Archivi del mese: febbraio 2014

DEMOCRAZIA E MOVIMENTI

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Dopo l’Assemblea Costituente di Azione Civile Antonio Ingroia ringraziò tutti gli aderenti al movimento per la grande prova di democrazia dimostrata.
In quell’occasione i vari articoli del nostro Statuto nacquero da bozze inviate dai singoli territori, da emendamenti presentati e discussi a lungo online o proposti al momento dell’Assemblea.
Per ogni emendamento in Assemblea si discusse dando pari voce ai favorevoli e ai contrari.

Le votazioni stabilirono la natura e la struttura del nostro Statuto e Ingroia sottolineò la grande prova di democrazia con queste parole:

“Spesso, e ne sono davvero contento perché questa per me era la vera prova di democrazia, il mio parere o quello delle commissioni che si erano occupate di armonizzare gli emendamenti, è risultato minoritario”.

Il Presidente di un Movimento che ringrazia anche e soprattutto chi ha votato degli emendamenti su cui lui era contrario dimostrando che le nostre decisioni sono prese insieme e non calate dall’alto.

Che abissale differenza da quello che abbiamo visto negli ultimi giorni.
Partiti che sfiduciano loro esponenti capi di governo e che minacciano di espellere chi non si allinea alle decisioni di voto della maggioranza e, peggio ancora, Movimenti sedicenti “di base” che espellono, quattro alla volta , parlamentari che si adeguano, sì, alle decisioni della maggioranza ma hanno la grave colpa di esprimere perplessità (nemmeno contrarietà) ad alcuni comportamenti dei Capi supremi.
Una pretesa non solo di allineare le decisioni, ma addirittura di allineare il semplice “pensiero”.

Tutte queste cose vanno ad aggiungersi ai vulnera che quotidianamente, ormai da tempo , vengono inferti alla nostra democrazia.

La pratica democratica è la prima regola di convivenza civile e politica. Calpestarla e ridicolizzarla rende vano e non credibile anche tutto quello di buono che può esserci in una forza politica.
Cerchiamo di non dimenticarcelo mai.

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LA PAROLA

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Ne sono pienamente convinto: è solo un’esercitazione.

Un’esercitazione esclusivamente propedeutica a scoprire carte, posizioni, tutte perfettamente conosciute da tutti ma che molti cercano di mascherare come se trecentosessantacinque giorni fossero passati come fossero stati cento volte tanti, considerando il girotondo di avvenimenti che  sono accaduti nel frattempo

Ma è logico presupporre che in un anno – chi non si è mosso in cento senza far danni – non possa aver fiutato improvvisamente la necessità di un reale cambio di passo, di impostazione, di aria.

E allora ecco l’esibito contrabbandare per nuovi approcci quelli che in realtà sono comportamenti atavici.

E paradossalmente ciò che sostanzialmente si frappone al perpetuarsi di vecchie logiche e pratiche viene percepito – per alcuni addirittura con un processo inconscio di autoconvincimento – proprio come ciò che impedisce il democratico cambiamento di procedure, quasi che la forma garantisse di default la sostanza.

E allora ecco lo stracciarsi di vesti e capelli di chi – momentaneamente dimenticate le proprie logiche di steccati, di giochi di scuderia, di stantie gerarchie decisionali – si scopre, svegliandosi al mattino, improvvisamente – e tatticamente – amico della base, della totale “svizzera” democrazia diretta.

Fino a nuovo ordine…

Siamo ancora indietro, molto indietro.

E questo non sorprende chi sa che, tra mille difficoltà, il cammino per un cambiamento passa attraverso un’appartenenza a dei valori che non può non tener conto delle pratiche.

Il cammino è probabilmente – e purtroppo – ancora lungo e tortuoso e  solo uscendo dal Novecento – se non dall’Ottocento – si può dare nuovo fiato a quegli splendidi ideali, a quella weltanchaaung, a quei valori di riferimento il cui nome nacque durante gli Stati Generali del Re di Francia, nel maggio 1789 agli albori della Rivoluzione Francese.

Per uno strano gioco – non so poi se del destino, semantico o paradossale – quella parola che dovrebbe unirci viene ad essere spesso usata correttamente in modo inversamente proporzionale alle volte che viene gridata o rivendicata.

Forse per questo, per una sorta di  pudore storico, mi astengo momentaneamente dal pronunciarla e la tengo ben custodita dentro di me in attesa di tempi migliori in cui possa essere davvero pronunciata con coerenza e rispetto a quello che rappresenta.


INCLUSIVITA’, SINISTRA, AZIONE CIVILE, TSIPRAS

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Si riapre -e forse non si è mai chiuso- il dibattito sull’unità della sinistra, anche alla luce di quanto Azione Civile declina nel suo Manifesto degli intenti. Chiariamo subito: che la nostra collocazione sia di sinistra credo sia indiscutibile: basta leggere i punti del Manifesto, dello Statuto, del programma, dell’appello, ecc. Qualcuno ha il dubbio che ci siano delle cose che non siano di sinistra?

