Archivi del mese: giugno 2015

Come i carri armati di Mussolini

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E’ noto come Mussolini usasse spostare di continuo i pochi ed inefficienti carri armati di cui disponeva per far credere a tutti, e ad Hitler in particolare, di avere un esercito ben più potente della misera realtà che la guerra avrebbe ben presto dimostrato.

Oggi nel centrosinistra italiano succede una cosa analoga: si cambiano (o ci si scambiano) le magliette, si mescolano un po’ le carte et voilà le jeux sont fait:
ecco  la “nuova” (sic!) soluzione e formazione politica alternativa.
Che poi uno dice: “Ma non sono sempre gli stessi? Mi sembra di averli già visti prima”.

Chi resta sempre fuori sono invece quelli che per costoro hanno un solo compito: non certo decidere e costruire il nuovo ma solo votare il ceto politico investito di questo status per diritto divino e accettare il nuovo pacchetto elettorale deciso sempre tra i soliti pochi “eletti” e calato dall’alto con la magnanimità dei potenti.

Ovviamente fino a ennesimo fallimento e ulteriore rimescolamento delle solite sempre più usurate carte.

Gian Luigi Ago

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Il caso “Sofri” dà la stura a incultura, disinformazione, opportunismo politico

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Come molti della mia “generazione ribelle”, ho avuto modo negli anni ’70 di conoscere Adriano Sofri, già leader di Lotta Continua, di averlo ascoltato nei suoi discorsi, di avere letto i suoi scriti.

Adriano Sofri – una delle personalità più importanti della cultura italiana ed europea, giornalista per “La Repubblica e “Il Foglio”, scrittore saggista – viene chiamato dal Ministro della Giustizia Orlando a partecipare a una Consulta di esperti sulla riforma carceraria.
Nessun incarico di consulenza, come i giornalisti inventano, gonfiando la notizia (come spesso fanno). Solo una tavola rotonda dei maggiori esperti sull’argomento. E Adriano Sofri lo è.

Come dice il Senatore del PD Luigi Manconi:
Il libro Altri Hotel” scritto da Sofri è uno dei più straordinari strumenti di indagine e conoscenza sul sistema penitenziario che già giustifica la scelta del ministro Orlando”.
Gli fa eco il presidente dell’Associazione Antigone, Patrizio Gonnella che, nel ricordare la sua indiscussa valenza di uomo di cultura, aggiunge:
Sono inaccettabili le polemiche del Sappe a proposito del ruolo che Sofri avrà all’interno degli Stati generali. Il suo contributo, anche alla luce dell’esperienza sofferta, sarà un arricchimento per tutti anche per il personale penitenziario”

Ma Adriano Sofri, si sa, è stato condannato a 22 anni di carcere quale mandante dell’omicidio del commissario Calabresi (quello che alcuni sostengono abbia “suicidato”  l’anarchico Pinelli, volato dal quarto piano della Questura di Milano dopo la strage di Piazza Fontana).
Adriano Sofri è quindi tecnicamente un “assassino“. Così lo si può definire senza tema di smentita in quanto c’è una sentenza definitiva che lo permette, anche se quel processo e quella brutta storia è densa di ombre e dubbi.

La verità giudiziaria, si sa, non sempre coincide con la verità tout court e con la verità storica.
Personalmente credo che Adriano Sofri andasse assolto.

Ma ovviamente fa testo la sentenza definitiva pronunciata dalla Corte di Cassazione.

Adriano Sofri ha scontato la sua pena pur dichiarandosi sempre innocente e rifiutando di chiedere la grazia in quanto sarebbe stata un’ammissione di una colpa non commessa.
Quanto ancora dovrà pagare?

Oggi Sofri è uno delle più grandi personalità della cultura europea e il suo contributo alla causa della riforma carceraria sarebbe stato un valore aggiunto per la situazione insostenibile che si vive nelle nostre carceri e di conseguenza un contributo all’intera società.

Ma viviamo in una società ottusa, arretrata, incapace di valorizzare le sue risorse ma pronta a gridare allo scandalo a seconda della collocazione politica.

Bene ha fatto quindi Sofri a rifiutare l’invito del Ministro della Giustizia Orlando a partecipare a quella tavola rotonda. Uno che ha il “marchio dell’assassino” pur essendo molto probabilmente innocente e pur avendo ormai scontato senza fiatare la sua pena, pagando la pena inflittagli così come richiesto dalla Giustizia, pare non meriti cittadinanza in questa società e il suo contributo ad elevare il grado di civiltà e di diritti del nostro paese non è gradito.

