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COMUNICATO DI BARBARA SPINELLI A SOSTEGNO DELLE “ALTRE REGIONI”

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Bruxelles, 26 maggio 2015

L’Altra Europa nacque come progetto di superamento dei piccoli partiti di sinistra per rivolgersi a un elettorato deluso dal Pd, dal M5S e dal voto stesso e come elaborazione di una nuova visione dell’Unione Europea capace di restituire reale rappresentanza ai cittadini attraverso il suo Parlamento.
Un’Europa in grado di proporre un modello di sviluppo che coniughi lavoro e conversione ecologica dell’economia, metta al centro gli interessi dei cittadini europei anziché quelli della finanza globale e degli Stati più potenti, per porre così fine ai nazionalismi xenofobi che l’austerità ha scatenato.

A tutte le persone che continuano a combattere le grandi intese, il consolidarsi di un “Partito della Nazione”, l’ortodossia delle riforme strutturali, la decostituzionalizzazione della nostra democrazia, lo scempio e la rapina del nostro territorio e dei nostri mari, va il mio immutato sostegno.

Guardo con particolare attenzione a quei laboratori, come Altra Liguria, Altro Veneto, Altra Puglia, che hanno l’ambizione di riformare il concetto stesso di politica e rappresentanza per renderle realmente partecipative e orizzontali, e a tutte le liste che, prendendo le mosse da Altra Europa, si presentano alle prossime regionali impegnandosi in una battaglia di simile natura.

A loro e ai comitati territoriali va il mio immutato appoggio, così come a suo tempo andò ad Altra Emilia Romagna e Altra Calabria.

BARBARA SPINELLI


EQUILIBRISMI A (centro)SINISTRA

Philippe Petit, a French high wire artist, walks across a tightrope suspended between the World Trade Center's Twin Towers. New York, Aug. 7, 1974. (AP Photo/Alan Welner)

Per il 30 giugno è fissata la nascita del nuovo centrosinistra partorito, come Minerva, dalle vulcaniche menti di Vendola e Civati, con probabile scioglimento di SEL, che nient’altro sarà che una metamorfosi in una Sel più grande, allargata all’area di dissidenza PD.

Questa operazione provoca notevoli spiazzamenti e dilemmi, ma soprattutto equilibrismi, da parte di chi non vede di buon occhio l’ammainamento delle proprie bandiere ma, nel contempo, non vuole nemmeno rimanere tagliato fuori da un processo pseudo-unitario che viene messo in atto  solo per salvarsi da un’estinzione certa.

Queste forme di equilibrismo apparirebbero a chiunque pretestuose e risibili se non fossero anche tragiche ed esiziali per una futura possibile alternativa di governo.
Chi non vuole, o non dovrebbe, puntare a un centrosinistra ma a una sinistra antiliberista (comunque sbagliando, perchè oggi non è di unire sigle che c’è bisogno) continua a parlare di “unità della sinistra” senza scioglimenti, di decisioni non pattizie e di segreterie, come se anche queste decisioni non fossero prese in questo modo..

Insomma, il solito sbandieramento di una novità che novità non è.
Quanti di noi più anziani riescono ancora a ricordare il numero degli innumerevoli proclami di “vera unità”, nati da una  dichiarata presa d’atto degli errori del passato?
Vere unità “quasi ossimoricamente” molteplici, poi finite miseramente dopo ogni sconfitta con un mesto ritorno di ognuno ai propri orticelli, fortini, riserve.

Ma questa volta ci assicurano che è la volta definitiva. Perchè non ci dovremmo credere? Solo perchè ce l’hanno detto millanta volte e ogni volta non era vero?
Non dovremmo essere però così prevenuti…

Prepariamoci ad assistere, purtroppo, al solito pastrocchio per cui si cercherà di salvare capra e cavoli, si cercherà di sommare chi vuole il centrosinistra a chi vuole la sinistra, chi vuole l’alternativa al PD a chi la vuole solo a Renzi, chi è nettamente schierato contro grandi opere e privatizzazioni (solo per citare solo alcune cose) a chi invece è più possibilista, chi vuole ribaltare il sistema a chi invece lo vuole rendere più umano, chi vuole un soggetto unico a chi è disposto ad aderirvi solo senza perdere simboli e bandiere.
Come sarà possibile in questo modo avere una linea politica chiara e con obiettivi precisi?
Come potrà considerarsi questo un vero percorso unitario?
Come si fa a non capire che una vera unità si fa su obiettivi e visioni del mondo nettamente condivisi e senza compromessi?

Sentiamo anche dire che non si può costruire l’unità a partire da accordi di vertice fra organizzazioni ed  aggregazioni che nel corso del tempo si sono divise, senza percorsi reali di condivisione democratica e  partecipata di contenuti e priorità, che bisognerà basarsi su decisioni “una testa, un voto”
Ma scusate: tutta questa operazione non è invece stata fatta proprio contravvenendo a questi criteri?  
Chi l’ha decisa questa nuova coalizione pseudo-unitaria?
Forse il popolo riunito in assemblea con votazione “una testa, un voto” o piuttosto i soliti leader e le solite segreterie che cercheranno di trovare un equilibrio tra diversi, calando poi la ricetta miracolosa dall’alto sul popolo che aspetta?
Come inizio non c’è male…

In realtà una vera unità dovrebbe prescindere da tutto il passato, richiederebbe umiltà e coraggio, altrimenti lascia inevitabilmente trasparire che la si ricerca solo per convenienza del momento.
E infatti probabilmente è proprio così ed è anche dichiarato esplicitamente da chi (L’Altra Europa) era nato per essere un “contenitore” e invece si è trasformato in un partitino tra tanti o, peggio ancora, nell’alibi da dare a chi vuole apparire unitario.
Si parla infatti di puntare a unaforza dei numeri per una coalizione forte che possa aumentare la sua presenza nelle istituzioni.
Ma – aggiungo io.. – mai in grado di farsi nuova forza di governo in senso di vera alternativa.

Un’operazione così raffazzonata e già vista è comunque destinata al fallimento in ogni caso perchè non nasce da una tabula rasa del passato, da una dismissione di autoreferenzialità ma cerca di far stare insieme sigle con criteri compromissori (per non parlare di visioni non omogenee della politica).

Oggi la strada verso l’alternativa non è certo l’unità delle sigle di sinistra, ma il prescindere da esse, se vogliamo dar retta a Rodotà e Landini.
Questo è il vero scarto col passato, il vero “cambiar strada“.
Il rivolgersi a un ceto politico pluridecennale e plurifallimentare, logorato da logiche politiciste non è certo la soluzione.
Oggi la soluzione per ribaltare lo stato delle cose può nascere solo dall’interno delle lotte, dei movimenti, dalle “persone” e non dai “partiti.
E questo non per un qualunquista antipartitismo simil-grillino, in quanto l’art. 49 della Costituzione rimane tuttora valido.

