Secondo passo stentato dopo l’assemblea del Brancaccio

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L’appello ad aprire assemblee sui territori lanciato dalla Falcone e da Montanari dopo l’assemblea al Teatro Brancaccio è quanto di più generico possa esserci.

Si parla di apertura, trasparenza, democraticità come se fossero cose ovvie se non attuate attraverso  un metodo che le garantisca e che sia “il metodo” adottato ovunque da tutto il percorso.
L’accenno poi alla scelta di trovare orari e tempi in cui tutti possano partecipare alle assemblee evidenzia come non ci si sia posto minimamente il problema dell’organizzazione attraverso metodi e strumenti che garantiscano la partecipazione erga omnes e non solo per chi potrà recarsi alle assemblee

Che vuol dire poi “indire subito le assemblee nei territori senza aspettare nessuno”???

Ci sarà la solita corsa a chi convocherà le assemblee sentendosi poi in diritto di metterci il suo cappello sopra e stabilendone regole e modalità. Una gran confusione.

Tutto questo darà inevitabilmente vita ad assemblee che sulla carta saranno democratiche ma che presenteranno i soliti limiti delle assemblee (egemonia dei più noti, dei più carismatici, dei più preparati, ecc.) e poi la solita alzata di mano dei presenti.

I metodi e gli strumenti per rendere possibile l’orizzontalità di cui si parla invece esistono già da tempo e in Europa sono in molte forze politiche a usarli come sistema di organizzazione interna e talvolta anche come sistema partecipativo in alcune municipalità.
Ma da noi ne parlano in pochissimi e forse nemmeno li conoscono.
E’ questo non è un problema ma “il problema”

Partire con un progetto che si auto-definisce importante e ambizioso con una simile approssimazione significa imperizia, poca chiarezza, rischi di fallimenti già agli esordi.

O forse si tratta solo di essere tuttora ancorati a pratiche obsolete senza ancora riuscire a cogliere la necessità di quel passo avanti che può rendere un progetto davvero orizzontale, democratico e alternativo.
E questo, come stiamo vedendo, succede anche con persone valide come i due proponenti.

Gian Luigi Ago


Desolanti ballottaggi (e oltre)

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E mi diverto, amaramente… a leggere centinaia di commenti di persone che oggi si scannano su chi votare ai ballottaggi di elezioni che sostanzialmente non sposteranno di una virgola i problemi dei Comuni, della gestione democratica degli stessi, degli interessi che ci girano intorno, salvo forse un’aiuola più o meno fiorita di prima.

Chi voterà la destra per fermare il Pd, chi voterà il Pd per fermare la destra, chi voterà chiunque per fermare i grillini.
Una desolante corsa al “meno peggio” che svilisce la democrazia più con quelle croci tracciate a matita copiativa che con l’astensione.
Stesso teatrino provinciale (comunale…) a cui assistiamo da quarant’anni senza che ci sia stata alcuna rivoluzione e senza che nessuno abbia mai rivoluzionato le città.

E questo perché votiamo sempre altri, votiamo dei nostri rappresentanti anziché farci auto-rappresentanti.
Anche le lodevoli esperienze di liste civiche vengono poi risucchiate dallo stesso meccanismo e diventano di fatto altri partiti che  seguono le stesse macchinose e politiciste  logiche degli altri partiti, molto più evidenti in sede di ballottaggi.

Se la stessa vis polemico-politica, lo stesso tempo, lo stesso denaro, la stessa determinazione fossero stati distolti negli ultimi decenni da campagne elettorali inutili (visto che nulla hanno mai sortito nonostante splendidi programmi e obiettivi) e fossero stati dedicati invece alla costruzione di una forza popolare di base, cosa diversa da un partito ma anche da una lista civica (che altro non è che l’ossimoro di un partito senza partiti), forza popolare nata davvero in modo orizzontale e partecipato, tralasciando elezioni “intermedie” (che ormai sappiamo essere inutili e non in grado di essere vinte), se tutto questo si fosse cominciato a fare, appunto, almeno vent’anni fa oggi forse  questa forza esisterebbe e  sarebbe in grado finalmente di presentarsi ad elezioni per vincerle e non solo per fare testimonianza.

Capisco, certo, che fino a qualche anno fa eravamo nel Novecento e che tutti noi concepivamo la politica solo in questo modo (partiti, candidati, elezioni, rappresentanti da una parte e votanti dall’altra).
Ma oggi tutto ciò non è più giustificabile.
Oggi la realtà sociale è totalmente cambiata e chi riuscisse ad analizzarla, non dico marxianamente, come riterrei adeguato, ma anche solo con buonsenso, dovrebbe capire che non si può continuare a concepire la politica come il ripetersi di meccanismi ormai obsoleti che si seguono col paraocchi, in un loop da “giorno della marmotta” che ci ripropone ogni bene(male)detto anno sempre le stesse cose.
E’ ora che la sveglia suoni e che il giorno della marmotta abbia termine.

