Fascio-razzismo strisciante

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Altro che cose del passato: il fascismo e il razzismo di oggi sono peggio di quelli di ieri.  Oggi ci sono persone che “non sono razzista ma…” oppure che “non sono fascista ma…”.

Queste persone sono apparentemente democratiche, condividono con noi molti gusti, passioni, finanche posizioni di avversione a ingiustizie e sfruttamento, però poi scivolano su quel “ma” e quella congiunzione avversativa li tradisce.

Paradossalmente sono meglio i leghisti o i fascisti di Casa Pound che, nella loro perversa coerenza, sono più riconoscibili e più facili da combattere.
Gaber e Luporini, parafrasando alcuni concetti di Pasolini, dicevano appunto che un fascista al balcone è facilmente riconoscibile.

Il fascio/razzismo strisciante che spesso nega veementemente di esserlo, camuffandosi da buonsenso – forse anche inconsapevolmente (che è peggio ancora) – è invece come un cancro che si insinua subdolamente assolvendoci da sensi di colpa e facendoci sentire diversi dalle palesi iconografie fascio/razziste.

Quando queste forme si diffondono nella società e cominciano a essere sdoganate e spacciate come forme di difesa di cultura e identità, o come strumenti per risolvere problemi lavorativi o economici, arrivando a intaccare anche fasce che si auto definiscono democratiche, il veleno comincia a dilagare.
Non sono iniziati così anche il fascismo e il nazismo?

Gian Luigi Ago


Video: “Nuove forme della politica, democrazia orizzontale


I due dioscuri scrivono a Pisapia

Presentazione1

Anna Falcone e Tommaso Montanari scrivono a Pisapia una lettera (link a piè di pagina) . E già qui c’è da rimanere un po’ perplessi in quanto la cosa ricorda tanto Sel quando pensava di  cambiare il PD. Ma siccome oggi siamo più a sinistra, è la Sinistra doc che scrive alla “Sinistra che vuole dialogare con il Pd”.

Ma torniamo alla lettera.  Vi si scrive del loro progetto che si baserebbe, a loro dire, non su formule ma sulla sostanza.
E a riprova di questo vengono sciorinati tutta una serie di obiettivi che di fatto possano annullare tutte le ignominie compiute dagli sciagurati governi negli ultimi anni.
Tutte cose che sottoscriverei subito, obiettivi da standing ovation. 

Se non fosse che… poi appare tra le righe una palese smentita nel momento in cui si cita una frase apprezzandola e commentando che quella sarebbe una bella sinistra:
“Occorre un nuovo soggetto politico che sappia offrire...”
Bastano queste otto parole a dare la misura di come ci si trovi in realtà di fronte alla solita formula che abbiamo più volte vista e più volte vista fallire.

Occorre: la necessità di cosa oggi serva viene stabilita dai soliti pochi, in primis dai due promotori e poi, a seguire, dai vari leader dei frastagliati partiti;
Un nuovo soggetto politico: ecco la grande novità. Sono sobbalzato dalla sedia nel leggere questo, tanto il proposito mi è suonato inaudito e rivoluzionario…;
Che sappia offrire: siamo al solito iato tra un ceto/soggetto politico che dall’alto della sua sapienza/professionalità deve sapere offrire  al popolo votante un progetto già scritto (da loro) già contingentato (da loro) negli obiettivi individuati (da loro) e attraverso una unità della sinistra contrattata da loro..(anche qui ho avuto un sobbalzo a pensare come mai questa idea non sia stata pensata e provata mai prima nei secoli…).

E tutto questo non sarebbe una formula?  Anzi la solita formula?
Con gli stessi obiettivi giustissimi da sottoscrivere a occhi chiusi (come erano quelli di Rivoluzione Civile e dell’Altra Europa) ?

Dov’è la novità rispetto al passato? I nomi degli intellettuali che la propongono?
Il fatto che “questa volta si fa sul serio” come già detto tutte le altre volte?
La sostanza (gli obiettivi giusti di cui sopra) non può camminare sulle gambe di formule usurate e come sempre verticistiche.
E il tempo farà sì che ce ne renderemo purtroppo conto.

Perché non ho fiducia in questo progetto?
Perché è evidente che presenta tutte (e dico tutte) le caratteristiche di quelli passati, perché non affronta la mutata realtà sociale, perché interpreta la voglia di partecipazione attiva come una richiesta di un ennesimo soggetto politico (coalizione) da votare, cosa che è poi stata sempre la causa di nuove disillusioni e successive astensioni dal voto e dalla politica attiva nel momento dell’inevitabile fallimento.
Sì, forse si arriverà a una minima percentuale che manderà qualcuno in Parlamento. Ma non è già successo anche questo? E’ davvero così che si pensa che la gente possa tornare a partecipare alla vita politica attiva?
Perché poi sono sempre le “prossime elezioni” e il relativo  voto quello a cui si pensa e mai a un processo che crei una vera coscienza di alternativa e auto-organizzazione dalla base.