Il fatto è che l’organizzazione politica (il partito, appunto dell’art.49) non può più essere calata dall’alto, offerta al popolo da un ceto politico “altro“, a maggior ragione se è sempre il solito che già ha fallito in passato.

Oggi l’unica strada praticabile è quella di una ricomposizione dalla base sociale che si faccia “da sè” organizzazione politica nuova e futura forza di governo di alternativa.
Sono cose che ho gia detto molte volte – lo so bene – ma serve averle in mente ben chiare per non trovarci tra dieci anni al solito punto di partenza con qualcuno che ci propone una nuova sommatoria di sigle.
E’ per questo che continuare a ribadirle non è mai abbastanza.
Repetita iuvant.

Gian Luigi Ago


GUIDO VIALE sul caso SPINELLI

Presentazione1

Non credo che possa destare stupore la dissociazione di Barbara Spinelli da L’Altra Europa. Aveva postato, insieme ad altri, tra cui il sottoscritto, una lettera aperta di critica alla gestione dell’organizzazione. Non ha avuto alcuna risposta. Che cosa ci si poteva aspettare di diverso?

Vorrei comunque tranquillizzare coloro che se ne dispiacciono: non cambia niente. La delegazione degli europarlamentari dell’Altra Europa, come corpo unitario, non è mai esistita. Ciascuno di loro continuerà a fare, bene o male, quello che ha fatto finora, o cose coerenti con l’impostazione che ha dato finora al proprio lavoro. E continueranno anche a firmare insieme comunicati importanti come quello sulle violenze poliziesche di Pozzallo; anche, si spera, con altri parlamentari del GUE o di altre liste, magari accodandosi, come in questo caso, al lavoro fatto da lei sola.

Nemmeno si interromperanno i loro rapporti con gli organismi “centrali” de L’Altra Europa, perché anche questi rapporti, a mia conoscenza, non ci sono mai stati. Eleonora ha partecipato con maggiore frequenza alle audio-riunioni del CON e del COT e gira come una trottola (il che va a suo merito) per partecipare a iniziative dell’Altra Europa. Ma lo veniamo in gran parte a sapere a posteriori.
Del lavoro e dei programmi dei tre parlamentari gli “organi centrali” dell’Altra Europa non si sono mai occupati (o, se lo hanno fatto con alcuni, è stato “a latere” delle riunioni ufficiali, senza renderne conto).

Meno che mai, scusate se insisto, si sono occupati di come venissero spesi i fondi a disposizione del gruppo parlamentare (o anche questo è stato fatto, probabilmente, “a latere”).

C’è però da chiedersi se è Barbara Spinelli a non volersi più considerare parte de L’Altra Europa o è L’Altra Europa – o i suoi “organi centrali” – a non considerarla più, e da tempo, parte del proprio “progetto”.

Vi sembra un modo normale di tenere i rapporti tra colleghi di uno stesso gruppo parlamentare definire in una riunione pubblica “un carnevale” le scelte di Barbara Spinelli, come ha fatto Curzio Maltese, e senza che il COT abbia sentito il bisogno di eccepire alcunché (e ricevendone in premio l’assunzione negli organi direttivi di Sel)? Ma non si tratta purtroppo di una novità:
Barbara Spinelli, senza alcuna difesa da parte dei suoi colleghi o del COT, è stata fatta oggetto per mesi di una campagna che ne denunciava l’assenteismo, quando le uniche votazioni che ha mancato – in un anno, ormai, di sedute parlamentari – sono dovute all’assenza di un giorno, in cui le era stato fissato un incontro con Tsipras. Incontro a cui avevano peraltro partecipato anche gli altri due parlamentari, senza mai essere sfiorati da alcuna accusa di assenteismo (e senza sentire il bisogno di chiedersi perché). E certamente non è estraneo a questa campagna sul suo presunto assenteismo il fatto che, subito dopo il 25 maggio, una foto di Roberto Musacchio, sedutosi non autorizzato al seggio di Barbara Spinelli, abbia campeggiato per giorni, senza esserne rimosso, sul profilo FB de L’Altra Europa, mentre su un’altra pagina FB de L’Altra Europa qualcuno la dipingeva addirittura sgozzata.

Tralascio qui tutti gli improperi di cui è stata fatta oggetto su altre pagine di FB, alcune delle quali appartenenti a noti esponenti della nostra organizzazione che oggi si travestono da mammolette.
Ma la denigrazione di Barbara era cominciata ben prima del 25 maggio, subito dopo la sortita di Paola Bacchiddu in bichini che ha offerto il destro ad attacchi, molti dei quali provenienti dalle nostre file, per dipingerla come bacchettona e autoritaria. O ci siamo dimenticati che l’impareggiabile Nicolò Ollino, che oggi lamenta il fatto di venir esposto “al pubblico ludibrio” dalle scelte di Barbara, aveva inaugurato la nostra campagna elettorale chiedendo, su FB, perché mai la nostra comunicazione fosse stata affidata “a una vecchia di 160 anni”?

C’è un perché di tutto ciò (e altro ancora)? Sì, soprattutto se si passa dal personale, che personale non è, al politico (che meglio sarebbe chiamare partitico).
Barbara Spinelli è stata, fin dall’inizio di questa vicenda, per il suo nome, per il suo lavoro di giornalista, per i suoi interessi, testimone e garante non solo dell’orizzonte europeo del progetto, che è la prima delle grandi novità che fanno la differenza dell’Altra Europa rispetto a tutte le altre formazioni politiche; ma anche del suo carattere unitario ma apartitico, che è ciò che ha permesso a quel progetto di arrivare là dove tutte le precedenti “iniziative unitarie” non erano più da tempo riuscite ad arrivare. La lista Arcobaleno, quella Ingroia o la Federazione della sinistra avevano già abbondantemente dimostrato come anche gli elettori di sinistra avessero ormai voltato le spalle a qualsiasi lista con una caratterizzazione partitica.

Ma il vero grande fallimento della sinistra italiana si chiama in realtà Beppe Grillo. Quando ci si chiede perché in Italia non si sia riusciti a realizzare una Syriza o un Podemos, ma neanche una Linke o un Front de Gauche, che pure non sono altrettanto entusiasmanti, non si tiene conto del fatto che negli anni in cui quelle iniziative si andavano formando o consolidando, la sinistra italiana ha lascito campo libero alla costruzione del movimento Cinque stelle, che ha raccolto e convogliato verso un’organizzazione padronale e monocratica non solo un grande malcontento diffuso, ma anche gran parte dei temi che i movimenti più vari erano andati elaborando nel corso di anni di lotta. Così il movimento Cinque stelle ha potuto avere il suo primo exploit, non a caso, proprio contestualmente allo scippo di “Cambiare si può” da parte delle segreterie dei partiti che avevano finto di appoggiare quel progetto.