Oggi chi, per interessi di bottega o solo perché l’abitudine e la routine politica è difficile da scrollarsi di dosso, non capisce che la realtà è cambiata e che richiede nuove strategie, è condannato a rivivere per un altro ventennio le solite facciate contro il muro.

Oggi serve ripartire dalla base sociale, che non significa coinvolgerla ma che sia essa stessa a farsi attrice, a rompere il muro che divide ceto politico da una parte e bacino elettorale dall’altra.

Oggi bisogna partire dalle persone e dalle loro proposte (non da programmi scritti da altri a cui aderire) , dalle loro decisioni prese in modo paritario.
Non “una testa, un voto” (che è ancora verticismo) ma “una persona, un’idea, un voto”.

Molti lanciano, a livello nazionale, appelli in tal senso ma si scontreranno con i soliti problemi che già abbiamo riscontrato con Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa, solo per citare le più recenti esperienze

Perché succede questo?

Perché manca la consapevolezza (o la volontà) di capire  che qualsiasi proposta e progetto, per quanto giusta nei propri contenuti, deve prioritariamente far i conti col METODO, con la forma organizzativa.

Non si è ancora compresa la necessità di utilizzo di adeguati strumenti informatici, con al centro le piattaforme decisionali, cosa che non deriva da una “fissazione tecnologica” ma dalla consapevolezza che ciò è indispensabile se davvero si vogliono evitare le dinamiche del passato (vedi, per ultime, la corsa degli auto-nominati tanto in Altra Europa quanto nel Coordinamento per Democrazia Costituzionale) e dare il via a un progetto effettivamente democratico.

Serve “democrazia interna” a questi progetti, il reale superamento della delega e della rappresentanza a favore di forme di auto-rappresentanza, e degli strumenti necessari ad attuarla.

Senza questo anche i progetti più nobili e giusti naufragheranno inevitabilmente come i precedenti.

Gian Luigi Ago


Un Corbyn italiano? E per farci che?

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Lasciatemi dire in totale dissonanza: io un Corbyn italiano non lo vorrei.
Per farci che? Per dar vita al solito listone partitico di sinistra che poi dovrebbe appoggiarsi necessariamente al Pd, visto che da solo non avrebbe alcuna incidenza?

Le soluzioni per il cambiamento oggi passano da soluzioni distanti anni luce dai leaderismi e dai soliti triti equilibri politicisti.

Per intraprendere un percorso di cambiamento oggi sono necessarie due imprescindibili condizioni:

– partire veramente dalla base;
– usare metodi totalmente orizzontali.

L’appello Falcone/Montanari, giustissimo nelle sue declinazioni, deve scontrasi quindi , per non rimanere la solita ineccepibile dichiarazione di ottimi principi, con questi due punti.
Il 18 giugno ci sarà un primo incontro sulla base di questo appello.
Indovinate chi ha subito accettato?
Avete indovinato: tutti i partiti della Sinistra.
Si sarà troppo maliziosi a pensare che per loro sia il solito taxi per potere, attraverso una lista che superi gli sbarramenti elettorali, accedere o mantenere posizioni istituzionali?

La bontà di questo incontro sarà visibile sin dall‘inizio; la prossemica stessa ce lo farà capire. Se avremo un tavolo con i promotori dell’appello e i soliti noti deputati e capi di partito da una parte e una platea di comuni mortali dall’altra, già si partirà male.
Se poi in quell’incontro si proporranno Comitati organizzativi, operativi o di coordinamento, seppur temporanei o aperti a tutti, già la strada si delineerà come quella già vista più volte.

La questione è elementare: solo quei due semplicissimi punti di cui sopra possono far marciare le buone intenzioni verso un progetto serio.
Ma davvero non ci hanno fatto capire niente le passate esperienze, pur partite con gli stessi ottimi appelli?
Ci siamo dimenticati già di Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa?
Capisco gli apparati di questi partiti che hanno il loro tornaconto o, in subordine… credono davvero di essere ancora nel primo Novecento.
Ma la gente davvero abbocca ancora o  crede realmente possibile percorrere la stessa strada che da sempre ha fallito?

Sarebbe l’ora di capire che siamo già oltre il terzo lustro del XXI secolo.
E’ ora di dismettere le vecchie logiche e aprire a percorsi veramente degni di un futuro migliore.

