Archivi del mese: settembre 2014

TRA LISTA TSIPRAS E RIVOLUZIONE DEMOCRATICA (appunti per una fenomenologia dell’aggregazione)

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E’ possibile creare un’aggregazione dal nulla? Credo che tutti concordino su una risposta negativa. Le aggregazioni nascono dalle relazioni, dal confronto, dalla comune condivisione di obiettivi che solo in seguito possono trasformarsi in appartenenza.
Se appare evidente la necessità di una opposizione totale al neoliberismo e a chi ne appoggia di fatto le politiche (leggi:PD) e la nascita di un vero fronte popolare che vi si opponga, più difficile appare il percorso per arrivarci, che non può non tenere conto dei soggetti in campo e delle dinamiche necessarie a rendere un’aggregazione efficace, nel caso in oggetto capace di incidere politicamente e coniugare le istanze di trasformazione sociale in atto con(tro) una democrazia ormai snaturata dalla “ideologia della governabilità” (come la definisce il costituzionalista Azzariti).
La confusione che regna nell’Altra Europa con Tsipras dipende in gran parte dal fatto che l’urgenza elettorale ha creato questa Lista che in sostanza poco ha di diverso (al di là delle enunciazioni) dalle precedenti aggregazioni elettorali. A fianco a Comitati innegabilmente nati dal basso con un entusiasmo (questo sì nuovo e pro/positivo) convivono (e spesso condizionano e/o prevaricano) vecchie logiche che già abbiamo conosciuto in Arcobaleno, Rivoluzione Civile e altre Liste elettorali del passato più o meno recente. La presenza dei Partiti e l’assenza (se non a livello individuale) di tutto il mondo “movimentista” che porta avanti diverse lotte sociali importanti fa sì che minima sia la differenza sostanziale con le vecchie aggregazioni elettorali. Azione Civile, all’art.1 del suo Statuto parla di “Rivoluzione Democratica” che si pone come un progetto e una “vision” dal respiro diverso e più ampio. Innanzitutto quella che è stata chiamata Rivoluzione Democratica non dovrebbe essere un’aggregazione ma un percorso di confronto, non ha mire elettorali necessariamente a breve termine, né fretta di entrare in qualche modo nelle istituzioni; ha la consapevolezza che il processo di arrivo a un nuovo soggetto politico non può che essere lento, lungo e complicato (quello che Marco Bersani chiama la “lenta impazienza”) e che certo non può attuarsi in pochi mesi, prevedendo anche la necessità di uscire da vecchi schemi e arroccamenti e arrivando a unire individui e non partiti e movimenti, se non in una prima fase di confronto.
L’Altra Europa con Tsipras potrebbe teoricamente anche essere l’inizio di quel percorso, ma la sua nascita dall’alto, il confronto anche decisionale a livello di partiti e movimenti spesso “ballerini” nel loro posizionamento, rischia di trasformarla nel solito cartello elettorale che, passata l’euforia del pur risicato superamento del 4%, porti a un altro fallimento.
E’ alto il rischio che i Partiti – che esplicitamente parlano di loro rafforzamento anziché mettersi nell’ottica di andare verso un auspicato futuro scioglimento nel nuovo soggetto politico – usino L’Altra Europa come un espediente tattico, con cui presentarsi laddove non si riesca a ottenere risultati soddisfacenti da soli.
L’esperienze di Syriza, e in parte di Podemos, indicano percorsi diversi che in Italia, spesso per le vecchie logiche della sinistra radicale italiana, rischiano di impantanarsi in ragionamenti di quote, identitarismo, non inclusività, ripetendo i soliti errori del passato.
Azione Civile è entrata e ha partecipato attivamente all’esperienza dell’Altra Europa e ancora ne fa parte a pieno titolo, ma è chiaro che i temi di come si possa arrivare davvero a un futuro e non dimentichiamolo: purtroppo ancora lontano) “nuovo soggetto politico” devono essere in primo piano come oggetto di riflessione e discussione attenta, disinteressata e senza pregiudizi, essendo preliminare e propedeutico a ogni possibile percorso verso la nascita di un futuro “nuovo soggetto politico” che abbia le caratteristiche della unità (vera..) e dell’efficacia nel ribaltamento dell’attuale classe dirigente.

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SULL’ARTICOLO 67 DELLA COSTITUZIONE

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Beppe Grillo qualche mese fa ha proposto di istituire per i futuri “dissidenti” del M5S una penale e  il cosiddetto “recall” per  i parlamentari e amministratori dissenzienti.

Il recall è uno strumento che permetterebbe agli elettori  di togliere il mandato agli eletti qualora non rispettassero il mandato elettorale.

E’ presente, ad esempio, negli Stati Uniti d’America (anche se poi è difficilissimo renderlo applicabile).

Tutto questo è sotteso a una logica che vede i parlamentari come tenuti a rispettare il programma del proprio partito per cui sono stati candidati e hanno ottenuto il voto degli elettori.

E’ quello che viene chiamato “vincolo di mandato”.

Fin dalla Rivoluzione Francese (e anche prima con Edmund Burke) nelle democrazie rappresentative non è previsto il “vincolo di mandato” (vigente solo in Portogallo, a Panama, in Bangladesh e in India.)

