Priorità (coazione a ripetere)

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Insisto sempre sugli stessi concetti ma non è colpa mia se la realtà si ripete ogni giorno sempre uguale come in un eterno “giorno della marmotta”

Tutti oggi parlano di priorità.
Per molti, ad esempio è la legge elettorale.
Eppure è inevitabile che la faranno comunque i soliti noti e a loro precisa misura.
Raccolta di firme, petizioni o suppliche alle Istituzioni saranno cestinate senza nemmeno essere guardate, stiamone certi.

Altro esempio: tutti parlano di “ceto politico” però ogni iniziativa giusta si va a praticarla proprio insieme a quel ceto o comunque a chi come quel ceto ragiona;
e poi si grida allo scandalo e al fascismo se si prendono delle sportellate in faccia.

Nonostante tutto ciò, si continua a dedicarsi prevalentemente a battaglie, certo giuste, giustissime ma con un unico difetto: sono già perse in partenza perché non ci sono, anzi non ci si è mai preoccupati di costruire, le condizioni per poterle vincere.

E tra l’altro queste battaglie si scelgono seguendo l’agenda dettata dallo stesso ceto politico che si vuole combattere.

In parte questo approccio è dovuto all’abitudine a un’eterna opposizione e si pensa sempre alla pars destruens come se non dovesse discendere, o quantomeno andare di pari passo, da quella construens.
Non ci si rende conto che in questo modo il tempo passa e si fa il gioco del Potere che è ben felice che mai si metta mano a una costruzione che nasca soprattutto su una nuova presa di coscienza basata su un lavoro sociale, antropologico, culturale che torni a portare alla partecipazione attiva alla vita politica; lavoro che probabilmente non sarà certo breve nè tarato sempre e solo sulle prossime tornate elettorali.

Bisogna riportare i delusi alla vita politica attiva, si dice.
Giustissimo ma non si capisce che pensare che questo possa succedere solo presentando loro un obiettivo giusto e per di più modulato, come si diceva prima, su esigenze dettate da agende di quel ceto politico che ha creato quelle delusioni, apparirà ai delusi sempre come un qualcosa di interno a quello stesso mondo politico da cui si rifugge.

In questo senso la grande vittoria del referendum del 4 dicembre 2016 ha avuto anche un rovescio della medaglia che si è concretizzato in molti nell’equivoco di un popolo pronto a rispondere a qualsiasi proposta giusta.
Quel NO aveva invece dietro molti aspetti che lo hanno determinato.
E lo scrissi ampiamente QUI.

Il lavoro da fare, come si diceva sopra, è un lavoro di costruzione di un’attenzione alla politica vera, politica che non può essere quella dei balletti rappresentati nel solito teatrino politico; e nemmeno quella di obiettivi sempre modulati in riferimento ad esso.
Servirebbe una disintossicazione che portasse la gente a guardare quello che succede nell’attuale scenario politico per quello che è: un gioco di potere  e riposizionamento tra parti maggioritarie e minoritarie del ceto politico.
E come tale a non dargli più una soverchia importanza.

Bisogna ripartire dal più lontano possibile da quei luoghi, bisogna tornare nei territori,  a partire da quelli più piccoli, dalle esigenze più basilari, più contingenti, non dai grandi temi come la Costituzione o la Legge elettorale.
A questi ci si dovrà arrivare ma attraverso un’opera che porti i cittadini (e anche i non-cittadini) a farsi carico in primis  delle soluzioni dei loro problemi urgenti, del saperli connettere con quelli degli altri, nel riuscire man mano a farsi forza popolare cosciente e capace di auto-rappresentarsi con metodi inediti, tralasciando i balletti politici di cui sopra che tanto non cambieranno nulla, se non qualche virgola (e la storia degli ultimi decenni ce lo insegna). Serve una lenta costruzione di un sentire comune e partecipato.

Non è facile, ma il resto è perdita di tempo.