Se poi qualcuno ha preso gusto alle facciate contro il muro, è un altro discorso

Gian Luigi Ago


ELEZIONI ED OLTRE (riflessioni personali e sentite scuse ad Hegel)

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Credo che per cambiare davvero non basti elaborare programmi elettorali perfetti, proporre obiettivi giusti, rivendicare diritti, denunciare lo sfruttamento e le ingiustizie. Sapeste nella mia lunga vita di attenzione alla politica quante proposte con queste caratteristiche ho visto e quante ne ho votate. Dapprima pensavo che bastasse proporsi più volte per avere prima o poi il consenso popolare. Poi ho pensato che bisognasse anche portare le proposte direttamente nei territori e sostenerne le lotte. Poi…sono passati quarant’anni… e mi sono accorto che la gente, alla fine della fiera, vota sempre chi sa che potrà vincere oppure per evitare che qualcun altro vinca. Dopo quarant’anni di fallimenti di partiti e movimenti che, pure proponendo obiettivi giusti e programmi perfetti, continuano a restare minoritari e quindi ininfluenti, mi sono domandato come mai cose che sono evidentenente giuste e dalla parte del popolo continuino a riscuotere consenso così minimo, pur con leader di diversa natura. Ne ho dedotto che il problema stava altrove.

E qui torno all’inizio: non basta proporre cose giuste e chiedere di farti eleggere rappresentante del popolo; non basta entrare nelle istituzioni solo per essere spesso inutile minoranza. Non basta e forse è anche la strada sbagliata.
Il problema principe della politica è  “la crisi della rappresentanza” e di questo ho già  scritto molte volte, e me ne scuso con i miei cinque lettori (non 25 come se ne attribuiva Manzoni…) . La gente non crede più ai “politici”, l’astensione aumenta e la partecipazione attiva alla “militanza”, come si diceva una volta, è infinitesimale rispetto alle masse e al mutato quadro di riferimento sociale che non presenta più “classi” così omogenee e facilmente definibili come quarant’anni fa. I riferimenti ideologici non hanno più la presa di un tempo ma anzi selezionano in partenza chi potrà seguirti. Oggi la grande antinomia è tra un vertice di Potere e una base di sfruttati dispersa, frantumata, trasversale, anche alle ideologie. Non è un caso che abbiano più appeal liste civiche senza riferimenti espliciti a sinistra od a ideologie, anche se poi, giustamente, esse sono evidenti negli obiettivi che tendono ad aumentare diritti, solidarietà, lotta a ogni sfruttamento.
Anche i politici più scafati lo
hanno capito e si presentano in liste civiche, in parte nascondendo e in parte lasciando trasparire la loro appartenenza politica in un sottile gioco di equilibrio.
Ma non basta ancora.

Si cerca allora di riavvicinare la gente alla politica invitandola a partecipare attivamente, si cerca di coinvolgerla per farla sentire attrice del progetto. Cosa lodevolissima. E però (perché c’è sempre un però) non basta ancora e i risultati elettorali lo confermeranno come sempre.

Questo perché se il problema è la “crisi della rappresentanza” è lì che bisogna intervenire. E non certo con riverniciature ma con qualcosa che richiede umiltà, rinunce e coraggio.
Oggi serve spezzare lo iato tra rappresentanti (ceto politico) e rappresentati (bacino elettorale) rendendo la base sociale davvero artefice e attrice (non solo elettrice), ma senza infingimenti.
Questo significa che l’idea di partito deve ritornare alle semplici venti parole dell’art.49 della Costituzione, significa che non si deve più coinvolgere la base sociale in programmi e obiettivi scritti da pochi politici e solo dopo condivisi dalla stessa ma piuttosto che essi dovranno effettivamente essere proposti, discussi, votati e scritti insieme. Tutto in maniera TOTALMENTE orizzontale. Solo in questo modo potrà  nascere una forza popolare che cambi e riporti allo spirito originale il concetto di “partito” (se così vorremo ancora chiamarlo) senza alcuna gerarchia, senza alcun livello o rappresentanza interna. Solo un insieme di persone che nei propri territori propone, discute e decide alla pari, collegandosi poi alle altre realtà esterne. Ed esistono oggi anche mezzi tecnologici per garantirne orizzontalità e trasparenza . Questo è l’UNICO modo per riavvicinare la gente alla passione della politica attiva.
In questo modo non avremo più un ceto politico   che si propone come rappresentante di altri ma un’unica forza popolare che in maniera hegeliana da tesi e antitesi arriverà a una sintesi che entrambe le unisce e le supera. Non ci saranno più “rappresentanti” che con spirito di sacrificio… (si fa per dire) si candidano a qualcosa ma persone frutto di un’autorappresentanza di questa base sociale che costituirà il fronte di alternativa e  cambiamento.
Attenzione: queste non sono utopie o deliri da chi vi scrive da un letto di ospedale, ma cose che già si stanno strutturando in molte parti d’Europa.

