Archivi del mese: aprile 2015

VERIFICA DEL CONSENSO (perchè LiquidFeedback è il metodo più democratico)

Piattaforme Ravasio

Molti pensano ancora che il miglior metodo decisionale sia quello assembleare in cui tutti possono votare magari per alzata di mano. In realtà non è proprio così. Le decisioni assembleari hanno diversi limiti che possono influire nel condizionare le decisioni. Questo non significa che non si debbano fare assembleee ma che la verifica del consenso deve avvenire in modi che valutino il consenso in modo più scientifico.

Ad esempio il metodo Shultze.

Vi riporto qui un esempio (vedi immagine):
Si deve decidere se riqualificare una vecchia area industriale costruendoci sopra  un’industria chimica, un parco giochi o un campeggio.
Si procede a una valutazione in modo tradizionale e il 40% vota per l’industria chimica, contro il 28% per il parco comunale e il 32% per il campeggio.
Ovviamente la decisione premia la costruzione dell’industria chimica.

Ma siamo sicuri che questo sistema rispetti il vero consenso della popolazione?

Se si fosse votato con la piattaforma LiquidFeedback, che è oggi quella che più scientificamente rispetta il consenso generale, avrebbe vinto il parco comunale.
Come è possibile, se il parco ha ottenuto solo il 28% contro il 40% dell’industria chimica?

E’ possibile perchè LiquidFeedback analizza oltre al consenso anche le contrarietà e la gradazione del consenso.
Nel caso in esame non ci si limita a votare solo per quello che si preferisce ma si può anche esprimere dissenso verso un’altra delle scelte.

Con LiquidFeedback si possono votare tutte e tre le soluzioni oppure nessuna nessuna delle tre, oppure solo una o solo due. Insomma, tutte le combinazioni.
E nel contempo si può anche esprimere contrarietà per una o più delle opzioni.

Se torniamo al nostro esempio, vedremo che il 60% dei votanti era a favore di una scelta più “ecologica”  in contrasto con quella che premia un’industria chimica (il 28% del parco più il 32% del campeggio).

Se quindi chi ha votato per le due opzioni avesse espresso contemporaneamente anche il proprio dissenso all’industria chimica, il risultato della votazione rispetterebbe maggiormente la volontà popolare che si è espressa al 60% contro questa scelta che invece in una votazione tradizionale, che indica solo quello che si preferisce, avrebbe vinto.

Ma LiquidFeedback permette anche di esprimere meglio il consenso popolare nella fase di elaborazione delle proposte, vagliando il consenso/dissenso verso i vari emendamenti ed eventuali controproposte. Ed è in grado anche di vagliare l’interesse generale di una proposta , eliminando quindi il ricorso a un inutile voto per ogni stramberia proposta.

C’è ovviamente anche molto di più, difficile da approfondire in questa sede.

La democrazia passa anche da strumenti tecnologici innovativi in grado di superare i condizionamenti sul voto stesso, restituendo un quadro più completo del volere popolare.

Gian Luigi Ago

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RINCORSA A DESTRA DA SINISTRA

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La politica oggi si basa quasi essenzialmente sulla rincorsa alla conquista di “spazi politici” alla propria destra, adottando il criterio della “accumulazione di numeri” per usare la geniale… espressione di Marco Revelli, grande fautore di questa tesi che ha portato l’Altra Europa a diventare un partitino del nuovo costituendo centrosinistra.
Non ci si rende conto (o non importa)  che oltre ai numeri si imbarcheranno anche mentalità diverse, visioni politiche ma anche sociali, antropologiche, economiche che, col loro condizionamento sull’azione politica, determineranno un cambio di linea politica che sarà il prezzo da pagare per mantenere quei numeri.

Come Renzi si rivolge ormai solo ad aree deluse di centrodestra, a un certo tipo di imprenditoria “illuminata” e a un certo tipo di elettorato assuefatto alla logica dell’uomo forte e decisionista al comando, così in quella collezione di fallimenti rappresentata da quella che una volta era la sinistra impropriamente definita “radicale” ormai si guarda con voracità all’area lasciata libera dallo spostamento a destra del PD renziano come un terreno da colonizzare.

Così nell’area che dovrebbe tendere per sua natura e definizione a un ribaltamento radicale dell’esistente si è costretti a cedere a coerenza e obiettivi proprio per permettere l’annessione di quello spazio e la convivenza con i nuovi inquilini indigeni che tendono invece solo a un “capitalismo dal volto umano”. E così facendo si è costretti a entrare in contraddizione con tutti quei movimenti di lotta, di alternativa, di opposizione al sistema che in tutta Europa stanno mobilitandosi per creare una rete che unica potrà portare a un vero fronte popolare per un’Europa dei diritti e del lavoro che non potrà essere certo raggiunta con aggiustamenti ma solo ridiscutendo il sistema in una visione di totale alterità.

Tornando alla questione peculiare italiana non si possono far convivere i vari Civati, Fassina, Cuperlo, Cofferati, Pastorino, ecc. con No Tav, No Muos, No Triv, precari, disoccupati, ecc.
E non basta semplicemente aggiungere “Ma la nostra casa è aperta anche al sociale”  perchè non è così che funziona. Non si costruisce prima la casa dandogli anche un nome che di fatto dà un’idea di porre dei confini (casa comune della sinistra e dei democratici) e poi aspettare che il “sociale” bussi alla porta.
Sarebbe poi meglio dire le piazze, i percorsi, i progetti, la strada,  perchè la casa più che dare un senso di appartenenza dà un senso di chiusura per quanto aperta sia.
“Nelle case non c’è niente di buono. C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza c’è solo la voglia e il bisogno di uscire di esporsi nella strada e nella piazza” (citaz. Gaber/Luporini).
E i progetti di cambiamento nascono dalla base sociale, non in assemblee di delegati e di vertici di partiti(ni) che poi, una volta costruita la casa a loro immagine e somiglianza, invitano gli altri ad entrare, dopo non averli consultati su come costruirla.
Se si guarda alla propria destra si perde inevitabilmente  quello che si ha a sinistra.
E’ il vecchio concetto della coperta troppo corta: se “copri” Fassina e Civati “scopri” tutti quei movimenti di lotta che non sono disposti a scendere a compromessi che intacchino obiettivi e visioni politiche complessive, solo in cambio di un aumento percentuale di voti.

Percentuali più consistenti per fare cosa poi? Illusorio pensare che si possa con tali alleanze andare a scardinare il sistema oggi vigente in Europa.
Si deve comprendere che se quei voti garantiranno qualcosa non potrà che essere l’acquisizione di alcune rendite istituzionali e nient’altro.
Nel momento in cui si cercasse di ribaltare veramente questo sistema (ammesso che lo si volesse ancora o che ma si fosse voluto), si perderebbero le alleanze raccattate alla propria destra e quindi anche i numeri. Ma peggio ancora, si sarebbero perse ormai definitivamente, senza possibilità di recupero, le fasce sociali che invece avrebbero potuto costituire la base per un vero progetto di alternativa.

Per questo la strada che stanno imboccando i partiti(ni) della fu sinistra radicale, oggi affiancati anche dall’Altra Europa, è una trappola senza uscita se davvero si vuole cambiare il sistema oppure un comodo espediente per acquistare una più comoda “sistemazione istituzionale” se invece il vero scopo (come è facile supporre) è solo quello “urgente” di una sopravvivenza autoreferenziale.
In un caso o nell’altro la strada scelta è comunque fallimentare ai fini di un ribaltamento delle logiche politiche dominanti.

E’ chiaro che non c’è più spazio né tempo per ricomposizioni a sinistra in quanto le strade che si sono ormai configurate sono nettamente antitetiche e, se sarà pur possibile trovarsi insieme a qualche altro crocevia e a fianco su singole lotte, sarebbe un errore pensare che si possa ancora recuperare lo spazio per una lotta comune che vada oltre la comunanza su singoli obiettivi e battaglie da vincere.
I percorsi potranno ancora incrociarsi ma le direzioni prese portano a mete diverse e quindi l’importante è non perdere più tempo con nostalgiche affezioni o soverchie illusioni.

Dobbiamo andare nella la direzione giusta insieme a chi vuole intraprendere con noi l’unica strada che porta a quel diverso mondo possibile che vogliamo costruire.
E siccome la strada è scoscesa e forse lunga, non possiamo indugiare ancora e dobbiamo prendere atto che il percorso non passa più da quei partiti(ni) e dai progetti “aritmetici” su cui puntano.
Adelante!

Gian Luigi Ago


SINISTRA AMLETICA, ANSCHLUSS E CAPPUCCETTO ROSSO (riflessioni sugli esiti dell’Assemblea dell’Altra Europa)

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E’ più importante avere i numeri o la coerenza?
That is the question: se sia più nobile intrecciare alleanze con il centrosinistra perdendo quelli che dovrebbero essere più simili a noi, pur di ottenere un vantaggio numerico, oppure rimanere coerenti a principi e obiettivi e lavorare per una vera alternativa senza equivoci anche se non si ha un ritorno elettorale immediato.

Questi e altri dilemmi agitano e dividono la sinistra e ovviamente si sprecano i soliti usurati luoghi comuni: è importante l’unità, la politica è anche compromesso, a volte è meglio un voto utile che uno di testimonianza e chi più ne ha più ne metta.
L’assemblea dell’Altra Europa con Tsipras (AET) ha risollevato questi quesiti soprattutto dopo la relazione iniziale di Revelli che indica la linea politica del futuro (si fa per dire, ovviamente..). Relazione sulla cui falsariga è stato redatto il documento ufficiale approvato a fine assemblea.