Questo solo fatto avrebbe dovuto e potuto convincere chiunque della necessità di un nuovo inizio. E un nuovo inizio infatti c’era stato: mai, da anni, tanti intellettuali, artisti e studiosi si erano raccolti intorno a un progetto politico come era successo con L’Altra Europa. Mai tanti movimenti diffusi in tutto il paese avevano guardato con interesse, a volte, certo, misto a diffidenza, nei confronti di uno schieramento che affrontava una competizione elettorale.
Ma di quella temperie non è rimasto niente. Perché?

La colpa, ci sentiamo dire, e proprio da parte di chi è responsabile di quello scialo, è di Barbara Spinelli; delle sue scelte; della sua irresponsabilità, del suo disprezzo per la quotidianità.
Il fatto che Barbara si fosse “rimangiato” l’impegno a non accettare un eventuale seggio nell’Europarlamento, così come era stata indotta a “rimangiarsi” la decisione di non candidarsi, come tutti gli altri garanti (ma allora senza alcuna protesta) avrebbe potuto e dovuto essere accolto come un altro grande passo avanti lungo la strada intrapresa. Nessuno infatti osava negarlo; tanto che persino il segretario e il coordinatore dei due principali partiti che avevano sostenuto la lista erano stati concordi nel riconoscerlo. E l’autentica rappresentante, nel nome e nei fatti, della lista l’Altra Europa avrebbe potuto entrare nell’aula del Parlamento Europeo intitolata a suo padre come prova vivente di quel nuovo inizio.

Invece ci è dovuta entrare accompagnata sì, dall’entusiasmo di tanti di noi, ma anche inseguita dagli insulti e dai lazzi di molti di coloro che avrebbero dovuta sostenerla (non poi così tanti; ma sufficienti a fare caciara, anche con il rincalzo di tanti nemici giurati della lista). Che cosa era mai successo? Era successo che Barbara aveva “portato via” il posto non a un altro candidato de L’Altra Europa (cosa che nelle liste elettorali è ordinaria amministrazione); ma all’”Europarlamentare di SEL”, rompendo quell’equilibrio così diligentemente illustrato dai cultori dell’alta politica (uno a Rifondazione, uno alla “società civile” e uno a Sel) che avrebbe dovuto riportare la lista a quella condizione di mera aggregazione di organizzazioni diverse a cui si era cercato in tutti i modi di sottrarla; peraltro non sempre riuscendoci, come evidenziato in molte situazioni da una conduzione separata della campagna elettorale.

Quella guerra contro Barbara, scatenata dall’interno e dall’esterno dell’organizzazione, è stata in realtà una guerra contro il progetto dell’Altra Europa; che da allora è rimasta paralizzata, nell’attesa di arrivare a un qualche compromesso con le sue presunte “componenti”.
Che da allora, poco per volta, sono diventate tre: Rifondazione, Sel, ma anche l’Altra Europa: al tempo stesso (presunto) contenitore sia delle altre due componenti che di se stessa…

Oggi si rinfaccia a chi non ha un partito il lavoro che i membri dei partiti hanno fatto per raccogliere le firme e fare campagna elettorale (i volantini, i manifesti, i comizi, i viaggi, i soldi, il tempo…). Ma non hanno fatto le stesse cose anche quelle e quelli senza partito? E non eravamo, o non avremmo dovuto essere, tutti della stessa partita?
Invece oggi si invoca quell’impegno come se dovesse legittimare la compartecipazione alla gestione de L’Altra Europa non di chi vi milita, il che sarebbe normale, ma degli apparati dei relativi partiti.
E perché mai? Perché questa è la strada che è stata imboccata da L’Altra Europa.

In realtà, una scelta o una decisione ufficiale non c’è mai stata; c’è stata una pratica che si è andata trascinando per mesi e mesi nell’inconcludenza: niente gruppi di lavoro (quindi niente elaborazione); niente apertura dell’associazione (perché Sel non voleva; ma chi l’ha deciso?); niente appoggio alle liste regionali Altra Emilia Romagna e Altra Calabria (il silenzio, in una situazione del genere, si chiama boicottaggio, che significa non “vendere” e non “comperare” un prodotto.
Ma Sel si presentava con il PD, e non bisognava “dividersi”); niente rapporto con i movimenti (tutti) e, in particolare con No-triv e No-expo per non disturbare governanti e amministratori di Sel; niente autofinanziamento e quindi niente comunicazione per mesi e mesi (10); niente regole di funzionamento fino a che non sono state messe a punto quelle che, scimmiottando un congresso, hanno garantito al gruppo permanente al comando la propria perpetuazione; niente, ovviamente, dibattito su quelle regole, da prendere o lasciare.

Ma abbiamo appoggiato la Grecia, Syriza e il governo Tsipras! Ci mancherebbe solo che non si fosse fatto… Ma una scelta del genere non basta a tenere in piedi un’organizzazione che si pretende politica. (di associazioni Italia-qualcosa ne abbiamo tante; tutte o quasi meritorie, anche se certo meno importanti).

Ma quanto maggiore è stato il riferimento, sacrosanto, alla Grecia, di altrettanto si è affievolita la capacità di misurarsi con i maggiori processi sociali in corso nel nostro paese. Il punto di approdo di questa parabola è stato l’appoggio alla lista Pastorino. Certo è una lista che potrebbe anche avere un certo successo: non per proprio merito, ma per l’incancrenimento del PD. Dubito però, per come si è costituita, che possa pescare gran che tra tutti coloro che non votano più perché sono disgustati dalla politica, e non solo dal PD così com’è ora.
Ma è il modo in cui il gruppo al comando dell’Altra Europa è arrivato a questa decisione che è scandaloso: passando come un bulldozer sopra il lavoro di mesi e mesi delle compagne e dei compagni dell’Altra Liguria, senza nemmeno interpellarle. Passando cioè sopra un lavoro, quello sì, unitario, di base, costruito a partire dai temi centrali per la Liguria, come la lotta contro le privatizzazioni, contro il nesso Grandi Opere-dissesto idrogeologico e finanziario, contro il razzismo e per il sostegno ai migranti, per un diverso modo di vivere, e convivere, nella quotidianità.

Quel punto di approdo è la negazione del valore del lavoro politico di base tra e con in movimenti in nome di un accordo tra vertici stipulato a prescindere dal programma e dalle persone chiamate a rappresentarlo.
Tutto ciò, se permettete, non ha niente a che fare con l’essere pro o contro i partiti in astratto; ha molto di più a che fare con l’idea che abbiamo, e che vogliamo diffondere, della politica come presa di parola e autogoverno e non come rappresentanza autoreferenziale.

Che cosa resterà di tutto questo dopo le elezioni? Certamente resterà la possibilità di continuare il lavoro iniziato mesi fa, grazie al fatto che quel processo unitario promosso dal basso sarà stato in qualche modo “tenuto insieme” dai molti o pochi che non si sono lasciati illudere dall’ennesima riproposizione di una lista calata dall’alto. Il lavoro dell’Altra Liguria.