Il problema è che limitarsi a dire “sinistra unita” è limitativo. Noi vogliamo unire la sinistra ma non fermarci solo ai soliti partitini/movimenti della sinistra. Dobbiamo rivolgerci anche e soprattutto a quella massa di persone che sono d’accordo su quello che vogliamo ma per cui la parola sinistra significa fallimento (fallimento non solo del PD, che ormai di sinistra non ha più nulla, ma anche della sinistra radicale (Arcobaleno, Rivoluzione Civile, ecc.). Conosco giovani precari, disoccupati, studenti, gente che non vota più e tanti altri che non chiedono più etichette, simboli, riferimenti ideologici ma fatti, programmi, obiettivi.

Io sono per un’unione di tutti i partiti/movimenti della sinistra ma che non dia l’idea, con l’autodefinirsi, di limitarsi a quelli che hanno tale denominazione, ma che sia realmente aperta anche a chi di sinistra non è pur condividendone i programmi, a chi la parola sinistra non dice più nulla o peggio.., a chi di sinistra non ci si sente, o non sa di esserlo… Pensiamo a cosa ha detto Tsipras: “Sinistra è ogni cosa che unisce e non divide”. Mi sembra che anche lui punti più alle “cose che ci uniscono” che a cose (simboli, nomi, ecc.) che ci dividono o limitino il campo. E’ credo che non ci siano dubbi che Tsipras sia di sinistra. Ma è anche inclusivo: non dice di volere solo una lista di sinistra o di comunisti, dice che vuole una lista inclusiva di chi condivide il suo programma.

Oggi è importante, per ricreare credibilità, radicamento e affermazione della sinistra, creare dei grandi fronti popolari che non si chiudano intorno a definizioni ma che si uniscano su programmi (e ribadisco:programmi di sinistra), cose da fare (di sinistra) e non più solo sulle parole o sullo stemma che abbiamo sulla bandiera. E’ il solito vecchio esempio sempre buono: dobbiamo guardare alla luna (le cose che vogliamo ottenere) non a come si chiama il possessore del dito che le indica.

Tsipras ragiona così: “chi crede nel mio programma è ben accetto”. E non chiede patenti nominalistiche o ideologiche, perché chi crede nel suo programma si qualifica da sé di sinistra (consapevole o no).

La sinistra esiste, anche se ha fallito tante volte. La sinistra (come diceva Moretti) deve fare qualcosa di sinistra. Siamo sicuri che oggi l’indispensabilità di dirsi di sinistra sia una cosa di sinistra?

Tsipras dimostra la sua inclusività, parola che molti confondono con inciucio, o mescolanza ibrida, perché ragionano ancora con vecchi schemi.

Nessun inciucio, nessuna mescolanza spuria, perché sono le cose da fare che qualificano chi le fa e una persona che non è di sinistra non accetterebbe mai certi punti del programma di Tsipras. Azione Civile si muove nello stesso senso portando avanti questi concetti oltre le fasi elettorali e individuandoli come un metodo di sinistra per creare nuova aggregazione. Unire tutti su principi di sinistra in un grande fronte popolare, democratico, costituzionale e progressista, è diverso (e di più) rispetto a unire solo su nomi di sinistra.


PREGIUDIZI E PRESUNTI COLPEVOLI

 

legge

Non poco tempo fa si sono costituiti gli assassini di tre persone uccise a Torino Caselle. Per molte ore il figlio è stato tenuto sotto torchio come principale sospettato.
Se questo è giusto dal punto di vista investigativo mi lascia invece perplesso il fatto che molti (forse anch’io…) abbiano fortemente sospettato di lui quasi di default.
Mi domando cosa sarebbe successo se non si fossero trovati i veri assassini. Probabilmente una serie di indizi plausibili avrebbero portato alla sua incriminazione.
Credo che ci sia una serie di delitti (non solo di questo tipo) che risentono di un “pregiudizio” che porta, spesso anche chi deve giudicare, a prescindere da una presunzione di innocenza e virano quasi automaticamente verso la quasi scontata colpevolezza.
Questo processo psicologico deriva da una parte da un dato statistico (spesso i colpevoli di questi delitti sono da cercare in ambito vicino alle vittime) dall’altra risulta direttamente proporzionale all’allarme sociale che provoca il reato. A quel punto qualsiasi piccola cosa viene interpretata in senso probatorio della colpa, addirittura anche comportamenti che creano un alone di qualche pur lontana attinenza col reato contestato. A volte si arriva addirittura a credere che qualcuno abbia commesso reati solo basandosi su voci e testimonianze poco attendibili, solo in base al fatto che certi reati sono frequenti.
Quando dalla “presunzione di innocenza” prevista dai nostri ordinamenti, si scivola verso questa “presunzione di colpevolezza”, spesso inconscia e, come dicevo, generata da legittimi allarmi sociali, si travalica il confine della sola percezione sociale diffusa ed essa si trasforma in “pregiudizio giudiziario” (scusate il bisticcio). Da qui il passo è breve per arrivare all’errore giudiziario che, non a caso, è più diffuso proprio riguardo a certi tipi di reato.