Cerchiamo di capirla questa relazione perché, tra accenni all’epistemologia, al gene egoista e all’antropologia, può anche succedere che il saldatore brianzolo e la classica casalinga di Voghera non afferrino proprio esattamente dove questa svolta epocale dell’AET vada a parare.
E allora mi permetto anch’io di usare la parola “esegesi per definire il mio tentativo di dare la mia personale lettura di cosa sarà questa nuova linea che dovrebbe portare questo nuovo centrosinistra (non trovo altra definizione) al governo, non si sa quando, né come, né soprattutto perché…

L’esordio di Revelli è subito deciso :
Siamo qui per compiere un passo diverso da quello di allora [i tempi delle elezioni europee, n.d.r.]. Per molti aspetti più difficile. E comunque più impegnativo.”

E’ a questo punto che mi sono alzato dal divano dove comodamente seguivo la diretta streaming e mi sono preso qualcosa di forte da bere.
Questa volta fanno sul serio” – mi sono detto tra me e me…
E non sbagliavo, perché dopo una scontata ma doverosa digressione sulla situazione europea e la solita agiografica apologia di Syriza e Tsipras (che probabilmente in futuro sarà sancita obbligatoriamente da Statuto) è arrivato il primo concetto che mi ha fatto sobbalzare:

“Per essere credibili non basta essere giusti, coerenti e radicali. Non basta nemmeno avere le proposte adeguate, o le idee chiare. Per essere credibili bisogna anche mostrare di avere la forza necessaria a trasformare in fatti le proprie proposte. La forza delle idee, certo. Ma anche la forza dei numeri. Senza quella “dimostrazione di forza non si trae dal pantano chi ci si è ritirato”

Quando ho sentito “dimostrazione di forza” ammetto che ho avuto un attimo di sbandamento pensando di aver sbagliato e di non essere più collegato allo streaming ma a Rai Storia, magari nel bel mezzo di un vecchio notiziario dell’Istituto Luce.
E anche la “forza dei numeri” mi ha lasciato molto perplesso.
Non basta quindi la coerenza, la giustezza, proposte adeguate e idee chiare senza avere anche la forza dei numeri.
Be’ è chiaro – ho pensato – non si può andare al governo senza avere un consenso numerico che te lo permetta“.
Il discorso non fa una piega: senza quello tutto il resto è vanificato.
Poi però ho ripensato meglio a quella “dimostrazione di forza” e ancor più al “trarre fuori dal pantano e ho iniziato a capire.

Secondo Revelli la forza dei numeri (che io preferisco chiamare consenso) non è una costruzione che nasce dalla base sociale, una ricomposizione che nasce dall’incontro comune e che progressivamente poi si configura come consenso allargato in grado di poter divenire fronte popolare forte appunto anche nei numeri. Serve prima una “dimostrazione di forza”, uno “specchietto per le allodole” che spinga la massa informe ad alzarsi come zombie dal pantano attratta dal suono “forte”  dei pifferai magici di turno.
Che poi, guarda caso, sono sempre gli stessi che ci hanno “impifferato” da diversi decenni.
Caspita, davvero un’idea geniale…!

E che elevata concezione del popolo! Popolo che, secondo Revelli, ha ovviamente bisogno di una classe di eletti ed esperti che lo guidi  e che proponga loro una dimostrazione di forza in modo da procurare un irrefrenabile impeto a seguirli.

E Revelli lo dice anche chiaramente poco più avanti, quando dice testualmente che il lavoro di ricomposizione va fatto “al livello del sociale così come al livello del politico (della “società politica”)”.
Il solito concetto errato di sociale e politico intesi come due entità complementari (“maschio”, che presumo nella concezione revelliana, rappresenti la “forza”.. e “femmina”, la base) .
L’idea di un possibile “ermafroditismo” non è contemplata.

Fuor di metafora, la possibilità che varie entità sociali associate o individuali siano in grado di connettersi tra loro fino a fare rete e farsi esse stesse organizzazione politica non viene assolutamente presa in considerazione.
Eppure sono proprio queste entità che fanno veramente politica, nei territori, nelle lotte, nelle situazioni di crisi. Il gruppo che invece dovrebbe dare la “dimostrazione di forza” non fa politica da molto tempo; fa solo scelte autoreferenziali per sopravvivere e guadagnarsi qualche rendita istituzionale.

E la forza che possono dimostrare è purtroppo soltanto quella aritmetica dei “numeri” che pur di essere raggiunta può far passare anche sopra alla giustezza, alla coerenza, alle idee chiare. Può anche giustificare il perdere per strada, come è successo all’Altra Europa, movimenti, cittadini, giovani, intellettuali, studiosi, uomini di cultura, ecc. per trovare i “numeri” altrove.
Così succede che si costituisce la “forza dei numeri” strizzando l’occho, compiacendo o unendosi a Civati, Cofferati, ecc. – e sempre all’interno dei soliti circoli e delle solite logiche di accordi tra segreterie di partito (l’esperienza ligure per le elezioni regionali docet) – ma snobbando di converso i No Tav, No Muos, No Triv, No Expo, ecc. o, quantomeno, accettandoli solo se disposti a farsi “annettere” alla “casa comune della sinistra e dei democratici” magari ammirati dalla grande “dimostrazione di forza” che i nostri eroi daranno tra non molto.

Ma davvero qualcuno pensa ancora che il solito rassemblement di partiti(ni), a cui oggi si aggrega anche l’Altra Europa,  solo perché ovviamente aumenterà un po’ i voti grazie all’apporto elettorale di componenti e votanti dell’area critica del Pd, possa portare al cambiamento?

Qualcuno crede davvero seriamente che questo sia il percorso che porterà la sinistra a farsi forza di governo?

Riepiloghiamo, per capirci meglio, quali sarebbero le fasi revelliane della presa del potere:

1) assemblamento della “società politica” (leggi: partiti(ni), aree dissidenti del PD) e leader che vediamo fallire da ormai decenni (leggi: Ferrero, Vendola, ecc.);
2) aumento numerico dei voti grazie a queste aggiunte (ad esempio voti da aree anti-renziane del PD e/o cofferatiani);
3) popolo ammirato e plaudente che, vedendo la “dimostrazione di forza numerica”, si scapicolla subito verso il nuovo “rassemblement” gridando “Finalmente una sinistra forte!”;
4) arrivo in massa anche di tutti i movimenti: associazioni, disoccupati, esodati, precari, “No” di ogni tipo, ecc, tutti affascinati e conquistati dalla posa plastica di “forza numerica”, stile sollevatore di pesi, dei suddetti leader (spettacolo inguardabile tra l’altro)
5) casa comune finalmente riempita;
6) conseguente “forza numerica” oltre il 40%, vittoria elettorale e presa del potere.

Come non averci pensato prima? Come dite? E’ quello che si è sempre fatto? Va be’ andiamo avanti.

Davvero qualcuno pensa di abboccare a questo ennesimo illusorio espediente dei soliti noti e davvero pensa che una simile soluzione possa produrre qualcosa di diverso da una coalizione che non arriverà mai ad avere i numeri per farsi forza di governo, restando eternamente relegata a forza di “centro classifica” con una opposizione senza capacità di incidere sui veri radicali cambiamenti?

Davvero non si riesce a capire che oggi la strada è diversa e non può che prescindere da questi soliti pifferai che già ci hanno proposto millanta volte “soluzioni vincenti e definitive” salvo poi ridurre la sinistra così com’è ridotta ora?

L’alternativa oggi, in una società mutata, può solo essere quella di una ricomposizione sociale autodiretta che si fa organizzazione politica da sé con strutture orizzontali, partecipative e metodi innovativi, che cresca lungo un vero percorso comune all’interno di assemblee permanenti in cui davvero uno valga uno (ma davvero, non alla maniera grillina ..).
Il tempo degli accordi politici tra segreterie, leader e apparati di partito non funziona più e non ha mai funzionato davvero nemmeno in passato.
La strada non passa più di lì, quello è un binario morto da evitare per non finire  come il ferroviere della locomotiva gucciniana.

Non serve quindi che oggi AET  e partiti(ni) si vestano a nuovo, riempiendosi la bocca di quel “sociale” che irridevano fino a ieri, salvo poi fare un’apparente marcia indietro dopo le dichiarazioni di Rodotà e Landini. Non riescono, per quanti sforzi facciano.  a nascondere la loro volontà di “anschluss che sottintende sempre un loro nascosto ruolo egemonico già ben evidenziato però dalla stessa genesi che sta avendo il percorso che intendono mettere in atto. Ruolo egemonico che nasce appunto dalla errata concezione, di cui sopra, cioè di una “classe politica” che dia il suo servizio e la sua consulenza al “sociale”.

E Revelli lo dice chiaramente nella sua relazione: “ci mettiamo al servizio”.

L’assemblea dell’Altra Europa segna quindi la morte dell’esperienza originaria della Lista Tsipras e non serve travestirsi da “nonna buona” come il lupo di Cappuccetto Rosso per spacciare  questa solita ammucchiata partitica come logica prosecuzione di quell’esperienza.

