” è diverso dal dire “non uso il nome destra né il nome sinistra” (sottintendendo “ma sono di Sinistra”).

E’ quel verbo “essere” che costituisce la discriminante.

E quindi si entra di fatto nel “liberismo ideologico” e quindi di Destra, in quanto, negando la Destra, si nega, equivalendola, anche la “Sinistra” e si crea un’apertura indiscriminata, comoda e utile per chi vuole giustificare qualsiasi cosa per fini non certo a favore della base sociale.

Attenzione quindi a non equivocare:

Se oggi si può evitare (e forse è preferibile) il definirsi di “sinistra”, definirsi “né di destra né di sinistra” è di Destra. Non si scappa.

Gian Luigi Ago


E’ così difficile capire?

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È così difficile capire che Salvini e Di Maio hanno sempre saputo che governando sarebbero durati poco e avrebbero perso voti non riuscendo a realizzare le promesse non avendo nemmeno coperture finanziarie e maggioranza sicura al Senato?

È così difficile capire che con lo stop al governo invece hanno già in mano la campagna elettorale col tema centrale, anzi unico, della risposta al furto di democrazia, uscita dall’Europa contro i poteri forti, ecc. già pronto?

È così difficile capire che ora fanno gli incazzati ma in privato stanno brindando perché raddoppieranno i voti e non li fermerà più nessuno?
Almeno Salvini perché Di Maio sarà soppiantato da Dibba e il M5S o diventerà un satellite del centrodestra o tornerà all’opposizione?

È così difficile capire che, se anziché Savona avessero accettato all’Economia Giorgetti, il n.2 della Lega, avrebbero potuto fare ugualmente la politica economica che era quella di Savona?

È così difficile capire che Mattarella ha aspettato per mesi i comodi di questi due, il loro prendere tempo, le loro bozze, il tempo perso a fare votare il contratto su Rosseau e nei gazebo e invece loro non si sono smossi su un nome, cosa che avrebbe permesso loro di governare comunque senza alcun cambiamento di programma?

È così difficile capire che gli italiani li hanno votati in base a una campagna elettorale con un programma dove mai si parlava di uscita dall’euro e che poi si sono trovati un contratto che invece vi alludeva?

E così difficile capire che hanno stilato un contratto con aberrazioni costituzionali come, per fare solo due esempi, la cancellazione dei diritti dell’art. 3 e dell’art.53 e poi chiedono l’impeachment per Mattarella?

E’ così difficile capire che lo strapotere della UE non potrà mai essere messo in discussione da un governo di destra come la Lega e da inetti come Di Battista che sanno solo battere i pugni sul tavolo?

È così difficile capire che hanno preso tre o quattro piccioni con una fava?

È così difficile capire chi sta lucrando sulla giusta rabbia del popolo?

E’ così difficile capire chi usa chi?

E’ proprio così difficile capire?

 

Gian Luigi Ago

 

 


Il bluff di Salvini e l’inettitudine del M5S

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Tutti si domandano chi vincerà il braccio di ferro su Paolo Savona.
Se non si arriverà a uno spacchettamento del Ministero dell’Economia in Ministero del Tesoro e Ministero della Finanza e il nome di Savona sarà rifiutato sic et simpliciter, a vincere sarà Salvini che in realtà sta bluffando e lavorando per arrivare a questa rottura, andare al voto con una campagna elettorale centrata sui “cattivi” che hanno impedito il governo di cambiamento e arrivare a un consenso che oscilli tra il 25 e il 28%, quote a cui già oggi si avvicina nei sondaggi.

A questo punto sarà chiara anche la totale inettitudine dei poltronari del M5S che erano pronti ad allearsi anche con Belzebù pur di andare al governo.
Già ora il M5S pur avendo il 32% ha dato vita a un governo con un programma sostanzialmente leghista e appare in ombra rispetto alla Lega, soprattutto Di Maio rispetto a Salvini, il tutto mentre Di Battista già annuncia che in caso di voto si ricandiderà.
Meglio avrebbe fatto il M5S, dal suo punto di vista, a prendere atto del no ricevuto dal 68% degi italiani votanti e aspettare di crescere ancora; cosa che sarebbe senz’altro accaduta stando all’opposizione di un qualsiasi altro governo.
Se si andrà di nuovo al voto, come spera la Lega, il M5S è invece destinato a perdere voti e il centrodestra, che già era al 37%, potrebbe addirittura diventare autosufficiente.

