Cosa frena l’alternativa

 

Presentazione1

I motivi per cui In Italia non si riesce a creare un vero percorso di alternativa a questo sistema, si possono approssimativamente riassumere, riportandoli a due motivi principali connessi tra di loro e contenenti a loro volta molte altre conseguenti concause.

Partiamo dal primo. Le istituzioni delle società capitaliste sono degli strumenti che chi vuole rivoluzionare la società deve talvolta sapere usare tatticamente senza considerarle però i mezzi privilegiati, o addirittura unici, attraverso i quali poter creare l’alternativa ma semmai un’opportunità finale, e sottolineo “finale”.

Pensare che le lunghe marce progressive (e magari magnifiche come le leopardiane sorti) all’interno di meccanismi elettoralistici, equilibrismi, alleanze e rapporti di forze all’interno del  fasullo spazio di confronto democratico della nostra politica, possano prima o poi dar vita a un fronte popolare capace rivoluzionare la società, significa accettare di fatto il “migliore dei mondi possibili del sistema capitalista” ed esserne di fatto assorbiti per svolgere un necessario (per il capitalismo) ruolo di opposizione, parodia di un democratico gioco delle parti che condanna però a un’eterna subalternità che, attraverso una inevitabile minorità, non può porre le basi per un reale superamento dello status quo.

La fase elettorale può servire in determinati momenti ma può tranquillamente essere ignorata in altri se non produce null’altro che  la speranza di far eleggere propri rappresentanti  che non avranno alcuna possibilità di cambiare alcunché, schiacciati dalle maggioranze, dai voti di fiducia, dagli accordi parlamentari.

La ricomposizione della base sociale, l’eliminazione dello iato che esiste tra classi politiche e base socialie può nascere solo lavorando nei territori, nel vivo delle lotte e delle situazioni di disagio.
E non si dica che si possono fare entrambe le cose perché la storia dei fallimenti della sinistra degli ultimi anni dimostra il contrario.
E lo dimostra tra l’altro anche la cronaca dei nostri giorni.
Solo in vicinanza di elezioni (politiche, amministrative, regionali) assistiamo a un proliferare di liste, di nuovi movimenti, di proposte, di programmi politici.
Si punta tutto sulla fase elettorale, sacrificando la fase di costruzione di percorsi di ricompattamento della base sociale.

E siccome in Italia c’è più di un’elezione all’anno, non c’è mai un periodo  che permetta di lavorare a un progetto serio; anzi: finita un’elezione già si lavora in vista della seguente.
E’ difficile allontanare il sospetto che lo scopo sia solo sopravvivere e sistemare qualcuno nelle istituzioni (spesso sempre i soliti leader).
Sappiamo anche che tutte queste nuove liste, movimenti e partiti, saranno, subito dopo le elezioni, soggetti a scomparire o a nuovi rimescolamenti, soprattutto a fronte del solito insuccesso.
E tutto questo non riporta certo la base sociale a riavvicinarsi alla politica, ma, con le delusioni procurate dall’ennesima fiducia accordata invano alle nuove entità, creerà un ulteriore allontanamento dalla politica partecipata.

E la “politica partecipata” ci porta direttamente al secondo motivo dell’impossibilità di creare un vero fronte popolare di alternativa.
La grande questione del “metodo”.
A scrivere programmi bellissimi son buoni tutti, e infatti tutti lo fanno.
Basta una penna e un foglio di carta (oggi un pc) e ci si può mettere dentro le cose più giuste, anche la pace nel mondo come succede a Miss Italia.
Insomma un bel libro dei sogni, tanto “per fortuna” le elezioni non si vinceranno, altrimenti sarebbe difficile poi attuare quanto promesso.
Il meccanismo è sempre il solito: in maniera più o meno velata le proposte, le liste, i programmi, ecc.  sono formulati da pochi e calati dall’alto, proponendo poi una partecipazione ex-post per eventuali modifiche.
Il sistema di partecipazione è quasi sempre quello usurato delle assemblee con tutti i limiti di approssimazione, fretta, confusione, scarsa democrazia e coinvolgimento che hanno.