Le strade si dividono inevitabilmente e proprio a causa di questa scissione messa in atto dalle scelte divisive e di ottusa chiusura a qualsiasi dialogo con altre posizioni della “dirigenza” di AET che ha abbandonato da tempo il percorso immaginato quando si costituì la Lista Tsipras e che ora formalizza questa trasformazione con le ultime decisioni assembleari.

Da una parte resterà chi crede ancora ai solito giochetti di equilibrismo partitico basato su alleanze di apparati e basati su piani elettorali,
dall’altra chi vuole partire da coalizioni sociali per dare il via a un percorso forse difficile, forse lungo ma che è l’unico che alla lunga può, ponendosi come vera alternativa di governo, creare delle concrete condizioni per ribaltare questo sistema globale che sta cancellando diritti e futuro.
E quindi: a loro il cappuccetto e a noi il rosso….
Adelante!

Gian Luigi Ago

LINK:
Relazione Revelli: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=17807
Mozione conclusiva Assemblea AET: http://listatsipras.eu/blog/item/2938-ass-nazionale-mozione-conclusiva.html


GUIDO VIALE risponde a ELEONORA FORENZA

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Cara Eleonora, ho saputo da Pippo Jedi che il tuo intervento in assemblea ha ricevuto 92 minuti di applausi e me ne compiaccio, perché questo ti aiuterà sicuramente a svolgere sempre meglio il tuo lavoro.

Ma poiché mi hai chiamato in causa personalmente, ma anche pubblicamente, con la tua ultima mail, ti rispondo allo stesso modo, ribadendo che le ragioni che mi hanno spinto a firmare insieme a tante altre e altri compagni una Lettera aperta all’Altra Europa le ho già esposte pubblicamente in una mail di risposta ad Antonia Romano e in una assai più lunga lettera aperta mia personale a L’Altra Europa; e credo che siano abbastanza chiare da non doverle ripetere.

Se tu o chiunque altro non le capite è sicuramente colpa mia, ma non so fare di meglio.
Vorrei innanzitutto tranquillizzarti: non sei una zavorra.
Nessuno, per un’organizzazione che ha fatto di “Prima le persone” il suo motto in campagna elettorale, può esserlo. Una zavorra lo sono invece, insieme ad altre – il giudizio, come sai, non è solo mio – due delle organizzazioni a cui tu fai capo: la direzione di Rifondazione Comunista e il COT dell’Altra Europa (che adesso cambierà nome, ma, a quanto sembra, non cambierà natura).

Sono contento che tu come capo delegazione partecipi alla manifestazione No Expò del Primo maggio.
Non si capisce però come mai tu non abbia mai posto il problema, già sollevato da me e da altri mesi fa, all’interno del CON e poi del COT, di cui pure fai parte. Al punto da permettere che un delegato (o commissario?) del COT partecipi a un’assemblea congressuale senza sollevare obiezioni al fatto che proprio lì – a Milano! – si voti di non prendere posizione su Expò perché il tema è “divisivo”. Non ti sei accorta del fatto che l’Expò è il concentrato di tutto ciò che L’Altra Europa pretende di combattere con le campagne contro il TTIP, il jobs act, lo sblocca Italia, il consumo di suolo, il debito pubblico, la devastazione della finanza degli enti locali?

Lo stesso vale per la tua partecipazione, personale o come capo delegazione, alla mobilitazione contro Tempa Rossa e le trivellazioni. Hai mai sollevato il problema nel comitato dei 221, di cui facevi autorevolmente parte, quando è stata presa la decisione di non sostenere quella campagna, cosa che ci ha fatto perdere un numero considerevole di ex candidati, di attivisti e di sostenitori?

E non si poteva evitare che in una manifestazione promossa sostanzialmente dall’Altra Europa si invitasse a parlare un personaggio che ha più volte chiesto più polizia contro il movimento NoTav della Valle di Susa?
Credi che questo abbia rafforzato i legami de L’Altra Europa con i candidati e le candidate, gli elettori e le elettrici di quel movimento?

Tu vanti il fatto che in sette Regioni su sette L’Altra Europa sostiene liste contrapposte al PD. Ma ti sei resa conto che con il sostegno a una di quelle liste (peraltro sostenuta e rappresentata da personaggi che se le cose fossero andate bene per loro sarebbero ora in lista nel PD, senza cambiarne di una virgola il programma, come appare evidente dai contenuti su cui si sono svolte le primarie), che con quel sostegno il COT, e con esso, purtroppo, tutta L’Altra Europa, sono passati come un carro armato sul lavoro di paziente tessitura di una vera coalizione sociale portato avanti per mesi dei compagni liguri de L’altra Europa?

E che quella operazione, che ti sfido a definire democratica, non sarebbe mai andata in porto se la direzione di Rifondazione Comunista e il COT de L’Altra Europa avessero invece assecondato, come era loro dovere, le decisioni già prese dai loro militanti (o militonti, come li chiami tu, e non io)?

Quello che dovresti comunque smettere di fare, e con te molti altri, è continuare a far credere che le persone disposte a volantinare, raccogliere firme, stare ore in videoconferenza, parlare alla gente ci sarebbero solo nei partiti; mentre fuori dei partiti ci sarebbero solo persone pronte a teorizzare e a pontificare.

Se nell’Altra Europa oggi di “senza partito” ce ne sono molti meno – e così è; ma ce ne sono molti meno anche di attivisti di partito) é perché qualcuno li ha fatti scappare. E quel qualcuno non sono certo gli “intellettuali” che pontificano senza distribuire volantini (Renzi li chiamerebbe i Professoroni), ma sono state le scelte opportunistiche fatte all’ultimo momento dalle direzioni di SEL, di Rifondazione comunista e dal CON-COT.

E non ti sei accorta che in molte di quelle Regioni le liste che L’Altra Europa sostiene sono, in base alla teoria del CON, ora COT (e domani chissà?) “divisive”, perché SEL sta dall’altra parte?

Che è il motivo per cui sono state ignorate – cioè, a rigor di termini, boicottate – dal COT le liste L’Altra Emilia Romagna e L’Altra Calabria, senza che tu sollevassi nemmeno il problema, anche se personalmente o come “capo delegazione”, sei andata, come ho fatto io e hanno fatto altre ed altri, a sostenerle?
Potrei continuare, ma tocco solo un ultimo punto. Vorrei sapere dal capo delegazione dell’Altra Europa se la decisione di definire, in un’assemblea pubblica e trasmessa in streaming, “un carnevale” la decisione di Barbara Spinelli di andare a ricoprire il seggio che occupa nel Parlamento europeo (decisione da cui si può ovviamente dissentire, ma che allora aveva trovato concordi tanto tutti i garanti quanto il segretario di Rifondazione e il coordinatore di SEL), se quella decisione, che fa seguito a una serie ininterrotta di attacchi mediatici contro Barbara Spinelli (portati avanti anche dalla nostra commissione comunicazione, e singolarmente da diversi suoi membri, ben prima del 25 maggio), se quella decisione è stata presa consultando anche “i vicini di stanza”, cioè gli altri parlamentari della nostra delegazione; e come mai tu, come capo delegazione, non hai sentito il bisogno di spiegare che questo non è il modo migliore per tenere unito un gruppo parlamentare: sia al suo interno che nei rapporti con il ” corpo sociale” che dovrebbe rappresentare.

Guido Viale

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lettera di Eleonora Forenza:

Ciao,
mi presento, sono una zavorra.
O almeno, così vengo definita – io come migliaia di altre compagne e compagni – da una lettera aperta che si conclude con l’appello a una politica che “sappia mettere al primo posto la solidarietà, l’accoglienza, le persone”. In qualche articolo precedente, venivo addirittura considerata un “errore”, perché nella versione DOC dell’Altra Europa – quella che magari avrebbe superato con esito positivo il Giudizio dei Padri (sic, si è detto anche questo) – merdacce (scusate qui cito fantozzi e non rodotà per provare a sdrammatizzare) di partito non avrebbero nemmeno dovuto essere candidate…
Non ho risposto a questo, così come a molti altri insulti, o espressioni profondamente violente, come quelle che possono essere rivolte agli altri con leggerezza, senza paura di ferire, solo da chi ha la pretesa di rappresentare il giusto e il vero, il Bene contro il Male. Non ho risposto perché ho voluto evitare il più possibile polemiche e divisioni.  Ora, dopo aver letto la “lettera aperta” nella sua ennesima versione, sento proprio di non poter tacere alcune cose.
La prima è che trovo difficile da accettare la postura giudicante da parte di chi si è sistematicamente sottratto alla fatica del costruire, alla materialità della politica come percorso collettivo. Sono orgogliosa di essermi formata in una comunità politica che mi ha insegnato a leggere Braidotti e Gramsci, smontare una pagoda, occupare un’aula, bloccare un treno, costruire relazione tra donne, pensare a quanto hai ricavato alla fine della festa perché quei soldi ti servono per fare i manifesti il mese successivo. Ho imparato a rifiutare qualsiasi divisione fra chi fa e chi pensa, tra chi agisce e chi giudica, tra chi scrive editoriali e chi distribuisce volantini. E voglio ringraziare di cuore le compagne e i compagni che in questi mesi si sono assunti l’onere di far vivere il progetto dell’Altra Europa, pensando e agendo insieme. Duole pensare che oggi in nome della fedeltà al progetto originario alcuni di noi siano impegnati a raccogliere firme per dichiarare morta l’Altra Europa. Deve essere un nuovo modo, assai originale, per provare a unire ciò che il neoliberismo ha diviso.
Conosco e stimo personalmente molte delle compagne e dei compagni che hanno firmato la lettera. Mi permetto, dunque, di rivolgermi in primo luogo a loro.
Non devo certo qui illustrare quanto grande sia la responsabilità che abbiamo nel provare a costruire anche in Italia una forza politica europea in grado di sostenere la lotta contro le politiche di austerità e di supportare il governo di Syriza. In questi mesi l’altra europa – pur nella sua, nostra, insufficienza – ha lavorato per unire tutto ciò che si riconosceva nel sostegno alla Grecia (anche con la costruzione di appelli, piazze, manifestazioni, e la splendida esperienza della brigata kalimera) così come nel conflitto aperto dai soggetti sociali, nelle manifestazioni della FIOM come nelle giornate di Blockupy. Senza il vituperato COT, senza queste persone, tutto questo semplicemente non ci sarebbe stato. In sette regioni su sette sosteniamo liste alternative al Pd, certo con esperienze che presentano limiti e contraddizioni, ma anche con una chiara indicazione di percorso. Il tema dell’alternatività al Pd e dell’internità al Gue sono condivisi da tutti.
Parliamo delle relazioni con i movimenti, evocate nella lettera. Fatemela dire così (in modo un po’ schizo, che in altra sede non userei: ma qui voglio sia chiaro che per me sono atti non individuali e che vivono in relazione e in un percorso collettivo): la “capodelegazione” dell’altra europa è andata in calabria e in emilia a sostenere le liste alle regionali, a Tunisi e a Francorte, sarà a Milano alla manifestazione no Expo, ha ospitato la scorsa settimana a Bruxelles una iniziativa con i conflitti sui temi della giustizia ambientale, invitando dai NO Triv a stop biocidio, una delle sue prime interrogazioni è stata su tempa rossa e a novembre si farà l’ispezione a taranto; una delle sue prime ispezioni è stata dentro il cantiere tav. Nessun contorsionismo nella relazione con i movimenti, ma la volontà precisa di intendere la rappresentanza come strumento utile ai conflitti.
Limiti e contraddizioni nel nostro percorso,nelle forme di democrazia, nella capacità di comunicazione: certo, tantissimi. Ma di tutto quello che abbiamo costruito, di questa storia e fatica collettiva, fatta anche di persone che organizzano pullman e passano ore davanti a un computer per discutere fino allo sfinimento mille problemi, nella lettera non c’è traccia: si parla solo, in modo consentitemi di dire un po’ autoreferenziale, di assemblee, procedure e COT. Non c’è traccia della relazione col mondo esterno. Ripeto quel che è stato fatto è limitato, e assolutamente insufficiente. ma siamo proprio sicuri che sia il caso di produrre l’ennesima divisione in nome di un livello più alto di unità?
Lo chiedo, appunto, perché voglio sottrarmi dalla logica abbrutente del noi vs voi e vorrei che tutte, ma proprio tutte le persone che hanno dato vita al percorso della altraeuropa continuassero a farne parte.
Il mio invito, dunque, è a prendere parte alla assemblea di oggi e domani, a discutere quanto volete, ma non perdere di vista che ci unisce una idea del mondo, e spero anche una passione politica comune.
Dovremmo abolire a sinistra tutto ciò che innesca meccanismi autodistruttivi: dalla rottamazione alla demonizzazione dell’altro. Tutto ciò che fa passare l’idea che il problema sia l’altro e la soluzione consista nella sua distruzione. Mi sembra, invece, che non riusciamo a uscire da, passatemi l’espressione, una “coalizione a ripetere” (altro che coalizione sociale!) che ci induce sistematicamente a ripetere gli stessi dibattiti, sociale vs politico, società civile vs partiti.
Basterebbe rievocare le parole di Ingrao – come hanno fatto zagrebelsky e Paggi in occasione dei suoi 100 anni – sulla democrazia di massa che è qualcosa di più di un elenco di elettori, anche grazie alla trama di partiti, associazioni e sindacati, per ricordarci che di certo la soluzione alla crisi della democrazia di massa non la troviamo oggi né nella forma-partito, né nella forma-sindacato (è questa la consapevolezza alla base della proposta lanciata dalla Fiom) e neanche in una supponente apologia della società civile. “Il risicato quattro per cento”, caro guido, l’abbiamo raggiunto anche grazie a quegli stolidi militonti il cui unico compito dovrebbe essere quello di riconoscere l’altrui superiorità. Sia ben chiaro, non è mia intenzione qui fare una apologia della forma-partito, anche considerato che da anni provo a dare un contributo nominarne i limiti da femminista e da “precaria” (quale ero fino a pochi mesi fa). e sono certa che si tratterà di costruire una forma della politica capace di connettere forme diverse di militanza (nella scomposizione di politico e sociale prodotta dal neoliberismo), politica sociale, pratiche mutualiste, collettivi femministi, occupanti casa ecc. Anche qui , guido, tu chiami spesso in causa l’autore di”finale di partito”. credo vi sia una differenza profonda tra chi ha messo a tema il “finale di partito” (non è la mia tesi) e chi sputa quotidianamente sulle persone che militano in un partito, generosamente, con passione e intelligenza; chi parla, pur avendo responsabilità politiche da una quarantina d’anni, come se avesse la soluzione in tasca, senza fare un bilancio di ciò che ha prodotto. come se bastasse dirsi “apartitici” per essere innovativi. Come se la sinistra dei club non fosse stata teorizzata quasi da prima che io nascessi. come se si potesse sovrapporre il termine società civile col tema della coalizione sociale.  mi fermo qui, il discorso sarebbe lungo.
C’è poi un tema che attiene alla delegazione parlamentare, che ha qualche responsabilità e qualche dovere in più nella nostra storia collettiva. Anche qui, mi sono sottratta quanto più possibile (ammetto, non sempre) alle polemiche. Persino di fronte a valutazioni comparative un po’ surreali come quelle che faceva daniela qualche tempo fa su chi si fosse più o meno relazionato alla lista. Io non sono qui per fare il giudice, e nemmeno l’imputato. Non per dare voti, nè per riceverli. e tantomeno per fare “valutazioni comparative”. sona una compagna come le altre e gli altri, solo, appunto, con qualche responsabilità e dovere in più. e, quindi, mi sono sentita in dovere, usiamo questa espressione impropria, di girare l’Italia come una trottola per partecipare a iniziative della altraeuropa senza badare a che fosse il mio collegio o meno; a partecipare alle assemblee dall’inizio alla fine, senza andarmene alla fine degli applausi al mio intervento, perché ritengo fondamentale ascoltare; a partecipare a ore di riunione via web; a essere presente alla manifestazioni a cui aderivamo come altraeuropa; a costruire un ufficio quotidianamente a disposizione della lista – e ringrazio davvero raffaele, barbara,  mimma e luca per lo splendido lavoro che fanno a prescindere dalla tessera – chi di rifo, chi di sel, chi nessuna – mettendosi a disposizione  di tutti; a contribuire economicamente al funzionamento della lista con un contributo mensile dal mio stipendio di parlamentare, dal primo giorno fino alla fine del mandato e non solo fino alla copertura dei debiti.  anche unilateralmente, come sta avvenendo da qualche mese; a proporre che vi sia un coordinamento fra la lista e gestione dei soldi della delegazione. Potrei continuare, ma mi fermo qui.
Mi limito a dire che se tutti avessimo inteso la nostra funzione di “delegazione” come di servizio e a disposizione di un percorso collettivo, se ci fossimo sentiti responsabili della fatica del costruire e non solo messi nella postura giudicante, bravissimi a indicare ciò che non funziona, forse la situazione sarebbe migliore della attuale. e trovo difficile sentir dare lezioni sul “noi” quando non si prova quotidianamente a costrurlo,a partire da sé. Quando adempio si risponde individualmente a Landini e rodotà senza sentire né il desiderio né il bisogno di confrontarsi con le due persone che occupano le stanze accanto (che sono delegate a rappresentare il tuo stesso percorso) o di confrontarsi con i militanti della lista che rappresenti in parlamento.
Ho sempre pensato – e continuo a pensarlo – che non si possa essere efficacemente parlamentari se non dentro una storia collettiva, e che mantenere unita la delegazione, in relazione con AE fosse fondamentale. E, per questo mi sono spesa, (e non smetterò di farlo) fino all’altro pomeriggio. Quando poche ore dopo avervi detto quanto fosse a mio avviso importante che come delegazione lavorassimo alla buona riuscita della assemblea, a costruire il massimo di unità possibile pur nelle differenze, mi ritrovo la sorpresa di una raccolta firme volta a delegittimare l’assemblea stessa. Una ferita, anche nella relazione personale.
Cara barbara, come sai, ho sempre pensato che io, te e curzio avessimo qualche responsabilità in più. E, purtroppo capisco dopo aver letto il tuo articolo sul femminismo, anche quello scritto senza il bisogno di confrontarsi con nessuna (anche quella per me una ferita) quanto lontana da te debba esserti sembrato il tentativo di una militonta di costruire una una relazione personale e politica tra donne. ti ho già scritto che vivo come un fallimento personale non essere riuscita a vincere il muro della tua diffidenza, e ovviamente me ne assumo la responsabilità. Lo considero un mio limite.
Ti prego però di fermarti, di non contribuire a distruggere il varco che abbiamo aperto – tutte e tutti insieme – nella possibilità di costruire anche in Italia una alternativa. lavorare per distruggere rende peggiori, e inchiodare gli altri ai propri limiti è il contrario della politica. Non è da un gesto distruttivo che potrà nascere “una vera altraeuropa”, ma solo un indebolimento delle nostre già flebili voci. L’AE ha bisogno della tua intelligenza, della intelligenza e della passione delle persone che hanno firmato la lettera. in parlamento conduciamo battaglie contro giganti,penso a che quello che fai quotidianamente sul frontex, a quello che provo a fare sul ttip. sarebbe difficile sottoporsi al giudizio delle figlie (che mi interessa più di quello dei padri) e spiegargli che ci siamo divise anziché lavorare per unire ciò che il neoliberismo (come abbiamo detto tutte e tutti in campagna elettorale)  ha diviso perché il Cot era eletto a lista bloccata.
Come diceva la pubblicità del magnum, la vita è fatta di priorità.
spero di vedervi tutte e tutti (ah i danni, del femminismo..) tra poco,
ele
ps: scusate se ho scritto molto e parlato di me e diquello che ho fatto e vissuto incutesti mesi. non l’ho mai fatto finora e non era mia intenzione farlo. ma oggi mi pareva necessario.