Gian Luigi Ago

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“Attuazione della Costituzione” (Come Volevasi Dimostrare)

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C.V.D.
Non voglio dire “io lo avevo detto” e infatti per correttezza non lo dirò…
Ma già nove mesi fa collaborando a un documento, e in seguito con una mia nota (QUI) ammonivo sulla scelta sbagliata di individuare la possibilità di compattare la base sociale in un percorso di alternativa, basandolo sulla Attuazione della Costituzione.
Questo principalmente perché un simile tentativo, seppur giusto come obiettivo monotematico (anche se meta-condizione per tutti gli altri) andava incontro a ostacoli prevedibili e paventati da molti.
Molti che però rimasero inascoltati.

L’eterogeneità di quanti già si erano fatti promotori di questa iniziativa, soprattutto a livello di metodologie, lasciava presagire chiaramente che alla fine si sarebbero manifestate le solite dinamiche verticistiche.
Coloro i quali con poca lungimiranza si erano illusi di trasformare questa iniziativa in qualcosa di orizzontale si sono trovati a scontrarsi con un atteggiamento, anche questo prevedibile e previsto, che ha visto alcuni dei promotori ergersi a “dominus” del progetto; al momento della votazione, a quanti hanno espresso un parere diverso è stato detto da costoro, senza mezzi termini, che astenendosi o votando contro quanto previsto dall’Atto Costitutivo e dallo Statuto, la loro legittima opinione era di fatto un estromettersi da soli dal percorso.
Un atto autoritario raramente visto negli ultimi anni.

Ma forse la responsabilità maggiore è di coloro che hanno perso un anno per seguire un percorso che era chiaramente non idoneo a un processo per ricompattare  quanti si sono stancati di questa politica rifugiandosi nell’astensione o, peggio, nel più becero populismo.
E i motivi che hanno portato a questo finale annunciato non si esauriscono solo in quelli già detti qui ma vengono da lontano e da una visione obsoleta della politica.
QUI  e QUI già provai a evidenziarli. 

Progetti  alternativi che partissero realmente dalla base, e non dall’alto di illustri personalità, ce n’erano ed erano stati anche avanzati in modo preciso e articolato.
Fin dal gennaio 2015 alcuni si sono spesi su queste proposte esortando a intraprendere con urgenza percorsi inediti e innovativi.

Come ho scritto più volte, solo la lungimiranza politica e l’uso di metodi realmente inediti che si muovano lontano dagli usurati ambiti dei soliti noti e si confrontino con “gli ultimi”, in un percorso ascendente, sono la condizione sine qua non per un vero percorso popolare di alternativa.

Intanto però abbiamo perso quasi altri  tre anni (l’ultimo proprio in questo progetto di Attuazione della Costituzione) e ancora non si è imboccata la strada giusta (come se non ne avessimo persi già abbastanza).

Gian Luigi Ago


Alleanza Popolare: si continua sulla vecchia strada

E’ uscito un nuovo comunicato  dei due dioscuri di Alleanza Popolare (Falcone/Montanari) dopo i precedenti, intervallati da una lettera a Pisapia…
Ho già scritto dei limiti di questo percorso, QUI riguardo al secondo passo dopo “il Brancaccio” e QUI riguardo alla lettera a Pisapia.

Questo nuovo comunicato esordisce parlando giustamente dell’emergenza del rinascente razzismo, con riflessioni teoricamente, politicamente ed eticamente ineccepibili, ma nella sostanza non fa che riproporre poi la solita soluzione degli ultimi quarant’anni:
“serve una lista unica a sinistra del PD”.
Si badi bene: una LISTA, non una forza o un movimento popolare e questo la dice lunga su che idea si abbia sullo svolgimento di  un percorso di alternativa.
Non ripeterò dove sta l’inadeguatezza; ne ho già parlato diffusamente nei due articoli che ho linkato.
Ma soprattutto è la parte finale di questo nuovo comunicato che lascia perplessi.
Ed è quando si arriva al “che fare?”.

Il comunicato infatti si conclude così:
“Decideremo poi insieme, e democraticamente, in una grande assemblea nazionale che sarà indetta alla fine del lavoro sul programma, il tipo di organizzazione che vorremo darci”
Qui c’è tutta la cifra di una prassi politica vecchia e di un percorso già visto mille volte e mille volte fallito.
Una logica capovolta.
Un progetto di partecipazione orizzontale (e questo non lo è) vorrebbe che il metodo (l’organizzazione) fosse preliminare a tutto il percorso. Qui invece si parla dell’ennesima Assemblea Nazionale, magari a Roma, dove parteciperanno solo qualche centinaia di persone, portando (alla stregua di delegati congressuali) quanto discusso in assemblee regionali che si sono svolte raramente qua e là con gestioni, metodi e distribuzione non omogenee.

