Archivi del mese: dicembre 2014

FINE GENNAIO ?

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A fine gennaio vedremo dunque Landini a braccetto con Fassina, Cuperlo, Civati, Vendola, Casarini, Revelli (e forse anche altre sorprese più “sinistre”…) in un unico partito cuscinetto tra chi è alternativo alle politiche di destra del PD e chi invece, come i suddetti, crede in miracolistiche possibilità di redenzione e, in base a questa convizione/strategia, appoggerà in ogni elezione il PD (un voto utile reloaded…) ?

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IL BIVIO

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Sono sempre più convinto che siamo di fronte a un bivio e che una sola sia la strada percorribile. Sono sempre più convinto che nell’attuale momento storico l’obiettivo non sia quello di unire la sinistra, di creare una nuova casa di sinistra e democratici, nemmeno di andare verso la costruzione di un soggetto politico nuovo (se posto come obiettivo), tantomeno di creare un nuovo partito comunista. Tutte queste “intenzioni” tradiscono una visione che guarda unicamente e/o prioritariamente alla ricomposizione di blocchi di forze, partiti, movimenti, spezzoni di identitarismi. Mi tocca ripetermi ancora: tutte queste intenzioni guardano al classico dito (la natura di chi indica cosa fare) e non alla luna (quello che vogliamo raggiungere); lasciano trapelare la vecchia idea di un’organizzazione che guidi la massa anzichè di una massa che si dia l’organizzazione in maniera autonoma. Oggi serve una “rivoluzione democratica” ovvero un percorso aperto, inclusivo che non si ponga tanto il problema del contenitore, quanto invece quello del confronto insieme, la definizione di obiettivi alla luce di valori dirimenti e di  netta alternatività  (senza alcuna possibilità di compromesso) alle politiche neoliberiste e di chi le appoggia anche se con giustificazioni tatticistiche. Se poi questo porterà al soggetto politico nuovo, ben venga. Ma questo è secondario, l’obiettivo resta un percorso aperto, inclusivo che crei un fronte popolare unitario con una diversa weltanschauung in grado di cambiare l’ordine delle cose.
La strada da percorrere non può che essere questa se non si vuole ricadere inevitabilmente, anche se in apparenti nuove forme, negli errori del passato, nelle logiche che hanno portato all’immobilismo, alla perdita di radicamento nei territori, alla ricerca di quadre politiciste, all’impossibiltà di fare come Syriza o Podemos. Oggi la strada da prendere è quella di una scelta di netta discontinuità col passato che implica coraggio, umiltà e innovazione come di fronte a ogni bivio. Giriamo i fogli degli intonsi calendari, guardiamo bene fuori dalla finestra cosa si agita in strada e usciamo dal XIX e XX secolo una volta per tutte, finché siamo in tempo…


INCLUSIVITA’ PARTIGIANA

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“L’inclusività non apre al compromesso come erroneamente si suppone. L’inclusività si concretizza sulla base di chiari valori e obiettivi condivisi. Chi non è inclusivo invece può anche dialogare con gli impresentabili trincerandosi dietro l’alibi del successivo ritorno al fortino del proprio identitarismo”