Gian Luigi Ago


SINISTRA TRA ALTO, BASSO E PEZZI DEL LEGO

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Che la vittoria in Liguria sia andata a Toti, per me è la stessa cosa che se fosse andata alla Paita. Entrambi fanno politiche di destra, clientelari, che danneggiano il territorio, che vanno verso privatizzazioni statalistiche ( non è un ossimoro, se ci pensate bene..).

C’era un’alternativa di centrosinistra, anch’essa però su logiche vecchie e che probabilmente prima o poi finirà a fare da sponda “utile” alle politiche di destra, per renderle un po’ più di centro o al limite riuscire addirittura, con grande esito rivoluzionario, a renderle di centrosinistra.

E la Sinistra? Io dico che non ha più senso parlare di sinistra (lo dico da tempo per la verità), non perché ciò che racchiude questa parola che nasce agli albori della Rivoluzione Francese non abbia più senso.
Un senso ce l’ha e anche forte: un senso valoriale, di principi, etico, filosofico.
Ma non esiste più a livello di distinzione e pratica politica.
Siamo su un altro asse cartesiano.

Oggi, se si analizza la composizione sociale si noterà che la divisione è tra alto e basso, tra un potere e una visione del mondo che è trasversale alla destra e a quella che era la sinistra, pur con diverse sfumature. e un popolo privato di diritti, di possibilità di riscossa, popolo che “trasversalmente” non è né di destra né di sinistra.

Per questo non ha senso parlare di politiche di sinistra nell’accezione che sempre abbiamo conosciuto. E questo perché la realtà è cambiata. Si tratta oggi di ricomporre la base sociale frammentate dalle politiche di chi sta in alto.

Volere unire la Sinistra o fare una nuova Sinistra è ancora più anacronistico perché si traduce nel riunire sigle, apparati, formule, simboli, nomi che oggi non trovano riscontro nella realtà.

A chi si sente comunista o di sinistra dovrebbe essere chiaro che oggi la cosa più di sinistra da fare sarebbe non ragionare più in termini di sinistra e destra ma analizzare marxianamente la base sociale e fare la cosa giusta.

E la cosa giusta non è segregare a forza gli homeless politici (come li definisce il fu-brillante Revelli) in una “casa” che non è la loro, ma far sì che possano ricomporsi da sé in un grande fronte popolare.

Si tratta di uscire da questa sorta di “egocentrismo politico” per cui si parte da sé e dalle proprie necessità  anziché da quello che richiede la condizione sociale.

Per questo è triste vedere questi patetici tentativi di ricostruire case unitarie, possibili o meno, tentativi che partono sempre da una riformulazione di cose già fatte, come se si cercasse di fare qualcosa di diverso con gli stessi pezzi del Lego senza rendersi conto che bisogna usarne altri.

Questi tentativi sono destinati a fallire, anche se portassero questa sedicente sinistra al governo, come è già successo anni fa.

Il cambiamento che serve oggi non ha bisogno di questo ma di una ricostruzione antropologica e politica che dia auto-rappresentanza al basso, senza bisogno di sinistre guide che presumono di avere l’investitura e la capacità di aiutare questo processo.

Questa è la vera posta in gioco oggi: andare verso un vero percorso di cambiamento oppure rallentare, se non affossare per sempre, tutto questo creando nuovi partiti, leader, apparati con gli stessi pezzi del Lego.

Per fare questo non servono partiti, leader, nuove invenzioni.
Bastano le “persone” che ormai non hanno più bisogno di balie dei secoli scorsi.

The game is over, la cosa più di sinistra è capirlo.

Gian Luigi Ago


TAPIS ROULANT (riflessioni post elettorali)

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Provate a immaginare il day after di un’esplosione atomica. Fatto?

Bene: questo è il periodo che stiamo vivendo. Un’esplosione lenta, mitridatizzata, iniziata – si badi bene – non ora ma già da diversi anni,  il cui fragore però ci rimbomba dentro in occasioni come quelle di oggi.

La ricostruzione è possibile ma va fatta col tempo e con la giusta pazienza.
Bisogna diffidare delle soluzioni miracolistiche, aritmetiche, geometriche.
Qui c’entra piuttosto la coscienza, la disaffezione, la disperazione, la frustrazione, la mancanza di futuro, la solitudine, la sfiducia.

Non serve il bilancino ma l’antropologia.
Fino a quando non si capirà che siamo di fronte a soglie liminali da oltrepassare applicando cesure nette con le vecchie logiche, le vecchie medicine, i vecchi equilibri, le vecchie convinzioni (o meglio: abitudini), fino a quando non si capirà che serve prescindere da tante facili sicumere e trovare le uniche due armi che oggi abbiamo, umiltà e coraggio, saremmo condannati a correre come su un tapis roulant da training.
Condannati a rimanere fermi.