Eppure alcuni, di buona volontà e grandi illusioni, hanno anche provato a suggerire ai due gestori del progetto (perché a loro bisogna rivolgersi…) l’attuazione preliminare di un metodo che partisse realmente dalla base.
Non sono stato tra quelli perché immaginavo in partenza che sarebbe stato uno spreco inutile di energie.
Il progetto è la solita araba fenice che muore e risorge dalle sue ceneri ma ogni volta sempre uguale e con la stessa formula:
qualche intellettuale, in prossimità di elezioni propone un percorso unitario, inteso come lista elettorale, parla di base ma agisce dal vertice e in sostanza cerca di mettere insieme pezzi di soggetti politici già esistenti. Tutto ciò fino all’elezione di uno sparuto numero di rappresentanti in Parlamento (sempre i soliti nomi) che saranno assolutamente inefficaci a incidere anche minimamente sulle scelte politiche. Poi la fenice muore e ognuno torna alle proprie Fortezze Bastiani fino a nuove elezioni
Se questo è un progetto di base….

Repetita iuvant: qualsiasi progetto che punti a una reale alternativa politica e che non venga costruito mattone dopo mattone attraverso un metodo che dia alla base sociale la possibilità e gli strumenti per decidere cosa il progetto debba prevedere, sarà inevitabilmente un progetto più o meno verticistico e destinato a non creare alcun tipo di alternativa politica.

Gian Luigi Ago


Fascio-razzismo strisciante

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Altro che cose del passato: il fascismo e il razzismo di oggi sono peggio di quelli di ieri.  Oggi ci sono persone che “non sono razzista ma…” oppure che “non sono fascista ma…”.

Queste persone sono apparentemente democratiche, condividono con noi molti gusti, passioni, finanche posizioni di avversione a ingiustizie e sfruttamento, però poi scivolano su quel “ma” e quella congiunzione avversativa li tradisce.

Paradossalmente sono meglio i leghisti o i fascisti di Casa Pound che, nella loro perversa coerenza, sono più riconoscibili e più facili da combattere.
Gaber e Luporini, parafrasando alcuni concetti di Pasolini, dicevano appunto che un fascista al balcone è facilmente riconoscibile.

Il fascio/razzismo strisciante che spesso nega veementemente di esserlo, camuffandosi da buonsenso – forse anche inconsapevolmente (che è peggio ancora) – è invece come un cancro che si insinua subdolamente assolvendoci da sensi di colpa e facendoci sentire diversi dalle palesi iconografie fascio/razziste.

Quando queste forme si diffondono nella società e cominciano a essere sdoganate e spacciate come forme di difesa di cultura e identità, o come strumenti per risolvere problemi lavorativi o economici, arrivando a intaccare anche fasce che si auto definiscono democratiche, il veleno comincia a dilagare.
Non sono iniziati così anche il fascismo e il nazismo?

Gian Luigi Ago


Video: “Nuove forme della politica, democrazia orizzontale


I due dioscuri scrivono a Pisapia

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Anna Falcone e Tommaso Montanari scrivono a Pisapia una lettera (link a piè di pagina) . E già qui c’è da rimanere un po’ perplessi in quanto la cosa ricorda tanto Sel quando pensava di  cambiare il PD. Ma siccome oggi siamo più a sinistra, è la Sinistra doc che scrive alla “Sinistra che vuole dialogare con il Pd”.

Ma torniamo alla lettera.  Vi si scrive del loro progetto che si baserebbe, a loro dire, non su formule ma sulla sostanza.
E a riprova di questo vengono sciorinati tutta una serie di obiettivi che di fatto possano annullare tutte le ignominie compiute dagli sciagurati governi negli ultimi anni.
Tutte cose che sottoscriverei subito, obiettivi da standing ovation. 

