Archivi del mese: settembre 2015

I prevedibili danni causati da Pippo (e c’è andata ancora bene..)

base foto

Il fallimento dell’avventuristica impresa degli otto referendum proposti da “Possibile” di Pippo Civati lascia uno strascico di danni che avrà una ricaduta negativa sulla futura credibilità di forme di democrazia partecipata e diretta.
Civati ha dimostrato di essere un pessimo politico: se credeva veramente nella possibilità di riuscire a raccogliere le firme ha denotato una totale incapacità di analisi; se invece sapeva della non riuscita della sua impresa ha dimostrato di non dare alcuna importanza al raggiungimento degli obiettivi ma solo ai suoi particolari interessi.
Tertium non datur.

Io sono convinto che a Civati della riuscita dei referendum non importava assolutamente nulla e che era ben consapevole che raccogliere 500.000 firme, anzi 600.000 in poco più di un mese (visto che vanno raccolte sempre di più per sopperire a eventuali annullamenti di alcune firme) sarebbe stato imPossibile…
Perché allora l’ex Leopoldino ha lanciato questa campagna? Il motivo lo capirebbe anche un bambino: per marcare il territorio e mettere un’ipoteca sulla sua leadership nella nascente nuova coalizione di (centro)sinistra dando prova che lui, a differenza degli altri, non fa discorsi ma si rifà alla logica della “politica del fare” teorizzata dal suo (ex)amico Renzi.
Prova ne è che questi referendum sono stati calati dall’alto del suo “Possibile”
Una campagna referendaria deve invece essere il più partecipata possibile, partire dalla base dei singoli comitati di lotta, associazioni costituzionali, gruppi di cittadini che già stavano lavorando a creare condivisione e campagne di informazione capillari.
Tutte cose indispensabili per creare consenso intorno a dei referendum. E tutte cose che Civati ha bellamente scavalcato, ignorando quello che già si stava creando con pazienza e competenza.

Altra prova i quesiti preparati all’ingrosso dal costituzionalista Pertici, molti dei quali inefficaci a cambiare il senso delle leggi che si volevano modificare, molti destinati ad andare incontro a un’inevitabile inammissibilità da parte della Corte Costituzionale.
Ma, come dicevo, questo non importava: l’operazione era solo di immagine e i contenuti e la possibilità di riuscita erano accessori.

Il problema è che i danni di questa sciagurata operazione restano.
Molti di quelli che hanno firmato non firmeranno più per altri referendum simili, dopo questo precedente.
L’unico risultato ottenuto è stato quello di creare un rischio di aumento di delusi e astenuti, disaffezione allo strumento referendario, minore spinta alla partecipazione diretta dei cittadini e a iniziative simili.
E’ quello che è più deprecabile è che tutto questo è stato sacrificato sull’altare di ambizioni personali

E c’è andata ancora bene: una riuscita della raccolta firme fatta con questi criteri avrebbe portato a votare per solo un paio di quei quesiti referendari, viste le più che probabili dichiarazioni di inammissibilità degli altri, e avrebbe probabilmente portato a una sconfitta dei quesiti arrivati al voto, aumentando ulteriormente delusioni, astensione, sfiducia.
Un’altra dimostrazione di come il “nuovo” ceto politico emergente non differisca assolutamente da quello vecchio: autoreferenzialità, ambizioni personali, ricerca di voti, decisioni dall’alto, miopia politica ne sono la cifra costitutiva.

In molti avevamo denunciato la negatività di questa campagna referendaria, la sua natura, le sue motivazioni e i suoi rischi. Quanti hanno pensato che comunque valeva la pena firmarli non hanno considerato che un raggiungimento del numero di firme richiesto avrebbe aumentato i problemi e che questa impresa non aveva alcuna possibilità di riuscita.
Non ci voleva tanto a capirlo, a dire il vero.

Grazie Pippo……

Gian Luigi Ago

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“Proletari di tutto il mondo unitevi !” ma solo tra di voi… (Europa, Grecia, Italia)

proletari
Mai come ora l’imperativo marxiano è attuale e urgente.
Questa volta però i fantasmi che si aggirano in Europa sono purtroppo ben altri e l’imperativo stesso, mondato dalle incrostazioni storiche, si ripresenta restituito al suo significato più semplice e profondo di opposizione che nasce dall’unione di tutti gli sfruttati.

