Archivi del mese: agosto 2015

ALLINEATI E COPERTI (paleo-sinistra italiana e Tsipras)

allineati e coperti

Enrico Berlinguer diceva “Gli uomini possono sbagliare, il partito non sbaglia mai”  e – pur nel suo distacco dal comunismo sovietico – rifletteva ancora un modo di intendere il Partito in un modo giunto intonso alle attuali formazioni della sinistra (ex?)radicale.
La visione dogmatica-teocratica della politica presuppone che il Partito (qualsiasi esso sia) deve apparire ed essere percepito perfetto, infallibile, unito, anche se al suo interno ci sono divergenze, insofferenze, crisi profonde.

L’autocritica è bandita dalle possibilità politiche e si traduce in quella che eufemisticamente viene mascherata come “un’analisi alla luce di nuove situazioni sopravvenute”.
Questo escamotage consente il cambiamento senza ammettere palesi e macroscopici errori politici, che diventano, nella rappresentazione ad usum delphini, semplici scelte che erano giuste al momento ma oggi superate dai nuovi scenari.

Il Partito quindi continua a “non sbagliare mai”……

Ma ci sono situazioni in cui anche questo escamotage non è attuabile e questo avviene quando si investe troppo (o addirittura tutto) su qualcosa o qualcuno.
E’ il caso di quanto sta succedendo nella sinistra italiana riguardo a Tsipras e i suoi evidenti errori politici che potrebbero essere tranquillamente ammessi, senza per questo mettere in discussione quanto ha fatto in passato né stigmatizzarlo come “traditore”.

L’aver investito troppo su un leader, averne addirittura preso il nome come simbolo quasi totemico, non permette però nemmeno più un eufemistico distacco.
La sua sconfessione o anche una semplice critica scalfirebbe troppo la solidità di quanti lo hanno sostenuto facendone un novello Che Guevara.
L’aver trasformato delle indubbie potenzialità nella natura stessa, per alcuni addirittura unica, del proprio progetto politico presuppone ora un imprescindibile restare allineati e coperti a difendere anche l’indifendibile e a trasformarsi da “radicali” in “cauti riformisti”.

Sottolineo che non sto parlando né voglio entrare nel merito di nulla che riguardi la Grecia perché questa operazione della sinistra italiana guarda unicamente al tornaconto nostrano e alla necessità di continuare a dare un’immagine granitica, affidabile, credibile del progetto che così tanto ha fatto riferimento al leader greco, anzi: al suo nome.
Tutto questo è un altro aspetto della paleo-politica che, sostanzialmente a scopi elettorali, non può permettersi il lusso della coerenza e dell’analisi obiettiva che passano quindi in secondo piano rispetto alla primaria necessità di difesa delle proprie strutture.

In Italia, tra le formazioni “esterne” all’AET, solo Azione Civile ha avuto la coerenza politica di prendere atto di un cambiamento avvenuto all’interno dell’Altra Europa con Tsipras (AET) che, dall’auspicio di un “soggetto politico nuovo” che nasceva come creazione di un fronte aperto, unitario, inclusivo, è passata alla adesione alla costruzione di una “casa della sinistra e dei democratici”, praticamente la solita federazione elettorale di partiti già vista millanta volte.
Per questo Azione Civile, senza rinnegare la sua precedente partecipazione, ha deciso coerentemente di uscire dall’AET non condividendone il nuovo corso così diverso e opposto alle intenzioni originarie.
Ma ancora prima una vasta opposizione interna alla deriva “partitica” dell’AET si è verificata all’interno stesso dell’AET portando la componente di “Prima le persone” a cercare un dialogo, sistematicamente negato, per riportare l’AET allo spirito originario. All’ottusa chiusura di AET non si è potuto far altro che abbandonare il progetto ormai snaturato per dar vita a un vero progetto di alternativa alle solite coalizioni di apparati partitici.

Così dovrebbe essere la politica: coerente e conseguente, senza difesa a priori di roccaforti, simboli e nomi ma capace di evidenziare errori di chiunque, anche di chi potrebbe far comodo per la propria immagine.

Nella nuova politica che immagino, non c’è paura di cambiare né di dire “ho sbagliato”, non c’è l’idolatria del simbolo, del nome, del leader ma c’è solo il perseguire un progetto che unisca “persone” più che partiti, c’è l’essere pronti anche a dismettere il proprio identitarismo (non l’identità) e la stessa propria esistenza, se necessario, per confluire in un fronte popolare unitario capace di andare verso una vera alternativa europea che si muova con coraggio e in grado di ribaltare questa Europa di banche e lobby, non certo per accettarne ricatti in maniera suicida.

Gian Luigi Ago


I VECCHI FERRI DEL MESTIERE

museo-vecchi-mestieri
Il concetto base per poter pensare seriamente alla nascita futura di un soggetto politico realmente alternativo in grado di governare il Paese è quello dell’auto-organizzazione e auto-rappresentanza politica del sociale.

Capisco l’abitudine a ragionare nei termini con cui per decenni vari abbiamo fatto politica ma la politica è lettura della realtà e ricerca di strategie cogenti con essa.
Soprattutto chi faceva politica come me, già negli anni ’60 e ’70, tende a cadere in questi schemi che poco hanno della pratica politica che non può essere mai dogmatismo ma metodologia.
Oggi la realtà è mutata rispetto a dieci, vent’anni fa, ma anche rispetto all’anno scorso.

Il vecchio armamentario politico non funziona più ma spesso abbiamo una coazione a ripetere che deriva dall’avere consciamente o meno introiettato alcune pratiche come “i ferri del mestiere” unici e indispensabili.

Così parole come unità della sinistra, federatività, proposte e programmi da presentare per ricerca del voto, struttura partitica, ecc. sono quelle a cui si ricorre quasi automaticamente, non perchè la lettura della realtà ce le faccia emergere come necessarie ma perchè per “fare politica” siamo abituati a questi metodi.

Così come ci sembrano necessari convegni, deleghe, tessere, ecc. e un po’ come la volpe con l’uva rifiutiamo a priori qualsiasi novità, vista come spontaneismo, virtualità (nell’accezione deteriore del termine), antipolitica.

Oggi l’unica antipolitica è quella di ostinarsi a ripetere le formule passate nonostante siano fallite più volte, usando gli stessi metodi che usano quelli che critichiamo e pensando che solo una differenza di contenuti o una semplice maggiore “democraticità” applicata a vecchie strutture possa darci risultati diversi da quelli fallimentari del passato.
Ragioniamo come se nella società nulla fosse cambiato e per cercare un’alternativa la prima cosa che ci viene in mente è quella di fare un nuovo partito unitario.

Si perde di vista il percorso che oggi, purtroppo e non per scelta, non può che essere lungo e difficile.
Questi tentativi non solo sono inutili ma dannosi, in quanto producendo nuovi fallimenti aumenteranno ancora di più il distacco dalla politica, la delusione, l’astensione.

Oggi non servono partiti con proposte credibili, programmi seri, persone capaci che si propongano all’elettorato come alternativa.
E’ l’elettorato stesso che deve farsi “organizzazione politica” senza avere un’organizzazione “altra da sé” a cui affidare il ruolo politico.
Politico e sociale non possono che essere la stessa cosa nel momento in cui sono le parti sociali, nel loro incontrarsi, a farsi “politiche”.
Ogni altro tentativo di riverniciatura dei vecchi ferri del mestiere è fallimentare.

Gian Luigi Ago