Il passaggio dalla rappresentanza all’auto-organizzazione e auto-rappresentanza della base sociale, nello spirito dell’articolo 49 della Costituzione, sono l’UNICA strada che potrà portare verso un reale cambiamento che ribalti i rapporti di potere oggi vigenti e che eviti le periodiche e ormai qurantennali sconfitte minoritarie da cui nulla si è imparato.

Ultima annotazione:
certo: è una strada lunga e difficile, anzi lunghissima e difficilissima, una strada malvista da chi sogna impossibili vittorie prêt-à-porter  o da chi punta a leadership o a gratificanti poltrone  istituzionali. Ma è meglio una strada lunga che ci porterà (noi o chi dopo di noi) alla meta che una strada più rapida e usuale che più volte ci ha fatto però prendere facciate sul fondo di un vicolo cieco.  Ma l’ho scritto prima: le tre condizioni essenziali sono umiltà, rinunce e coraggio. L’umiltà di sentirsi davvero pares inter pares, le rinunce ad ambizioni personali, il coraggio di abbandonare il navigare nel comodo sottocosta della solita politica, il coraggio di affrontare il mare magnum di un nuovo percorso orizzontale verso il cambiamento.
Adelante!

Gian Luigi Ago


I limiti della democrazia rappresentativa, partecipata e diretta

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Se si analizzano i modi in cui sono state elaborate e prese fino ad oggi le decisioni politiche (sia a livello di piccoli gruppi che a livello di istituzioni) è facile notare come quasi sempre esse si sono avvalse di metodi che, in misura maggiore o minore, non sono mai stati totalmente democratici.
Si è sempre passati infatti da decisioni affidate a leader politici ad altre prese da comitati politici, congressi con mozioni e/o delegati o assemblee.
Tutte forme che contengono, esplicitamente o implicitamente, delle forme di verticismo che condizionano la possibilità di coniugare il metodo con un’assoluta corrispondenza al volere comune.

Possiamo riassumere le principali forme di democrazia oggi esistenti in: democrazia rappresentativa, democrazia partecipata, democrazia diretta.

Tutte, come già detto, presentano però dei limiti.

DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA:

E’ quella ad esempio prevista dalla nostra Costituzione e che prevede una delega in bianco ad alcuni eletti che gestiscono il loro mandato per un tempo determinato in piena autonomia e senza vincolo (come sancito dall’articolo 67 della Costituzione).
Questa forma viene adottata anche in altri ambiti di piccoli gruppi/movimenti/partiti.
In questa forma di democrazia non è possibile il cosiddetto recall, cioè cambiare idea durante il mandato e togliere la delega all’eletto;
si deve votare in blocco il pacchetto programmatico del candidato e del partito, anche se contiene singoli punti su cui non si è d’accordo;
nella maggioranza dei casi si scende quindi a un compromesso votando il programma e il candidato che più si avvicina alla nostra idea e maggiormente ci rappresenta, anche se non totalmente;
data l’autonomia dell’eletto, non è possibile imporre dalla base scelte che non gli siano gradite;
anche riferendosi a piccoli gruppi/movimenti/partiti la struttura che si crea è una struttura a delega piramidale.

DEMOCRAZIA PARTECIPATA

E’ da distinguere dalla “democrazia partecipativa” che meglio sarebbe definire “metodo partecipativo”.
La democrazia partecipata è quella che permette, ad esempio, ai cittadini di interagire con le istituzioni e i propri rappresentanti con proposte, discussioni, petizioni, ecc.
Anche questo tipo di democrazia presenta dei limiti, pur essendo utile per creare stabili rapporti di comunicazione con gli eletti nelle istituzioni:
non si tratta innanzitutto di un processo decisionale ma consultivo, di indirizzo;
la decisione finale compete quindi sempre a chi è nelle istituzioni con cui si partecipa;
non è rappresentativa della totalità della base in quanto potrebbero, volta per volta, partecipare a queste iniziative solo coloro che sono favorevoli o contrari;

DEMOCRAZIA DIRETTA:

Anche  la democrazia diretta, di cui oggi tanto si parla, talvolta equivocandone il senso, può avere dei limiti democratici.
E’ il tipo di democrazia in cui tutti decidono tutto, concettualmente la più democratica.
Ma soprattutto in questo caso è importante il METODO che si sceglie per realizzarla compiutamente.
Senza il metodo giusto anche questo tipo di democrazia presenta molti limiti:
è molto impegnativa perché tutti devono essere sempre attivi in tutte le decisioni, essere presenti sempre e comunque, specialmente se queste decisioni si svolgono in assemblee fisiche;
il rischio è quindi quello del dominio di chi ha più tempo a disposizione;
altro rischio è il dominio degli estroversi, ad esempio coloro che in una assemblea hanno più voce, carisma e capacità dialettica;
c’è poi il pericolo di un’oligarchia su temi complessi e specifici su cui tutti non hanno le necessarie competenze, non esistendo la possibilità di delega;
altro rischio è l’apatia che può essere conseguenza di un aumento delle deliberazioni comuni;
necessita infine di una continua ed efficace informazione erga omnes su ogni cosa.