ACCUMULI, UNITA’ E GEROVITAL

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La credibilità non si costruisce solo con la coerenza e la giustezza delle proposte”  [Marco Revelli. 18 aprile 2015]

Commentando questa frase e capendo bene dove Revelli volesse andare a parare, un compagno all’assemblea dell’Altra Europa di oggi a Roma commentava dicendo che intanto se la sinistra fosse coerente e cominciasse a fare ciò che dice non sarebbe male…

Perchè il problema della necessità di fare l’unità va bene ma c’è il rischio che, per fare l’unità anche con chi non siamo d’accordo, rischiamo di perdere alcuni con cui invece siamo d’accordo.

Così succede che l’Altra Europa non tiene in dovuta considerazione i No Tav, No Expo, No Triv, ecc. per non contrariare qualcuno.. e ignora le loro manifestazioni escludendo così di fatto le espressioni più importanti delle lotte in Italia. E questo per tenersi, in cambio, le minoranze del PD…

Allora va bene la massima unità ma ci vogliono dei punti discriminanti chiari, non si possono sacrificare sull’altare del “massimo accumulo possibile” valori, obiettivi e soprattutto coerenza, come invece è successo in Liguria per le elezioni regionali.

Altrimenti riusciremo magari anche a fare un po’ di quell’accumulo di forze che cerca Revelli ma siamo destinati a perderlo così come l’abbiamo perso una quindicina di anni fa, pur avendocelo già.

Come si può ben capire, ci si trova di fronte a un progetto che predilige gli “schieramenti” più che la sostanza. Non è un caso che i principali fautori di questa brillante operazione politica, che secondo i progetti degli ideatori dovrà portare al governo la sinistra… siano proprio i partiti e le aree del ceto politico che vedono in questa operazione una sorta di magico Gerovital che può  garantire loro ancora qualche anno di vita in un accettabile benessere.

Insomma,in pratica un’opera di bene a favore della terza età.

Evviva!

Gian Luigi Ago


ACCUMULAZIONE DELLE DEBOLEZZE, la relazione di Revelli all’Assemblea dell’Altra Europa

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Considerazioni a caldo a cinque minuti dalla chiusura dell’intervento di Revelli, la cui relazione lascia trasparire più l’esigenza di una posizione difensiva e giustificazionista che non propositiva. D’altronde la parte propositiva, che giunge dopo una scontata analisi della situazione europea, è molto fragile e si basa sul concetto di “accumulazione della forza”.

Se per forza si intende quella dei partiti, è già una forza tutta da costruire dal nulla in quanto ormai non esiste più. Non si fa certo una forza sommando tante debolezze. Ma Revelli questo lo sa bene e allora apre la porta della erigenda casa comune alla parte “sociale” e a quelli che chiama gli “homeless” della politica.

Per questo parla di una casa che deve unire sociale e politico. Qui però ricade nel solito errore e si lascia sfuggire la realtà del suo concetto quando dice: “il sociale ha bisogno di avere una sponda di riferimento politica”. E qui torna la solita errata concezione di un’unità che non è comune appartenenza ma che presuppone erroneamente uno iato tra sociale e politico per cui il sociale necessita di un ceto politico a cui fare riferimento.

Ma allora quello che si vuol fare non è un percorso comune, bensì un accordo tra due parti.
L’esigenza prioritariaper Revelli è sempre quella, e lo dice: “avere la forza dei numeri”, convinto che una nuova ammucchiata di partiti senza alcuna forza possa aumentare i numeri. Certo li aumenterà grazie  ai dissidenti renziani che porteranno ad aumentare le percentuali, ma avere più numeri non corrispone a un sostanziale e duratro aumento del consenso in grado di ribaltare i rapporti di forza.

La forza e il consenso si creano rompendo proprio quell’idea di un sociale che ha bisogno del politico e creando una vera comunità che sia fatta da persone. E tra queste persone saranno ben accette anche le risorse umane che sono nei partiti, se capiranno di essere sprecate e destinate all’ennesima sconfitta con questa idea di creare un movimento alternativo dando vita alla solita vecchia coalizione politica che dovrebbe avocare a sé il sociale.

L’accenno alla Liguria è poi risibile soprattutto quando dice che si è cercata la massima unità, quando la massima unità, anche con i partiti, era già stata trovata dall’Altra Liguria e poi disgregata e sostituita con una unità tesa a formalizzare la nuova ammucchiata politica, anche a scapito di coerenza e rispetto di obiettivi.

Come previsto e prevedibile Revelli ribadisce infine che questa non è nemmeno la “anticamera” della casa comune che dovrà nascere dopo molti passaggi, a riprova che chi si aspettava da questa assemblea una risposta chiara su cui poter ragionare, potendo poi magari scegliere finalmente una delle due strade che si diramano dal bivio revelliano dovrà ancora continuare a vivere sperando…senza sapere come morirà…

Io preferisco invece vivere e fare in modo che chi vivrà domani si trovi un mondo diverso e non ancora con Rifondazione, Sel, Ferrero, Vendola e Revelli…..
Adelante!

Gian Luigi Ago


LETTERA ALL’ASSEMBLEA DELL’ALTRA EUROPA firmata da Barbara Spinelli, Guido Viale, Luciano Gallino e molti altri

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La lettera firmata firmata da Barbara Spinelli, Guido Viale, Luciano Gallino, molti ex candidati per l’Altra Europa  e una lunga lista di altre firme che sarà letta all’Assemblea dell’Altra Europa che si apre oggi a Roma.

LETTERA APERTA ALL’ASSEMBLEA DELL’ALTRA EUROPA

Abbiamo condiviso e continuiamo a condividere l’appello iniziale L’Europa a un bivio, che alcuni di noi hanno contribuito a redigere e che altri hanno sostenuto con la propria candidatura e con la propria militanza, ma – nonostante molte mediazioni – non possiamo condividere il percorso che l’attuale gruppo dirigente dell’Altra Europa sta perseguendo.

Durante l’ultima assemblea nazionale di Bologna, il 18 e 19 gennaio, non è stato definito alcun programma, dato che quell’assemblea era stata messa nell’impossibilità di esprimere un voto.

Non votare e non contarsi significa sempre eludere la sostanza: cioè i temi politici fondamentali su cui non c’è eventualmente accordo.

Era stato però designato un “Comitato operativo transitorio” formato dalle stesse persone che avevano dato corpo in precedenza ai molti e spesso stravaganti acronimi (Con, Cot) che indicavano organismi non eletti, incaricati di condurre all’assemblea successiva. Di assemblea in assemblea, con sempre meno militanti e sempre più invisibili al mondo, siamo giunti a compiere quel presunto “percorso unitario” – mai votato e mai deciso, reso possibile dall’immobilismo e dalla subalternità ai piccoli ceti partitici della sinistra – che ha portato a delegittimare il lavoro di aggregazione fatto con continuità e abnegazione dai comitati regionali nati in vista delle elezioni.

 Fino a giungere al caso esemplare dell’Altra Liguria, di cui la dirigenza di Altra Europa ha ignorato o misconosciuto le scelte – analogamente a quanto accaduto per L’altra Sardegna, L’altra Calabria e L’altra Emilia Romagna – insieme a quelle delle tante forze con cui questa struttura locale era riuscita a costruire un primo embrione di coalizione sociale. Un disconoscimento volto ad appoggiare la candidatura Pastorino che, per le passate prese di posizione, contrasta con gran parte dei principi ispiratori e dei punti programmatici della nostra comunità. In particolare, contrasta con uno dei cardini dell’appello istitutivo de L’Altra Europa: quello di non candidare personaggi che ricoprissero o avessero ricoperto cariche elettive o ruoli dirigenti in altri partiti nella passata e nella presente legislatura, onde salvaguardare il carattere sostanzialmente apartitico della lista.

Il superamento delle piccole identità partitiche era la caratteristica che aveva maggiormente distinto il nostro progetto, permettendoci di raggiungere il risicato quattro per cento che ci aveva fatto esistere come forza politica: un principio che per l’Altra Europa dovrebbe avere valore statutario.