In molti abbiamo già detto e scritto più volte che oggi è preliminare cambiare METODO, mettere i singoli individui nella posizione di proporre, elaborare, decidere obiettivi e percorsi, partendo dalla base in modo orizzontale e paritario con chiunque altro; non certo offrendo ad essa delle soluzioni pre-confezionate e coinvolgendola solo a posteriori in progetti, alleanze e obiettivi scritti da altri.

E invece siamo qui ad assistere ai soliti contatti tra ceti politici, le solite alchimie ed equilibrismi, appelli e scambi di lettere.
E’ la base sociale che sta facendo tutto questo? E’ la base sociale che sente questa necessità o sono invece i soliti noti che dicono alla base sociale cosa “deve volere“, di cosa “deve avere bisogno” e poi, in ultima analisi, “chi dovrà votare” ?

Non parlo di malafede, di interessi di mantenimento o acquisizione di posizioni, di bisogno di sopravvivenza come ceti e apparati politici, cose che pur ci sono..

Ma se si è in buonafede è ancora peggio…. perché è la dimostrazione che siamo molto indietro, che ancora non si è realmente capito che la strada da percorrere oggi è quella della ricomposizione della base sociale dal suo interno, non intorno al solito progetto e ceto politico, che bisogna riportare la gente a una partecipazione/decisione politica (non solo al voto).

Ma tutto questo senz’altro non fa comodo alle ambizioni di alcuni.
Diventare individui tra gli individui in modo paritario non è una cosa che è mai piaciuta tanto a chi fa politica.
Auguri a chi crederà ancora a questo progetto/fotocopia.

Gian Luigi Ago

https://left.it/2017/07/01/lettera-aperta-a-giuliano-pisapia/


Attuazione della Costituzione e coalizioni elettorali: equivoci e certezze

Presentazione1

Cosa è rimasto a ormai sette mesi dalla vittoria referendaria del NO?
Sono rimasti sostanzialmente molti equivoci ed almeno una certezza.

L’equivoco principale è stato quello di pensare che la vittoria del NO rappresentasse, per tutti coloro che lo avevano votato, un fermo proposito di difendere la Costituzione.
In realtà questo nobile proposito apparteneva a una ristretta percentuale dei votanti e più precisamente alla parte più politicizzata, più attenta da sempre alla necessità di ridare il giusto valore alla nostra Carta, nata dalla Resistenza.

Si è sottovalutato il fatto che gran parte di quel 60% rappresentasse una grande fetta della destra, anche la più becera, e che ad essa si fossero aggiunti quanti volevano solamente la caduta di Renzi (spesso solo per mire di affermazione della propria parte politica);
si è sottovalutato anche che molti avessero votato NO solo opponendosi a delle singole scelte del Governo (job’s act, buona scuola, sanità, ecc.).

Certo, quei temi sono strettamente legati alla difesa dei diritti sanciti dalla Costituzione ma il fatto di sottovalutare che molti non ne cogliessero il nesso profondo con essa, ha fatto sì che si pensasse di avere a disposizione un 60% di italiani pronti a battersi in piazza per attuare e difendere la Costituzione.
La realtà era molto diversa e il non aver colto subito il vero senso di quel voto ha portato a delle scelte di percorso che non hanno prodotto, nè produrranno, quanto si era sperato.

Dimenticando spesso la necessità di proporre anche modifiche alla Costituzione, in senso migliorativo e quindi opposto a quello della proposta renziana, si è pensato quindi che il tema della sua semplice attuazione e difesa potesse essere quello che avrebbe coagulato le masse intorno a questa battaglia; battaglia che in realtà è rimasta ad appannaggio di pochi, spesso già politicizzati, costituzionalisti, esperti e conferenzieri del settore ma con un seguito esiguo rispetto a quel 60%.
Si è pensato che i vari Comitati e Coordinamenti Costituzionali potessero essere il veicolo capace di far crescere un progetto di alternativa che nascesse dalla base sociale (o per alcuni soltanto la coinvolgesse).

E’ stato un errore che alcuni avevano paventato, avvertendo che si sarebbe perso altro tempo addentrandosi in un vicolo cieco e non adeguato a creare un vero cambiamento, ma che è rimasto un allarme inascoltato nell’euforia della vittoria e di possibili ritorni elettorali.
Questi tentativi, infatti, come era più che prevedibile non sono decollati come si sperava e ancora devono giungere a una formalizzazione che probabilmente si attuerà solo in vicinanza del primo anniversario di quel referendum (molto tardi per la “memoria” degli italiani) attraverso coordinamenti o direttivi che coinvolgeranno in minima parte la base e che, partendo sostanzialmente da illustri personaggi, resteranno di vertice e frequentati da esperti o persone già attive politicamente.