CHE FARE QUINDI?

La soluzione per ovviare a tutti questi limiti, e addivenire a una forma di democrazia il più possibile coincidente con il volere popolare, sta nell’attuare un metodo che coniughi il meglio di tutte questi tipi di democrazia e ne elimini di contro i vari difetti.
Un metodo che dev’essere supportato da strumenti che rendano possibile tutto questo.

E’ quella che possiamo definire DEMOCRAZIA LIQUIDA, un metodo che unisce e si muove, a seconda dei momenti e delle situazione, tra il meglio dei vari tipi di democrazia che abbiamo elencato.
Sì quindi a forme di delega ma non in bianco, revocabili del tutto o in parte, potendo tornare al voto diretto in ogni momento del processo decisionale, con la possibilità di proxy voting, ovvero un sistema di deleghe a cascata, deleghe globali oppure per singole tematiche o singole questioni.

Servono però degli STRUMENTI che consentano tutto questo oltre a garantire la partecipazione attiva di tutti, non solo al momento del voto ma anche a quello dell’elaborazione delle proposte e della discussioni che lo precedono.

Oggi la tecnologia ci mette a disposizione delle piattaforme informatiche che consentono con una approssimazione quasi assoluta l’esercizio di una democrazia realmente paritaria, orizzontale e partecipativa.
La più famosa è la piattaforma open source LIQUIDFEEDBACK che consente a tutti di fare proposte, controproposte ed emendamenti in tempi stabiliti (policy) e che devono preventivamente superare una soglia di interesse comune.
Lo strumento informatico, mettendo a disposizione tempi più o meno lunghi per ogni discussione/votazione, non costringe ad essere presenti in un luogo e a un orario preciso ma consente di dare il proprio contributo in qualsiasi momento dello spazio temporale a disposizione.
Inoltre il metodo di votazione Schultze  che consente una votazione basata su assenso/astensione/dissenso/voto plurimo,  rende l’esito della votazione il più possibile coincidente con la volontà politica degli elettori.

Vorrei che non si equivocasse: ovviamente questi strumenti non escludono gli incontri fisici ma ad essi si affiancano e ne sono complementari e possono avvantaggiarsi anche di altri strumenti quali, ad esempio, i Forum di discussione.

Quello che oggi può riavvicinare le masse alla politica partecipativa è l’assoluta orizzontalità, trasparenza ed efficacia del fare politica.
Per realizzare tutto questo il problema principale è quello del METODO, metodo (supportato poi da idonei strumenti) che superi la crisi della rappresentanza eliminando lo iato tra base sociale e ceto politico, tra rappresentati e rappresentanti e vada verso un’auto-organizzazione e auto-rappresentanza della base sociale che si faccia, dal suo interno, forza popolare di alternativa.

Oggi questa è l’unica strada realmente innovativa e in grado di dare una risposta alla mutata realtà sociale, superando metodi otto/novecenteschi che non a caso non risultano più rappresentativi e producono solo fallimenti, disaffezione e allontanamento dalla politica attiva.

Gian Luigi Ago


Verso le amministrative

 

Le amministrative incuriosiscono soprattutto perché svelano, attraverso chi nutre (o finge di nutrire) verso di esse soverchie aspettative, lo stato dell’arte della politica locale e di riflesso nazionale.

Esse rappresentano anche la cartina di tornasole delle ambizioni personali:
imprenditori che diventano improvvisamente politici, politici che nascondono il più possibile il loro essere politici, altri per cui, più che il risultato elettorale, è importante la campagna elettorale in se stessa in quanto è in grado di rafforzare la propria immagine personale, altri ancora che disinvoltamente appoggiano l’inappoggiabile o passano disinvoltamente da uno schieramento all’altro.

Curioso sarà assistere ancora, negli eventuali ballottaggi, al triste rito del “voto utile” per cui si appoggerà chi prima si dipingeva come il diavolo, adducendo come scusa il necessario fare scudo all’avvento del “peggio” ma in realtà sperando in una risicata ricompensa in poltroncine (per essere utili alla città…si intende…). Come se non fossero proprio le  politiche del “meno peggio” a far crescere, come reazione, il “peggio”.

Si salvano solo sparute liste civiche (intendo “vere liste civiche”, non quelle che servono a maschere per i soliti noti) animate esclusivamente – spesso però anche un po’ ingenuamente e in modo naif – dall’evidenziare, attraverso la visibilità  della loro campagna elettorale, la possibilità di dar vita a una vera partecipazione individuale che vada al di là delle elezioni e degli interessi di partito e che si sviluppi quotidianamente, e non solo a scadenze elettorali, attraverso un riavvicinamento alla politica attiva dei cittadini.