Anche la Costituzione italiana non lo prevede e si desume da due articoli:

l’articolo 1 e l’articolo 67:

 L’articolo 1 ne parla nella parte in cui recita:

” La sovranità appartiene al popolo, CHE LA ESERCITA NELLE FORME E NEI LIMITI DELLA COSTITUZIONE”.

Queste forme e limiti sono quelli della delega rappresentativa.

L’articolo 67 recita così:

« Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni SENZA VINCOLO DI MANDATO »

 Questo articolo della Costituzione fu scritto e concepito per garantire la libertà di espressione più assoluta . Il fatto che il parlamentare non sia vincolato da alcun mandato né verso il partito cui apparteneva quando si è candidato, né verso il programma elettorale, né verso gli elettori che, votandolo, gli hanno permesso di essere eletto, evita i ricatti da parte dei partiti .

I parlamentari sono eletti in quanto individui che rappresentano TUTTO il Popolo italiano e devono avere la totale autonomia di giudizio, non possono essere “manovrati” come burattini dai partiti.

Se cambiano idea ne hanno il diritto, se decidono di transitare a un altro gruppo parlamentare ne hanno il diritto. Se fanno cose che non corrispondono a quanto espresso dal partito di appartenenza, al limite si potrebbe dire che gli elettori hanno sbagliato a votarli e la prossima volta dovranno stare  più attenti….

 I parlamentari nella nostra democrazia non vengono eletti per seguire le indicazioni dei partiti o degli elettori, ma come persone che devono fare quello che ritengono il bene di tutta la comunità in piena autonomia.

So che alcuni vorrebbero che i parlamentari seguissero le direttive partitiche ma il parlamentare deve agire secondo coscienza e non essere costretto a votare cose in cui non crede perché il partito glielo ordina. Questo è un segno di civiltà.

Accettare i ricatti di partito non è meno disonorevole che farsi comprare da  qualcuno per soldi. Sono due comportamenti ugualmente condannabili.

 La nostra Costituzione è stata per fortuna scritta con la massima attenzione per garantire dei comportamenti di civiltà.

 Fare i voltagabbana è una cosa, decidere rispetto a una situazione nuova e votare diversamente da quello che dice il partito, è una cosa diversa.

Lo hanno fatto anche i 5 stelle votando sull’immigrazione clandestina in divergenza con quello che diceva Grillo. Ma è giusto così. I cittadini votano dei rappresentanti, danno una delega. La delega non prevede conformità a niente.

I parlamentari sono votati non per rispettare un programma ma per decidere “al posto dei cittadini” per quello che “personalmente” ritengono in quel momento la cosa giusta.

 Questa è la libertà del parlamentare e i Costituenti giustamente lo hanno sancito con l’articolo 67 della Costituzione. L’idea che i parlamentari devono tenere conto del programma per cui sono stati eletti è propria di una mentalità “partitica” ed è singolare che la sbandierino proprio i 5 stelle che dicono di essere contro i partiti….

 Il parlamentare dal momento che è eletto diviene detentore del potere legislativo, potere che non appartiene ai partiti. E’ quindi al di sopra di essi. Sono i partiti che devono adeguarsi alle leggi scritte dai legislatori, non il parlamentare alle decisioni dei partiti. Il parlamentare è un individuo che deve rendere conto soltanto alla sua coscienza e alla legge. Questo non è un’opinione ma una legge costituzionale che non è certo nata per difendere chi si vende ma per garantire un principio che risponde a una giusta logica e divisione di competenze.

 Poi certo ci sono i parlamentari che si fanno comprare ma questo attiene alla “questione morale” e alla giustizia penale. E come tale va perseguito.

 Diciamo anche che i punti di un programma possono solo essere indicativi.

Una legislatura dura cinque anni e non è detto che quello che c’era scritto in un programma sia ancora valido dopo alcuni anni in una situazione mutata.

 Il parlamentare deve giudicarlo da sé  perché ha avuto “delega a farlo”.

E poi gli elettori che lo hanno votato, per quello che se ne sa… nel frattempo potrebbero pensarla diversamente e aver anche cambiato partito…

 A voler essere maligni… o pignoli, prevedere il vincolo di mandato per i propri parlamentari potrebbe configurarsi addirittura come un’induzione a non rispettare l’articolo 67 della Costituzione. Il ricatto di una multa o di un’espulsione potrebbe, se non costringere, quantomeno indurre un parlamentare a non rispettare una legge dello Stato.

 Poi è chiaro che servirebbero sostanziose iniezioni di democrazia partecipativa e diretta, è chiaro che ragioniamo su un Parlamento che non ha più alcuna rappresentatività, fatto di non eletti e in gran parte di corrotti, ma le distorsioni nascono da questo, non dallo spirito autentico dell’art.67 che sarebbe una garanzia in una situazione “normale”. Non si tratta quindi di eliminare l’art.67 ma di ridare credibilità alle istituzioni, ristabilire le regole costituzionali, ridare al Parlamento quelle funzioni che vengono esautorate a favore del potere esecutivo e dei poteri finanziari, economici, lobbies, e addivenire a un cambiamento radicale di tutta quanta la classe politica, anzi dirigente in genere.