Se non fosse che… poi appare tra le righe una palese smentita nel momento in cui si cita una frase apprezzandola e commentando che quella sarebbe una bella sinistra:
“Occorre un nuovo soggetto politico che sappia offrire...”
Bastano queste otto parole a dare la misura di come ci si trovi in realtà di fronte alla solita formula che abbiamo più volte vista e più volte vista fallire.

Occorre: la necessità di cosa oggi serva viene stabilita dai soliti pochi, in primis dai due promotori e poi, a seguire, dai vari leader dei frastagliati partiti;
Un nuovo soggetto politico: ecco la grande novità. Sono sobbalzato dalla sedia nel leggere questo, tanto il proposito mi è suonato inaudito e rivoluzionario…;
Che sappia offrire: siamo al solito iato tra un ceto/soggetto politico che dall’alto della sua sapienza/professionalità deve sapere offrire  al popolo votante un progetto già scritto (da loro) già contingentato (da loro) negli obiettivi individuati (da loro) e attraverso una unità della sinistra contrattata da loro..(anche qui ho avuto un sobbalzo a pensare come mai questa idea non sia stata pensata e provata mai prima nei secoli…).

E tutto questo non sarebbe una formula?  Anzi la solita formula?
Con gli stessi obiettivi giustissimi da sottoscrivere a occhi chiusi (come erano quelli di Rivoluzione Civile e dell’Altra Europa) ?

Dov’è la novità rispetto al passato? I nomi degli intellettuali che la propongono?
Il fatto che “questa volta si fa sul serio” come già detto tutte le altre volte?
La sostanza (gli obiettivi giusti di cui sopra) non può camminare sulle gambe di formule usurate e come sempre verticistiche.
E il tempo farà sì che ce ne renderemo purtroppo conto.

Perché non ho fiducia in questo progetto?
Perché è evidente che presenta tutte (e dico tutte) le caratteristiche di quelli passati, perché non affronta la mutata realtà sociale, perché interpreta la voglia di partecipazione attiva come una richiesta di un ennesimo soggetto politico (coalizione) da votare, cosa che è poi stata sempre la causa di nuove disillusioni e successive astensioni dal voto e dalla politica attiva nel momento dell’inevitabile fallimento.
Sì, forse si arriverà a una minima percentuale che manderà qualcuno in Parlamento. Ma non è già successo anche questo? E’ davvero così che si pensa che la gente possa tornare a partecipare alla vita politica attiva?
Perché poi sono sempre le “prossime elezioni” e il relativo  voto quello a cui si pensa e mai a un processo che crei una vera coscienza di alternativa e auto-organizzazione dalla base.

In molti abbiamo già detto e scritto più volte che oggi è preliminare cambiare METODO, mettere i singoli individui nella posizione di proporre, elaborare, decidere obiettivi e percorsi, partendo dalla base in modo orizzontale e paritario con chiunque altro; non certo offrendo ad essa delle soluzioni pre-confezionate e coinvolgendola solo a posteriori in progetti, alleanze e obiettivi scritti da altri.

E invece siamo qui ad assistere ai soliti contatti tra ceti politici, le solite alchimie ed equilibrismi, appelli e scambi di lettere.
E’ la base sociale che sta facendo tutto questo? E’ la base sociale che sente questa necessità o sono invece i soliti noti che dicono alla base sociale cosa “deve volere“, di cosa “deve avere bisogno” e poi, in ultima analisi, “chi dovrà votare” ?

Non parlo di malafede, di interessi di mantenimento o acquisizione di posizioni, di bisogno di sopravvivenza come ceti e apparati politici, cose che pur ci sono..

Ma se si è in buonafede è ancora peggio…. perché è la dimostrazione che siamo molto indietro, che ancora non si è realmente capito che la strada da percorrere oggi è quella della ricomposizione della base sociale dal suo interno, non intorno al solito progetto e ceto politico, che bisogna riportare la gente a una partecipazione/decisione politica (non solo al voto).

Ma tutto questo senz’altro non fa comodo alle ambizioni di alcuni.
Diventare individui tra gli individui in modo paritario non è una cosa che è mai piaciuta tanto a chi fa politica.
Auguri a chi crederà ancora a questo progetto/fotocopia.