Il grande movimento popolare di alternativa non nascerà certo da qualcosa di senz’altro giusto come la battaglia costituzionale, ma che, presentata in modo “deduttivo”, verrà concepita sempre come qualcosa di astrattamente “giuridico”.
Questo grande movimento non nascerà nemmeno riproponendo le solite alchimie di coalizioni elettorali, nell’ennesimo tentativo di unire una Sinistra ormai incapace di fare qualcosa che non sia la sterile ripetizione di falliti esperimenti passati e basati sempre su un equilibrio tarato sulle consistenze e percentuali delle forze politiche esistenti. Alchimie che, nella lentezza dell’ugualmente inefficace richiamo al percorso di “attuazione costituzionale”,  ne sono diventate di fatto concorrenti nel loro richiamo a coinvolgere le “masse”.

All’inizio si è parlato di “equivoci” e “certezze”.
Ecco: l’unica certezza uscita maggioritaria da quel referendum è stata la semplice voglia di partecipazione attiva, la voglia di poter incidere direttamente sulle scelte di indirizzo della nostra politica, al di là dei contenuti. Potremmo dire che questa volta la svista è stata quella di guardare la Luna e non invece il proverbiale dito.
E questa partecipazione non nascerà certo dallo stringersi intorno a Comitati o Coordinamenti Costituzionali, utili e importanti per quella specifica tematica (purtroppo percepita ancora in modo troppo astratto se non quando addirittura di retroguardia), ma che non sono in grado di essere facilitatori di un ricompattamento della base sociale.
E nemmeno servirà coinvolgere la base sociale (spesso solo come insieme di elettori con matita copiativa in mano) nelle solite coalizioni di partiti, movimenti, leader, apparati, ecc.

Si parlava prima di metodo “deduttivo”.
Ecco: il metodo giusto sarebbe (restando dentro questa metafora) un metodo “induttivo”, che partisse cioè dai problemi che la base sociale vive sulla propria pelle, individuando solo dopo come i principi costituzionali che ci stanno dietro siano garanzia di soluzione e come invece l’inosservanza degli stessi e il non integrarli con articoli che diano più potere ai cittadini, abbia creato le varie situazioni di degrado, disagio, ingiustizia.

Più di due anni fa in QUESTA NOTA citavo Heidegger quando sosteneva che “qualsiasi salvezza che non provenga da dove ha luogo il pericolo, è ancora sventura“.
Credo che il problema sia rimasto quello e che si siano persi altri due anni (da aggiungersi ai precedenti).
Le soluzioni devono tener conto di quella voglia di partecipazione attiva che è la vera certezza uscita dal referendum del 4 dicembre.

L’unica soluzione ragionevole non può quindi che essere quella di partire dal “pericolo heideggeriano”, dai territori e dalla base sociale; non per coinvolgerla, spesso solo come “forza numerica”, a progetti “costituzionali” o “elettorali”; non per proporle programmi e obiettivi già “masticati” da altri.
Ma piuttosto per ascoltarla e farla parlare, al di fuori delle cabine elettorali, offrendo ad essa la possibilità di proporre soluzioni e percorsi che nascano da confronti e decisioni attuate con metodi (e strumenti che li supportino) realmente democratici, orizzontali, partecipati e trasparenti; dando ad essa la possibilità di tornare a far politica con la coscienza di poter incidere direttamente sulle scelte politiche e di auto-organizzarsi, al di fuori del già esistente od offerto dall’alto, per potere arrivare ad auto-rappresentarsi attraverso un percorso di creazione di una vera alternativa popolare di base.

Purtroppo dalle ultime elezioni politiche abbiamo perso quasi cinque anni in cui nulla è cambiato e molto è peggiorato. Il trastullarsi in operazioni sempre identiche e fallimentari sta dando spazio alla destra e alla ferocia del capitalismo.

Quo usque tandem continueremo a ignorare la necessità di una vera rivoluzione copernicana delle prassi politiche?
Quanti anni ancora dovremo perdere, quando oggi potevamo già essere a metà del guado che divide il passato dal futuro?

Gian Luigi Ago


Secondo passo stentato dopo l’assemblea del Brancaccio

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L’appello ad aprire assemblee sui territori lanciato dalla Falcone e da Montanari dopo l’assemblea al Teatro Brancaccio è quanto di più generico possa esserci.

Si parla di apertura, trasparenza, democraticità come se fossero cose ovvie se non attuate attraverso  un metodo che le garantisca e che sia “il metodo” adottato ovunque da tutto il percorso.
L’accenno poi alla scelta di trovare orari e tempi in cui tutti possano partecipare alle assemblee evidenzia come non ci si sia posto minimamente il problema dell’organizzazione attraverso metodi e strumenti che garantiscano la partecipazione erga omnes e non solo per chi potrà recarsi alle assemblee

Che vuol dire poi “indire subito le assemblee nei territori senza aspettare nessuno”???