Insomma, in queste tristi rappresentazioni che ormai sono diventate le elezioni, non c’è nulla di nuovo sotto il sole.
E’ specialmente in questi momenti che si sente il bisogno di nuove prassi politiche, di rompere la dicotomia costituita da una parte dalla base sociale (leggi: bacino elettorale) e dall’altra da ceti e apparati politici.
Ed è sempre in questi momenti che cresce il bisogno di ridare a politica e partecipazione il loro vero senso etimologico.

Ci troviamo oggi in una fase epocale di passaggio, in cui il anche il “passato” comincia ad accorgersi che il “futuro” sarà inevitabimente diverso da prima e allora si traveste un po’ con idee, apparenze, slogan simili ad esso, senza però rompere del tutto con quello che si era e che resta, appunto,  mascherato, nemmeno tanto bene, dietro il nuovo “vestito” elettorale.

Il futuro arriverà prima o poi, questo è sicuro (d’altronde arriva sempre…).
Si dovrà però ancora lavorare a lungo per superare il retaggio di un modo di fare politica standardizzato e che per molti appare ancora l’unico possibile.
Adelante!

Gian Luigi Ago


Quattro anni fa le elezioni politiche (Copernico adhuc docet)

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A distanza di quattro anni esatti dalle politiche del 2013 sono più che convinto che la “Sinistra” abbia perso esattamente altri quattro anni.

Dopo il fallimento di Rivoluzione Civile eravamo esattamente nel momento giusto per voltare pagina e far nascere qualcosa di veramente nuovo, di base, orizzontale, partecipativo; qualcosa di inedito che riportasse alla partecipazione politica della base sociale, un progetto nuovo che, partendo all’analisi dei mutamenti della composizione sociale superasse vecchi schemi, dando vita a nuove strategie, metodologie, strumenti.

Invece siamo ancora al punto di partenza, come in un masochistico gioco dell’oca. Ed ecco i soliti leader, i soliti soggetti politici, coi soliti balletti per creare unità a sinistra o liste elettorali che non prenderanno mai più del 4%, oppure prenderanno di più, ma solo se prenderanno a bordo personaggi che definire di sinistra è molto discutibile come Pisapia, D’Alema, Bersani, ecc.

Qualcuno in vero provò (o meglio pensò), dopo le elezioni 2013, a creare qualcosa di nuovo, ma i fatti ci dicono che poi tutto è rimasto solo sulla carta.
Perché?

Perché non si è avuto il coraggio di rompere il cordone ombelicale con quel mondo politicista che pensa solo a successi elettorali, a mantenere rendite di posizione o acquisirne altre; perché non si è avuto il coraggio di rompere totalmente le vecchie strutture e creare spazi (prima ancora che soggetti) realmente orizzontali e democratici; perché non si è avuto il coraggio di stare veramente tra la gente, abdicando a qualsiasi ruolo di guida o rappresentanza, perché non si è saputo sporcarsi le mani nelle situazioni di lotta, anziché dimorare negli incontri, convegni, seminari tra varie segreterie, personalità politiche, vecchi costituzionalisti, ecc. ecc. ecc.; perché non si è avuto il coraggio di capire che la semplice progressiva scalata elettoralistica non è la strada del cambiamento, che le elezioni sono solo il momento di raccogliere quello che si è seminato precedentemente e che è importante, prima di cimentarsi credibilmente in esse, costruire un vero fronte popolare di alternativa stando in mezzo alla gente per renderla attrice più che elettrice, rompendo il muro tra base sociale e ceto politico e andando verso l’auto-organizzazione e l’auto-rappresentanza della base sociale, anche in tempi lunghi se necessario.

Si continua imperterriti con gli stessi metodi, le stesse logiche, le stesse utopie (nell’accezione peggiore del termine) che perpetuano un modello otto-novecentesco che oggi non ha più senso né efficacia.

Le rivoluzioni (in qualsiasi ambito si intendano) accadono sempre quando qualcuno si accorge che il vecchio mondo è tramontato e che la realtà è diversa, totalmente diversa, dal passato e come tale va affrontata.
Copernico adhuc docet.

Gian Luigi Ago


Comitati Costituzionali: un tram chiamato desiderio

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Molti avevano indicato i Comitati Costituzionali come il locus da cui ripartire dopo il referendum del 4 dicembre, sull’onda di una malintesa interpretazione della vittoria del NO .
Infatti quest’ultima era solo in minima parte dovuta a un pathos costituzionale e per lo più esprimeva invece un voto anti-Renzi o basato sull’opposizione a singole leggi. E tra l’altro era anche in gran parte un voto che veniva dalla destra più retriva.