Nessuno ancora accetta metodi e strumenti che garantiscano la partecipazione di tutti e lo stesso potere di proposta, discussione e decisione di chiunque altro, non annullando peraltro assemblee e tavoli di lavoro, ma integrandole per rendere davvero orizzontale e democratico il percorso.
Probabilmente non si accettano questi metodi perché una parità così assoluta eliminerebbe il carisma di pochi, la capacità di influire sulle decisioni, le rendite di posizione.
Prova ne è che tutti i movimenti/partiti si basano ancora, chi più e chi meno,  su deleghe assolute, su comitati, coordinamenti, presidenze, ecc.
Una totale democrazia interna non esiste in nessun movimento/partito.
Di questi limiti e su metodi e strumenti ho già parlato in questo VIDEO

Il discorso sarebbe ancora molto lungo e ogni singolo accenno potrebbe essere approfondito ulteriormente.
Resta il fatto che senza un percorso basato su metodi realmente trasparenti, democratici, orizzontali e continuando a dar vita solo a progetti preminentemente elettorali, si verificherà il solito loop, il solito circolo vizioso che ci tiene fermi al palo da decenni.
Oggi serve il coraggio di voltare definitivamente pagina con prassi, metodologie e strutture ormai obsolete.
Solo l’inedito può dare il via a un processo che riporti la base sociale a essere protagonista di un vasto fronte popolare di alternativa al sistema.

Gian Luigi Ago

 

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Un anno fa proponemmo…

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Un anno fa, più o meno in questi giorni, nel corso di un’assemblea politica nazionale svoltasi subito dopo il referendum del 4 dicembre, tra i tanti documenti/proposta presentati, ce n’era anche uno che avevo contribuito a redigere, insieme ad altri.
La proposta contenuta nel documento, partiva da un’analisi del mutato quadro politico per cui si sosteneva che:

“non è più credibile rieditare tentativi già falliti attraverso unioni della sinistra, coalizioni, federazioni o contenitori vari né tantomeno cercare l’affermazione di un singolo partito/movimento rispetto agli altri”

[da ora in poi i pezzi virgolettati in corsivo sono estratti testualmente da quel documento]

Si sosteneva quindi che:

“non si può più guardare unicamente al tradizionale recinto politico e mediatico che ormai non ha più alcun punto di riferimento con la realtà sociale essendosi trasformato in un ceto e in un ambito autoreferenziale, destinato all’inefficienza e alla naturale scomparsa”

Queste premesse erano seguite anche da un’analisi dettagliata sulla situazione economico-sociale ed evidenziava la necessità fondamentale di porsi l’obiettivo prioritario di una “riconversione ecologica dell’economia”

Le conclusioni erano molto semplici e si concentravano su pochi essenziali punti:

incamminarsi, insieme a molti altri soggetti individuali e collettivi, in un percorso orizzontale, democratico, innovativo sia nelle metodologie che negli strumenti, il più inclusivo possibile”;

“catalizzare i vari processi sociali già in atto, facilitare la interconnessione e confluenza in un medesimo percorso di quanti si sono allontanati dalla partecipazione alla vita politica”;

“evitare una volta per tutte di ripetere l’esausto schema di unire la sinistra per puntare a impossibili vittorie tramite graduali scalate elettorali”;

“riportarci alla politica attiva e soprattutto incisiva, “tra” e “con” la gente, aprendoci a tutte le possibilità di un confronto con la base sociale e impegnandoci in un lavoro di costruzione comune”;

“realizzare una vera democrazia orizzontale che permetta una partecipazione realmente attiva di tutti e ciascuno degli aderenti, aprendo alla partecipazione democratica di TUTTI gli aderenti a livello di proposte, di discussione e di voto. Tutte le proposte, le discussioni e le decisioni, non siano  prerogativa di pochi ma a disposizione di tutti gli aderenti”.

Riassumendo si proponeva di darsi una democrazia interna il più ampia possibile, mantenendo strutture di coordinamento ma rendendo TUTTI attori in TUTTE le proposte, discussioni e decisioni.

Inoltre si proponeva di ignorare il campo della solita Sinistra radicale e di rivolgersi invece ai tanti delusi dalla politica, anche dalla Sinistra più radicale, per coinvolgerli in maniera attiva in un percorso di costruzione di un’alternativa a livello di individui e non di partiti.

