Archivi del mese: ottobre 2015

Armiamoci! Le lobby ringraziano…

eastwood

La corsa alle armi è iniziata, sponsorizzata dalla destra che cavalca come sempre la paura più istintiva, venata ovviamente da una prevedibile buona dose di razzismo. La parola d’ordine è “Armiamoci!” e chiunque riesce a uccidere un rapinatore riceve applausi a scena aperta.

La Legge però c’è e parla di legittima difesa e difesa putativa.
L’omicidio volontario è un’altra cosa.
Si sta creando un clima per cui è legittimo farsi giustizia da sé che è una cosa ben diversa dalla legittima difesa.
In alcune interviste si sente dire: “Se vedo qualcuno in strada che cerca di rubarmi la macchina io gli sparo dalla finestra”.
La reazione logica sarebbe intanto prendere un telefono e chiamare la Polizia, anche perché per il furto d’auto non è prevista la pena di morte…. e anche se fosse prevista (per assurdo) non starebbe ai cittadini applicarla…
Non siamo in un film con Clint Eastwood e il Far West è lontano nello spazio e nel tempo..

Il problema però è che certe forze politiche strumentalizzano ed esasperano la paura, incitando alla difesa preventiva e alla giustizia fai da te.
Probabilmente sanno che questo porta voti e si preparano a essere sponsorizzate alle prossime elezioni dalle lobby delle armi, come succede già negli U.S.A.
Non a caso la destra ha fatto cortei trasformando in eroe un pensionato che ha ucciso un albanese di 22 anni; ora è indagato per omicidio volontario (e gli è andata anche bene che non abbiano applicato misure restrittive).

Questo ragazzo non aveva fatto alcuna effrazione per entrare all’interno dell’abitazione, quindi le persone non erano ancora in pericolo di eventuale aggressione.
L’omicidio è stato dunque “preventivo” e questo non è certo previsto dalla Legge e non può configurarsi come legittima difesa.
E’ quindi a tutti gli effetti un omicidio volontario: questo dice la Legge che in questo caso è chiara e ineccepibile.

Gian Luigi Ago


Unire la Sinistra è più che impossibile: è sbagliato.

base foto

La Nuova Sinistra Unita, oltre a essere un progetto sbagliato, sta nascendo malissimo. Un parto difficile, anzi impossibile. Leggiamo cosa dice Marco Revelli, tra l’altro proprio l’inventore dell’idea della “Casa comune della Sinistra e dei democratici“:

“Devo dire che al tavolo che si è costituito le cose non vanno bene. Dopo le comuni dichiarazioni di buona volontà finiscono per proseguire i veti incrociati, le contraddizioni interne (soprattutto, devo dirlo, di Sel), i distinguo… La fuoriuscita di Fassina e Civati dal PD dovrebbe rafforzare il processo, ma finora non ha aiutato. Fassina non si media, sull’Europa ma anche e soprattutto sulla richiesta di predeterminazione dei caratteri del soggetto che può essere solo definita con la precisione che richiede nel corso del processo stesso. Civati, abbiamo visto tutti come si è mosso, da solo come Possibile.”

Tutto questo dimostra come questo progetto, oltre a essere oggi concettualmente e marxianamente sbagliato, è anche impossibile da realizzare e dimostra anche quanto sia stata giusta la decisione di quanti, come Azione Civile e la componente di Prima le Persone, hanno deciso di uscire dall’Altra Europa (ancora) con Tsipras

Se ce ne fosse ancora bisogno, conferma inoltre – come da tempo immemore vado sostenendo – che l’unica strada percorribile per tentare di costruire un’alternativa non potrà mai realizzarsi col materiale umano d’apparato e le strutture dell’attuale sinistra, essendo il loro progetto destinato a riproporre le solite autoreferenzialità, recinzioni, divisioni, ambizioni, veti e opportunismi, oltre a più che decennali sigle e facce.

L’unica strada percorribile oggi è quella del confronto all’interno di una consulta/assemblea permanente della base sociale, in modo orizzontale e democratico per arrivare a un “soggetto politico nuovo” basato sull’auto-organizzazione e sull’ auto-rappresentanza della base popolare (al di fuori di partiti e ceti politici) e che non può che essere il punto di arrivo di un percorso e non invece un inizio attraverso la solita coalizione creata dall’alto e dai soliti noti, coalizione su cui far poi convergere voti.