Ma molti hanno creduto di individuare nei Comitati il mezzo per addivenire a un ricompattamento sociale intorno a un progetto di alternativa, immaginando una corsa di quel 40% a costituire la “forza dei numeri” di revelliana memoria.
Ma che non potesse essere così appare chiaro oggi da quello che sta succedendo e dimostra come quella vittoria straordinaria abbia obnubilato la capacità di analisi della realtà o quntomeno abbia fatto immaginare autostrade inesistenti.

I Comitati Costituzionali hanno un indubbio valore ma unicamente specifico e legato all’impegno per la difesa e attuazione della Costituzione.
Stabilito questo, si sarebbe però dovuto tener conto dell’impossibilità di trasformarli in un progetto attraverso cui creare una forza popolare di alternativa, vuoi per quanto detto prima, vuoi per la loro composizione, vuoi per i personaggi che li abitano, vuoi perché i metodi che usano sono arcaici e inemendabili.

I Comitati Costituzionali sono troppo eterogenei per costituire una weltanschauung condivisa, sono l’opposto di quella democrazia partecipata che oggi servirebbe per ridare voce al popolo e non solamente a quelli che, millantando, si ergono a loro rappresentanti o leader.

E oggi si vede in molti Comitati regionali quello che molti avevano paventato, inascoltati: ovvero la loro incapacità di recepire proposte innovative, il loro essere troppo appiattiti sulle indicazioni che arrivano dal direttivo nazionale, la loro totale mancanza di capacità di auto-determinazione e auto-organizzazione, la loro chiusura a metodi realmente orizzontali.
Essi rappresentano un ennesimo vicolo cieco in cui si sono proiettate le aspirazioni di alcuni, le utopie di molti, un ennesimo tram chiamato desiderio che non porta però da nessuna parte, se non al solito capolinea da cui far ripartire poi la solita corsa.

La ricomposizione della base sociale dovebbe partire invece proprio dai malesseri che hanno generato quel NO referendario: dai territori, dalle singole lotte, dal disagio e dalle contraddizioni della base, non da strutture in cui ci sono i soliti “militanti” e le solite “personalità nobili” ma legate alle solite prassi verticistiche, burocratiche e a cui non si avvicineranno mai i molti “arrabbiati” di quel NO.

Insomma un altro errore dovuto all’incapacità di avere visioni innovative.
E questo è in fondo il male cronico di questi tre lustri del nuovo secolo: il non sapere togliersi dalle spalle la scimmia di prassi, ma soprattutto logiche, otto-novecentesche.

Gian Luigi Ago


COA(LI)ZIONE A RIPETERE (sinistra e dintorni)

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Che dire, oltre che al fatto che era già tutto previsto?
Dall’articolo, il cui link trovate a piè di pagina, è evidente il solito squallido scenario in cui la Sinistra (e dintorni) da anni replica il solito brutto spettacolo.

Mentre Michele Emiliano punta alla segreteria del PD ma già giura, nel caso non ci riuscisse, eterna fedeltà a Renzi, dall’altro Sinistra Italiana si muove sempre  divisa tra due anime (sostegno o meno al PD) ma concorde sul tradizionale metodo congressual-verticista guidato da Fratoianni, delfino di Vendola.
Intorno, molti altri che cercano di entrare nel “giro che conta”, attraverso liste o percorsi sempre gestiti con metodi dirigisti.

Anche la strada dei Comitati costituzionali lascia molti dubbi perchè lascia trasparire, nemmeno tanto velatamente, l’idea che possa essere un taxi verso successi elettorali, come ho già scritto qui:
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/01/05/la-corsa-ad-attuare-la-costituzione/

Prospettive? Si va verso un listone, imposto probabilmente dalla legge elettorale. Con o senza D’Alema e Pisapia?
This is the question (direbbe William) ma il punto non cambia perché si va comunque  verso il deja vu e perché non la soluzione dei problemi ma il successo elettorale solipsistico è l’obiettivo vero che  costoro si prefiggono.

La necessità di ripartire dalla base e dal concetto “una testa, un’idea, un voto” che superi il limitato e spesso fasullo “una testa, un voto” viene come al solito ignorato e con esso una metodologia che garantisca orizzontalità, trasparenza e una scelta di autorappresentanza che elimini lo iato tra ceto politico e base rappresentata (che per costoro è in realtà solo “bacino elettorale“).

Vedremo probailente la solita lista di Sinistra magari, e purtroppo, allargata anche a personaggi che di sinistra hanno poco o niente che raccatterà qualche voto e, nella migliore delle ipotesi, qualche seggio che plachi la voglia di visibilità e potere di alcuni.
E poi torneremo al punto di partenza.