Si proponeva infine di lanciare questo nuovo processo in una grande Assemblea in cui i promotori fungessero  solo da facilitatori di questo percorso da fare insieme a quanti decidessero di farne parte.

Una proposta simile era già stata presentata in un’omologa assemblea nel 2015, e nel documento del 2016 se ne faceva cenno scrivendo che:

“Essa fu bocciata principalmente con l’accusa della troppa rigidità della linea politica suggerita, la quale secondo queste obiezioni, avrebbe impedito libertà di movimento nelle situazioni che si sarebbero via via venute a creare.
La strada che noi indichiamo è invece esattamente il contrario di una linea politica rigida.
Cosa c’è di meno rigido infatti di confrontarsi con altri senza nulla di stabilito a priori, se non dei valori e degli obiettivi di riferimento?
Cosa c’è di meno rigido dello sperimentare e costruire insieme nuove forme della politica?
Cosa c’è di meno rigido del creare un percorso che sia un laboratorio in cui ognuno può portare idee, proposte, valori aggiunti?”

Bene: il documento presentato l’anno scorso (dicembre 2016), che fu anche illustrato con diversi interventi di approfondimento, fu anch’esso tacciato di essere una lunga marcia nel deserto e non solo ricevette pochi voti a favore, ma fu l’unico dei molti presentati a ricevere molti voti contrari.

Si scelse una strada diversa, legata a vecchi costituzionalisti, che dopo circa nove mesi estromisero autoritariamente quanti speravano in un’improbabile, se non impossibile apertura a nuovi metodi del fare politica e a obiettivi realmente alternativi. Esito ben prevedibile e da molti anche espressamente paventato.

Ma perché tutte queste rimembranze?
Per sottolineare che spesso in politica manca la lungimiranza e ci si muove dall’estremo di una eccessiva prudenza a quello di avventuristiche iniziative.
I veri percorsi di alternativa si costruiscono necessariamente, e purtroppo, nel tempo e con fatica. Da molte parti, da molti movimenti e in molte occasioni negli ultimi tre/quattro anni si è insistito sull’intraprendere questa strada.
Se si fosse iniziato allora, forse oggi si sarebbe già costruito qualcosa di solido e importante.

Ora molti dicono le stesse cose di cui ho scritto sopra e molti cercano di praticarle; ma – a parte il fatto che, oltre alla lungimiranza, un’altra qualità del fare politica è la tempestività – esse non potranno mai avere un esito positivo se preliminarmente non si sono stabiliti metodi e strumenti innovativi che ne permettano l’attuazione (e questo anche all’interno dei movimenti che le propongono) e poi se  le decisioni non sono TOTALMENTE prese da tutti e non calate dall’alto di un pacchetto che è di fatto confezionato da pochi, già precostituito attraverso un programma, che potrebbe anche essere seriamente emendabile, e anche rivoluzionabile, solo se ciò avvenisse attraverso i METODI e gli STRUMENTI di cui sopra e non solo con la solita serie di assemblee territoriali.

Non basta avere obiettivi giusti, alternativi e rivoluzionari se essi non camminano su binari che non siano viziati nemmeno da pur insignificanti difetti di verticismo che li fanno percepire, a torto o a ragione, come  qualcosa di troppo simile a tanti altri calati dall’alto e solo a scopi elettoralistici.
Oggi l’unica vera alternativa può nascere da una rigorosa fedeltà ai soli metodi e prassi che possono creare una VERA partecipazione attiva, democratica, orizzontale e inclusiva, a prova di qualsiasi obiezione.

In ogni caso auguri a chi ci prova, sperando sempre di sbagliarmi, nonostante tutto.

 P.S.
Teorema: la credibilità di un appello politico è inversamente proporzionale alla vicinanza alle elezioni.


Gian Luigi Ago

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Sommovimenti nella post-sinistra

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Continua il sommovimento in quell’area che per comodità potremmo ancora definire “sinistra” ma meglio ancora “post-sinistra”. L’avvicinarsi delle politiche ha messo in moto già da qualche mese tentativi di recuperare delusi dalla politica e astensionisti.