A quel punto il M5S non servirebbe più e sarebbe confinato di nuovo all’opposizione di un governo Lega, FI, FdI a guida Salvini.
Sul caso Savona non si gioca, come molti credono, un’emancipazione dalla UE, emancipazione che non potrà mai essere possibile con un governo di destra; si gioca invece la solita battaglia poltronista e di leadership del governo.
Altro che cambiamento e terza repubblica…

Gian Luigi Ago


Forma e sostanza nel governo gattopardesco

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Col nuovo governo cambia un po’ di forma ma non la sostanza.
Certo, la forma e anche il rito, soprattutto a livello istituzionale, sono anche sostanza: se Conte si fosse presentato al Quirinale in bermuda a fiori forse sarebbe stato troppo “rivoluzionario”.
Per ora abbiamo solo la terza carica della Stato che alla commemorazione per la strage di Capaci, ascolta l’inno nazionale con le mani in tasca e aria un po’ ennuyé. E’ già un inizio..

Ma è la sostanza che non cambia; nonostante quello che ne pensano i numerologi, in realtà siamo fermi alla prima repubblica, al partitismo nella sua versione più avanzata, alla base sociale intesa solo come bacino elettorale, a un governo che attuerà misure anticostituzionali come il definitivo svuotamento dell’art.53; però come “forma” si dichiarano avvocati difensori della costituzione e ora anche del popolo italiano che li ha solo votati ma, dopo il 4 marzo, non ha più avuto e non avrà più voce in capitolo.

Appunto la sostanza, rispetto al passato, non cambia se non in peggio.
Si pensi solo che avremo un Ministro degli Interni, che non rispetta ideologicamente e politicamente l’art. 3 della Costituzione.
Costui sarà membro del Consiglio Supremo della Difesa e sovraintenderà all’ordine pubblico. La Polizia di Stato sarà ai suoi ordini.
Sarà curioso vedere cosa succederà quando ci saranno manifestazioni popolari nelle piazze, come si comporterà la Polizia in queste situazioni, come si confronterà con i centri Sociali, le Case della Cultura, le occupazioni.
Già a Roma gli sgomberi sono iniziati a iniziare dalla Casa delle donne.

E tra le funzioni del Ministro degli Interni ci sarà quella di garantire i diritti civili, ivi compresi quelli delle confessioni religiose, della cittadinanza, dell’immigrazione e del diritto d’asilo.
Immagino già come si adopererà per garantire accoglienza agli immigrati, sicurezza ai rom, libera espressione religiosa agli islamici.

Questo è il cambiamento che garantirà il nuovo Presidente del Consiglio che proviene da Confindustria, che ha già rassicurato l’osservanza dei trattati europei, della nostra collocazione nello scacchiere internazionale.
Gli unici cambiamenti che farà questo governo sarà a livello propagandistico: taglio di qualche privilegio, qualche manovra demagogica a costo zero
Niente di rivoluzionario quindi.
Sarà quando si tratterà di reddito di cittadinanza, pensioni, flat tax, manovre economiche che capiremo quanto le nostre tasche saranno di nuovo svuotate, come sempre è successo, e come sarà per loro necessario tagliare servizi essenziali come la sanità.

Incompetenza, populismo, razzismo e approssimazione, unite a ignoranza e presunzione faranno il resto.

Il peggior governo della nostra vita, ma stringiamoci forte che nessuna notte è infinita…

Gian Luigi Ago

 

 


Il nuovo governo non incrinerà la Ue ma anzi la rafforzerà

I

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Sono convinto che la UE uscirà rafforzata dal governo gialloverde, per quel poco che un governo italiano possa influire e contare nell’assetto europeo.

Chi pensa che ora si apriranno varchi allo strapotere della UE non ha chiaro quanto sia controproducente il tipo di anti-europeismo di questo governo e di quanto, di pari passo, ritroverà fiato la parte più deleteria del nostro quadro istituzionale; cambiamento non significa sempre produrre miglioramento ma spesso restaurazione e mettere ulteriori bastoni tra le ruote di possibili progetti di cambiamento.
Questo perché non tutte le strade portano a Roma e non tutti gli assalti al Palazzo sono destinati a riuscire.