Marx è morto (non certo il suo pensiero e la sua metodologia di approccio alla realtà), Lenin anche (e non lotta più insieme a noi, anche se il suo contributo è stato fondamentale per la riscossa dei popoli del mondo), la Sinistra Europea è messa male e sulla malattia terminale di quella italiana meglio stendere un pietoso velo…

In una società globalizzata, anche e soprattutto nello sfruttamento e nell’annullamento dei diritti, non si tratta più di trovare il “Partito guida” o il “Leader maximo”. Che ci resta allora?

Ci restano quelli che ancora possiamo definire “proletari” in un’accezione estesa che comprende tutti gli sfruttati (quelli del nostro Paese e del nostro continente ma anche quelli che scappano da guerre e miseria del sud del mondo).
E ci resta la possibilità di unirli, non più intorno a una classe politica, ma gli uni con gli altri, su delle coordinate di alto/basso, al di fuori delle logiche usurate dell’agone partitico.

Loro sono il nostro futuro. Solo dalla loro presa di coscienza di auto-organizzazione e auto-rappresentanza può costituirsi in tutta Europa una forza tale da rendere possibile una vera alternativa; e spesso la forza è quella che  nasce purtroppo dalla disperazione.
Nei proletari (auto)organizzati non ci sono calcoli di equilibrismo politico, non esiste il concetto thatcheriano del T.I.N.A (there is no alternative – non ci sono alternative), non ci sono compromessi, ambizioni personali o di gruppo, calcoli elettorali.
C’è quello che a ben vedere ha reso possibili le grandi rivoluzioni: sogni, speranze, voglia di cambiare, nessun timore del rischio, pensare in grande, lungimiranza, capacità di osare il nuovo e di puntare a realizzare obiettivi che sembrano irraggiungibili. Un navigare in mare aperto e non più nel comodo sottocosta delle strutture esistenti.

Certo oggi tra loro c’è scoramento, delusione e diffidenza ma tutto questo non può essere curato in modo omeopatico; non si può propinare la stessa medicina che è stata la causa di questa avversione alla politica.
La soluzione non passa più da improbabili unità della sinistra, da nuove coalizioni, dai soliti programmi elettorali calati dall’alto.
Non funziona più così e l’astensionismo al 51% dovrebbe farlo capire.
E non serve cambiare la “confezione” o liftare i vecchi leader, non serve riproporci la solita favola del “passo indietro” e dell’accenno al coinvolgimento della base, che non è altro che il vecchio lupo travestito da nonna buona.
Crederci ancora è sinceramente patetico, ancor di più se a dirlo sono gli stessi di sempre e che da sempre l’hanno detto.
Serve uno scarto che, prendendo marxianamente coscienza del mutato quadro sociale, sappia darne una soluzione cogente.

La “questione greca” è esemplare: il tentativo di Tsipras poteva essere la “iskra” capace di accendere il fuoco europeo ma si è impantanata nel politicismo e nella paura di fare l’ultimo passo avanti.
La sua rielezione è una vittoria di Pirro: la sfiducia e l’astensione popolare è aumentata (solo il 56% di votanti contro il 64% al referendum ), Syriza non è più lo stesso partito dopo aver determinato in modo dirigista il distacco delle minoranze, perdendo una possibilità di confronto interno (le minoranze non sono un peso, come pensa Renzi, ma una possibilità di riorientare le proprie decisioni); Syriza è oggi una coalizione governista e costretta a subire le imposizioni della Troika; la sua maggioranza è fragilissima, più di prima, e sarà probabilmente costretta ad allargarsi ad altre forze politiche ma ovviamente in cambio di una minore radicalità rispetto a quella iniziale della sua politica e a un totale asservimento ai diktat dei potentati europei.
Sarà arduo cambiare qualcosa nelle condizioni date e stritolati dalle conseguenze del memorandum firmato.

In Italia le cose non vanno certo meglio. Assistiamo alla schizofrenia politica di chi ha simboli, canti e idoli rivoluzionari e oggi, anziché propugnare una spinta radicale, plaude al tatticismo politico di Tsipras, al T.I.N.A. e al saper tessere del politico cavouriano; vediamo una lotta intestina tra i nuovi parvenus fuoriusciti dal PD per mettere l’ipoteca della propria leadership sulla prateria lasciata dallo spostamento a destra di Renzi; vediamo la solita preparazione di programmi calati dall’alto sperando nella buaggine popolare.
Assistiamo al solito dividersi dei partiti di sinistra tra chi vuole allargare il suo, dandogli un altro nome e chi vuole mantenere il proprio identitarismo per lasciarsi vie di fuga, come già fatto alle scorse elezioni politiche.