Gian Luigi Ago

https://left.it/2017/07/01/lettera-aperta-a-giuliano-pisapia/


Attuazione della Costituzione e coalizioni elettorali: equivoci e certezze

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Cosa è rimasto a ormai sette mesi dalla vittoria referendaria del NO?
Sono rimasti sostanzialmente molti equivoci ed almeno una certezza.

L’equivoco principale è stato quello di pensare che la vittoria del NO rappresentasse, per tutti coloro che lo avevano votato, un fermo proposito di difendere la Costituzione.
In realtà questo nobile proposito apparteneva a una ristretta percentuale dei votanti e più precisamente alla parte più politicizzata, più attenta da sempre alla necessità di ridare il giusto valore alla nostra Carta, nata dalla Resistenza.

Si è sottovalutato il fatto che gran parte di quel 60% rappresentasse una grande fetta della destra, anche la più becera, e che ad essa si fossero aggiunti quanti volevano solamente la caduta di Renzi (spesso solo per mire di affermazione della propria parte politica);
si è sottovalutato anche che molti avessero votato NO solo opponendosi a delle singole scelte del Governo (job’s act, buona scuola, sanità, ecc.).

Certo, quei temi sono strettamente legati alla difesa dei diritti sanciti dalla Costituzione ma il fatto di sottovalutare che molti non ne cogliessero il nesso profondo con essa, ha fatto sì che si pensasse di avere a disposizione un 60% di italiani pronti a battersi in piazza per attuare e difendere la Costituzione.
La realtà era molto diversa e il non aver colto subito il vero senso di quel voto ha portato a delle scelte di percorso che non hanno prodotto, nè produrranno, quanto si era sperato.

Dimenticando spesso la necessità di proporre anche modifiche alla Costituzione, in senso migliorativo e quindi opposto a quello della proposta renziana, si è pensato quindi che il tema della sua semplice attuazione e difesa potesse essere quello che avrebbe coagulato le masse intorno a questa battaglia; battaglia che in realtà è rimasta ad appannaggio di pochi, spesso già politicizzati, costituzionalisti, esperti e conferenzieri del settore ma con un seguito esiguo rispetto a quel 60%.
Si è pensato che i vari Comitati e Coordinamenti Costituzionali potessero essere il veicolo capace di far crescere un progetto di alternativa che nascesse dalla base sociale (o per alcuni soltanto la coinvolgesse).

E’ stato un errore che alcuni avevano paventato, avvertendo che si sarebbe perso altro tempo addentrandosi in un vicolo cieco e non adeguato a creare un vero cambiamento, ma che è rimasto un allarme inascoltato nell’euforia della vittoria e di possibili ritorni elettorali.
Questi tentativi, infatti, come era più che prevedibile non sono decollati come si sperava e ancora devono giungere a una formalizzazione che probabilmente si attuerà solo in vicinanza del primo anniversario di quel referendum (molto tardi per la “memoria” degli italiani) attraverso coordinamenti o direttivi che coinvolgeranno in minima parte la base e che, partendo sostanzialmente da illustri personaggi, resteranno di vertice e frequentati da esperti o persone già attive politicamente.

Il grande movimento popolare di alternativa non nascerà certo da qualcosa di senz’altro giusto come la battaglia costituzionale, ma che, presentata in modo “deduttivo”, verrà concepita sempre come qualcosa di astrattamente “giuridico”.
Questo grande movimento non nascerà nemmeno riproponendo le solite alchimie di coalizioni elettorali, nell’ennesimo tentativo di unire una Sinistra ormai incapace di fare qualcosa che non sia la sterile ripetizione di falliti esperimenti passati e basati sempre su un equilibrio tarato sulle consistenze e percentuali delle forze politiche esistenti. Alchimie che, nella lentezza dell’ugualmente inefficace richiamo al percorso di “attuazione costituzionale”,  ne sono diventate di fatto concorrenti nel loro richiamo a coinvolgere le “masse”.