Ma quel punto di approdo era nella logica delle cose. Dal documento Siamo a un bivio, che è stata la bandiera del finto congresso di aprile dell’Altra Europa, si era esplicitamente voluto escludere una clausola – ed è stato il motivo per cui ho rifiutato di sottoscriverlo – che prevedeva di darsi “una struttura provvisoria, democraticamente eletta, che abbia il suo fulcro nei comitati e nelle associazioni dell’Altra Europa che si sono andati costituendo o si costituiranno nei territori”.

La si è esclusa con l’esplicita affermazione che quei comitati “non contano nulla” e che occorreva guardare al di là: alle decine di migliaia di firmatari dell’appello iniziale (quelli che così facendo abbiamo in gran parte perso) e al milione e passa di nostri elettori (idem): apparentemente un rapporto demiurgico tra il “centro” e una platea tutta da costituire; in realtà, la predisposizione di una sommatoria di “componenti” da non mettere in discussione.
E’ ovvio che queste ed altre decisioni fanno di me, come di molti altri e altre che hanno vissuto con passione la vicenda dell’Altra Europa (e in primis, credo, di Barbara Spinelli) degli e delle “esuli”, che si riconoscono sì nell’appello e nel progetto iniziali, ma non possono più accettare questo modo di procedere.

Non ho difficoltà a riconoscere la buona fede di tante altre compagne e compagni che attribuiscono anche loro tutti questi difetti, o altri ancora, o qualcuno in meno, a ciò che L’Altra Europa è diventata nel frattempo. Ma che contano di poter ancora raddrizzarne la rotta (mentre ce ne sono molti altri, al suo interno, che considerano quell’esperienza conclusa, e che stanno pensando solo a come venirne fuori “onorevolmente”, con una aggregazione di partiti e correnti su cui, per non guastare la manovra, è opportuno, per ora, dire il meno possibile). Se quei tentativi di “cambiare rotta” avranno successo – ne dubito – sicuramente ci rincontreremo da qualche parte.

Con alcune e alcuni forse anche prima di quanto ciascuno di noi riesca a pensare. Perché i tempi corrono.

GUIDO VIALE


UNITA’ DELLA SINISTRA, HEIDEGGER, DITA E LUNE

sinistra

Mi son preso la briga di confrontare le dichiarazioni fatte in occasione del lancio dei vari “progetti” di unità della sinistra, soffermandomi solo su quelle relative agli ultimi vent’anni..
Le parole usate sono la fotocopia una dell’altra e delle stesse che vengono proposte oggi con i nuovi “progetti” in tal senso.

Si badi bene, tutte cose giuste: unità che superi le piccole differenze e guardi agli obiettivi comuni, focus su temi importanti quali lavoro, ambiente, dissesto idrogeologico e cementificazioni, ecc, (questi oggi un po’ meno…per contingenze di alleanze elttorali), ecc.
Anche le citazioni valoriali sono impeccabili: richiamo alla Costituzione, alla Resistenza, alle esperienze delle lotte operaie, ai diritti, ecc.

Tutto ineccepibile. Cosa c’è allora che non è andato bene e che ancora porterà a un inevitabile fallimento? Cosa c’è che relegherà ancora una volta la sinistra a una forza di eterna opposizione più o meno grande a seconda del periodo storico ma comunque mai in grado di farsi forza di governo?
Se non si capisce questo, si ripeterà il passato in eterno come in un ineludibile “giorno della marmotta”.

Eppure oggi l’unità sembra allargarsi e si ha anche il coraggio (o l’incoscienza) di imbarcare elementi che sono diversamente di sinistra e penso all’area civatiana, cofferatiana, minoranza, ex o meno, del PD. Ammesso e non concesso che anche questo sia un valore aggiunto – e non, com’è in realtà, un errore che contribuirà a rendere esiziali questi progetti, in quanto costeranno un prezzo da pagare alla coerenza e a intenzioni di ribaltamento del sistema e non di semplice aggiustamento riformistico – il problema vero consiste nella natura del progetto, in una incapacità di analisi della nuova situazione politico-sociale nel migliore dei casi, nel tentativo di far passare il solito progetto che garantisce sopravvivenza e mantenimento/acquisizione di rendite di posizione, nel peggiore.

Ecco perché ogni volta che si ascoltano queste proposte sembrano bellissime (a parte quel retrogusto di deja vu nei più anziani) e poi ci si trova dopo un po’ di tempo a domandarsi: “Ma come mai allora non ha funzionato?” dando inevitabilmente la stura ad accuse reciproche e nuove fratture fino a nuova “ricerca dell’unità” (di solito sempre vicino a fasi elettorali).
Ricerca di unità questa volta però “risolutiva”…. (come si era detto delle altre) e confortati dal solito oratore che ci dice che questa volta è diverso perché si farà tesoro degli errori del passato.

Dove sta l’errore? Vi svelo cosa bisognerebbe fare secondo me: per una volta bisognerebbe rovesciare l’esempio classico del dito e la luna e soffermarsi a guardare il dito perché è lì che si annida l’errore.

Fuor di metafora, il problema vero è che oggi non c’è bisogno di un’unità della sinistra anche perché è sempre intesa nel senso di unità di partiti, di leader, di sigle. E per di più sempre le stesse e sempre con gli stessi candidati di apparato, Oggi non serve avere un “ceto politico” a cui fare riferimento perché “il sociale” è frammentato e non può trovare più rappresentanza in chi viene ad offrircela come un venditore di aspirapolvere.
Oggi la ricomposizione sociale deve nascere dal suo interno, perché l’unità della sinistra tende a ricomporre solo le sigle e i partiti.

Certo – diranno loro – lo facciamo per poi aprire e dare rappresentanza alle masse”.
Purtroppo non funziona più così. Oggi serve una forma di auto-rappresentanza che nasca “da dove ha luogo il pericolo” (tanto per scomodare Heidegger..). E’ solo da lì che può nascere un fronte popolare di alternativa che si faccia anche “organizzazione politica” prescindendo dal far riferimento alla vecchia dicotomia tra “politico” (che è poi “partitico”) e sociale.

Non serve quindi una coalizione di forze politiche ma di forze sociali (come hanno ben capito Rodotà e Landini).
Per inciso: avete più sentito parlare di questi due da chi oggi parla di unità della sinistra…?