Adelante!
Gian Luigi Ago

Attendere il mattino come una talpa? (A proposito dell’articolo di Bifo)

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In questi giorni molto si parla di quest’articolo di Franco Bifo Berardi sul Manifesto che sta creando già dibattito per la sua assoluta mancanza di speranza, ve lo propongo per una riflessione politica. In calce all’articolo le mie osservazioni

Scomode verità che non vogliamo vedere

C’è vita a sinistra. Per il 5 o anche il 10% forse c’è vita. Per una svolta sociale e politica del mondo non c’è e non ci sarà nel tempo prevedibile. Per uscire dall’inferno dobbiamo abbandonare la superstizione che si chiama crescita e quella del lavoro salariato

Per­ché que­sta è la verità: non c’è vita, se mai c’è soprav­vi­venza eroica ma sten­tata di un vasto numero di asso­cia­zioni e orga­ni­smi di base che cer­cano di garan­tire la tenuta di alcuni livelli minimi(ssimi) di solidarietà.

Se comin­cias­simo col dirci la verità che dal tronco della sini­stra del Nove­cento non sboc­cerà più alcun fiore, forse allora riu­sci­remmo a vedere la realtà pre­sente in maniera più rea­li­stica e forse anche a imma­gi­nare una via d’uscita per il pros­simo futuro.

Se sini­stra vuol dire una for­ma­zione capace di rag­giun­gere il 5% o forse anche il 10% allora sì, forse può esserci vita a suf­fi­cienza. Gra­zie alla demo­gra­fia, gra­zie all’ampiezza dei ran­ghi degli ultra-sessantenni pos­siamo ancora spe­rare di costi­tuire una for­ma­zione che mandi in par­la­mento qual­che depu­tato prima di esau­rirsi per estin­zione pros­sima della gene­ra­zione che si formò negli anni della democrazia.

Ma se sini­stra vuol dire una forza capace di imma­gi­nare una svolta nella sto­ria sociale eco­no­mica e poli­tica del mondo, una forza capace di attrarre le ener­gie della gene­ra­zione pre­ca­ria e con­net­tiva, se sini­stra vuol dire una forza capace di rove­sciare il rap­porto di forze che il capi­ta­li­smo glo­ba­liz­zato ha impo­sto all’umanità — allora è meglio non rac­con­tarci bugie pie­tose. Non c’è e non ci sarà nel tempo prevedibile.

I con­tri­buti che ho letto sul mani­fe­sto sono più o meno apprez­za­bili, alcuni mi sono pia­ciuti molto. Ma non ne ho tratto la per­ce­zione che qual­cuno voglia vedere quel che sta acca­dendo e che acca­drà, e soprat­tutto quel che noi dovremmo e potremmo fare.

La prima lezione che mi pare occorre trarre dall’esperienza degli ultimi anni è che alla parola demo­cra­zia non cor­ri­sponde nulla.

Per­ché dovrei ancora pren­dere sul serio la demo­cra­zia dopo l’esperienza di Syriza? Ma non occor­reva l’esperienza greca, per sapere che la demo­cra­zia non è più una strada per­cor­ri­bile. Basta ricor­darsi del refe­ren­dum ita­lico con­tro la pri­va­tiz­za­zione dell’acqua, i suoi risul­tati trion­fali, e i suoi effetti pra­ti­ca­mente nulli sulla realtà eco­no­mica e politica.

E allora, se la demo­cra­zia non è una strada per­cor­ri­bile, ce ne viene in mente un’altra? A me no. A me viene in mente che tal­volta nella vita (e nella sto­ria) è oppor­tuno par­tire da un’ammissione di impo­tenza. Non posso, non pos­siamo farci niente.

Cioè, fermi un attimo. Due cose dob­biamo farle, e se volete chia­marle sini­stra allora sì, ci vuole la sinistra.

La prima cosa da fare è capire, e quindi prevedere.

Pos­siamo pre­ve­dere che nei pros­simi anni l’Unione euro­pea, ormai entrata in una situa­zione di scol­la­mento poli­tico, di odii incro­ciati, di pre­da­zione colo­niale, finirà nel peg­giore dei modi: a destra. Pos­siamo dirlo una buona volta che la sola forza capace di abbat­tere la dit­ta­tura finan­zia­ria euro­pea è la destra?