Ma le cose andranno sempre così finché non si capirà che la politica oggi non può più essere la solita e che quando si parla di ripartire dalla base non vuol dire attrarre a sè la base ma che la base si faccia artefice unica di un processo di ricomposizione sociale, prescindendo e cancellando segreterie, leader, partiti, gruppi dirigenti. O meglio che crei organizzazione e rappresentanza dal suo interno.

Ma ovviamente accettare questo significherebbe rinunciare alle proprie rendite di posizione o al tentativo di ottenerle; significherebbe lasciare veramente alla base l’elaborazione di idee, proposte, forme organizzative e smettere di considerarla solo sottoscrittrice di cose decise dai soliti noti, significherebbe umilmente confondersi con gli altri rinunciando ai propri egoismi.

Dovremo forse aspettare la fine anagrafica di questi “vecchi dentro” (e alcuni anche fuori) per vedere qualcosa di nuovo?
Probabilmente sì, sempre che nel frattempo non allevino “nuovi vecchi“.

Gian Luigi Ago

https://left.it/2017/02/02/listoni-tessere-e-ritiri-che-casino-cosa-sta-succendo-in-sinistra-italiana/


“La tela della miope Penelope”(lungimiranza politica)

penelope

In politica la lungimiranza è un qualità fondamentale per la strategia.
Il suo contrario è la miopia politica che è poi quella che ha costituito il freno a qualsiasi serio progetto di alternativa tanto più urgente e necessario quanto più il capitalismo e le destre guadagnano terreno.

Sono molte le cause di questa miopia, alcune fisiologiche, tra cui alcune incurabili, altre dovute a una disabitudine a guardare lontano, se non addirittura a una precisa scelta tesa a mantenere o conquistare rendite di posizione che diventano per alcuni la vera meta e non più  passaggi da scartare o attuare a seconda della situazione.

Le concause del fallimento negli ultimi quarant’anni di qualsiasi serio progetto di alternativa al capitalismo dominante sono ovviamente molte e connesse in modi complessi e variabili, ma il tema della “miopia” è uno dei più evidenti insieme a quello che io definisco “effetto della tela di Penelope” che ne è conseguenza logica.

Se è vero che ci troviamo di fronte a una liminalità epocale, sociale e politica, serietà vorrebbe che si desse vita a un progetto capace di attrezzarci a una realtà che già manifesta i segni evidenti della rottura col passato e che, sullo slancio delle occasioni che essa offre, ci renda capaci di sfruttare queste criticità in senso positivamente progettuale, prima che esse vengano trasformate da altri in senso peggiorativo.

Alla metà avanzata di questi anni ’10 del secolo è infatti palpabile questa situazione e prova ne è che sono molti a darsi da fare nel tessere progetti, proposte, appelli, rimescolamenti vari.
Ma il difetto sotteso alla quasi totalità di questi tentativi è proprio quello di pensare in maniera miope solo al futuro prossimo, e in particolare sempre e soltanto alle più vicine elezioni, tenendo a galla leader e leaderini, strutture, apparati, comode tane identitaristiche, anziché lavorare a un progetto che abbia la lungimiranza di vedere mete più lontane e che unisca non tanto entità politiche ma l’intera base sociale.

E questo è un tessere che già conosciamo e che avrà probabilmente la solita conclusione di sempre: si confezioneranno con molto impegno coalizioni, comitati unitari, liste, alleanze, ecc. ma poi, al primo inevitabile fallimento elettorale, come una Penelope miope, si disfarà la tela costruita e si ripartirà di nuovo da zero, ricominciando poi a tessere ancora solo in vista di altre successive scadenze, per poi fallire nuovamente e lavorare in un eterno fare e disfare.

Non è poi in fondo la storia della Sinistra e dintorni degli ultimi decenni?
Quanti gloriosi tentativi abbiamo visto passarci sotto gli occhi?
Per limitarci solo agli ultimi quattro anni, tutti si ricordano l’inutile tessitura di tele come Rivoluzione Civile, La Via Maestra, la Coalizione Sociale di Landini, L’Altra Europa, Human Factor, per tacere dei vari rassemblement elettorali, piccoli scampoli che sono stati tessuti e disfatti in fretta.

Quello che servirebbe oggi è la tessitura “definitiva” di una grande tela che possa essere adeguata ai tempi, mettendo in secondo piano le false mete, che sono in realtà unicamente eventuali e non obbligatorie tappe, per prediligere invece la grande meta finale.

Certo ci vorrebbe un lavoro di tessitura fatto in comune, con pazienza, oculatezza e a molte più mani,  senza protagonismi, senza difesa di orticelli, mandando in pensione le miopi Penelope, ma almeno la tela sarebbe pronta e utilizzabile quando, dal suo lungo girovagare, Ulisse tornerà a Itaca e i Proci smetteranno di gozzovigliare nel Palazzo.

Gian Luigi Ago