All’inizio si è parlato di “equivoci” e “certezze”.
Ecco: l’unica certezza uscita maggioritaria da quel referendum è stata la semplice voglia di partecipazione attiva, la voglia di poter incidere direttamente sulle scelte di indirizzo della nostra politica, al di là dei contenuti. Potremmo dire che questa volta la svista è stata quella di guardare la Luna e non invece il proverbiale dito.
E questa partecipazione non nascerà certo dallo stringersi intorno a Comitati o Coordinamenti Costituzionali, utili e importanti per quella specifica tematica (purtroppo percepita ancora in modo troppo astratto se non quando addirittura di retroguardia), ma che non sono in grado di essere facilitatori di un ricompattamento della base sociale.
E nemmeno servirà coinvolgere la base sociale (spesso solo come insieme di elettori con matita copiativa in mano) nelle solite coalizioni di partiti, movimenti, leader, apparati, ecc.

Si parlava prima di metodo “deduttivo”.
Ecco: il metodo giusto sarebbe (restando dentro questa metafora) un metodo “induttivo”, che partisse cioè dai problemi che la base sociale vive sulla propria pelle, individuando solo dopo come i principi costituzionali che ci stanno dietro siano garanzia di soluzione e come invece l’inosservanza degli stessi e il non integrarli con articoli che diano più potere ai cittadini, abbia creato le varie situazioni di degrado, disagio, ingiustizia.

Più di due anni fa in QUESTA NOTA citavo Heidegger quando sosteneva che “qualsiasi salvezza che non provenga da dove ha luogo il pericolo, è ancora sventura“.
Credo che il problema sia rimasto quello e che si siano persi altri due anni (da aggiungersi ai precedenti).
Le soluzioni devono tener conto di quella voglia di partecipazione attiva che è la vera certezza uscita dal referendum del 4 dicembre.

L’unica soluzione ragionevole non può quindi che essere quella di partire dal “pericolo heideggeriano”, dai territori e dalla base sociale; non per coinvolgerla, spesso solo come “forza numerica”, a progetti “costituzionali” o “elettorali”; non per proporle programmi e obiettivi già “masticati” da altri.
Ma piuttosto per ascoltarla e farla parlare, al di fuori delle cabine elettorali, offrendo ad essa la possibilità di proporre soluzioni e percorsi che nascano da confronti e decisioni attuate con metodi (e strumenti che li supportino) realmente democratici, orizzontali, partecipati e trasparenti; dando ad essa la possibilità di tornare a far politica con la coscienza di poter incidere direttamente sulle scelte politiche e di auto-organizzarsi, al di fuori del già esistente od offerto dall’alto, per potere arrivare ad auto-rappresentarsi attraverso un percorso di creazione di una vera alternativa popolare di base.

Purtroppo dalle ultime elezioni politiche abbiamo perso quasi cinque anni in cui nulla è cambiato e molto è peggiorato. Il trastullarsi in operazioni sempre identiche e fallimentari sta dando spazio alla destra e alla ferocia del capitalismo.

Quo usque tandem continueremo a ignorare la necessità di una vera rivoluzione copernicana delle prassi politiche?
Quanti anni ancora dovremo perdere, quando oggi potevamo già essere a metà del guado che divide il passato dal futuro?

Gian Luigi Ago


Secondo passo stentato dopo l’assemblea del Brancaccio

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L’appello ad aprire assemblee sui territori lanciato dalla Falcone e da Montanari dopo l’assemblea al Teatro Brancaccio è quanto di più generico possa esserci.

Si parla di apertura, trasparenza, democraticità come se fossero cose ovvie se non attuate attraverso  un metodo che le garantisca e che sia “il metodo” adottato ovunque da tutto il percorso.
L’accenno poi alla scelta di trovare orari e tempi in cui tutti possano partecipare alle assemblee evidenzia come non ci si sia posto minimamente il problema dell’organizzazione attraverso metodi e strumenti che garantiscano la partecipazione erga omnes e non solo per chi potrà recarsi alle assemblee

Che vuol dire poi “indire subito le assemblee nei territori senza aspettare nessuno”???

Ci sarà la solita corsa a chi convocherà le assemblee sentendosi poi in diritto di metterci il suo cappello sopra e stabilendone regole e modalità. Una gran confusione.