Si è iniziato con il tentativo Costituzionale di Paolo Maddalena finito in un modo arrogante e verticistico con esclusione di quanti manifestavano anche solo dubbi sulla posizione del “Direttivo”.
Tentativo che comunque portava in sé l’errore di valutazione per cui la vittoria del NO al Referendum del 4 dicembre 2016 significasse un interesse preminente della base sociale riguardo al tema costituzionale, non rilevando che quel voto nasceva in gran parte dai voti di tutta la destra, da un’idiosincrasia diffusa verso Renzi, dall’avversione verso singole leggi (jobs act, buona scuola, ecc.) e che chi veramente aveva votato per la difesa della Costituzione costituiva in realtà una percentuale molto bassa.
E quindi non si è capito che l’intero 60% di quel NO (ma nemmeno meno della metà) non potesse essere recuperabile per un percorso politico centrato su quel tema, per molti purtroppo percepito come molto astratto, non cogliendone lo stretto nesso che c’è invece con i problemi reali.

L’eutanasia del Brancaccio è cronaca di questi giorni; e qui l’errore è stato, pur con tutta la buona volontà, continuare a dar credito e rivolgersi a partiti, movimenti, associazioni e non a singoli individui.
I partiti hanno usato questo percorso come trampolino di lancio ma poi sono finiti a un’unità tra SI, MDP e POSSIBILE che punta a un accordo elettorale per un centrosinistra col PD, in attesa di Pisapia, Grasso e Boldrini.

Gli ultimi di questi tentativi li vediamo in questi giorni:

quello promosso da Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa col nome provvisorio di “La mossa del cavallo”, che sta indicare il metodo per cui sparigliare il terreno e scavalcare gli avversari; sarà lanciato con una conferenza stampa alla Camera dei Deputati Giovedì 16 novembre.
Da quello che si legge finora, il limite, al di là delle indubbie buone intenzioni, sembra essere lo stesso che fu quello del tentativo di Paolo Maddalena, cioè partire dalla difesa della Costituzione (cosa sacrosanta in se stessa ma non funzionale, se non fuorviante, per richiamare alla partecipazione attiva);

c’è poi la proposta dell’ex OPG occupato Je so’pazzo che non ci sta a rinunciare all’Assemblea del 18 novembre annullata del Brancaccio e lancia un “facciamola noi” nella stessa data e sede, interessante ma forse troppo azzardata e pretenziosa.

Come si vede un sommovimento generale, dovuto senz’altro alla vicinanza delle elezioni politiche (mai una volta che questi progetti nascano lontani da esse) che, nonostante una legge elettorale pessima e probabilmente anch’essa, come le precedenti, anticostituzionale, attira molto soprattutto coloro che pensano che l’alternativa si costruisca attraverso un consenso elettorale e non attraverso una genesi dalla base sociale (non quindi da personalità, politici, costituzionalisti,ecc.), genesi di cui si può solo essere facilitatori.

Genesi che deve creare una partecipazione di singoli individui, anziché una alleanza di sigle (e questo non esclude che gli individui poi appartengano a sigle) totalmente orizzontale e democratica, con un’organizzazione leggera e senza poteri decisionali che sono invece di tutti coloro che aderiranno. Decisioni, scelte di percorsi, obiettivi, programmi, proposte che non possono più essere redatte e calate dall’alto di pochi “illuminati” ma devono essere frutto di discussioni tra tutti con metodi TOTALMENTE paritari supportati da strumenti accessibili a TUTTI che non possono essere solo assemblee fisiche, che non possono articolarsi su deleghe in bianco, ma devono saper utilizzare strumenti che consentono a tutti di esprimersi in ogni momento.

Ecco, penso (e ripeto: al di là delle buone intenzioni che si possano avere) che ancora non si abbia il coraggio e/o la percezione che, senza quel passo avanti che elimini anche solo la possibilità di tutti i pericoli, trucchi, manovrine, ecc. insiti nelle pratiche politiche del passato, ci sarà sempre il rischio che qualcuno o qualcosa porti questi esperimenti al fallimento.