Dovremmo dirlo, per­ché que­sto è quello che sta già acca­dendo, e le con­se­guenze saranno vio­lente, san­gui­nose, cata­stro­fi­che dal punto di vista sociale e dal punto di vista umano. Dob­biamo allora smet­tere i gio­chi già gio­cati cento volte per met­terci in ascolto dell’onda che arriva.

Pos­siamo pre­ve­dere che nei pros­simi anni gli effetti del col­lasso finan­zia­rio del 2008 mol­ti­pli­cati per gli effetti del col­lasso cinese di que­sti mesi pro­durrà una reces­sione glo­bale. Pos­siamo pre­ve­dere che la cre­scita non tor­nerà per­ché non è più pos­si­bile, non è più neces­sa­ria, non è più com­pa­ti­bile con la soprav­vi­venza del pia­neta, e ogni ten­ta­tivo di rilan­ciare la cre­scita coin­cide con deva­sta­zione ambien­tale e sociale.

La decre­scita non è una stra­te­gia, un pro­getto: essa è ormai nei fatti, nelle cifre e negli umori. E si tra­duce in un’aggressione siste­ma­tica con­tro il sala­rio, e con­tro le con­di­zioni di vita delle popo­la­zioni. E si tra­duce in una guerra civile pla­ne­ta­ria che solo Fran­ce­sco I ha avuto il corag­gio di chia­mare col suo nome: guerra mondiale.

La seconda cosa da fare è: imma­gi­nare.

Imma­gi­nare una via d’uscita dall’inferno par­tendo dal punto cen­trale su cui l’inferno pog­gia: la super­sti­zione che si chiama cre­scita, la super­sti­zione che si chiama lavoro sala­riato. Le poli­ti­che dei governi di tutta la terra con­ver­gono su un punto: pre­di­cano la cre­scita in un momento sto­rico in cui non è più né auspi­ca­bile né pos­si­bile, e soprat­tutto è ine­si­stente per la sem­plice ragione che non abbiamo biso­gno di pro­durre una massa più vasta di merci, ma abbiamo biso­gno di redi­stri­buire la ric­chezza esistente.

Le poli­ti­che dei governi di tutta la terra con­ver­gono su un secondo punto: lavo­rare di più, aumen­tare l’occupazione e con­tem­po­ra­nea­mente aumen­tare la pro­dut­ti­vità. Non c’è nes­suna pos­si­bi­lità che que­ste poli­ti­che abbiano suc­cesso. Al con­tra­rio la disoc­cu­pa­zione è desti­nata ad aumen­tare, poi­ché la tec­no­lo­gia sta pro­du­cendo in maniera mas­sic­cia la prima gene­ra­zione di automi intel­li­genti. Da cinquant’anni la sini­stra ha scelto di difen­dere l’occupazione, il posto di lavoro e la com­po­si­zione esi­stente del lavoro. Era la strada sba­gliata già negli anni ’70, diventò una strada cata­stro­fica negli anni ’80. Era una strada che ha por­tato i lavo­ra­tori alla scon­fitta, alla soli­tu­dine, alla guerra di tutti con­tro tutti.

Per­ché dovremmo difen­dere la sini­stra visto che è stata pro­prio la sini­stra a por­tare i lavo­ra­tori nel vicolo cieco in cui si tro­vano oggi?

Di lavoro, sem­pli­ce­mente, ce n’è sem­pre meno biso­gno, e qual­cuno deve comin­ciare a ragio­nare in ter­mini di ridu­zione dra­stica e gene­ra­liz­zata del tempo di lavoro. Qual­cuno deve riven­di­care la pos­si­bi­lità di libe­rare una fra­zione sem­pre più ampia del tempo sociale per desti­narlo alla cura l’educazione e alla gioia.

So bene che non si tratta di un pro­getto per domani o per dopo­do­mani. Negli ultimi quarant’anni la sini­stra ha con­si­de­rato la tec­no­lo­gia come un nemico da cui pro­teg­gersi, si tratta invece di riven­di­care la potenza della tec­no­lo­gia come fat­tore di libe­ra­zione, e si tratta di tra­sfor­mare le aspet­ta­tive sociali, libe­rando la cul­tura sociale dalle super­sti­zioni che la sini­stra ha con­tri­buito a formare.