Tutto questo darà inevitabilmente vita ad assemblee che sulla carta saranno democratiche ma che presenteranno i soliti limiti delle assemblee (egemonia dei più noti, dei più carismatici, dei più preparati, ecc.) e poi la solita alzata di mano dei presenti.

I metodi e gli strumenti per rendere possibile l’orizzontalità di cui si parla invece esistono già da tempo e in Europa sono in molte forze politiche a usarli come sistema di organizzazione interna e talvolta anche come sistema partecipativo in alcune municipalità.
Ma da noi ne parlano in pochissimi e forse nemmeno li conoscono.
E’ questo non è un problema ma “il problema”

Partire con un progetto che si auto-definisce importante e ambizioso con una simile approssimazione significa imperizia, poca chiarezza, rischi di fallimenti già agli esordi.

O forse si tratta solo di essere tuttora ancorati a pratiche obsolete senza ancora riuscire a cogliere la necessità di quel passo avanti che può rendere un progetto davvero orizzontale, democratico e alternativo.
E questo, come stiamo vedendo, succede anche con persone valide come i due proponenti.

Gian Luigi Ago


Desolanti ballottaggi (e oltre)

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E mi diverto, amaramente… a leggere centinaia di commenti di persone che oggi si scannano su chi votare ai ballottaggi di elezioni che sostanzialmente non sposteranno di una virgola i problemi dei Comuni, della gestione democratica degli stessi, degli interessi che ci girano intorno, salvo forse un’aiuola più o meno fiorita di prima.

Chi voterà la destra per fermare il Pd, chi voterà il Pd per fermare la destra, chi voterà chiunque per fermare i grillini.
Una desolante corsa al “meno peggio” che svilisce la democrazia più con quelle croci tracciate a matita copiativa che con l’astensione.
Stesso teatrino provinciale (comunale…) a cui assistiamo da quarant’anni senza che ci sia stata alcuna rivoluzione e senza che nessuno abbia mai rivoluzionato le città.

E questo perché votiamo sempre altri, votiamo dei nostri rappresentanti anziché farci auto-rappresentanti.
Anche le lodevoli esperienze di liste civiche vengono poi risucchiate dallo stesso meccanismo e diventano di fatto altri partiti che  seguono le stesse macchinose e politiciste  logiche degli altri partiti, molto più evidenti in sede di ballottaggi.

Se la stessa vis polemico-politica, lo stesso tempo, lo stesso denaro, la stessa determinazione fossero stati distolti negli ultimi decenni da campagne elettorali inutili (visto che nulla hanno mai sortito nonostante splendidi programmi e obiettivi) e fossero stati dedicati invece alla costruzione di una forza popolare di base, cosa diversa da un partito ma anche da una lista civica (che altro non è che l’ossimoro di un partito senza partiti), forza popolare nata davvero in modo orizzontale e partecipato, tralasciando elezioni “intermedie” (che ormai sappiamo essere inutili e non in grado di essere vinte), se tutto questo si fosse cominciato a fare, appunto, almeno vent’anni fa oggi forse  questa forza esisterebbe e  sarebbe in grado finalmente di presentarsi ad elezioni per vincerle e non solo per fare testimonianza.

Capisco, certo, che fino a qualche anno fa eravamo nel Novecento e che tutti noi concepivamo la politica solo in questo modo (partiti, candidati, elezioni, rappresentanti da una parte e votanti dall’altra).
Ma oggi tutto ciò non è più giustificabile.
Oggi la realtà sociale è totalmente cambiata e chi riuscisse ad analizzarla, non dico marxianamente, come riterrei adeguato, ma anche solo con buonsenso, dovrebbe capire che non si può continuare a concepire la politica come il ripetersi di meccanismi ormai obsoleti che si seguono col paraocchi, in un loop da “giorno della marmotta” che ci ripropone ogni bene(male)detto anno sempre le stesse cose.
E’ ora che la sveglia suoni e che il giorno della marmotta abbia termine.

Oggi chi, per interessi di bottega o solo perché l’abitudine e la routine politica è difficile da scrollarsi di dosso, non capisce che la realtà è cambiata e che richiede nuove strategie, è condannato a rivivere per un altro ventennio le solite facciate contro il muro.