Coloro che credono che questo governo possa essere un passo avanti e non due, o più, indietro, non riescono ad avere uno sguardo di insieme, gioiscono solo di quanto ci si è liberati, come se a un male seguisse automaticamente un bene e molti credono a questo anche e soprattutto per cercare di auto-assolversi e per non ammettere lo sbaglio e la conseguente responsabilità di un voto che hanno espresso illudendosi che potesse essere “utile”

Gian Luigi Ago


Il governo carioca del “premier” travicello

 

TRAVICELLO

Gli ex “anti-partiti” del M5S ci consegnano un governo che è il trionfo del partitismo e dell”accaparramento di poltrone, cercate a qualsiasi costo e pronti ad allearsi con chiunque fosse disponibile, e un Presidente del Consiglio “travicello” che, in spregio alla Costituzione (e in particolare all’art. 95) è l’esecutore di un programma di governo che due partiti hanno scritto senza di lui.

Un programma che altro non è che è un affastellamento di cose, spesso contraddittorie e mediate, che non sono tenute insieme da una precisa “vision” politica ma che sono sostanzialmente una serie di slogan e propositi, spesso di stampo razzista e quindi anticostituzionali, che non danno garanzie sulle coperture economiche.

Inoltre, sempre ignorando la Costituzione, il Presidente del Consiglio travicello non ha individuato e scelto i ministri ma si è fatto da loro passare una lista fatta precedentemente dai due partiti stessi.
Il trionfo di quel partitismo che i pentastellati dicevano di voler distruggere.

Dov’è in tutto questo la trasparenza, le dirette streaming, il volere del popolo, la democrazia diretta tanto decantati?
Anche chi ha votato per i 5stelle non lo aveva fatto certo pensando a un governo carioca e guidato da un illustre sconosciuto e digiuno di esperienze politiche.

Pensiamo poi che potremmo avere un Ministro degli Interni che non considera le persone che vivono sul territorio italiano portatori di uguali diritti ma li divide in categorie di privilegiati e non.
Insomma siamo di fronte al punto più basso della nostra democrazia parlamentare e istituzionale in genere.

Certo, il cambiamento c’è stato; ci fu anche dopo la repubblica di Weimar con l’avvento del nazismo, uscito da regolari elezioni in cui il popolo votò il Partito nazionalsocialista di Hitler.
Nessuno nega che oggi ci sia un cambiamento; il problema è che si tratta di un cambiamento in peggio e foriero di grandi danni al Paese.

Ed è molto improbabile che Mattarella abbia il carisma per dire un no perentorio a un siffatto governo pieno di contraddizioni e di strappi istituzionali alla Costituzione.

Gian Luigi Ago

 


Gialloverde? (bravi: avete votato proprio bene…)

Alcuni ancora pensano che i 5 Stelle siano comunque meglio (anche solo un po’) di Lega, Forza Italia e PD, essendosi lasciati abbagliare (senza offesa) dallo story telling del cambiamento e da alcuni obiettivi positivi (ma non capendo che sono sostituibili da altri opposti in qualsiasi momento, secondo la logica grillina, basata tra l’altro su non-antifascismo e non-antirazzismo ).

Ora pare arrivi il governo gialloverde (come il vomito…) con la forma della “non partecipazione benevola” di Forza Italia. I voti di Berlusconi saranno determinanti e d’improvviso diventano qualcosa che non olet… più.
Berlusconi sceglie questo passo di lato e subito i toni di Di Maio e Co. passano da accuse di male assoluto a quelli di ragionevolezza.

Ricordino tutti quelli che hanno dato loro il voto ai 5 Stelle (per qualsivoglia motivo) e soprattutto quelli che si dichiarano di sinistra ma omettono di dire che automaticamente col voto si sono dichiarati non-antifascisti e non-antirazzisti: il passo fatto da Berlusconi non è gratis; l’ex Cavaliere non ha mai fatto nulla gratis.
E molti di quanti hanno espresso questo voto sono gli stessi che gridavano scandalizzati alla “non partecipazione benevola” di Verdini al PD.

Qualcuno parla di terza Repubblica ma in realtà siamo ancora all’inizio della prima. Ritenetevi responsabili (lo dico benevolmente) di quello che succederà nella politica italiana da ora in poi.