Gian Luigi Ago


E’ crollato il Brancaccio

brancaccio per sito

L’Assemblea del 18 novembre è stata annullata, Finisce così l’effimero esperimento nato il 18 giugno al Teatro Brancaccio ricalcando quelli già falliti negli anni passati, e perciò fallito anch’esso.
E questo anche se si dice che continuerà in modo autonomo.
Ho già scritto a lungo in questi sei mesi sulla caducità di questo percorso.
Qui alcuni link:

“Secondo passo stentato dopo l’assemblea del Brancaccio”
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/06/24/secondo-passo-stentato-dopo-lassemblea-del-brancaccio/

“I due dioscuri scrivono a Pisapia”:
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/07/02/i-due-dioscuri-scrivono-a-pisapia/

“Alleanza Popolare: si continua sulla vecchia strada”:
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/09/07/alleanza-popolare-si-continua-sulla-vecchia-strada/

Gian Luigi Ago


I ponti siciliani (dalle elezioni siciliane a quelle politiche)

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No, non si tratta del solito ponte sullo Stretto ma piuttosto dei ponti che si stanno costruendo per far passare dalle proprie parti i carri dei futuri vincitori per saltarvi sopra più agevolmente.
Nella logica politica di questo sistema, a cui tutti i partiti politici (e quando si dice tutti, si intende proprio tutti ) si adeguano, le elezioni siciliane non sono servite per dare una nuova amministrazione alla Regione siciliana; e quando mai?
Il senso di queste elezioni è solo quello di essere prefigurative degli scenari delle prossime elezioni politiche e propedeutiche alle strategie da seguire per vincerle (per chi può) oppure per non essere tagliati fuori per altri cinque anni.
Tutti i partiti (proprio tutti, come si diceva) hanno individuato i propri interlocutori: il grande bacino dell’astensionismo.

E questo non è dettato da una sana visone politica tesa a riportare la gente a interessarsi e partecipare alla politica in maniera attiva.
Macché: basta che siano disponibili a fare una croce sulla scheda elettorale; è solo una questione di numeri; la “forza dei numeri” di cui parlava Marco Revelli dopo essersi convertito a queste logiche che prima stigmatizzava.

Le elezioni siciliane fanno presagire l’esistenza di due forze che, al momento e salvo cambiamenti nei prossimi mesi, possono puntare alla vittoria alle politiche: il Centro-destra (solo se si presenterà unito) e il Movimento 5 Stelle che si aspettava certo di più da queste elezioni ma che comunque mantiene percentuali alte. Percentuali che però non potrebbero bastare in caso di un futuro accordo PD-FI, salvo alleanze.
Ma il M5S, si sa, non è favorevole ad alleanze (almeno per ora).

E’ possibile quindi che si cerchi di tornare alla deprecabile pratica del “voto utile” appoggiando dall’esterno il M5S, passando bellamente sopra alla loro natura sostanzialmente né di destra né di sinistra (quindi di destra), al loro sentirsi non-antifascisti, al loro essere un partito padronale senza alcuna democrazia interna, alle loro equivoche posizioni sui diritti, sull’immigrazione, sul lavoro, alla loro incompetenza amministrativa dimostrata nei Comuni che hanno governato, ecc.

Sono ormai passati quasi tutti i cinque anni che ci separano dalle ultime elezioni politiche e tutte le speranze riposte nella costruzione di un qualcosa che si basasse su una partecipazione realmente orizzontale e democratica sono svanite. Tutti gli sforzi fatti per costruire una vera alternativa a PD, Destra e M5S sono stati regolarmente risucchiati da tentativi che più o meno palesemente erano comunque sempre calati dall’alto e gestiti da pochi.
La colpa dell’astensione, che si manifesterà nuovamente alle prossime elezioni politiche, chiunque vincerà, non sarà quindi dei tantissimi che non andranno a votare ma di chi non ha saputo, e spesso voluto, attraverso cinque lunghi anni, dedicarsi a un percorso che portasse alle prossime elezioni un fronte popolare deciso a incidere nella politica con un chiaro segno di discontinuità. Formalmente come fu il 4 dicembre 2016, ma senza i svariati motivi che portarono a quel no (idiosincrasia verso Renzi, votanti di destra, voti di generica protesta, voti contro singole leggi, ecc.) ma piuttosto con l’entusiasmo e con la coscienza di essere parte attiva, e non solo votante, di un percorso fatto insieme.