Non è prioritario (o meglio: non lo è ancora) un radicamento istituzionale che è poi quello a cui punta invece la “sinistra unita” per mandare nelle istituzioni i soliti noti.
E’ ovvio che loro credono ancora importante la funzione del partito come oggi inteso, della dirigenza, della guida politica, tutto inteso ancora in una visione otto/novecentesca.
Sarebbe per loro inconcepibile farsi “individui” e non più quadri politici e dare il loro contributo mischiati nella massa.
L’organizzazione politica serve certamente ma non calata dall’alto della classe politica. Deve nascere dalla base sociale. Non serve nemmeno cambiare le strutture partitiche, metter loro un vestito nuovo, aprirsi al sociale
Bisogna ripartire dalla base.
Solo un’organizzazione che si formi in un percorso di auto-ricomposizione sociale oggi ha un senso.
E’ il percorso che fa la vera “organizzazione politica” altrimenti è solo una simulazione, un adattarsi a quello che al momento conviene.
E’ il percorso che costituisce, nel suo compiersi, la meta. E servono strutture e metodi innovativi, orizzontali. trasparenti. Il che non significa mancanza di organizzazione politica, ma diversa organizzazione politica.
Solo così quegli obiettivi, che valorialmente sono indubbiamente di “sinistra”, finiranno di essere mera enunciazione elettorale, magari fatta in buonafede ma che poi li rende lune irraggiungibili per via del “dito” di cui sopra.

E allora è inevitabile che questi tentativi falliranno ancora, proprio perché è solo dal sociale che “si fa” politica che può nascere un movimento capace un giorno di farsi forza di governo.
Per tornare al vecchio buon Heidegger che di ontologia e fenomenologia qualcosina ne capiva, basterebbe prender nota che “qualsiasi salvezza che non provenga da dove ha luogo il pericolo, è ancora sventura”

Gian Luigi Ago


ECCO PERCHE’ NON SONO D’ACCORDO CON BIA SARASINI

Presentazione1

Bia Sarasini scrive un articolo (link alla fine di questa nota) dal curioso titolo “La politica non viene dall’alto. Ecco perché non sono d’accordo con Barbara Spinelli”

La Sarasini,’esponente dell’Altra Europa, inizia col passo felpato tipico di chi vuole pugnalarti alla spalle con un sorriso sulle labbra. Il suo esordio è quasi commovente:
“È stato il suo nome [della Spinelli, n.d.r.] a convincermi, poco più di un anno fa, a coinvolgermi nel progetto “

Ma  poi parte con la solita solfa per cui la Spinelli, contrariamente a quanto affermato durante la campagna elettorale delle europee, si è risolta ad accettare l’elezione al Parlamento Europeo, non lasciando il suo posto al secondo eletto, come dichiarato.  Cosa vera. Ma si dimentica di dire che questo le è stato chiesto espressamente da Alexis Tsipras e anche ufficialmente dall’Altra Europa compresi Rifondazione e Sel che hanno solo chiesto che fosse lei a scegliere in quale circoscrizione prendere il posto, rifiutando un sorteggio o un accordo tra i due partiti, lasciandole la patata bollente di una scelta destinata a scontentare in ogni caso uno dei due partiti (Rifondazione e Sel) in quanto, a seconda di dove avesse accettato la candidatura, uno dei due “secondi eletti” (Forenza -PRC o Furfaro – SEL) sarebbe stato escluso.

Nessun atto di prepotenza quindi, né di mancata parola, ma una accettazione della richiesta di fornire il suo appoggio ritenuto prezioso e indispensabile a partire dallo stesso Tsiprsas.

Ma fino a qui siamo ancora nel campo di una semplice lettura ad usum delphini che comunque già fa trasparire nella Sarasini una implicita negazione di quanto detto nella prima parte del suo articolo (cioè il passo indietro dei partiti).

La tesi della Sarasini assume però accenti paradossali.
Il suo ragionamento è questo:
I partiti hanno preso il sopravvento nell’Altra Europa? La colpa è della Spinelli perché con la sua scelta ha creato scontento e bufera nei partiti”.

Ma come?? Non avevano fatto un passo indietro con piena disponibilità?
Allora che importanza ha se va in Parlamento Europeo uno di Sel o una di Rifondazione?
E’ sempre qualcuno eletto nelle file dell’AE, sulla base dei princìpi e del programma elettorale. Se i partiti si adirano allora vuol dire che il passo indietro era una finzione, e che in realtà ragionavano ancora con il principio delle quote (se viene eletto uno del PRC, deve essere eletto anche uno di Sel, uno a te e uno a me..).
E ancora: che nesso c’è tra i partiti che litigano e il loro prendere il sopravvento?  Logica vorrebbe che se uno è scontento se ne va..

Non una parola della Sarasini sul fatto che l’AE abbia lasciato scappare intellettuali, associazioni, movimenti, cittadini, i comitati dei territori che avevano contribuito in maniera determinante al successo elettorale. Non una parola sul disconoscimento dei territori, sulla coniazione di “casa della sinistra e dei democratici”, sull’accettazione dell’imposizione di SEL di non dar vita all’associazone.
Sempre colpa della Spinelli?

Ma la Sarasini oltre che fantasiosa è anche generosa e allora ammette:
Sì, c’è più di un argomento per ammettere che i partiti hanno preso il sopravvento e il progetto originario è stato tradito” .
Ma poi riprende la sua arrampicata di quarto grado sugli specchi e aggiunge:
Ma dove e quando c’è stata una battaglia politica? Dove e quando Barbara Spinelli è stata portatrice di una visione, dove e quando avrebbe perso?

Diciamo subito che la visione di cui è portatrice la Spinelli è nell’anima fondativa dell’Altra Europa (bastava non distruggerla..)
E poi se la battaglia sembra non esserci stata è perché non è stato dato spazio alcuno al discutere, al dibattere, al confrontare proposte diverse, perché si è andati avanti per la propria strada a colpi di maggioranza, perché si è proibito di votare alcunché nelle assemblee.

Ma il dissenso è nato subito, già due mesi dopo l’europee con le proteste contro l’elefantiaco Comitato di 221 autonominati che poi, per partogenesi, ha dato origine al gruppo “dirigente” che ha assunto una funzione politica che non aveva, imponendo una linea politica con un’unica mozione congressuale (perché non si può che chiamare così un’assemblea con delegati e preceduta da comitati per la nomina dei delegati discutibili sotto ogni punto di vista) .

Nonostante tutto l’opposizione è continuata fino allo scorso 18 aprile quando, ormai trasformata l’AE in un partitino di sinistra e ratificata dall’assemblea fondativa la degenerata nuova linea politica contravvenendo allo spirito iniziale, molti hanno lasciato definitivamente il percorso ormai mutato. Ultima anche la Spinelli che c’è sempre stata  nella sua contrarietà anche se ha  avuto fiducia (malriposta) in chi era delegato a portare avanti le cose: un Comitato Operativo che non doveva cambiare la carte in tavola. E chi si opponeva ha sempre espresso un pensiero che era stato più volte esplicitato dalla Spinelli.