Le cose sono andate diversamente. La dirigenza che gestisce oggi quel che resta dell’Altra Europa ha voluto perseguire ciò che già aveva enunciato nel documento Siamo a un bivio: la confluenza, in vista di una fantomatica e sempre di nuovo rinviata unificazione, tra i piccoli partiti della cosiddetta sinistra radicale, e dell’ancor più fantomatica unificazione con una frangia della sinistra Pd di cui non si conoscono le reali prospettive.

 Il nucleo di una ventina di persone che, pur non essendo mai state elette, si sono insediate al comando dell’Altra Europa, si è di fatto ritagliato, all’interno dei circa quarantamila sottoscrittori dell’appello iniziale, un proprio “corpo sociale” costituito da poco più di settemila adesioni (dopo averne preannunciate decine di migliaia e aver detto che il vero referente erano il milione e centomila elettori), ormai formato in gran parte da militanti di partiti (soprattutto Rifondazione comunista) che tutt’ora hanno forti legami con le proprie case di appartenenza.

 Il cosiddetto Comitato di Transizione ha trasformato la prossima assemblea nazionale del 18-19 aprile in un congresso per delegati – un ossimoro, e in buona parte un tradimento delle intese iniziali – che eleggerà un organismo su lista unica bloccata, un comitato centrale inamovibile, solo formalmente legittimato democraticamente.

Si sono tenute assemblee territoriali con la pretesa di voto su mozioni (una della quali, per altro, ritirata dagli stessi estensori) e con “controllori” centrali incaricati di verificare il rispetto dei criteri imposti. In questo modo, migliaia di militanti sono stati esclusi dal corpo sociale dell’Altra Europa. Dei sei promotori iniziali (poi garanti) del progetto, ne è rimasto solo uno. Tutti gli intellettuali, gli artisti, gli studiosi, gli esponenti di rilievo dei tanti movimenti che si erano raccolti intorno al progetto – un gran numero di persone, tra cui decine dei nostri candidati e candidate – ci hanno lasciato strada facendo.

Il risultato è che la linea politica dell’Altra Europa si piega ormai di volta in volta alle esigenze tattiche imposte dalla sua subalternità agli interessi dei partiti con cui vorrebbe unificarsi: basti pensare al voltafaccia sulla nostra costituzione in associazione, che Sel non gradiva e che per questo non si è più fatta, o al voltafaccia sulla partecipazione alle elezioni regionali, prima scartata perché “le Regioni non contano nulla”, poi sostenuta per offrire uno spazio a Sel, dove questo partito non riesce ad accordarsi con il Pd; o, ancora, al voltafaccia nei confronti del tema “coalizione sociale”, prima marginalizzato e addirittura irriso, e poi, dopo le prese di posizione di Landini e Rodotà, riannesso in modo posticcio al percorso della “Casa comune della sinistra e dei democratici”. Per non dire dei contorsionismi necessari a stare con i movimenti No Tav, No Triv, No Expo e al tempo stesso mantenersene fuori, così da non costituire una minaccia per chi, pur abbracciando astrattamente una posizione, ne pratica un’altra, spesso diametralmente opposta, quando siede in giunte comunali e regionali. Lo stesso vale per la vicenda di Tempa Rossa e per i movimenti che lottano contro le Grandi Opere, l’erosione del suolo in Liguria, il No Muos in Sicilia, le Grandi Navi e il No Mose in Veneto.

Tutto questo ha disgregato ciò che era unito: molti di coloro che hanno sostenuto la nascita dell’Altra Europa si sentono ormai esuli in patria, alcuni si sono allontanati, altri hanno ritrovato entusiasmo riavviando un processo partecipativo.

Tutti però sono convinti che il percorso seguito attualmente non abbia futuro, essendo una stanca e ancor più contorta riedizione di progetti di aggregazione tra forze politiche prive di una propria ragion d’essere, per quanto ben decise a salvaguardare la propria sopravvivenza, la propria identità e, il più delle volte, i propri apparati (o zavorra, come li definisce Stefano Rodotà).

Stanno tuttavia prendendo forma e moltiplicandosi innumerevoli punti da cui partire per far rivivere quello spirito unitario – fondato su partecipazione orizzontale e attenzione ai processi sociali, anziché sugli schieramenti partitici – che aveva animato l’adesione al nostro progetto iniziale.
Li ritroviamo nelle reti fra movimenti, nella trasversalità delle mobilitazioni per i migranti, nella perseveranza di tanti militanti e comitati, nella fierezza con cui L’Altro Veneto e molte “Altre” Regioni hanno deciso di affrontare le elezioni regionali con slogan come “basta cemento, basta tangenti”, chiedendo che la politica ritrovi un rapporto con l’etica del bene comune e sappia mettere al primo posto la solidarietà, l’accoglienza, le persone. La politica vera dell’Altra Europa, per noi, si fa lì.

Luciano Gallino (ex garante)

Barbara Spinelli (ex garante ed eurodeputata)

Guido Viale (ex garante)

Anna Lucia Bonanni (ex candidata)

Enzo Di Salvatore (ex candidato)

Nicoletta Dosio (ex candidata)

Mauro Gallegati (ex candidato)

Domenico Gattuso (ex candidato)

Antonella Leto (ex candidata, portavoce di Primalepersone)

Carla Mattioli (ex candidata)

Ivano Marescotti (ex candidato)

Daniela Padoan (ex candidata)

Dijana Pavlovic (ex candidata)

Adriano Prosperi (ex candidato)

Roberta Radich (ex attivista L’Altra Europa, portavoce di Primalepersone)

Rossella Rispoli (ex candidata)

Carlo Salmaso (ex candidato)

Edoardo Salzano (ex candidato)

Gian Luigi Ago (Azione Civile / L’Altra Liguria)

Carlo Amabile (L’Altra Emilia Romagna)

Pino Ippolito Armino

Loredana Astigiano (L’Altra Liguria)

Simonetta Astigiano (L’Altra Liguria)

Francesco Baicchi
Claudia Bellucci

Mirko Benelli

Norma Bertullacelli

Gabriella Bianco

Giorgio Boratto

Maria Grazia Bordini

Antonio Bruno

Paolo Cacciari

Francesco Saverio Calabresi

Alberto Casartelli (Altra Emilia Romagna, Ravenna)

Vincenzo Cavulo

Furio Chiaretta (L’Altra Europa Val Pellice)

Anna Maria Chiossone

Lucia Ciarmoli (Comitato II Municipio Roma, Liberacittadinanza)

Angelo Cifatte (portavoce Tavola per la pace Liguria)

Laura Cima

Nicola Cipolla (Presidente Cepes)

Francesca Costantini

Andrea Crespiani (sostenitore L’Altra Europa, Albenga)

Claudio Culotta (L’Altra Liguria Genova)

Claudia dall’Olio (ex attivista Altra Europa, Bologna)

Chiara De Capitani

Marina De Felici

Pietro Del Zanna

Laura Di Lucia Coletti (candidata presidente L’Altro Veneto – Ora possiamo!)

Roberto Felici

Umberto Franchi (L’Altra Europa, Lucca)

Enrico Gagliano

Giuseppe Gallenti (Azione Civile / Movimento civico Natura)

Cristopher Garaventa (L’Altra Liguria)

Cosimo Antonio Gervasi (L’Altra Pioltello)

Antonella Ghirardelli

Luca Giusti (L’Altra Europa Genova)

Antonio Greco

Athos Gualazzi (Partito Pirata)

Salvatore Lihard (Associazione L’Altra Europa – Laboratorio Venezia)

Pino Lombardo (ex referente L’Altra Europa Reggio Calabria)

Simone Lorenzoni

Antonio Madera (Comitato L’Altra Europa Bologna)

Carlo Magagni (ex attivista L’Altra Europa, Bologna)

Cuono Marzano

Germano Modena (L’altra Europa Cuneo)

Gaspare Motta

Laura Orsucci (Comitato transitorio nazionale L’Altra Europa)

Alessandra Padoan

Franco Pagliano

Pino Parisi (L’Altra Liguria)

Pier Giorgio Pavarino (coordinatore L’Altra Liguria del Ponente savonese)

Michele Pedrolo

Vincenzo Pellegrino

Gianluigi Piva (ex attivista AE)

Maria Ricciardi Giannoni (delegata Comitato di Parma e presidente nazionale Liberacittadinanza)

Riccardo Rifici

Annamaria Rivera

Serena Romagnoli (Comitato II Municipio Roma)

Pino Romano (Coordinamento AE Sicilia)

Paolo Rossi

Maddalena Rufo

Geni Sardo

Agata Sciacca

Michele Soddu

Paolo Sollier (Comitato L’Altra Europa Vercelli)

Mario Sommella (Prima le persone)

Giancarlo Spazioso

Ugo Sturlese (delegato del Comitato L’Altra Europa Cuneo)

Valeria Tancredi (L’Altra Emilia Romagna)

Corine Van Kooten Niekerk

Nicola Vallinoto (L’Altra Europa Genova)

Massimo Vanni (Comitato versiliese L’Altra Europa)

Renzo Vienna (Altro Piemonte a Sinistra)
Rosalba Vitale (Azione Civile)

Uliana Zanetti (ex candidata Altra Emilia Romagna)

Danilo Zannoni

 Invitiamo tutte le persone che condividono questo testo a sottoscriverlo inviando la propria adesione all’indirizzo:

europa.bivio@gmail.com


ELABORARE IL LUTTO (Assemblea dell’Altra Europa)

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Una lettera in cui si afferma che l’Altra Europa (AE)) non ha più futuro, firmata da Barbara Spinelli, Guido Viale, Luciano Gallino, molti ex candidati per l’Altra Europa e una lunga lista di altre firme sarà letta all’Assemblea dell’Altra Europa che si apre oggi a Roma.
In pratica si sancisce la presa d’atto di uno snaturamento esiziale dell’AE.