Spiego meglio questa mia frase, a scanso di fraintendimenti.
Io credo che oggi sia necessario creare un fronte chiaramente schierato contro il neoliberismo che “includa” (appunto) tutti coloro che condividono obiettivi antiliberisti ma (attenzione!) anche “valori” (antifascismo, solidarietà, anti-razzismo, fedeltà alla Costituzione, laicità, ecc. ecc.). E’ quindi una “inclusività partigiana” (e non è un ossimoro) che include tutti quelli che stanno nettamente da una parte e sono nettamente alternativi a un’altra parte. Questo connota una reale alternativa senza alcuna possibilità di compromesso (per scendere nella realtà attuale, significa nessun mischiamento col PD e ovviamente con la destra). Molti invece che si definiscono di Sinistra (ad esempio Sel ) poi si alleano col PD oppure si presentano autonomamente a elezioni e primarie  giustificando questa poltica come necessità tattica…. E, a chi  fa notare loro questa sorta di schizofrenia, indicano le proprie bandiere e i propri simboli “inequivocabili” a loro giustificazione e assoluzione.
Paradossalmente invece chi sostiene l’inclusività è più rigoroso, intransigente e nettamente alternativo di chi invece, ostentando nomi e simboli, poi nella pratica razzola insieme a quelli che dovrebbero essere gli avversari politici. Questo si verifica perchè si ha ancora il vecchio vizio di guardare a che nome ha un movimento o un partito (e spesso ci si scanna anche per confermarlo) anziché a quello che si vuole.
Perchè, ad esempio, mi piace la scelta del nome “Altra Europa”? Perchè questo nome non indica chi si è (comunisti, socialisti, ecologisti, ecc.) ma quello che si vuole… che è un qualcosa che non pone recinti pregiudiziali ma indica un obiettivo: un’altra Europa!
Ma non certo come l’altra pseudo-inclusività di Salvini o Grillo, in quanto per una “inclusività partigiana” ci devono essere obiettivi e valori dirimenti che traccino una linea invalicabile tra neoliberisti, razzisti, fascistoidi e noi. Purtroppo nel dire “dobbiamo creare una nuova casa della sinistra” si lascia trasparire una visione che tende a ricomporre nomi, posizionamenti, blocchi di identitarismo. Sarebbe più giusto sostenere che l’obiettivo finale non è la costruzione di un nuovo soggetto politico, ma il raggiungimento di obiettivi.
Il soggetto politico è il mezzo non il fine.
Può sembrare una distinzione insignificante, in quanto se i valori sono inequivocabilmente di sinistra, chi seguirà questo progetto si identificherà di fatto e per lo più con la Sinistra. Ma è lo stimolo a muoversi che per molti è diverso e si ferma solo alla “costruzione” del soggetto preoccupandosi più che dettagliatamente di come dovrà essere. Il motore del processo deve essere invece quello che si vuole attuare, il cambiamento attraverso obiettivi condivisi. Sono due modi diversi di intendere il fare politica e di cosa considerare prioritario e gratificante nelle proprie intenzioni.  L’Altra Europa è ancora troppo condizionata (ricattata?) da giochi di equilibrio, dalla ricerca di “quadre politiciste” e dai posizionamenti “ballerini”di questo tipo. In molti per fortuna lavorano per correggere questa anomalia e far sì che L’Altra Europa sia l’inizio di un percorso comune, orizzontale, paritario, trasparente, inclusivo e non il solito contenitore a cui i partiti si rivolgono solo in occasioni elettorali per prendere più voti di quelli che prenderebbero da soli.


L’ALTRA EUROPA TRA FUTURO E OTTOCENTESCO NOVECENTO

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Dai tre documenti su cui si sta dibattendo sul futuro dell’Altra Europa (Gattuso, Revelli, Viale), in prospettiva dell’Assemblea Nazionale di gennaio, si evincono le stesse problematiche e le stesse preoccupazioni.

Pur nelle diverse accentuazioni i punti di coincidenza sono evidenti.

Il progetto dell’Altra Europa era nato per essere un modo nuovo di porsi a sinistra e oltre, al di fuori delle logiche spartitorie delle forze politiche, con’apertura di inclusività che si rivolgesse anche alle nuove fasce sociali.

Si avvertiva la necessità di un progetto che non ripetesse le vecchie esperienze federative ed elettoralistiche (Sinistra Arcobaleno, Federazione della Sinistra, Rivoluzione Civile) e in grado di darsi una struttura orizzontale, inclusiva e partecipativa,  diversa dal verticismo dei partiti classici della sinistra radicale.

Sembra invece che ancora non si sia capaci di uscire dall’immobilismo, aspettando con molta, troppa attenzione ”fattori umani” e altre sedicenti “dissidenze” che rischiano di frammentare ulteriormente la sinistra sulla pregiudiziale di “alternativa/non alternativa al Pd” col pericolo di non creare altro che un partito cuscinetto di chi crede in miracolistici tentativi di redenzione di chi ormai storicamente e politicamente ha scelto una diversa collocazione.

Allo stesso modo non si può aspettare il “leader” che taumaturgicamente crei aggregazione quando il processo non può che essere l’opposto, ovvero un’aggregazione che crei al suo interno e nel suo procedere non tanto leader quanto figure di riferimento che si distinguano per capacità politiche e organizzative.

L’urgenza delle cose richiederebbe oggi due “virtù politiche” improcrastinabili:

L’umiltà di uscire dai propri arroccamenti e identitarismi (non dalla propria identità), iniziando a lavorare seriamente non per un nuovo soggetto politico ma per un soggetto politico “nuovo” da costruirsi su i due assi cartesiani di valori e obiettivi condivisi;

 Il coraggio di imbarcarsi in un percorso rischioso, complicato, forse lungo ma che è l’unico possibile: la creazione di un fronte popolare antiliberista che unisca la sinistra ma anche le nuove fasce sociali che si riconoscono nel nostro progetto e nei nostri fondamenti ideali.

Ma questo non può essere realizzato riproponendo sotto false spoglie le vecchie federazioni di partiti. Il soggetto politico nuovo non può diventare il solito contenitore che viene comodo in fase elettorale come lista unitaria, in cui i partiti si presentano solo un mese prima della tornata elettorale per scomparire il giorno dopo le elezioni.