Percorso che però non c’è stato (e che non si è voluto fare) in cinque anni e che non si potrà certo fare entro i quattro mesi dalle elezioni con invenzioni che saranno comunque costruite e calate dall’alto di una qualsivoglia oligarchia. Non scherziamo.

Aver buttato via altri cinque anni di possibilità sarà una cosa che sconteremo tutti; qualcuno certo si potrà appagare di qualche seggio in Parlamento, altri daranno la colpa a chi non ha appoggiato il “voto utile”.
Ma non è in fondo quello che è già successo nel 2013?

Siamo fermi allo stesso punto di allora, anzi più indietro, avendo collezionato altre delusioni, fallimenti, defezioni dalla politica attiva.
Auguri a chi si presterà ancora a questi giochi e calcoli sempre totalmente interni ai soliti schieramenti, numeri e meccanismi politici.

Gian Luigi Ago


Priorità (coazione a ripetere)

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Insisto sempre sugli stessi concetti ma non è colpa mia se la realtà si ripete ogni giorno sempre uguale come in un eterno “giorno della marmotta”

Tutti oggi parlano di priorità.
Per molti, ad esempio è la legge elettorale.
Eppure è inevitabile che la faranno comunque i soliti noti e a loro precisa misura.
Raccolta di firme, petizioni o suppliche alle Istituzioni saranno cestinate senza nemmeno essere guardate, stiamone certi.

Altro esempio: tutti parlano di “ceto politico” però ogni iniziativa giusta si va a praticarla proprio insieme a quel ceto o comunque a chi come quel ceto ragiona;
e poi si grida allo scandalo e al fascismo se si prendono delle sportellate in faccia.

Nonostante tutto ciò, si continua a dedicarsi prevalentemente a battaglie, certo giuste, giustissime ma con un unico difetto: sono già perse in partenza perché non ci sono, anzi non ci si è mai preoccupati di costruire, le condizioni per poterle vincere.

E tra l’altro queste battaglie si scelgono seguendo l’agenda dettata dallo stesso ceto politico che si vuole combattere.

In parte questo approccio è dovuto all’abitudine a un’eterna opposizione e si pensa sempre alla pars destruens come se non dovesse discendere, o quantomeno andare di pari passo, da quella construens.
Non ci si rende conto che in questo modo il tempo passa e si fa il gioco del Potere che è ben felice che mai si metta mano a una costruzione che nasca soprattutto su una nuova presa di coscienza basata su un lavoro sociale, antropologico, culturale che torni a portare alla partecipazione attiva alla vita politica; lavoro che probabilmente non sarà certo breve nè tarato sempre e solo sulle prossime tornate elettorali.

Bisogna riportare i delusi alla vita politica attiva, si dice.
Giustissimo ma non si capisce che pensare che questo possa succedere solo presentando loro un obiettivo giusto e per di più modulato, come si diceva prima, su esigenze dettate da agende di quel ceto politico che ha creato quelle delusioni, apparirà ai delusi sempre come un qualcosa di interno a quello stesso mondo politico da cui si rifugge.

In questo senso la grande vittoria del referendum del 4 dicembre 2016 ha avuto anche un rovescio della medaglia che si è concretizzato in molti nell’equivoco di un popolo pronto a rispondere a qualsiasi proposta giusta.
Quel NO aveva invece dietro molti aspetti che lo hanno determinato.
E lo scrissi ampiamente QUI.

Il lavoro da fare, come si diceva sopra, è un lavoro di costruzione di un’attenzione alla politica vera, politica che non può essere quella dei balletti rappresentati nel solito teatrino politico; e nemmeno quella di obiettivi sempre modulati in riferimento ad esso.
Servirebbe una disintossicazione che portasse la gente a guardare quello che succede nell’attuale scenario politico per quello che è: un gioco di potere  e riposizionamento tra parti maggioritarie e minoritarie del ceto politico.
E come tale a non dargli più una soverchia importanza.