Nella lettera si denuncia tra l’altro l’elusione dei problemi politici con l’impossibilità di votare all’assemblea di Bologna di gennaio, la totale subalternità ai piccoli ceti partitici della sinistra – che ha portato a delegittimare il lavoro di aggregazione fatto con continuità e abnegazione dai comitati regionali nati in vista delle elezioni, il caso emblematico in Liguria dell’appoggio dell’AE alla lista di centrosinistra calata dall’alto delle segreterie partitiche, sconfessando l’Altra Liguria e il suo percorso unitario nato dalla base dei territori, una ventina di esponenti del Cot che hanno indetto l’assemblea per delegati (un ossimoro), una linea politica che si piega ormai di volta in volta alle esigenze tattiche imposte dalla sua subalternità agli interessi dei partiti con cui vorrebbe unificarsi.

Questa lettera evidenzia come si sia disgregato ciò che era unito: molti di coloro che hanno sostenuto la nascita dell’Altra Europa si sentono ormai esuli in patria, alcuni si sono allontanati, altri hanno ritrovato entusiasmo riavviando un processo partecipativo.

Tutti però sono convinti che il percorso seguito attualmente non abbia futuro, essendo una stanca e ancor più contorta riedizione di progetti di aggregazione tra forze politiche prive di una propria ragion d’essere, per quanto ben decise a salvaguardare la propria sopravvivenza, la propria identità e, il più delle volte, i propri apparati (o zavorre, come li definisce Stefano Rodotà).

La lettera conclude affermando che processi di nuova aggregazione si stanno creando altrove e che da lì bisognerà ripartire.

Questa assemblea che doveva essere costituente si sta dimostrandoinvece l’atto finale dell’esistenza di quello che fu un progetto che aveva riaperto tante speranze soprattutto per la visione innovativa che proponeva nello scenario politico.

Ma ora la Restaurazione ha preso il sopravvento e si ritorna ai vecchi rassemblement partitici basati su logiche politiciste, elettoralistiche e di sopravvivenza di ceti partitici ventennali.

A chi crede ancora possibile il cambiamento non resta che elaborare il lutto e intraprendere strade realmente nuove che partano dalla base sociale e che mettano in rete e ricompongano con metodi orizzontali, trasparenti, democratici e innovativi quanto il capitalismo ha diviso. Solo da queste nuove coalizioni sociali, e non dalla strada che passa dalle solite coalizioni partitiche, potrà nascere dall’interno delle coalizioni stesse il soggetto politico nuovo, embrione di un futuro governo di alternativa.
Adelante!

Gian Luigi Ago


LETTERA APERTA DI GUIDO VIALE ALLE COMPAGNE E COMPAGNI DELL’ALTRA EUROPA

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Premetto che continuo a considerarmi membro a tutti gli effetti de L’Altra Europa perché ho condiviso e continuo a condividere l’appello iniziale L’Europa a un bivio, che peraltro ho contribuito a redigere, e perché sono stato prima tra i promotori e poi tra i garanti di questo progetto. Non ho sottoscritto il documento Siamo a un bivio perché è in aperto contrasto con la lettera e lo spirito di quel primo appello. Non ho nemmeno sottoscritto la scheda di adesione perché impone la condivisione di un “percorso unitario indicato nell’assemblea di Bologna dello scorso gennaio” che non esiste. A Bologna non è stato definito alcun percorso, dato che quell’assemblea non ha potuto votare alcunché.

Dove porti in realtà quel presunto “percorso unitario” mai votato e mai deciso è diventato chiaro, per chi ancora non l’avesse riconosciuto nell’immobilismo e nella subalternità dei mesi precedenti, nella decisione del Comitato di Transizione autonominato di passare come un carro armato sul lavoro di aggregazione portato avanti con continuità e abnegazione dalle compagne e dai compagni de L’altra Liguria – analogamente, peraltro, a quanto fatto anche con L’altra Sardegna, L’altra Calabria e L’altra Emilia Romagna – ignorandone o misconoscendone le scelte, insieme a quelle delle tante forze con cui questa struttura locale de L’Altra Europa era riuscita a costruire un primo embrione di coalizione sociale nel corso di mesi di lavoro.

E nella decisione di  appoggiare invece, senza consultare nessuno degli organismi interessati, la candidatura  Pastorino: che è stata imposta  con modalità verticistiche e autoritarie da figure le cui passate prese di posizione contrastano frontalmente con i principi ispiratori e i punti programmatici della nostra comunità. Ma che rinnega soprattutto uno dei cardini dell’appello istitutivo de L’Altra Europa: quello di non candidare personaggi che ricoprono o hanno ricoperto di recente cariche elettive o ruoli dirigenti in partiti e istituzioni. Cioè, proprio la caratteristica che aveva maggiormente distinto il nostro progetto da tutti i tentativi più o meno unitari precedenti: quella che ci aveva permesso di raggiungere quel risicato 4 per cento che aveva fatto esistere L’Altra Europa come forza politica. Un principio, dunque, che per tutti noi dovrebbe avere valore statutario; ma che, a quanto sembra, verrà disatteso in tutte le liste regionali promosse sotto l’egida del Comitato di Transizione.

Era questo, invece, e dovrebbe restare questo, insieme alla qualità dei candidati, il nostro vero “biglietto da visita” per milioni di elettori che hanno ormai deciso di dire basta con la politica come la si fa ora. Con questa presa di posizione il Comitato di Transizione ha voluto così confermare quello che per il documento Siamo a un bivio dovrebbe essere il cuore della strategia de L’Altra Europa di qui in avanti: l’unità – in vista di una fantomatica unificazione – tra i piccoli partiti della cosiddetta sinistra radicale e, forse, con un pezzettino della squalificata sinistra del PD.

In realtà entrambi quei documenti – Siamo a un bivio e la Scheda di adesione – non fanno che garantire una delega in bianco al gruppo che si è auto-insediato al comando di quel che resta dell’Altra Europa, mascherandosi all’interno di un Comitato di Transizione che di elettivo ha ben poco, essendo chiaro, come era prevedibile e previsto, che i suoi membri elettivi avrebbero scarsamente partecipato alle relative videoconferenze, mentre a prendere le decisioni sarebbe stato quel nucleo di circa venti persone che si è auto-imposto, senza soluzione di continuità, dalla campagna elettorale a oggi.

Con questa ripetuta auto-riconferma quel nucleo si è di fatto ritagliato, all’interno dei circa quarantamila sottoscrittori dell’appello iniziale, un proprio piccolo “corpo sociale”, costituito da poco più di settemila adesioni (dopo averne preannunciate decine di migliaia, e aver detto che il vero referente erano il milione e centomila nostri elettori), ormai formato in gran parte da militanti di partiti: soprattutto di Rifondazione comunista, che fornisce il grosso dei partecipanti, mentre SEL si tiene in disparte, ma ha in mano le redini del gruppo di controllo. Questa gestione ha contribuito a far fuggire gran parte degli affiliati de L’altra Europa che erano stati attratti soprattutto dal suo carattere apartitico, per lo più dopo aver sperimentato per molti anni la militanza in uno o in diversi di quei partiti. Molte di quelle settemila adesioni, peraltro, sono puramente virtuali, perché non impegnano a nulla se non a gonfiare il numero dei delegati che ogni provincia può esprimere, votandoli in assemblee che per lo più raccolgono poco più di un quinto degli aventi diritto.

Ma a rendere completa l’omologazione con le peggiori pratiche in uso nei congressi dei partiti è stata importata, per di più in un organismo ancora senza tessere, anche una “guerra delle tessere”: con adesioni virtuali effettuate “d’ufficio” da una burocrazia di partito, magari facenti capo a un solo indirizzo e-mail, come denunciato dal’’Associazione L’Altra Europa – Laboratorio Venezia).

Questi esiti devastanti sono il frutto del meccanismo elettorale messo a punto dal Comitato di Transizione che trasforma quel “corpo sociale” in un piccolo e insignificante partito; l’assemblea nazionale in un congresso per delegati; e l’organismo che verrà eletto da questi, su lista unica, in un comitato centrale inamovibile, garantendo così la perpetuazione di quel presunto gruppo dirigente. Più volte, nei corso dei mesi scorsi, era stato proposto di dar vita a una struttura organizzata del tutto differente: elezione di delegati – con mandato vincolante e  revocabili in ogni momento – da parte dei comitati locali e, attraverso questi, a livello provinciale e regionale; per poi eleggere tra questi, a rotazione, dei portavoce e dei responsabili delle principali funzioni dell’organizzazione. Perché  il problema non è certo la delega; la democrazia partecipata non la esclude, purché vincolata a un mandato, sempre revocabile e soggetta a rotazione. Ciò avrebbe dato all’Altra Europa quel carattere autenticamente federativo – del tutto assente nelle sedicenti “federazioni” dei partiti esistenti – che è garanzia ineliminabile di democraticità, evitando di riprodurre per l’ennesima volta la struttura centralizzata del partito novecentesco imposta da quel regolamento.