La soluzione non sta certo nel “ricostruire la sinistra“, sbagliato ancor più che impossibile, ma sul “essere di sinistra“, e cosa è più di sinistra e marxista che unire la base sociale degli sfruttati, facendoli auto-organizzare e in futuro auto-rappresentare con nuove metodologie, vera orizzontalità, totale autonomia da segreterie, comitati politici, leader, apparati, programmi scritti a tavolino, partiti da votare.
Unirsi ed essere attori e non più elettori di partiti-guida.

La soluzione è ripartire dalla base, ma veramente dalla base, non da partiti che “aprono” alla base.. Tutto è ancora racchiuso in quell’imperativo marxiano:

“PROLETARI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI !”
ma solo tra di voi… (n.d.r….)

Gian Luigi Ago


TOTEM (il coraggio iconoclasta di abbatterli)

totem

Molti di coloro che oggi in Italia giustificano Tsipras e lo assolvono anche da ogni pur minima responsabilità riguardo alla capitolazione greca al memorandum imposto dalla Troika, lo fanno più che altro per giustificare il loro cieco consenso e totemica rappresentazione del leader greco.
Per loro fortuna non hanno avuto il tempo materiale di totemizzare troppo anche Varoufakis (avevano solo iniziato) e quindi si sentono esentati dal giustificarlo.
Ma il silenzio improvvisamente sceso su quello che stava già diventando il secondo totem greco, con entusiasmi da fan-club e beatlemania, la dice lunga.
Si cerca psicologicamente di rimuoverlo. Non lo si può giustificare ma nemmeno attaccare troppo visto l’entusiasmo prima manifestato.

Riguardo a quanto fatto in Italia, solo timide autocritiche di “sopravvalutazione” coniugate però con una riproposta di ciò che ha ormai chiaramente fallito: l’unità della sinistra (il più solido dei totem).
“Si è persa una battaglia e non la guerra” si dice, ma in realtà la battaglia non si è mai combattuta.
Ci si è fermati prima di potere instaurare un braccio di ferro che quantomeno poteva incrinare il potere della Troika e unire realmente l’opposizione europea.
Riproporre quindi ora il logoro format dell’unione della sinistra italiana, già fallito più volte, ha un sapore di stanco tentativo di mantenere e giustificare ancora le proprie posizioni e la propria esistenza, non certo quello di scegliere una strada ormai sempre più chiara: quella di grandi fronti popolari europei che riescano a incidere sulla realtà come la Sinistra europea e italiana non hanno più la capacità di fare, condizionati dai limiti della difesa delle loro strutture.

Oggi è il tempo del coraggio iconoclasta di abbattere i totem nostrani e non.
Continuare a non capirlo sarà un grande ostacolo alla costruzione una vera alternativa europea.

Gian Luigi Ago


ELEFANTI IN CRISTALLERIA

elefanti in cristallleria

Non sono mai stato “complottista”.
Sono convinto che gli USA siano realmente sbarcati sulla Luna, sono convinto che gli stessi non si siano organizzati un auto-attentato alle Torri Gemelle, credo poco anche al fatto che il beatle Paul Mc Cartney sia morto nel 1966 e sia stato sostituito (per altro egregiamente e con risultati addirittura superiori) da un sosia, l’ex poliziotto canadese William Sheppard, sorrido quando sento parlare delle “scie chimiche”.
E potrei continuare ancora.

Però devo prendere atto che, ogniqualvolta si presenta un’occasione storica di vero cambiamento, interviene qualcosa o qualcuno a depistare questi processi e a dirottare quelle intenzioni, quelle speranze, quei disagi, quelle rabbie se non in un vicolo cieco, quantomeno verso una strada “minimalista”, più accomodante, meno traumatica (leggi: rivoluzionaria) offrendo apparenti facili soluzioni tanto unitarie quanto miracolistiche.
Solo poche volte le spinte alle vere alternative di cambiamento sono state vincenti (la Rivoluzione Francese e la Resistenza ne sono due ottimi esempi).