Quanto tempo ci occorre? Baste­ranno dieci anni? Forse. E intanto? Intanto stiamo a guar­dare, visto che nulla pos­siamo fare. Guar­dare cosa? La cata­strofe che è ormai in corso e che nes­suno pu� fer­mare. Stiamo a guar­dare il pro­cesso di finale disgre­ga­zione dell’Unione euro­pea, la vit­to­ria delle destre in molti paesi euro­pei, il peg­gio­ra­mento delle con­di­zioni di vita della società. Sono pro­cessi scritti nella mate­riale com­po­si­zione del pre­sente, e nel rap­porto di forza tra le classi.

Ma natu­ral­mente non si può stare a guar­dare, per­ché si tratta anche di sopravvivere.

Ecco un pro­getto straor­di­na­ria­mente impor­tante: soprav­vi­vere col­let­ti­va­mente, sobria­mente, ai mar­gini, in attesa. Riflet­tendo, imma­gi­nando, e dif­fon­dendo la coscienza di una pos­si­bi­lità che è iscritta nel sapere col­let­tivo, e per il momento non si can­cella: la pos­si­bi­lità di fare del sapere la leva per libe­rarci dallo sfruttamento.

Atten­dere il mat­tino come una talpa.

BIFO

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Molto desolante ma teniamo presente che l’ha scritto Bifo, mitico maître à penser del ’77.
Io penso che la sua analisi sia chiara, meno la sua conclusione. Io lo vado ripetendo da molto tempo che pensare di costruire case di sinistra, partito della sinistra, ecc. è una pura utopia, un non voler accettare la realtà soprattutto da parte di quella generazione ultra-sessantenne di cui faccio parte anch’io, abituata a schemi da cui non riesce a staccarsi.
Quando molte volte ho scritto che la Sinistra è morta, intendevo quello che meglio di me ha saputo dire Bifo; quando ho detto che i tempi per creare un’alternativa sono necessariamente lunghi intendevo quello, così come quando ho detto che la strada di cercare di creare il nuovo Partito è folle. Oggi la realtà è diversa, è un ground zero da cui ripartire senza pensare di poter arrivare alle prossime elezioni politiche (ma nemmeno a quelle dopo) già pronti. Bifo lo scrive: ci basta avere qualche deputato e un 10% o vogliamo andare verso il ribaltamento del sistema? Ovviamente la seconda che ha detto. E allora come ho scritto molte volte per me la strada è un’altra e senz’altro lunga e difficile ma va percorsa anche se noi non ne dovessimo vedere la fine, perchè è quella giusta, Allora è necessario smetterla di illudersi e autogratificarsi inseguendo impossibili partiti della Sinistra in grado di ribaltare la realtà europea in tempi brevi. Chi fa politica deve anche imparare a ragionare non sui tempi dell propria vita ma su tempi storici.
La soluzione prospettata da Bifo è la resistenza, ma, a differenz sua, io dico che in questa resistenza e “attesa del mattino come una talpa” è possibile comunque cominciare a costruire qualcosa, prescindendo dall’idea di creare l’organizzazione del partito hic et nunc. La strada deve precindere da qualsiasi schema novecentesco. se non addirittura ottocentesco. La strada è quella del partire dal sociale e lasciare i vecchi ceti e sigle al loro autismo di creare il Partito. Il percorso del confronto, dell’unione di quanti lottano è secondo me “la strada”: imparare a lavorare insieme e costruire insieme senza avere come obiettivo la creazione di qualcosa e tanto meno dandosi obiettivi come le elezioni.
Credo che solo in questo percorso di consulta tra varie parti possa esserci il nucleo e la possibilità futura di arrivare a un’auto-organizzazione e un’auto-rappresentanza degli sfruttati capace di ribaltare, chissà quando, lo stato delle cose ponendosi come alternativa di governo. Solo allora potremo pensare ad elezioni ma per andare a vincerle. Mi dispiace per eventuali ambizioni personali, per solipsistiche visioni di realtà che non ci sono, ma credo che questa è l’unica strada: trovarsi, incontrarsi, lavorare insieme, senza la fretta e la “superstizione” di creare partiti, strutture nazionali e regionali, ecc. L’organizzazione e il “soggetto politico nuovo” può nascere solo da questo percorso umile e coraggioso insieme, probabilmente in tempi lunghi ma già diverse volte la Storia ci ha fatto grandi sorprese. L’importante è non forzarle le mano.
Adelante!
Gian Luigi Ago