Bisogna ripartire dal più lontano possibile da quei luoghi, bisogna tornare nei territori,  a partire da quelli più piccoli, dalle esigenze più basilari, più contingenti, non dai grandi temi come la Costituzione o la Legge elettorale.
A questi ci si dovrà arrivare ma attraverso un’opera che porti i cittadini (e anche i non-cittadini) a farsi carico in primis  delle soluzioni dei loro problemi urgenti, del saperli connettere con quelli degli altri, nel riuscire man mano a farsi forza popolare cosciente e capace di auto-rappresentarsi con metodi inediti, tralasciando i balletti politici di cui sopra che tanto non cambieranno nulla, se non qualche virgola (e la storia degli ultimi decenni ce lo insegna). Serve una lenta costruzione di un sentire comune e partecipato.

Non è facile, ma il resto è perdita di tempo.

Gian Luigi Ago


“Attuazione della Costituzione” (Come Volevasi Dimostrare)

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C.V.D.
Non voglio dire “io lo avevo detto” e infatti per correttezza non lo dirò…
Ma già nove mesi fa collaborando a un documento, e in seguito con una mia nota (QUI) ammonivo sulla scelta sbagliata di individuare la possibilità di compattare la base sociale in un percorso di alternativa, basandolo sulla Attuazione della Costituzione.
Questo principalmente perché un simile tentativo, seppur giusto come obiettivo monotematico (anche se meta-condizione per tutti gli altri) andava incontro a ostacoli prevedibili e paventati da molti.
Molti che però rimasero inascoltati.

L’eterogeneità di quanti già si erano fatti promotori di questa iniziativa, soprattutto a livello di metodologie, lasciava presagire chiaramente che alla fine si sarebbero manifestate le solite dinamiche verticistiche.
Coloro i quali con poca lungimiranza si erano illusi di trasformare questa iniziativa in qualcosa di orizzontale si sono trovati a scontrarsi con un atteggiamento, anche questo prevedibile e previsto, che ha visto alcuni dei promotori ergersi a “dominus” del progetto; al momento della votazione, a quanti hanno espresso un parere diverso è stato detto da costoro, senza mezzi termini, che astenendosi o votando contro quanto previsto dall’Atto Costitutivo e dallo Statuto, la loro legittima opinione era di fatto un estromettersi da soli dal percorso.
Un atto autoritario raramente visto negli ultimi anni.

Ma forse la responsabilità maggiore è di coloro che hanno perso un anno per seguire un percorso che era chiaramente non idoneo a un processo per ricompattare  quanti si sono stancati di questa politica rifugiandosi nell’astensione o, peggio, nel più becero populismo.
E i motivi che hanno portato a questo finale annunciato non si esauriscono solo in quelli già detti qui ma vengono da lontano e da una visione obsoleta della politica.
QUI  e QUI già provai a evidenziarli. 

Progetti  alternativi che partissero realmente dalla base, e non dall’alto di illustri personalità, ce n’erano ed erano stati anche avanzati in modo preciso e articolato.
Fin dal gennaio 2015 alcuni si sono spesi su queste proposte esortando a intraprendere con urgenza percorsi inediti e innovativi.

Come ho scritto più volte, solo la lungimiranza politica e l’uso di metodi realmente inediti che si muovano lontano dagli usurati ambiti dei soliti noti e si confrontino con “gli ultimi”, in un percorso ascendente, sono la condizione sine qua non per un vero percorso popolare di alternativa.

Intanto però abbiamo perso quasi altri  tre anni (l’ultimo proprio in questo progetto di Attuazione della Costituzione) e ancora non si è imboccata la strada giusta (come se non ne avessimo persi già abbastanza).

Gian Luigi Ago


Alleanza Popolare: si continua sulla vecchia strada

E’ uscito un nuovo comunicato  dei due dioscuri di Alleanza Popolare (Falcone/Montanari) dopo i precedenti, intervallati da una lettera a Pisapia…
Ho già scritto dei limiti di questo percorso, QUI riguardo al secondo passo dopo “il Brancaccio” e QUI riguardo alla lettera a Pisapia.