Ci sarà la solita corsa a chi convocherà le assemblee sentendosi poi in diritto di metterci il suo cappello sopra e stabilendone regole e modalità. Una gran confusione.

Tutto questo darà inevitabilmente vita ad assemblee che sulla carta saranno democratiche ma che presenteranno i soliti limiti delle assemblee (egemonia dei più noti, dei più carismatici, dei più preparati, ecc.) e poi la solita alzata di mano dei presenti.

I metodi e gli strumenti per rendere possibile l’orizzontalità di cui si parla invece esistono già da tempo e in Europa sono in molte forze politiche a usarli come sistema di organizzazione interna e talvolta anche come sistema partecipativo in alcune municipalità.
Ma da noi ne parlano in pochissimi e forse nemmeno li conoscono.
E’ questo non è un problema ma “il problema”

Partire con un progetto che si auto-definisce importante e ambizioso con una simile approssimazione significa imperizia, poca chiarezza, rischi di fallimenti già agli esordi.

O forse si tratta solo di essere tuttora ancorati a pratiche obsolete senza ancora riuscire a cogliere la necessità di quel passo avanti che può rendere un progetto davvero orizzontale, democratico e alternativo.
E questo, come stiamo vedendo, succede anche con persone valide come i due proponenti.

Gian Luigi Ago


Desolanti ballottaggi (e oltre)

ballottaggi

E mi diverto, amaramente… a leggere centinaia di commenti di persone che oggi si scannano su chi votare ai ballottaggi di elezioni che sostanzialmente non sposteranno di una virgola i problemi dei Comuni, della gestione democratica degli stessi, degli interessi che ci girano intorno, salvo forse un’aiuola più o meno fiorita di prima.

Chi voterà la destra per fermare il Pd, chi voterà il Pd per fermare la destra, chi voterà chiunque per fermare i grillini.
Una desolante corsa al “meno peggio” che svilisce la democrazia più con quelle croci tracciate a matita copiativa che con l’astensione.
Stesso teatrino provinciale (comunale…) a cui assistiamo da quarant’anni senza che ci sia stata alcuna rivoluzione e senza che nessuno abbia mai rivoluzionato le città.

E questo perché votiamo sempre altri, votiamo dei nostri rappresentanti anziché farci auto-rappresentanti.
Anche le lodevoli esperienze di liste civiche vengono poi risucchiate dallo stesso meccanismo e diventano di fatto altri partiti che  seguono le stesse macchinose e politiciste  logiche degli altri partiti, molto più evidenti in sede di ballottaggi.

Se la stessa vis polemico-politica, lo stesso tempo, lo stesso denaro, la stessa determinazione fossero stati distolti negli ultimi decenni da campagne elettorali inutili (visto che nulla hanno mai sortito nonostante splendidi programmi e obiettivi) e fossero stati dedicati invece alla costruzione di una forza popolare di base, cosa diversa da un partito ma anche da una lista civica (che altro non è che l’ossimoro di un partito senza partiti), forza popolare nata davvero in modo orizzontale e partecipato, tralasciando elezioni “intermedie” (che ormai sappiamo essere inutili e non in grado di essere vinte), se tutto questo si fosse cominciato a fare, appunto, almeno vent’anni fa oggi forse  questa forza esisterebbe e  sarebbe in grado finalmente di presentarsi ad elezioni per vincerle e non solo per fare testimonianza.

Capisco, certo, che fino a qualche anno fa eravamo nel Novecento e che tutti noi concepivamo la politica solo in questo modo (partiti, candidati, elezioni, rappresentanti da una parte e votanti dall’altra).
Ma oggi tutto ciò non è più giustificabile.
Oggi la realtà sociale è totalmente cambiata e chi riuscisse ad analizzarla, non dico marxianamente, come riterrei adeguato, ma anche solo con buonsenso, dovrebbe capire che non si può continuare a concepire la politica come il ripetersi di meccanismi ormai obsoleti che si seguono col paraocchi, in un loop da “giorno della marmotta” che ci ripropone ogni bene(male)detto anno sempre le stesse cose.
E’ ora che la sveglia suoni e che il giorno della marmotta abbia termine.

Oggi chi, per interessi di bottega o solo perché l’abitudine e la routine politica è difficile da scrollarsi di dosso, non capisce che la realtà è cambiata e che richiede nuove strategie, è condannato a rivivere per un altro ventennio le solite facciate contro il muro.

Oggi serve ripartire dalla base sociale, che non significa coinvolgerla ma che sia essa stessa a farsi attrice, a rompere il muro che divide ceto politico da una parte e bacino elettorale dall’altra.

Oggi bisogna partire dalle persone e dalle loro proposte (non da programmi scritti da altri a cui aderire) , dalle loro decisioni prese in modo paritario.
Non “una testa, un voto” (che è ancora verticismo) ma “una persona, un’idea, un voto”.