Aspettiamo ansiosi l’abolizione della Legge Fornero e una legge sul conflitto di interessi di Berlusconi.
Cose che non vedremo mai, e che Di Maio, dopo averle annunciate pochi giorni fa. dimenticherà in fretta.
Ora vedremo la grande Rivoluzione grillina con Salvini e Berlusconi.
Grazie a quanti hanno votato M5S

Gian Luigi Ago


Il carro davanti ai buoi (l’Italia è un paese di destra)

Molti sono convinti che la maggioranza degli italiani sia per la legalità, per la giustizia, per l’uguaglianza, per la difesa della Costituzione.
Purtroppo non è così. Viviamo in un paese che è sostanzialmente di destra,  sempre più razzista,  violento e intollerante.

Ecco perché falliscono tutti i tentativi di riunire la base sociale su questi temi, riuscendo a raccogliere intorno a sé solo una infinitesimale minoranza già “consensuale”.
E questo lo si verifica puntualmente nelle elezioni:
più gli obiettivi sono giusti, più i valori sono nobili  e più si verificano risultati con percentuali bassissime.

Questo dovrebbe indurre a qualche riflessione.
Possibile che nessuno sia stato mai sfiorato dal dubbio di avere analizzato male la realtà e non aver capito quale sia il metodo per creare consenso intorno a princìpi che potremmo ancora chiamare (filosoficamente) di sinistra, e non “della Sinistra“?
A nessuno viene in mente che oggi si debba cambiare metodo?

Non si può raccogliere consenso da una base sociale che in maggioranza non crede in quello che proponi.
E allora è inutile continuare a proporre liste elettorali che propongono cose “giuste” o temi “più che giusti” come ad esempio la difesa e l’attuazione della Costituzione, quando non c’è chi li recepisce.

Si sta praticamente mettendo il carro davanti ai buoi.
Le elezioni servono a raccogliere il consenso sui propri ideali, obiettivi, programmi.
Ma se il consenso non c’è, cosa si pensa di raccogliere?
Il consenso va prima creato per poter essere raccolto.
Se non si coltiva qualcosa su un campo incolto non si avrà mai un raccolto.

Da anni la base sociale è devastata e si è realizzata quella massificazione e omologazione verso il basso che Pasolini aveva profetizzato.
Oggi la base sociale non ha più una coscienza politica; la rabbia, la frustrazione, la disillusione, la disperazione non si traducono più in un progetto politico ma in un aggrapparsi a slogan violenti, razzisti che si propongono come salvifici.

E la risposta di chi dovrebbe portare avanti un vero cambiamento alternativo allo stato delle cose è invece sempre lo stesso.
Il carro davanti ai buoi, si diceva:
oggi il lavoro da fare è quello che molti propongono, inascoltati da anni: serve un lavoro lontano da elezioni, dall’agone politico fatto di liste, programmi, candidati, leader.
E invece si recita sempre il solito stantio rito e addirittura ci si lamenta di non avere avuto visibilità nei talk show o sui giornali, come se da lì e attraverso elezioni, con risultati già scontati, si potesse raccogliere consenso, magari in un solo mese di campagna elettorale oppure, ancora più utopicamente, con una progressiva scalata elettorale.

Occorre ripetere: il consenso non si raccoglie se non lo si costruisce; e lo si costruisce lavorando casa per casa, paese per paese, individuo per individuo.
Un lavoro di educazione politica, che riporti la gente a proporre, elaborare e  decidere, che non significa andare a votare, ma essere artefici di ciò che poi, in futuro, si andrà a votare.

Si è detto più volte: un progetto lungo e difficile ma l’unico possibile. Più tardi si comincerà e più tardi si compirà.
Abbiamo già perso cinque anni a lasciare inascoltate proposte di questo tipo e ancora si insiste su percorsi già falliti. E si continua a non capire che oggi la differenza non la fanno tanto gli obiettivi, quanto la linea strategica, il metodo, gli strumenti, il tipo di percorso.

Quo usque tandem?

Gian Luigi Ago
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“De visibilitate” (consenso, elezioni, partecipazione)

Che senso ha lamentarsi di non avere avuto visibilità in campagna elettorale, delle difficoltà riscontrate a raccogliere firme, di ostacoli di vario tipo?
E’ ovvio che se si cerca visibilità dove i giochi sono truccati si dovrebbe sapere in anticipo che sarà così, come ugualmente si dovrebbe sapere in partenza che si avranno percentuali elettorali risibili.
L’errore è sempre lo stesso:  cercare di arrivare al popolo (parola di stampo risorgimentale, oggi semanticamente degradata e anch’essa da evitare) attraverso canali sbagliati prima ancora che inutili.