“Sì ma la Spinelli quando mai ha combattuto?” risponderebbe la Sarasini.
La Spinelli era in Europa a fare il suo lavoro di parlamentare e a combattere battaglie più importanti  e comunque si è fatta sentire in diversi modi, mentre il Comitato Operativo Temporaneo  stravolgeva i principi dell’AE, la trasformava in un partitino, creava la “casa comune della sinistra e dei democratici” si dedicava alla costruzione della futura coalizione dei soliti partitini.
Certo tra una cosa e l’altra, non mancava un’uscita in piazza con il ritratto di Tsipras… Ma non basta..

“No, questa è politica dall’alto” dice la Sarasini, bisogna lavorare dal basso.
Detto da una che ha fatto parte di un Comitato operativo (Cot) che mai ha coinvolto qualcuno che non fosse dentro la stanza delle riunioni, che ha votato tutto a colpi di maggioranza, che ha impedito di discutere e votare alcunché nelle assemblee, suona davvero risibile.

Il finale del suo articolo si accende di toni epici:
Nulla sostituisce il faticoso lavoro di provarci ostinatamente, insieme, ne sono convinta. Ora ancora di più. Per questo continui nell’Altra europa. Ogni altra strada mi sembra velleitaria, o aristocratica. O tutte le due cose insieme”.

La scelta degli aggettivi è sorprendente (velelitaria e aristocratica). Parla di di aristocrazia e velleitarietà l’esponente di un partitino che che si prepara a fare la nuova Sinistra Arcobaleno?? (Loro vi diranno che non è così, che stavolta è una cosa davvero nuova, come vi hanno detto almeno altre dieci volte in questi vent’anni).

Tanto qualcuno che abbocca ancora c’è sempre…ora anche dal campo degli anti-renziani del PD..

Cosa c’è di più aristocratico che fare una nuova coalizione di sinistra (più i democratici..) che si pone come guida del popolo in quanto ceto politico professionale che offre il servigio dei suoi apparati al bene dell’emancipazione sociale? E per di più fatta dai soliti leader che hanno distrutto la sinistra?

Cosa c’è di più velleitario che percorrere una strada già fallita più volte insieme a quei partiti che Rodotà ha definito zavorre e a cui Landini ha sbattuto la porta in faccia?

Il finale tocca vette auliche. Vi consiglio caldamente di leggere il passo sugli usignoli e Cristoforo Colombo.
Lui sentiva quelli, loro si apprestano invece a farvi sentire il canto delle sirene dei soliti noti che per la Sarasini sono nientedimeno che (udite, udite!!):
“Le imprese nuove che si fanno strada nel mondo”

Voi comunque leggetelo l’articolo (in fondo alla nota c’è il link). Ne vale la pena.
Intanto però  fatevi legare bene agli alberi delle vostra navi, come Ulisse, che questi qui cantano più di usignoli e sirene. Solo che  stonano…

Gian Luigi Ago

http://www.huffingtonpost.it/bia-sarasini/la-politica-non-viene-dallalto-ecco-perche-non-sono-daccordo-con-barbara-spinelli_b_7275992.html?utm_hp_ref=italy


COMUNICATO DI PRIMALEPERSONE – ASSEMBLEA PERMANENTE

COMUNICATO

BARBARA SPINELLI E L’ALTRA EUROPA
Comunicato di Primalepersone – Assemblea Permanente

Comprendiamo il travaglio di chi, non rinunciando a un’analisi politica lucida, rigorosa e soprattutto libera, arriva a scegliere di lasciare un percorso che non riconosce più come proprio e desideriamo esprimere tutta la nostra solidarietà a Barbara Spinelli.

Chi attacca oggi la decisione di Barbara Spinelli di prendere le distanze da ciò che resta dell’Altra Europa sono gli stessi che dopo le elezioni europee l’hanno criminalizzata per la sua decisione di accettare il verdetto delle urne, vale a dire il posto al parlamento europeo che si è guadagnata grazie ai tantissimi elettori che le hanno espresso, attraverso il voto, la propria fiducia. Barbara allora ha accettato il seggio per la sollevazione di coloro che si riconoscevano in lei e per il pressante invito dello stesso Alexis Tsipras e in accordo con tutti i garanti e i partiti. L’alternativa a Barbara Spinelli sarebbe stata un uomo di partito, assieme a una donna di partito e a un europarlamentare che è, oggi, nel consiglio direttivo di SEL.

Chi si era avvicinato a questo progetto per la sua natura “laica”, per la sua capacità di aggregare il mondo non partitico, dei movimenti, di tante esperienze virtuose del Paese, si sarebbe ritrovato, ancora una volta, senza rappresentanza. Barbara per tutto questo mondo costituiva una garanzia e una speranza.

La polemica che ne è seguita, con pesanti attacchi personali a Barbara privi di qualsivoglia ragione o fondamento, ha prodotto solo danni a un progetto che via via, si è allontanato dallo spirito e dal patto iniziale.

Prima della dichiarazione attuale di Barbara Spinelli già erano usciti di fatto, la maggior parte dei garanti, degli ex candidati, degli attivisti e dei simpatizzanti. Attualmente Altra Europa ha perso quasi del tutto il mondo della cittadinanza attiva, dei movimenti o dei semplici cittadini che avevano ritrovato una strada politica persa da tempo.

AE persegue l’idea di una “casa comune della sinistra e dei democratici”, ennesimo cartello di partiti, SEL e PRC, con la possibile aggiunta di chi è uscito o, presumibilmente, uscirà dal PD.

Barbara Spinelli ha solo sancito un dato di fatto, una distanza ormai incolmabile, creata da coloro che vogliono dar vita, senza alcuna parvenza di democrazia interna, a un progetto politico lontano dall’appello che tutti aveva unito.

Constatare che il progetto l’Altra Europa non esiste più non è un crimine, ma una coraggiosa presa d’atto.

Le ultime conferme di questo vengono da molte regioni che hanno deciso di andare al voto con simboli e richiami diversi da Altra Europa anche là dove non si è verificata alcuna spaccatura tra i soggetti coinvolti alle Europee (si veda in Toscana “Sì, Toscana a sinistra”).

Ma è in Liguria che il progetto Altra Europa si infrange definitivamente. Qui Altra Europa ha voluto appoggiare una lista che non riesce ad andare oltre la sommatoria dei partiti o di pezzi di partiti, nel vecchio stile perdente inaugurato nel 1979 con la Nuova Sinistra Unita. E, soprattutto, lo fa contrapponendosi ad Altra Liguria, un progetto politico nato in Altra Europa che era riuscito ad aggregare dal basso sia i partiti della sinistra che tanto mondo dei movimenti e della cittadinanza attiva.

Barbara Spinelli, muovendosi in modo autonomo e non rispondendo ad alcuna logica di appartenenza, ben rappresenta quella parte di società attiva che non smetterà mai di provare a costruire quel soggetto politico di cui tutti riconosciamo la necessità e che vuole dar vita a qualcosa di veramente innovativo, a partire dalle forme e dalle pratiche del far politica e dalla considerazione per la centralità delle persone, oltre e sopra ogni ruolo e scelta politica partitica.