Molti lanciano, a livello nazionale, appelli in tal senso ma si scontreranno con i soliti problemi che già abbiamo riscontrato con Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa, solo per citare le più recenti esperienze

Perché succede questo?

Perché manca la consapevolezza (o la volontà) di capire  che qualsiasi proposta e progetto, per quanto giusta nei propri contenuti, deve prioritariamente far i conti col METODO, con la forma organizzativa.

Non si è ancora compresa la necessità di utilizzo di adeguati strumenti informatici, con al centro le piattaforme decisionali, cosa che non deriva da una “fissazione tecnologica” ma dalla consapevolezza che ciò è indispensabile se davvero si vogliono evitare le dinamiche del passato (vedi, per ultime, la corsa degli auto-nominati tanto in Altra Europa quanto nel Coordinamento per Democrazia Costituzionale) e dare il via a un progetto effettivamente democratico.

Serve “democrazia interna” a questi progetti, il reale superamento della delega e della rappresentanza a favore di forme di auto-rappresentanza, e degli strumenti necessari ad attuarla.

Senza questo anche i progetti più nobili e giusti naufragheranno inevitabilmente come i precedenti.

Gian Luigi Ago


Un Corbyn italiano? E per farci che?

corbyn

Lasciatemi dire in totale dissonanza: io un Corbyn italiano non lo vorrei.
Per farci che? Per dar vita al solito listone partitico di sinistra che poi dovrebbe appoggiarsi necessariamente al Pd, visto che da solo non avrebbe alcuna incidenza?

Le soluzioni per il cambiamento oggi passano da soluzioni distanti anni luce dai leaderismi e dai soliti triti equilibri politicisti.

Per intraprendere un percorso di cambiamento oggi sono necessarie due imprescindibili condizioni:

– partire veramente dalla base;
– usare metodi totalmente orizzontali.

L’appello Falcone/Montanari, giustissimo nelle sue declinazioni, deve scontrasi quindi , per non rimanere la solita ineccepibile dichiarazione di ottimi principi, con questi due punti.
Il 18 giugno ci sarà un primo incontro sulla base di questo appello.
Indovinate chi ha subito accettato?
Avete indovinato: tutti i partiti della Sinistra.
Si sarà troppo maliziosi a pensare che per loro sia il solito taxi per potere, attraverso una lista che superi gli sbarramenti elettorali, accedere o mantenere posizioni istituzionali?

La bontà di questo incontro sarà visibile sin dall‘inizio; la prossemica stessa ce lo farà capire. Se avremo un tavolo con i promotori dell’appello e i soliti noti deputati e capi di partito da una parte e una platea di comuni mortali dall’altra, già si partirà male.
Se poi in quell’incontro si proporranno Comitati organizzativi, operativi o di coordinamento, seppur temporanei o aperti a tutti, già la strada si delineerà come quella già vista più volte.

La questione è elementare: solo quei due semplicissimi punti di cui sopra possono far marciare le buone intenzioni verso un progetto serio.
Ma davvero non ci hanno fatto capire niente le passate esperienze, pur partite con gli stessi ottimi appelli?
Ci siamo dimenticati già di Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa?
Capisco gli apparati di questi partiti che hanno il loro tornaconto o, in subordine… credono davvero di essere ancora nel primo Novecento.
Ma la gente davvero abbocca ancora o  crede realmente possibile percorrere la stessa strada che da sempre ha fallito?

Sarebbe l’ora di capire che siamo già oltre il terzo lustro del XXI secolo.
E’ ora di dismettere le vecchie logiche e aprire a percorsi veramente degni di un futuro migliore.

Se poi qualcuno ha preso gusto alle facciate contro il muro, è un altro discorso

Gian Luigi Ago


ELEZIONI ED OLTRE (riflessioni personali e sentite scuse ad Hegel)

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Credo che per cambiare davvero non basti elaborare programmi elettorali perfetti, proporre obiettivi giusti, rivendicare diritti, denunciare lo sfruttamento e le ingiustizie. Sapeste nella mia lunga vita di attenzione alla politica quante proposte con queste caratteristiche ho visto e quante ne ho votate. Dapprima pensavo che bastasse proporsi più volte per avere prima o poi il consenso popolare. Poi ho pensato che bisognasse anche portare le proposte direttamente nei territori e sostenerne le lotte. Poi…sono passati quarant’anni… e mi sono accorto che la gente, alla fine della fiera, vota sempre chi sa che potrà vincere oppure per evitare che qualcun altro vinca. Dopo quarant’anni di fallimenti di partiti e movimenti che, pure proponendo obiettivi giusti e programmi perfetti, continuano a restare minoritari e quindi ininfluenti, mi sono domandato come mai cose che sono evidentenente giuste e dalla parte del popolo continuino a riscuotere consenso così minimo, pur con leader di diversa natura. Ne ho dedotto che il problema stava altrove.