 L’adesione personale all’Altra Europa può essere un tentativo di soluzione anche se forse sarebbe meglio andare ancora oltre richiedendo un’adesione “esclusiva”  che eviti una surrettizia presenza delle strutture di partito e che favorisca una vera unitarietà del nascente movimento.

Una soluzione potrebbe essere l’auto-scioglimento di partiti e movimenti, se non subito (che è già tardi, secondo Curzio Maltese..) almeno mettendosi nell’ottica futura di un percorso che porti in questa direzione, ottica che viene contraddetta invece da chi predica teorie del “doppio binario”, rafforzamento dei propri fortini, continuando a partecipare autonomamente a primarie ed elezioni di secondo grado.

 Serve anche porre rimedio alla spaccatura che si è creata tra i Comitati territoriali e le mastodontiche strutture organizzative dei 221 auto designati e del Comitato Operativo dei 44 che di fatto svolge funzioni politiche, restituendo effettiva decisionalità partecipativa e democratica alla base, favorendo un effettivo radicamento nei territori.

 In un’Europa assediata da politiche neoliberiste e crescenti movimenti fascisti, populisti  e razzisti, serve uno scarto netto che ci faccia uscire dall’ottocentesco Novecento con uno sguardo nuovo e lungimirante capace di ricomporre la necessità di diritti, libertà, uguaglianza, solidarietà per la costruzione di una futura Europa dei popoli. Il tempo non è molto e i treni, si sa, non passano molto spesso.


GRECIA, SPAGNA… E ITALIA?

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I percorsi di Syriza e di Podemos non possono essere analizzati considerandoli avulsi dal contesto politico-storico specifico dei loro paesi. Il percorso giusto è quello ma pensare di trasferirlo automaticamente da noi non tiene conto di molti fattori. In Spagna, per fare solo un esempio, c’è stato un forte Movimento come quello degli Indignados. In Italia a sinistra siamo restati fermi agli schieramenti di oltre vent’anni fa. I pochi movimenti che si sono susseguiti si sono ridimensionati velocemente senza “figliare”. Pensiamo, ad esempio, al Popolo Viola nato solo per contrastare Berlusconi ma che non ha saputo avere uno sguardo più allargato. L’emergenza e la disperazione sociale è stata così facilmente cavalcata dal populismo grillino e dalla destra fascista e xenofoba.

Sembra però che ancora non si sia capaci di uscire dal nostro immobilismo, tra “fattori umani” – che rischiano di frammentare ulteriormente la sinistra sulla pregiudiziale di “alternativa/non alternativa al Pd”- e la difficoltà di avere le due “virtù politiche” oggi necessarie: umiltà e coraggio.

L’umiltà di uscire dai propri arroccamenti e identitarismi (non dalla propria identità) e di iniziare seriamente a lavorare per un soggetto politico nuovo che ci unisca su due assi cartesiani: valori e obiettivi condivisi e il coraggio di imbarcarsi in un percorso rischioso, complicato, forse lungo ma che è l’unico possibile: la creazione di un fronte popolare antiliberista che unisca la sinistra ma anche le nuove fasce sociali che si riconoscono nel nostro progetto e nei nostri fondamenti ideali.

Ma questo non può essere realizzato riproponendo sotto false spoglie le vecchie federazioni di partiti. Il soggetto politico nuovo non può diventare il solito contenitore che viene comodo in fase elettorale come lista unitaria. Abbiamo già dato…

E non può nascere solo da un’auto-proclamazione e dal darsi struttura e organizzazione se questo non è il frutto di un percorso di confronto e di un passo avanti (per dirla alla Tsipras) che non sia mero accordo ai vertici delle solite segreterie politiche.

E ancora: questa organizzazione e struttura non può essere la copia di quelle già esistenti (sarebbe altrimenti un nuovo ulteriore partito) ma deve essere orizzontale, con decisioni dalla base e strutture “leggere”.

Anche il dibattito sui “leader” mi sembra fuorviante. I leader (mi piace più chiamarli “figure di riferimento”) nascono dal progredire dei movimenti e in seno ad essi.

Non si può pensare di fare il percorso opposto, cioè scegliere, come in un supermercato, il leader più appetibile e sperare che da esso nasca il movimento.

Serve invece un radicamento sempre più forte nei territori e nelle realtà di crisi, conditio sine qua non per ogni “vero” movimento di popolo.

Il tempo non è molto, la destra europea si fa più forte e serve incamminarsi in fretta sulla strada giusta con uno spirito nuovo e uno sguardo lungimirante.