Un grande ringraziamento a Barbara per quest’atto di chiarezza al quale uniamo un abbraccio collettivo, solidale e amico.

Primalepersone – Assemblea permanente


AUTOREFERENZIALITA’ SDRUCCIOLA (i rischi della politica)

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In qualsiasi forma di appartenenza sussiste il rischio di scivolare nell’autoreferenzialità.
Un rischio che è maggiore laddove è più forte l’aspetto ideologico, religioso, affettivo.
Soprattutto in politica questo pericolo incombente tende a ostacolare l’attuarsi del senso di comunità inclusiva, dialogante fino a sconfinare spesso in forme di razzismo e talvolta di violenza.

Mancanza di ascolto, pregiudizi, eccessiva cura del proprio orticello , innalzamento di muri difensivi e tracciatura di confini preludono a forme solipsistiche che vanificano l’azione politica e portano ad azioni, slogan e linguaggi stereotipati e con ripetitività quasi autistiche.

L’inclusività diviene così annessione, la ricerca di unità non va al di là di una federatività dove il sospetto verso l’altro e l’impulso a egemonizzare è sempre latente.

E dove si riesce a ottenere un minimo di unità, si rischia una meta-autoreferenzialità del “gruppo contenitore” come in un gioco di scatole cinesi.

La natura stessa delle strutture politiche può contribuire a questo fenomeno. Più la struttura è verticistica, leaderistica, basata su ideologie dogmaticamente concepite e  più la latenza autoreferenziale è forte.
Le scale gerarchiche portano i sottoposti, nel perdere o nell’ aver limitate le proprie capacità decisionali, a una indifferenza all’analisi di ciò che sta al di fuori dal gruppo di appartenenza (e spesso anche all’interno) affidandosi esclusivamente a chi ne è delegato.

Non è un caso che i regimi dittatoriali vadano di pari passo con nazionalismo esasperato, individuazione di un nemico “altro da sé”, rappresentato come elemento disgregante del nucleo di appartenenza ricorrendo anche a qualificazioni etiche di stampo manicheo.

Ma a parte questi casi limite, l’autoreferenzialità può annidarsi anche nei gruppi più democratici e apparentemente inclusivi.

Un modo di attenuare questi quasi inevitabili scivolamenti si può ottenere spostando il focus non su chi si è ma su quello che si fa.
Un gruppo politico che non si costituisce e non “recluta” in base all’appartenenza a un’area, a una ideologia, a simbolismi o nominalismi ma pone come elemento aggregante gli obiettivi, i percorsi, le convergenze, tende a ridurre il rischio dell’autoreferenzialità.

In quest’ottica le nuove forme decisionali proposte da piattaforme come ad esempio LiquidFeedBack e metodo Schulze amplificano gli spazi di democrazia e, oltre a rendere le decisioni più corrispondenti al pensiero della base votante, rendono obsolete le strutture stratificate verticistiche, dando vita a una vera forma partecipativa che non elimina eventuali deleghe o forme dirette ma le inserisce in un sistema fluido (la democrazia liquida) che può avvalersi di diverse modalità a seconda delle situazioni, non eliminando nemmeno il fondamentale confronto di persona in assemblea.

E’ chiaro che tutto questo non può che limitare l’autoreferenzialità aprendo a una inclusività orizzontale che infrange molti steccati fisici e politici.

Il problema ovviamente sta però sempre nella natura umana e certe modalità o strumenti possono supportare  il progredire di un arricchimento culturale e antropologico che restituisca la politica al suo perduto valore originario che la rende la più elevata attività delle comunità umane.

Gian Luigi Ago


UNA STORIA SBAGLIATA (L’Altra Europa vs Barbara Spinelli)

05/03/2014 Roma, conferenza stampa di presentazione dei candidati e del logo delle liste L'Altra Europa con Tsipras, nella foto Barbara Spinelli una dei sei garanti de L'Altra Europa con Tsipras

Quanta disinformazione, cattiva coscienza o ipocrisia. Scegliete voi…

Barbara Spinelli, una delle garanti e ispiratrici dell’appello dell’Altra Europa viene candidata alle europee dichiarando che rinuncerà al seggio a favore del secondo eletto in caso di elezione.
Dopo l’elezione viene invitata via lettera da Alexis Tsipras stesso ad accettare comunque l’elezione. Sel e Rifondazione appoggiano questa richiesta ma lasciano a lei la patata bollente di scegliere in quale circoscrizione accettare l’elezione, rifiutando un sorteggio o di accordarsi tra i due partiti.

Così per inciso diciamo anche che le elezioni non servono per spartirsi eletti tra Sel e Rifondazione (uno a te, uno a me…) ma per scegliere delle persone competenti e in grado di ben rappresentare e attuare il programma (su questo vedremo nel finale cosa succederà…).
Così è, anche se le logiche dei partiti ragionano invece in un altro modo…

Intanto passa il tempo e l’AE perde i pezzi per il suo immobilismo.
Perde il meglio di sé: intellettuali, movimenti, associazioni, cittadini che nei territori con entusiasmo hanno contribuito più di tutti al risultato elettorale.
Quegli stessi territori (le Altre Regioni) che sono considerati “altro da sé” e minacciati di denunce per l’uso del simbolo.

All’assemblea di Bologna  di gennaio si parla infatti di elezioni politiche del 2018  ma non delle regionali che ci saranno solo quattro mesi dopo…
Candidamente si affermerà che bisogna lasciar mano libera ai partiti di fare le alleanze che vogliono…  Nella stessa assemblea la blindatura è totale. Non si può decidere nulla, solo ratificare il documento Revelli. Nei corridoi del cinema dove si svolge l’assemblea si chiede di redigere insieme un documento conclusivo a mille mani. Si risponde che non si accetterà alcuna discussione.

La linea politica cambia intanto gradualmente: il “soggetto politico nuovo” del primo documento Revelli si trasforma come per magia in “casa della sinistra e dei democratici” e poi in “casa comune della sinistra e dei democratici”.
Questo provoca  grande dissenso interno in quanto la natura dei due concetti è completamente diversa. Seguono poi  documenti propositivi che si susseguono fino ad Aprile quando la stessa Barbara Spinelli invia una lettera aperta che invita a tornare allo spirito originario dell’AE, quello per cui l’AE doveva essere il “contenitore autonomo dagli apparati partitici”.
Tutto rimane inascoltato e nemmeno preso in considerazione.

Ma in AE ormai Sel, e soprattutto Rifondazione, la fanno da padroni e la linea di AE diviene quella di “unire la sinistra” nella solita ammucchiata fallimentare già vista con Sinistra Arcobaleno e Rivoluzione Civile, aprendo anche ai dissidenti civatiani del PD.
Dapprima si irride alle coalizioni sociali, poi, quando Landini e Rodotà le indicano come le vere soluzioni, si ha un rapido e opportunistico ravvedimento e si dà alla nuova coalizione anche il compito di tendere la mano al sociale… ribadendo l’errore per cui si vede il sociale come qualcosa di diverso dal politico che necessità di una sponda  che può solo essere data dall’alto del “ceto professionale partitico”.