E qui torno all’inizio: non basta proporre cose giuste e chiedere di farti eleggere rappresentante del popolo; non basta entrare nelle istituzioni solo per essere spesso inutile minoranza. Non basta e forse è anche la strada sbagliata.
Il problema principe della politica è  “la crisi della rappresentanza” e di questo ho già  scritto molte volte, e me ne scuso con i miei cinque lettori (non 25 come se ne attribuiva Manzoni…) . La gente non crede più ai “politici”, l’astensione aumenta e la partecipazione attiva alla “militanza”, come si diceva una volta, è infinitesimale rispetto alle masse e al mutato quadro di riferimento sociale che non presenta più “classi” così omogenee e facilmente definibili come quarant’anni fa. I riferimenti ideologici non hanno più la presa di un tempo ma anzi selezionano in partenza chi potrà seguirti. Oggi la grande antinomia è tra un vertice di Potere e una base di sfruttati dispersa, frantumata, trasversale, anche alle ideologie. Non è un caso che abbiano più appeal liste civiche senza riferimenti espliciti a sinistra od a ideologie, anche se poi, giustamente, esse sono evidenti negli obiettivi che tendono ad aumentare diritti, solidarietà, lotta a ogni sfruttamento.
Anche i politici più scafati lo
hanno capito e si presentano in liste civiche, in parte nascondendo e in parte lasciando trasparire la loro appartenenza politica in un sottile gioco di equilibrio.
Ma non basta ancora.

Si cerca allora di riavvicinare la gente alla politica invitandola a partecipare attivamente, si cerca di coinvolgerla per farla sentire attrice del progetto. Cosa lodevolissima. E però (perché c’è sempre un però) non basta ancora e i risultati elettorali lo confermeranno come sempre.

Questo perché se il problema è la “crisi della rappresentanza” è lì che bisogna intervenire. E non certo con riverniciature ma con qualcosa che richiede umiltà, rinunce e coraggio.
Oggi serve spezzare lo iato tra rappresentanti (ceto politico) e rappresentati (bacino elettorale) rendendo la base sociale davvero artefice e attrice (non solo elettrice), ma senza infingimenti.
Questo significa che l’idea di partito deve ritornare alle semplici venti parole dell’art.49 della Costituzione, significa che non si deve più coinvolgere la base sociale in programmi e obiettivi scritti da pochi politici e solo dopo condivisi dalla stessa ma piuttosto che essi dovranno effettivamente essere proposti, discussi, votati e scritti insieme. Tutto in maniera TOTALMENTE orizzontale. Solo in questo modo potrà  nascere una forza popolare che cambi e riporti allo spirito originale il concetto di “partito” (se così vorremo ancora chiamarlo) senza alcuna gerarchia, senza alcun livello o rappresentanza interna. Solo un insieme di persone che nei propri territori propone, discute e decide alla pari, collegandosi poi alle altre realtà esterne. Ed esistono oggi anche mezzi tecnologici per garantirne orizzontalità e trasparenza . Questo è l’UNICO modo per riavvicinare la gente alla passione della politica attiva.
In questo modo non avremo più un ceto politico   che si propone come rappresentante di altri ma un’unica forza popolare che in maniera hegeliana da tesi e antitesi arriverà a una sintesi che entrambe le unisce e le supera. Non ci saranno più “rappresentanti” che con spirito di sacrificio… (si fa per dire) si candidano a qualcosa ma persone frutto di un’autorappresentanza di questa base sociale che costituirà il fronte di alternativa e  cambiamento.
Attenzione: queste non sono utopie o deliri da chi vi scrive da un letto di ospedale, ma cose che già si stanno strutturando in molte parti d’Europa.

Il passaggio dalla rappresentanza all’auto-organizzazione e auto-rappresentanza della base sociale, nello spirito dell’articolo 49 della Costituzione, sono l’UNICA strada che potrà portare verso un reale cambiamento che ribalti i rapporti di potere oggi vigenti e che eviti le periodiche e ormai qurantennali sconfitte minoritarie da cui nulla si è imparato.

Ultima annotazione:
certo: è una strada lunga e difficile, anzi lunghissima e difficilissima, una strada malvista da chi sogna impossibili vittorie prêt-à-porter  o da chi punta a leadership o a gratificanti poltrone  istituzionali. Ma è meglio una strada lunga che ci porterà (noi o chi dopo di noi) alla meta che una strada più rapida e usuale che più volte ci ha fatto però prendere facciate sul fondo di un vicolo cieco.  Ma l’ho scritto prima: le tre condizioni essenziali sono umiltà, rinunce e coraggio. L’umiltà di sentirsi davvero pares inter pares, le rinunce ad ambizioni personali, il coraggio di abbandonare il navigare nel comodo sottocosta della solita politica, il coraggio di affrontare il mare magnum di un nuovo percorso orizzontale verso il cambiamento.
Adelante!