Da molti anni sono convinto che il consenso debba nascere tra la base sociale, al di fuori dei teatrini istituzionali.
Le elezioni, come dico spesso, sono molto più semplici dell’uso politicista a cui, anche chi dovrebbe opporsi, si piega: le elezioni sono il momento in cui si raccoglie il consenso, non dove lo si cerca.

E la visibilità di cui sto amabilmente discorrendo con i miei lettori (molti meno dei venticique manzoniani) non può essere confusa con l’apparire. La vera visibilità politica non è apparire nei talk show o nelle tribune elettorali, sui manifesti o sui giornali.
La vera visibilità è l’essere riconosciuti, nemmeno tanto come leader ma come fidati compagni di viaggio di percorsi che nascano e si sviluppino laddove nasce realmente il consenso, dove si ricostruisce una partecipazione attiva che, non solo non ha nulla a che fare con le attuali fasi elettorali, ma che addirittura in esse trova il suo annullamento, riproponendo una antidemocratica dicotomia tra base sociale e ceti politici/partitici.

E non mi stancherò mai di ripetere che il termine partito è quello espresso dalle venti parole dell’art. 49 della Costituzione.
Rileggiamolo bene insieme: è quello in cui si articolano oggi i ceti politici?
Non esistono forse altri modi che possono esprimere molto più coerentemente lo spirito di quel concetto?

Si aggiunga a questo che molti non si accorgono che siamo entrati in un altro secolo e meno di tutti lo comprendono una grande maggioranza di quanti sono nati, come me, a metà del secolo precedente e che non potranno vedere la metà di quello corrente.
Credo che alcune cose buone le abbiamo tramandate ai posteri ma alcuni di noi hanno anche trasmesso automaticamente prassi, metodologie, concezioni vecchie, senza recepire nulla del futuro che sta arrivando ma anzi creando nuove generazioni di ventenni, trentenni, quarantenni clonati sulla nostra vecchiaia.

E così assistiamo alla messa laica dei triti e ritriti riti politici senza cercare nuovi progetti, nuovi metodi, nuovi strumenti (e anche persone).
E le elezioni diventano terreno di ambizioni personali o una lotteria in cui tentare il colpo grosso, basandosi su slogan o nomi che possano attrarre.
E anche di fronte a ennesimi fallimenti epocali si declama la necessità di riprovarci la prossima volta, nello stesso identico modo: fare una lista, presentare un programma, individuare un leader e chiedere il voto.
E già tutti si stanno mobilitando per le elezioni europee del maggio 2019.

Se nei cinque anni che ci separano dalle precedenti elezioni si fossero ascoltati quanti parlavano di partire da soluzioni nuove, inedite, marxianamente aderenti all’analisi della realtà, con l’uso di metodi nuovi e strumenti tecnologici che li supportassero, forse oggi in Italia  ci sarebbe un movimento nato e cresciuto in modo democratico ed orizzontale in grado di costituire veramente una forza in grado di iniziare a proporsi come vera alternativa di cambiamento, questa volta anche ad elezioni politiche in quanto capace di esprimere il consenso costruito precedentemente.

Ma la distorta concezione delle elezioni, considerate massima espressione di democrazia, paradossalmente le fa diventare di fatto un freno a una crescita democratica.
Anche chi concorda sulla necessità di metodi e strumenti innovativi, appena si avvicinano elezioni è titubante perché il partito/movimento a cui si pensa di partecipare ancora non è arrivato a considerarle necessarie.
Così il progetto si interrompe perché l’urgenza elettorale lo richiede e ci si adatta al già sperimentato (e anche già fallito…).
In questo modo si vive sempre di partenze interrotte e di nuovi eterni inizi.

Oggi occorrerebbe un progetto umile e insieme coraggioso. L’umiltà di non avere ambizioni a breve termine e il coraggio di percorrere strade non ancora battute, tappandosi le orecchie per non sentire le omeriche sirene di vicine elezioni con il loro balenare di talk show, manifesti, santini elettorali, comizi, programmi fantasmagorici, ecc.
“Lavorare con lentezza” recitava un adagio del ’77.
Questo si dovrebbe fare: iniziare un percorso su una strada nuova, lontano da riflettori ma tra e con la base sociale e farlo crescere nei tempi necessari, qualunque essi siano.
Quando sarà il tempo del raccolto lo capiremo da soli, dal cambio di stagione.

Adelante!

Gian Luigi Ago