Il COT (Comitato Operativo Transitorio) svolge intanto funziono dirigenti e politiche (che non ha) e agisce con metodi quantomeno autoritari, a colpi di maggioranza, rifiutando qualsiasi confronto per trovare una linea comune di accomodamento tra diverse posizioni.

Si arriva così all’assemblea fondativa di metà aprile che di questo nome non ha nulla essendo più simile a un congresso, con delegati, mozione unica, ecc. e molte cose più che discutibili nello svolgersi delle riunioni dei territori per l’elezione dei delegati.

A questo punto la possibilità di avere un confronto tra diverse posizioni è nulla.

A chi ancora oggi dice “bisogna cercare di cambiare le cose dall’interno” si fa notare che ci si è provato per un anno ma che è impossibile con di fronte un muro di gomma che decide a maggioranza e va avanti per la sua strada in perfetto stile renziano.

Molti abbandonano l’Altra Europa, ormai diventata un partitino pronto ad allearsi ad altri partitini.

E si arriva ad oggi quando Barbara Spinelli non può che  prendere atto del nuovo corso dell’AE, ratificato dall’Assemblea fondativa, e ne esce non condividendo lo stravolgimento dei princìpi e degli scopi per cui il movimento era nato.

Partono il linciaggio e gli insulti in perfetto stile grillino, tanto che gli stessi gestori della pagina FB dell’AE devono cancellare i moltissimi insulti.
Sono paradossalmente le stesse persone che applaudono a una situazione analoga:
l’uscita di Civati dal PD ormai snaturato dalla politica di Renzi.
La similitudine con l’uscita della Spinelli da un’AE ormai snaturata da Revelli, ultimo dei garanti rimasto , sembra più che calzante.

Ma Civati che esce da un PD che ha cambiato linea politica e strategia è un eroe,

la Spinelli che ugualmente esce da un’AE che ha cambiato linea politica e strategia è invece un’infame….

La Spinelli è stata eletta al Parlamento europeo con il programma dell’Altra Europa in cui ancora crede e che condivide, come condivide il progetto per cui in molti l’hanno votata.
Gli altri due eletti invece ora condividono il cambiamento fatto nell’ultima Assemblea che ha trasformato l’AE in qualcos’altro che era negato dallo spirito originario .
Quindi, per logica, dovrebbero essere paradossalmente gli altri due eletti a essere maggiormente nella condizione di lasciare il seggio se non condividono più il programma e il progetto per cui la gente li ha eletti…..

Questa è la desolante storia, non dissimile da molte altre già viste nella sinistra e che ancora vedremo ripetute fino a che non si capirà che il cambiamento può solo arrivare da un grande movimento di base che prescinda da qualsiasi organizzazione politica precostituita dal solito ceto partitico, ma capace al contrario di darsi un’auto-rappresentanza in modo orizzontale, innovativo, democratico, trasparente.

Gian Luigi Ago


BARBARA SPINELLI ESCE DALL’ALTRA EUROPA, non riconoscendosi più nel suo percorso

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Ecco il comunicato con il quale, con un gesto di grande coerenza e serietà nel perseguire i propri principi politici, Barbara Spinelli esce dall’Altra Europa con Tsipras, non riconoscendosi più nella deriva presa dal gruppo che aveva contribuito a creare.


COMUNICATO Barbara Spinelli, 11 maggio 2015

“Ho deciso di prendere le distanze da L’Altra Europa con Tsipras, nata in occasione delle ultime elezioni europee, e di conseguenza il mio statuto di europarlamentare cambia: sarà quello di Indipendente nel gruppo Sinistra Unitaria Europea-Ngl. In Italia non entrerò in nessun gruppo, se eccettuo la mia militanza nell’associazione Libertà e Giustizia. Non intendo contribuire in alcun modo a un’ennesima atomizzazione della sinistra, promuovendo o fondando un’ulteriore frazione politica. La mia attività sarà dunque interamente concentrata sulle attività parlamentari europee, con un’attenzione particolare a quello che succede in Italia e in Grecia.

L’Altra Europa nacque come progetto di superamento dei piccoli partiti di sinistra; come conquista di un elettorato deluso sia dal Pd e dal M5S sia dal voto stesso (astensionisti) – dunque un elettorato non esclusivamente “di sinistra” – e come elaborazione di nuove idee su un’Unione ecologicamente vigile, solidale, capace di metter fine alle politiche di austerità e ai nazionalismi xenofobi che esse hanno scatenato. Ritengo che L’Altra Europa non sia oggi all’altezza di quel progetto: è quanto ho sostenuto assieme a molti ex garanti e militanti della Lista, in una lettera aperta di dissenso indirizzata il 18 aprile a chi la dirige.

In Europa, continuo a essere convinta che l’Unione e l’eurozona vinceranno o si perderanno politicamente – e democraticamente – a seconda di come sarà affrontata e regolata la “questione greca”. Proseguirò le battaglie fatte in questo primo anno di legislatura in difesa dei diritti fondamentali, a cominciare dalla questione migranti.In Italia, continuerò a combattere le grandi intese, l’idea di un “Partito della Nazione”, l’ortodossia delle riforme strutturali, la decostituzionalizzazione della nostra democrazia.

Nelle prossime regionali appoggerò tutti coloro che sono davvero e sino in fondo impegnati in questa battaglia”

Barbara Spinelli


TRE EQUIVOCI INTORNO ALLA COALIZIONE DI LANDINI

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Nonostante Landini ribadisca che non vuole trasformare la sua coalizione in partito, molti continuano a cadere in due equivoci simmetrici:

da una parte pensare di poterla strumentalizzare per il progetto della “nuova sinistra” (nuova solo di nome..)

dall’altra  pensare che quella possa essere una coalizione sociale in grado di diventare un’organizzazione politica, magari attraverso il terzo equivoco, quello di Rodotà che pensa a due fasi, una inizialmente sociale e una successiva politica.

La verità è che la coalizione di Landini è puramente ed etimologicamente sindacale, cioè con l’esclusivo obiettivo di promuovere referendum, iniziative di legge, ecc. e a quello vuole dedicarsi e fermarsi. E come tale va appoggiata e partecipata.

La vera coalizione sociale tesa alla creazione dell’auto-rappresentanza politica sta già nascendo altrove senza eccessivi clamori con la messa in rete di individui, movimenti, associazioni, comitati di lotta, ecc.
Il futuro fronte popolare e soggetto politico nuovo può nascere solo da questo tipo di percorso dalla base, perchè il lavoro di ricomposizione sociale  è anche contemporaneo lavoro politico che prelude all’auto-rappresentanza in forma di organizzazione politica.

Gian Luigi Ago