Questo nuovo comunicato esordisce parlando giustamente dell’emergenza del rinascente razzismo, con riflessioni teoricamente, politicamente ed eticamente ineccepibili, ma nella sostanza non fa che riproporre poi la solita soluzione degli ultimi quarant’anni:
“serve una lista unica a sinistra del PD”.
Si badi bene: una LISTA, non una forza o un movimento popolare e questo la dice lunga su che idea si abbia sullo svolgimento di  un percorso di alternativa.
Non ripeterò dove sta l’inadeguatezza; ne ho già parlato diffusamente nei due articoli che ho linkato.
Ma soprattutto è la parte finale di questo nuovo comunicato che lascia perplessi.
Ed è quando si arriva al “che fare?”.

Il comunicato infatti si conclude così:
“Decideremo poi insieme, e democraticamente, in una grande assemblea nazionale che sarà indetta alla fine del lavoro sul programma, il tipo di organizzazione che vorremo darci”
Qui c’è tutta la cifra di una prassi politica vecchia e di un percorso già visto mille volte e mille volte fallito.
Una logica capovolta.
Un progetto di partecipazione orizzontale (e questo non lo è) vorrebbe che il metodo (l’organizzazione) fosse preliminare a tutto il percorso. Qui invece si parla dell’ennesima Assemblea Nazionale, magari a Roma, dove parteciperanno solo qualche centinaia di persone, portando (alla stregua di delegati congressuali) quanto discusso in assemblee regionali che si sono svolte raramente qua e là con gestioni, metodi e distribuzione non omogenee.

Eppure alcuni, di buona volontà e grandi illusioni, hanno anche provato a suggerire ai due gestori del progetto (perché a loro bisogna rivolgersi…) l’attuazione preliminare di un metodo che partisse realmente dalla base.
Non sono stato tra quelli perché immaginavo in partenza che sarebbe stato uno spreco inutile di energie.
Il progetto è la solita araba fenice che muore e risorge dalle sue ceneri ma ogni volta sempre uguale e con la stessa formula:
qualche intellettuale, in prossimità di elezioni propone un percorso unitario, inteso come lista elettorale, parla di base ma agisce dal vertice e in sostanza cerca di mettere insieme pezzi di soggetti politici già esistenti. Tutto ciò fino all’elezione di uno sparuto numero di rappresentanti in Parlamento (sempre i soliti nomi) che saranno assolutamente inefficaci a incidere anche minimamente sulle scelte politiche. Poi la fenice muore e ognuno torna alle proprie Fortezze Bastiani fino a nuove elezioni
Se questo è un progetto di base….

Repetita iuvant: qualsiasi progetto che punti a una reale alternativa politica e che non venga costruito mattone dopo mattone attraverso un metodo che dia alla base sociale la possibilità e gli strumenti per decidere cosa il progetto debba prevedere, sarà inevitabilmente un progetto più o meno verticistico e destinato a non creare alcun tipo di alternativa politica.

Gian Luigi Ago


Fascio-razzismo strisciante

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Altro che cose del passato: il fascismo e il razzismo di oggi sono peggio di quelli di ieri.  Oggi ci sono persone che “non sono razzista ma…” oppure che “non sono fascista ma…”.

Queste persone sono apparentemente democratiche, condividono con noi molti gusti, passioni, finanche posizioni di avversione a ingiustizie e sfruttamento, però poi scivolano su quel “ma” e quella congiunzione avversativa li tradisce.

Paradossalmente sono meglio i leghisti o i fascisti di Casa Pound che, nella loro perversa coerenza, sono più riconoscibili e più facili da combattere.
Gaber e Luporini, parafrasando alcuni concetti di Pasolini, dicevano appunto che un fascista al balcone è facilmente riconoscibile.

Il fascio/razzismo strisciante che spesso nega veementemente di esserlo, camuffandosi da buonsenso – forse anche inconsapevolmente (che è peggio ancora) – è invece come un cancro che si insinua subdolamente assolvendoci da sensi di colpa e facendoci sentire diversi dalle palesi iconografie fascio/razziste.

Quando queste forme si diffondono nella società e cominciano a essere sdoganate e spacciate come forme di difesa di cultura e identità, o come strumenti per risolvere problemi lavorativi o economici, arrivando a intaccare anche fasce che si auto definiscono democratiche, il veleno comincia a dilagare.
Non sono iniziati così anche il fascismo e il nazismo?

Gian Luigi Ago


Video: “Nuove forme della politica, democrazia orizzontale