Con quel regolamento centinaia se non migliaia di compagne e compagni – tra cui anche io – sono stati di fatto esclusi dal “corpo sociale” dell’Altra Europa. Dei sei, e poi sette, promotori iniziali (poi garanti) del progetto ne è rimasto solo uno, Marco Revelli. E tutti gli intellettuali, gli artisti, gli studiosi, gli esponenti di rilievo dei tanti movimenti che si erano raccolti intorno al progetto iniziale de L’Altra Europa – un vero esercito – tra cui decine e decine dei nostre candidate e candidati ci hanno lasciato strada facendo. Così a Revelli, rimasto ormai solo, il gruppo che controlla l’organizzazione sembra aver delegato da tempo in esclusiva il compito – peraltro assai scomodo, per chi da anni teorizza la fine del “partito novecentesco” – di concepire, redigere, interpretare e poi sostenere con articoli e interventi pubblici, tutti i documenti che definiscono l’altalenante “linea politica” de L’Altra Europa: piegandola di volta in volta alle esigenze tattiche imposte dalla sua subalternità agli interessi dei partiti (in particolare di SEL) con cui si vorrebbe unificare: basti pensare al voltafaccia – tra il primo e il secondo “documento Revelli” – sulla costituzione del L’Altra Europa in associazione; o a quello sulla partecipazione alle elezioni regionali, prima (e anche ora, dove SEL intende presentarsi in coalizione con il PD) scartata, perché “le Regioni non contano nulla”; e invece sostenuta (dando a quello con SEL la priorità sui rapporti con tutti gli organismi interessati a costruire liste autonome dai partiti) dove SEL è costretta a prendere le distanze dal PD; o anche al voltafaccia nei confronti del tema “coalizione sociale”: prima marginalizzato e addirittura irriso; poi, dopo le uscite di Landini e Rodotà, riappiccicato in modo posticcio al “percorso unitario” della “casa comune”. L’esito di questa subalternità ha del grottesco: per esempio, l’assemblea de L’Altra Europa di Milano, che ha votato all’unanimità il documento Siamo a un bivio, ha anche votato a stragrande maggioranza di non prendere posizione sull’Expò (sull’Expò! Che  concentra proprio a Milano tutto ciò che di peggio ha saputo produrre un sistema che devasta il mondo: quello che si pretende di combattere). E questo perché l’argomento è “divisivo”: cioè metterebbe l’organizzazione in contrasto con la Giunta Pisapia, sostenuta da SEL e Rifondazione, che nell’Expò è impegolata fino al collo!

E’ ovvio che in questo contesto io, come migliaia di altre compagne e compagni che hanno sostenuto il progetto iniziale de L’Altra Europa, ci sentiamo nella condizione di “esuli in patria”. Lavoriamo – dispersi in tanti rivoli, alcuni interni a quel che resta del nostro progetto, altri già fuori e lontani da esso – a recuperarne lo spirito iniziale: tutti comunque convinti che il “percorso” che il Comitato Transitorio pretende essere stato “indicato” dall’assemblea di Bologna non ha futuro: non solo perché è una stanca e ancora più contorta riedizione di progetti di aggregazione tra forze politiche ormai prive di una propria ragion d’essere, ma ben decisi a salvaguardare la propria sopravvivenza, la propria identità e, soprattutto, i propri apparati (zavorra, come li definisce Stefano Rodotà). Quei   progetti sono già stati sottoposti alla prova dei fatti e sono falliti.

E tuttavia, proprio prendendo lezione da quei fallimenti, oggi si stanno moltiplicando e stanno prendendo forma tanti punti da cui partire per far rivivere quello spirito unitario – fondato sulla partecipazione e attento ai processi sociali più che agli schieramenti partitici – che aveva animato l’adesione al progetto iniziale de L’Altra Europa. La politica vera dell’Altra Europa si fa lì, in tante forme differenti e per ora ancora scarsamente consapevoli delle proprie potenzialità. Ma è lì che contiamo di ritrovarci, senza alcuno spirito di rivalsa, con molti di voi, una volta che avrete preso atto che la strada imboccata con l’autoperpetuazione di un gruppo di comando sempre più subalterno alle logiche partitiche non ha futuro.

GUIDO VIALE

 P.S.: non sarò il 18.4. a Roma perché in quel giorno cade la commemorazione di un amico che per me è stato come un fratello


QUEL 18 APRILE… (verso l’assemblea dell’Altra Europa)

Presentazione1

C’è una canzone popolare da titolo “Vi ricordate quel 18 aprile, riferendosi alla data funesta della sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni del 1948, quelle che diedero praticamente il via a decenni di egemonia democristiana.
Gli strani ricorsi storici e le coincidenze numerologiche ci ripresentano questa data in un contesto totalmente diverso ma di cui probabilmente parleremo ancora in futuro.

Il 18 e 19 aprile si svolgerà a Roma l’Assemblea che dovrebbe (il condizionale è sempre d’obbligo) dare il via alla costituzione dell’Altra Europa in associazione.

Quest’assemblea giunge a quasi un anno di distanza dalle elezioni europee.
Un lungo periodo di stallo che ha provocato la perdita di entusiasmo, risorse umane, movimenti, associazioni, cittadini che avevano visto nella lista AET (L’Altra Europa con Tsipras) un nuovo modo di fare politica superando le fallimentari esperienze del passato, un luogo di aggregazione di diverse fasce sociali “autonoma dagli apparati partitici” come recitava l’Appello da cui nacque la lista.

Oggi invece purtroppo l’AET è in massima parte composta da esponenti, militanti e funzionari di partito che l’hanno di fatto colonizzata e l’hanno trasformata in uno dei tanti partitini della galassia di sinistra con i quali si appresta a dar vita a una futura coalizione uguale a quelle che già in passato hanno fallito (Sinistra Arcobaleno, Federazione della Sinistra, Rivoluzione Civile). Unica differenza l’inclusione anche di attuali tesserati del PD (area civatiana e altri dissidenti interni).

Dopo lunghi e travagliati passaggi dovuti più a immobilismo scientemente perseguito che a condizioni contingenti, si è infine pervenuti al COT (Comitato Operativo Transitorio) che aveva il solo compito di organizzare questa assemblea costituente.
Oggi possiamo dire con cognizione di causa che questo COT ha fallito sotto tutti i punti di vista.

A parte aver impiegato quasi un anno per organizzare una semplice assemblea, il risultato non è certo dei più entusiasmanti. Anziché rifarsi allo spirito iniziale dell’AET come luogo di incontro, confronto, elaborazione e condivisione delle scelte, è stata concepita un’assemblea in forma congressuale, con delegati nominati in assemblee territoriali la cui composizione è a fatica verificabile e a cui partecipano nel migliore dei casi il 15% degli aventi diritto, in maggior parte solerti miltanti di partito, con un documento politico di base precostituito e destinato ad essere già maggioritario al di là di ininfluenti discussioni.

Un esito quindi scontato che rende questa assemblea una semplice ratificazione di una scelta politica presa da quel COT che non aveva alcun titolo né incarico ad elaborare altro che non fosse una semplice organizzazione dell’assemblea. La natura semplicemente formale di questa assemblea è anche evidenziata dalla praticamente nulla pubblicità che le viene data a meno di una settimana dal suo svolgimento.

Si va quindi allo stravolgimento finale dello spirito iniziale dell’AET che rispondeva alla storicamente avvertita necessità di un netto cambiamento del modo di fare politica a sinistra .
L’assemblea del 18/19 aprile segnerà di fatto la fine di quel tentativo e un ritorno al passato dei rassemblement di partitini di sinistra.

Una politica che separa di fatto il sociale dal politico, predicando un’unità che è in realtà solo l’accostamento di queste due parti che sono considerate complementari nel senso deteriore del termine, ovvero di una “agenzia di servizio” dei soliti partitini che offre la sua “professionalità” alla parte sociale considerata come un qualcosa non in grado di darsi da sé una propria organizzazione politica.

Un ritorno al passato ancora più grave e ottuso in un momento in cui il mutato scenario storico-sociale indica l’unica strada risolutiva in quella delle “coalizioni sociali” (come, pur con differenze e limiti, sono indicate anche da personalità come Rodotà e Landini).

Mentre nella società si danno vita a progetti di ricomposizione sociale di quanto è stato diviso dal capitalismo (esemplare quello lanciato il 29 a Roma da “Prima le Persone”) con l’obiettivo di pervenire parallelamente alla nascita endogena dell’organizzazione politica, la nascente “nuova…” Altra Europa si costituisce come scialuppa di salvataggio di partiti e ceti politici ormai agonizzanti e si riferisce al sociale solo con la pretesa di esserne la parte politica di rappresentanza, senza averne ricevuto alcuna delega ma solo aspirando ad avocarla a sé in virtù di un inesistente diritto divino.

Per tutto questo quella del 18 aprile sarà una grigia e triste assemblea dove anziché un momento di entusiasmante confronto ed elaborazione comune di scelte, si assisterà a una ben misera “presa di potere a cui si perverrà attraverso farraginosi e burocratici sistemi di deleghe e ratificazione di documenti e scelte prestabilite altrove.

Un altro 18 aprile da ricordare in negativo… La fine triste e ingloriosa di un progetto che ci ha fatto perdere un altro anno della nostra vita, che si è trasformato in un remake degli horror del passato e che si pone come ostacolo alla costruzione di una reale alternativa di governo.

Gian Luigi Ago