La resistenza al nuovo -si sa – è dura a morire. Ce lo insegna la storia, la scienza, la filosofia.
Tutto ciò che tende a frantumare gli schemi che ci permettono di avere dei codici interni di comportamento perfettamente incasellati e pronti per ogni situazione, ci appare un pericolo e le nostre reazioni sono scomposte.
Ma non c’è passato che non è costretto prima o poi a fare i conti col presente e cedere al futuro.

Se scendessimo dal tapis roulant ci accorgeremmo che c’è una strada da percorrere, con più fatica, con più tempo, con mille interrogativi e mille difficoltà ma che è l’unica possibile per ridarci la speranza di arrivare alla meta.

Chi crede di trovare soluzioni facili sta soltanto modificando modi e tempi nel funzionamento del tapis roulant. Null’altro.

Molti di noi preferiscono invece incamminarsi lungo la strada e iniziare quel percorso di ricostruzione che i nostri errori ci fanno sempre sembrare impossibile, facendoci perdere in astratte palinodie e analisi del perché anche questa volta abbiamo sbagliato.

Eppure basterebbe solo scendere. E camminare.

Gian Luigi Ago


ELEZIONI, TEST FALLITI A SINISTRA, EFFETTO FB

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Buongiorno!
Tutto come previsto. Non ho mai ritenuto che la nostra partecipazione fosse tesa a vincere alcunché perciò il risultato assolutamente più che negativo in termini numerici della Lista Progetto Altra Liguria non lo considero una sconfitta in senso più generale.

A chi durante la campagna elettorale mi dava del gufo perché dicevo che raggiungere l’1% sarebbe già stato un trionfo dal punto di vista elettorale, ho sempre ricordato che la percezione soggettiva di quanto si produce in termini di sforzo, di propaganda, di impegno e di lavoro in campagna elettorale non si traduce automaticamente in risultato numerico.

E’ quello che definisco “effetto facebook”, cioè il pensare che l’universo che appare dal nostro account sia quello reale, dimenticando che è fatto per lo più di amici che hanno le nostre stesse visioni del mondo e che quindi rispecchia solo un microcosmo autoreferenziale che non ha alcun valore di termometro della realtà esterna.

Ma detto questo, ripeto che non considero il risultato elettorale una sconfitta perché credo che per noi il riscontro vero deve venire dal lavoro appena iniziato sul territorio e non certo dalle urne, se non in un futuro che ci dia la possibilità di vincere.

D’altronde ci siamo presentati dopo essere stati “sedotti e abbandonati”, senza alcun supporto economico e politico da parte di nessuno.
Abbiamo deciso di partecipare solo per evidenziare che la vera “sinistra valoriale” c’era e non era rappresentata da nessun altro.

Il risultato negativo di tutte le liste “alla sinistra del PD dimostra che solo in Liguria si è arrivati intorno al 9% ma perché è l’unica regione in cui i partiti della sinistra si sono giovati di frange di elettorato del Pd: civatiani, cofferatiani, elettori PD anti-renziani, ecc.

E’ ovvio però che questo test ligure boccia comunque quella formula, in quanto sta a dimostrare che solo inquinando la sinistra con visioni “socialdemocratiche” si può prendere qualche consenso in più e solo dove il PD ha talmente “sgovernato” da spingere a una forte disaffezione elettorale.

Senza quell’apporto “diversamente di sinistra” il risultato sarebbe stato disastroso come nelle altre regioni dove la “sinistra” si è presentata “unita”.

Ma quell’apporto comporta comunque un prezzo da pagare: l’impossibilità di fare politiche realmente di sinistra, in quanto rese impossibili proprio da quell’apporto di diverse visioni della società futura.
E, nel momento che si cercasse di fare vere politiche di sinistra, si perderebbero automaticamente quei voti. Un vicolo cieco dunque.

La positività di queste elezioni la vedo quindi nella riconferma che oggi servono strade totalmente diverse dalle compromissorie unioni elettoralistiche.
Oggi serve partire dalle “pèrsone” non più dai partiti, non concedendo soverchia importanza alle elezioni ma piuttosto al percorso nei territori e tra la gente.
Solo questo potrà dare, nel tempo, veri risultati che, solo alla fine di un percorso forse lungo, senz’altro difficile, potrà tradursi in vittoria elettorale.
Adelante!

Gian Luigi Ago