Oggi serve ripartire dalla base sociale, che non significa coinvolgerla ma che sia essa stessa a farsi attrice, a rompere il muro che divide ceto politico da una parte e bacino elettorale dall’altra.

Oggi bisogna partire dalle persone e dalle loro proposte (non da programmi scritti da altri a cui aderire) , dalle loro decisioni prese in modo paritario.
Non “una testa, un voto” (che è ancora verticismo) ma “una persona, un’idea, un voto”.

Molti lanciano, a livello nazionale, appelli in tal senso ma si scontreranno con i soliti problemi che già abbiamo riscontrato con Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa, solo per citare le più recenti esperienze

Perché succede questo?

Perché manca la consapevolezza (o la volontà) di capire  che qualsiasi proposta e progetto, per quanto giusta nei propri contenuti, deve prioritariamente far i conti col METODO, con la forma organizzativa.

Non si è ancora compresa la necessità di utilizzo di adeguati strumenti informatici, con al centro le piattaforme decisionali, cosa che non deriva da una “fissazione tecnologica” ma dalla consapevolezza che ciò è indispensabile se davvero si vogliono evitare le dinamiche del passato (vedi, per ultime, la corsa degli auto-nominati tanto in Altra Europa quanto nel Coordinamento per Democrazia Costituzionale) e dare il via a un progetto effettivamente democratico.

Serve “democrazia interna” a questi progetti, il reale superamento della delega e della rappresentanza a favore di forme di auto-rappresentanza, e degli strumenti necessari ad attuarla.

Senza questo anche i progetti più nobili e giusti naufragheranno inevitabilmente come i precedenti.

Gian Luigi Ago


Un Corbyn italiano? E per farci che?

corbyn

Lasciatemi dire in totale dissonanza: io un Corbyn italiano non lo vorrei.
Per farci che? Per dar vita al solito listone partitico di sinistra che poi dovrebbe appoggiarsi necessariamente al Pd, visto che da solo non avrebbe alcuna incidenza?

Le soluzioni per il cambiamento oggi passano da soluzioni distanti anni luce dai leaderismi e dai soliti triti equilibri politicisti.

Per intraprendere un percorso di cambiamento oggi sono necessarie due imprescindibili condizioni:

– partire veramente dalla base;
– usare metodi totalmente orizzontali.

L’appello Falcone/Montanari, giustissimo nelle sue declinazioni, deve scontrasi quindi , per non rimanere la solita ineccepibile dichiarazione di ottimi principi, con questi due punti.
Il 18 giugno ci sarà un primo incontro sulla base di questo appello.
Indovinate chi ha subito accettato?
Avete indovinato: tutti i partiti della Sinistra.
Si sarà troppo maliziosi a pensare che per loro sia il solito taxi per potere, attraverso una lista che superi gli sbarramenti elettorali, accedere o mantenere posizioni istituzionali?

La bontà di questo incontro sarà visibile sin dall‘inizio; la prossemica stessa ce lo farà capire. Se avremo un tavolo con i promotori dell’appello e i soliti noti deputati e capi di partito da una parte e una platea di comuni mortali dall’altra, già si partirà male.
Se poi in quell’incontro si proporranno Comitati organizzativi, operativi o di coordinamento, seppur temporanei o aperti a tutti, già la strada si delineerà come quella già vista più volte.

La questione è elementare: solo quei due semplicissimi punti di cui sopra possono far marciare le buone intenzioni verso un progetto serio.
Ma davvero non ci hanno fatto capire niente le passate esperienze, pur partite con gli stessi ottimi appelli?
Ci siamo dimenticati già di Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa?
Capisco gli apparati di questi partiti che hanno il loro tornaconto o, in subordine… credono davvero di essere ancora nel primo Novecento.
Ma la gente davvero abbocca ancora o  crede realmente possibile percorrere la stessa strada che da sempre ha fallito?

Sarebbe l’ora di capire che siamo già oltre il terzo lustro del XXI secolo.
E’ ora di dismettere le vecchie logiche e aprire a percorsi veramente degni di un futuro migliore.

Se poi qualcuno ha preso gusto alle facciate contro il muro, è un altro discorso

Gian Luigi Ago