Gian Luigi Ago


I limiti della democrazia rappresentativa, partecipata e diretta

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Se si analizzano i modi in cui sono state elaborate e prese fino ad oggi le decisioni politiche (sia a livello di piccoli gruppi che a livello di istituzioni) è facile notare come quasi sempre esse si sono avvalse di metodi che, in misura maggiore o minore, non sono mai stati totalmente democratici.
Si è sempre passati infatti da decisioni affidate a leader politici ad altre prese da comitati politici, congressi con mozioni e/o delegati o assemblee.
Tutte forme che contengono, esplicitamente o implicitamente, delle forme di verticismo che condizionano la possibilità di coniugare il metodo con un’assoluta corrispondenza al volere comune.

Possiamo riassumere le principali forme di democrazia oggi esistenti in: democrazia rappresentativa, democrazia partecipata, democrazia diretta.

Tutte, come già detto, presentano però dei limiti.

DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA:

E’ quella ad esempio prevista dalla nostra Costituzione e che prevede una delega in bianco ad alcuni eletti che gestiscono il loro mandato per un tempo determinato in piena autonomia e senza vincolo (come sancito dall’articolo 67 della Costituzione).
Questa forma viene adottata anche in altri ambiti di piccoli gruppi/movimenti/partiti.
In questa forma di democrazia non è possibile il cosiddetto recall, cioè cambiare idea durante il mandato e togliere la delega all’eletto;
si deve votare in blocco il pacchetto programmatico del candidato e del partito, anche se contiene singoli punti su cui non si è d’accordo;
nella maggioranza dei casi si scende quindi a un compromesso votando il programma e il candidato che più si avvicina alla nostra idea e maggiormente ci rappresenta, anche se non totalmente;
data l’autonomia dell’eletto, non è possibile imporre dalla base scelte che non gli siano gradite;
anche riferendosi a piccoli gruppi/movimenti/partiti la struttura che si crea è una struttura a delega piramidale.

DEMOCRAZIA PARTECIPATA

E’ da distinguere dalla “democrazia partecipativa” che meglio sarebbe definire “metodo partecipativo”.
La democrazia partecipata è quella che permette, ad esempio, ai cittadini di interagire con le istituzioni e i propri rappresentanti con proposte, discussioni, petizioni, ecc.
Anche questo tipo di democrazia presenta dei limiti, pur essendo utile per creare stabili rapporti di comunicazione con gli eletti nelle istituzioni:
non si tratta innanzitutto di un processo decisionale ma consultivo, di indirizzo;
la decisione finale compete quindi sempre a chi è nelle istituzioni con cui si partecipa;
non è rappresentativa della totalità della base in quanto potrebbero, volta per volta, partecipare a queste iniziative solo coloro che sono favorevoli o contrari;

DEMOCRAZIA DIRETTA:

Anche  la democrazia diretta, di cui oggi tanto si parla, talvolta equivocandone il senso, può avere dei limiti democratici.
E’ il tipo di democrazia in cui tutti decidono tutto, concettualmente la più democratica.
Ma soprattutto in questo caso è importante il METODO che si sceglie per realizzarla compiutamente.
Senza il metodo giusto anche questo tipo di democrazia presenta molti limiti:
è molto impegnativa perché tutti devono essere sempre attivi in tutte le decisioni, essere presenti sempre e comunque, specialmente se queste decisioni si svolgono in assemblee fisiche;
il rischio è quindi quello del dominio di chi ha più tempo a disposizione;
altro rischio è il dominio degli estroversi, ad esempio coloro che in una assemblea hanno più voce, carisma e capacità dialettica;
c’è poi il pericolo di un’oligarchia su temi complessi e specifici su cui tutti non hanno le necessarie competenze, non esistendo la possibilità di delega;
altro rischio è l’apatia che può essere conseguenza di un aumento delle deliberazioni comuni;
necessita infine di una continua ed efficace informazione erga omnes su ogni cosa.

CHE FARE QUINDI?

La soluzione per ovviare a tutti questi limiti, e addivenire a una forma di democrazia il più possibile coincidente con il volere popolare, sta nell’attuare un metodo che coniughi il meglio di tutte questi tipi di democrazia e ne elimini di contro i vari difetti.
Un metodo che dev’essere supportato da strumenti che rendano possibile tutto questo.

E’ quella che possiamo definire DEMOCRAZIA LIQUIDA, un metodo che unisce e si muove, a seconda dei momenti e delle situazione, tra il meglio dei vari tipi di democrazia che abbiamo elencato.
Sì quindi a forme di delega ma non in bianco, revocabili del tutto o in parte, potendo tornare al voto diretto in ogni momento del processo decisionale, con la possibilità di proxy voting, ovvero un sistema di deleghe a cascata, deleghe globali oppure per singole tematiche o singole questioni.