Ma per restare a tempi più vicini a noi, non possiamo non constatare che dopo Mani Pulite abbiamo avuto Berlusconi e che, nel momento del collasso del ceto politico (di destra e centrosinistra), abbiamo avuto il “dirottamento” attuato dal M5S rispetto al bisogno di alternativa.
Lo stesso Grillo ha ammesso che senza di lui ci sarebbe stata una “rivoluzione”.
Ma oggi possiamo facilmente verificare anche da soli che il M5S è stato funzionale al “sistema” che ha infatti continuato e peggiorato la sua nefasta influenza, senza che il M5S
abbia potuto cambiare nulla, come invece aveva promesso.

Siamo passati da Berlusconi a Letta, passando per Monti e per finire a Renzi, portando a termine un percorso voluto da lobby, multinazionali, finanza e poteri forti, percorso teso alla progressiva esautorazione dei poteri istituzionali e costituzionali per concentrare in maniera “governista” in sempre meno mani la decisionalità e avanzando come un caterpillar sui diritti dei popoli.
Lo stesso Tsipras, dopo aver acceso speranze immense è capitolato, bloccando di fatto una stagione di resistenza e possibile incrinatura alla prepotenza della UE.

In Italia le cose non vanno meglio. Si stavano organizzando dei referendum cercando di usare la dovuta cautela richiesta in queste situazioni: coinvolgere il più possibile movimenti, comitati, associazioni, cittadini; fare una radicale operazione di informazione, diffusa, capillare con tempi atti a far comprendere il merito dei quesiti; cercare di riconquistare fiducia negli strumenti di democrazia diretta tra gli ormai tanti cittadini sfiduciati e astensionisti; calibrare i quesiti in modo da evitare inammissibilità e puntare su punti in grado di potere disinnescare le leggi renziane.

E cosa succede? Arriva Civati che – con un’operazione tesa solo a “marcare il territorio” con lo spirito renziano del “fare”, spirito da Leopolda che gli è storicamente proprio – cala dall’empireo di “Possibile” ben otto referendum omnicomprensivi, senza fornire alcuna informazione, senza alcun coinvolgimento di alcuno, in tempi impossibili….per la raccolta delle firme, con scarse possibilità di superare l’ammissibilità e con la esiziale conseguenza di bloccare gli altri referendum già in cantiere.
Con la classica grazia dell’elefante nel negozio di cristallerie, Civati spariglia quanto si stava facendo, di fatto portando quelle energie verso un vicolo cieco in cui, grazie..agli otto referendum, troveranno cittadini depressi da nuove delusioni, sfiducia nell’istituto referendario, rassegnazione riguardo alla possibilità di fermare l’onnipotente Renzi.

Operazione già varata in Liguria nelle elezioni regionali quando – dopo un lavoro lungo e difficile che aveva riunito in una lista alternativa i partiti di sinistra radicale, società civile, associazioni, movimenti, comitati, ecc. – viene calata dall’alto la lista Pastorino, studiata a tavolino nelle segreterie di partito distruggendo e vanificando l’opera di ricomposizione sociale fatta con tanta cura. Altri elefanti (gli stessi in realtà..) che hanno lasciato cocci anche in casa propria.

E non contenti, ci si appresta alla creazione di nuove “case della sinistra e dei democratici” che riuniranno, come in uno paleo-zoo politico, il meglio della preistoria di sinistra in un’ennesima esperienza fallimentare come le altre che abbiamo già conosciuto.

Non sono complottista (l’ho già detto) ma sembra proprio che ogni volta che si crea qualcosa che nasce dalla base sociale ci sia una forza di reazione che, come dicevo, arriva a neutralizzare queste spinte realmente “rivoluzionarie” o a dirottarle verso alvei più tranquilli che di fatto tendono solo a rendere più umano il volto del neo-liberismo anziché sconfiggerlo.
Eppure l’unica strada è proprio quella dell’auto-organizzazione e dell’auto-rappresentanza del sociale che spezzi la presunta necessità della “società fornitrice di servizi” costituita dal ceto politico, a maggior ragione se ha fallito e fatto danni per vari decenni.
Non anarchia e mancanza di “partito” (nel senso autentico dell’art. 49 della Costituzione”però) ma necessità storica di una forma di organizzazione e di rappresentanza che nasca al di fuori delle forze tradizionali che non serve cercare di unire ma da cui oggi non si può che prescindere, visto che la loro funzione sociale ha assunto una valenza di freno e ostacolo alla nascita di grandi fronti popolari alternativi.

Il fallimento della Sinistra Europea, sancito dal fallimento dell’originario progetto di Syriza, non può che aprire a questa strada, isolando ulteriori depistaggi e dirottamenti (e relativi elefanti..).

Gian Luigi Ago