Archivi del mese: novembre 2014

ANTISPECISMO, ETICA, DIRITTI

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Questa nota è tratta da un mio articolo pubblicato sul sito nazionale di “Azione Civile” il 9 gennaio 2014 e che si rifà a dei concetti già esplicitati in questo mio pamphlet sulla questione morale e di diritto legata all’antispecismo:http://www.ilviziodelpensiero.it/buttare-li-qualcosa/materiali-di-approfondimento-e-riflessione/

 Il Manifesto degli Intenti di Azione Civile tra l’altro così recita:

 “Azione Civile si batte per un’Italia più civile che superando una posizione specista, estenda la sfera della moralità e dei diritti opponendosi alla vivisezione e allo sfruttamento degli animali”

 Questo punto afferisce a un discorso molto più ampio che riguarda l’estensione dei diritti e della sfera etica. Siamo, per essere più precisi nel campo dell’antispecismo. Lo specismo – che possiamo definire con sufficiente approssimazione l’attribuzione di un diverso valore e status morale agli individui a seconda della loro specie di appartenenza – è una questione ancora sottovalutata rispetto ad altre analoghe come il razzismo, il sessismo (configuratosi storicamente soprattutto come maschilismo), l’omofobia, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; e questo anche se nascono tutte da un unico atteggiamento concettuale per cui qualcuno è superiore a qualcun altro per il solo fatto di appartenere a un genere, a una categoria sociale, a una religione, a una condizione economica, a un’etnia.

 Questa presunta superiorità comporta poi come conseguenza una pretesa legittimazione dello sfruttamento del “diverso e inferiore”.  Quando parliamo di antispecismo non stiamo quindi parlando solo di animalismo e tanto meno di zoofilia (semplice amore per gli animali), ma di qualcosa di più vasto e che riguarda più gli esseri umani che non gli altri animali. Siamo in un campo dove, oltre a concentrarsi sulle concretizzazioni di queste forme di sfruttamento, dobbiamo risalirne alle cause, alla weltanschauung che ne è sottesa, agendo per estendere il campo dei diritti innati in ogni essere vivente. E’ un discorso che sta a monte della “utilità” dello sfruttamento sia di esseri umani che di altri animali, ma per estensione anche dello sfruttamento delle risorse naturali in genere. La “utilità” dello sfruttamento animale starebbe nel fatto che attraverso loro possiamo procurarci cibo, indumenti, farmaci, divertimento. Ma non voglio entrare nel merito di questi aspetti che potrebbero essere comunque facilmente confutabili rispetto a chi vuole trasformare la loro “utilità” in “indispensabilità”. Come ho già detto, voglio invece soffermarmi sui meccanismi mentali, sociologici, antropologici che stanno alla base di questo particolare tipo di sfruttamento.

 Io ritengo che lo sfruttamento dell’uomo nei confronti degli altri animali altro non sia che una delle molteplici manifestazioni di un’unica concezione di sopraffazione, in questo caso dipendente da un antropocentrismo esasperato che non tiene conto dell’economia dell’universo. Il progresso morale, politico e sociale dell’uomo non può che realizzarsi avvertendone le interconnessioni con altre manifestazioni di un unico approccio alla vita, capendo che questa è rimasta un’ultima barriera insanguinata non ancora superata e che il suo abbattimento ha pari dignità e deve camminare di pari passo con altre conquiste morali, politiche e sociali. I diritti individuali devono sempre prevalere sugli scopi del gruppo. Cioè i diritti morali dell’individuo pongono un limite legittimo a ciò che la collettività può fare all’individuo stesso.

 Ma qual è l’elemento insito negli umani e negli altri animali tale che noi possiamo dire: “Questa è la ragione per cui non si deve danneggiare un individuo anche se il gruppo ne trae un qualche beneficio?” La risposta è data dall’affermazione che gli individui hanno un valore intrinseco senza che esso sia derivato dalla loro utilità. Ma quale elemento insito in un individuo è tale da costituire la base di questo valore intrinseco? Il filosofo Tom Regan sostiene che gli individui non sono soltanto vivi: essi “hanno una vita”. Ciò significa che ciascun individuo è il “soggetto di una vita” che è migliore o peggiore per lui in quanto individuo in modo logicamente indipendente dagli interessi degli altri. Gli altri possono certo contribuire ad accrescere o diminuire il valore delle nostre vite (si pensi all’amore, all’amicizia, oppure all’odio, alla solitudine, alla rassegnazione, ecc.) ma il nostro essere “soggetti di una vita” esiste in sé in ogni caso senza dipendere da ciò che gli altri fanno o non fanno. Esiste quindi uno status morale degli individui di per se stessi. O si detengono diritti in quanto soggetti di una vita oppure no e chiunque detiene diritti li detiene in eguale misura.

 In conclusione l’antispecismo è l’espressione dell’estensione della sfera etica e di quella dei diritti, cogliendo la connessione tra gli interessi umani e quelli degli altri animali. Per questo l’antispecista non è un sognatore isolato dal mondo e dai suoi drammatici conflitti, ma anzi ne coglie le ragioni più profonde. Il ruolo dell’uomo nei confronti della natura, degli altri esseri viventi e degli altri uomini non può essere quello di un feroce dominatore o di un violento e devastante predatore. L’uomo ha invece il dovere di custodire il pianeta nella sua integrità con tutti suoi abitanti umani e non umani. Per chi volesse approfondire il tema nei suoi aspetti storici, filosofici, nelle connessioni con la salute, l’etica, la fame nel mondo, la politica, la distruzione dell’ambiente, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ecc. rimando a un mio pamphlet consultabili al seguente link:

http://www.ilviziodelpensiero.it/buttare-li-qualcosa/materiali-di-approfondimento-e-riflessione/

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