Servono però degli STRUMENTI che consentano tutto questo oltre a garantire la partecipazione attiva di tutti, non solo al momento del voto ma anche a quello dell’elaborazione delle proposte e della discussioni che lo precedono.

Oggi la tecnologia ci mette a disposizione delle piattaforme informatiche che consentono con una approssimazione quasi assoluta l’esercizio di una democrazia realmente paritaria, orizzontale e partecipativa.
La più famosa è la piattaforma open source LIQUIDFEEDBACK che consente a tutti di fare proposte, controproposte ed emendamenti in tempi stabiliti (policy) e che devono preventivamente superare una soglia di interesse comune.
Lo strumento informatico, mettendo a disposizione tempi più o meno lunghi per ogni discussione/votazione, non costringe ad essere presenti in un luogo e a un orario preciso ma consente di dare il proprio contributo in qualsiasi momento dello spazio temporale a disposizione.
Inoltre il metodo di votazione Schultze  che consente una votazione basata su assenso/astensione/dissenso/voto plurimo,  rende l’esito della votazione il più possibile coincidente con la volontà politica degli elettori.

Vorrei che non si equivocasse: ovviamente questi strumenti non escludono gli incontri fisici ma ad essi si affiancano e ne sono complementari e possono avvantaggiarsi anche di altri strumenti quali, ad esempio, i Forum di discussione.

Quello che oggi può riavvicinare le masse alla politica partecipativa è l’assoluta orizzontalità, trasparenza ed efficacia del fare politica.
Per realizzare tutto questo il problema principale è quello del METODO, metodo (supportato poi da idonei strumenti) che superi la crisi della rappresentanza eliminando lo iato tra base sociale e ceto politico, tra rappresentati e rappresentanti e vada verso un’auto-organizzazione e auto-rappresentanza della base sociale che si faccia, dal suo interno, forza popolare di alternativa.

Oggi questa è l’unica strada realmente innovativa e in grado di dare una risposta alla mutata realtà sociale, superando metodi otto/novecenteschi che non a caso non risultano più rappresentativi e producono solo fallimenti, disaffezione e allontanamento dalla politica attiva.

Gian Luigi Ago


Verso le amministrative

 

Le amministrative incuriosiscono soprattutto perché svelano, attraverso chi nutre (o finge di nutrire) verso di esse soverchie aspettative, lo stato dell’arte della politica locale e di riflesso nazionale.

Esse rappresentano anche la cartina di tornasole delle ambizioni personali:
imprenditori che diventano improvvisamente politici, politici che nascondono il più possibile il loro essere politici, altri per cui, più che il risultato elettorale, è importante la campagna elettorale in se stessa in quanto è in grado di rafforzare la propria immagine personale, altri ancora che disinvoltamente appoggiano l’inappoggiabile o passano disinvoltamente da uno schieramento all’altro.

Curioso sarà assistere ancora, negli eventuali ballottaggi, al triste rito del “voto utile” per cui si appoggerà chi prima si dipingeva come il diavolo, adducendo come scusa il necessario fare scudo all’avvento del “peggio” ma in realtà sperando in una risicata ricompensa in poltroncine (per essere utili alla città…si intende…). Come se non fossero proprio le  politiche del “meno peggio” a far crescere, come reazione, il “peggio”.

Si salvano solo sparute liste civiche (intendo “vere liste civiche”, non quelle che servono a maschere per i soliti noti) animate esclusivamente – spesso però anche un po’ ingenuamente e in modo naif – dall’evidenziare, attraverso la visibilità  della loro campagna elettorale, la possibilità di dar vita a una vera partecipazione individuale che vada al di là delle elezioni e degli interessi di partito e che si sviluppi quotidianamente, e non solo a scadenze elettorali, attraverso un riavvicinamento alla politica attiva dei cittadini.

Insomma, in queste tristi rappresentazioni che ormai sono diventate le elezioni, non c’è nulla di nuovo sotto il sole.
E’ specialmente in questi momenti che si sente il bisogno di nuove prassi politiche, di rompere la dicotomia costituita da una parte dalla base sociale (leggi: bacino elettorale) e dall’altra da ceti e apparati politici.
Ed è sempre in questi momenti che cresce il bisogno di ridare a politica e partecipazione il loro vero senso etimologico.

Ci troviamo oggi in una fase epocale di passaggio, in cui il anche il “passato” comincia ad accorgersi che il “futuro” sarà inevitabimente diverso da prima e allora si traveste un po’ con idee, apparenze, slogan simili ad esso, senza però rompere del tutto con quello che si era e che resta, appunto,  mascherato, nemmeno tanto bene, dietro il nuovo “vestito” elettorale.

Il futuro arriverà prima o poi, questo è sicuro (d’altronde arriva sempre…).
Si dovrà però ancora lavorare a lungo per superare il retaggio di un modo di fare politica standardizzato e che per molti appare ancora l’unico possibile.
Adelante!

Gian Luigi Ago