Archivi del mese: dicembre 2015

I RE NUDI (lettere aperte)

base foto

La lettera aperta inviata urbi et orbi  da Pippo Civati e Paolo Ferrero, a firma congiunta, contiene molte osservazioni condivisibili se non fosse però viziata.. (perché c’è sempre un però) dal piccolo particolare che, nel momento in cui l’invito a una partecipazione “dal basso” parte “dall’alto” di due capi di partito, è inevitabile che cambi tutta la sua valenza, oltre a indurre più che legittimi sospetti.

Oggi quello di cui c’è bisogno non è tanto  una fittizia “partecipazione dal basso”, quanto piuttosto un costruttivo “input dal basso” che provenga da un lavoro di ricomposizione sociale perseguito al proprio interno. Altrimenti, sotto diverse spoglie, non avremmo nulla di diverso da quanto sempre accaduto: cioè  partiti e leader che chiedono alla base sociale di aderire e “partecipare” ai loro progetti, votando poi i soliti candidati per farli eleggere come loro rappresentanti.

Certo, ora si parla, inevitabilmente, di maggior partecipazione e dialogo e ci si pone come semplici catalizzatori di un progetto.
Inevitabilmente… dicevo, perché la realtà esige termini nuovi e allora l’essere leader e guida deve essere presentato come essere “facilitatore
Ma la sostanza non cambia.

Non è solo una questione di forma in quanto trapela da ogni riga di questa lettera quello che si intende realmente, rivestendo vecchi concetti di un lessico e di un tono nuovo che servono appunto a darne una nuova appetibilità.

Ma basta leggere attentamente la lettera aperta per individuare con facilità i soliti elementi costitutivi.

La lettera inizia con l’indicazione dell’obiettivo principale e più urgente: le elezioni amministrative.
Non tanto quindi la ricomposizione sociale in se stessa, che appare invece nella lettera solamente funzionale a realizzare, tramite un improbabile successo elettorale, quanto è nel programma calato dall’alto dei partiti, che rimangono, in questa visione, i naturali rappresentanti della base sociale.
E il momento elettorale anziché uno strumento diventa un fine. Non che non sia importante chi amministrerà le città ma, per un progetto che punta a una futura alternativa di governo, le elezioni sono momento di verifica di un consenso frutto di un lavoro fatto tra la gente e non ricerca di consenso.

Oggi poi realtà e composizione sociale sono cambiate: l’autodeterminazione di base e il nascere di lotte spontanee e con risultati importanti, nate dai territori, dimostrano che la base è in grado di creare, al suo interno e in un percorso che si dipanerà in tempi realisticamente non brevi, un processo di auto-organizzazione e auto-rappresentanza per una  possibile futura  alternativa di governo.
Nella lettera ritornano poi i soliti concetti di “coalizione” e di “costruzione di un soggetto unitario di sinistra”.

E’ chiaro, infine, che questo progetto viene presentato per contrapporsi tempestivamente a quello proposto da Sel e Act, non molto dissimile da quanto scritto nella lettera aperta, tranne che per l’invito ai partiti a sciogliersi, punto su cui si sono rotte le trattative tra i partiti stessi (trattative anch’esse tutte svoltesi, guarda caso.. al vertice e senza la presenza di base sociale).

Una lettera aperta che quindi  nasce sempre dalle solite divisioni e lotte egemoniche o di sopravvivenza autoreferenziale interne alla sinistra (intesa come sigle) dove oggi si fa a gara a chi appaia più orizzontale e diverso dal passato ma per proporre poi, in definitiva, sempre il solito schema di partiti e leader guida (oggi “facilitatori”), basato su sinistra unitaria e programma politico-elettorale a cui la gente deve “partecipare” soprattutto con il voto.

Mai un farsi da parte, mai un passare il testimone, non tanto a giovani apparati e quadri di partito, quanto, una volta per tutte, a quella base sociale a cui ci si rivolge senza voler capire che oggi essa è in grado di ricomporsi da sé e auto-rappresentarsi senza più bisogno di far riferimento a sigle, leader e apparati che da oltre vent’anni non hanno fatto altro che fallire, dimostrando, anche nei numeri, di non essere più in grado di rappresentare nessuno.

Credo che, nonostante i vestiti nuovi, i Re siano ormai definitivamente e visibilmente nudi.

Gian Luigi Ago


Tornano le mascherine

maschere
Una mia riflessione di nove mesi fa si intitolava
“Ti conosco mascherina”.
La trovate qui:
https://gianluigiagora.wordpress.com/2015/03/13/ti-conosco-mascherina-pseudo-coalizioni-sociali/

Perché citarla ora?
Perché le cose che diceva si ripropongono ancora oggi sempre uguali.
Gira in questi giorni un documento di auto-convocazione “anonima”… (Sel e altri..) che invita a febbraio 2016 a un incontro, questa volta orizzontale, movimentista, aperto alla partecipazione, cosa che succede ormai abitualmente a ogni approssimarsi di nuove elezioni.

Ma se si legge tra le righe si trovano le solite cose:
rappresentare chi non è più rappresentato” che tradotto significa “soggetto politico di sinistra da votare” che ripropone la distinzione tra base sociale e ceto politico che la rappresenta.
Troppe volte abbiamo visto i falsi passi indietro dei partiti e del loro ceto politico, troppe volte abbiamo sentito le loro false dichiarazione di disponibilità personale verso la società civile, salvo poi, un secondo dopo l’esito del voto, tornare alle loro settarie divisioni.

Alla fine dell’esperienza di Rivoluzione Civile, in una sede di partito dove, da coordinatore della componente di “Cambiare si può”, avevo seguito i risultati, mi resi conto della strumentalità di quelle posizioni che erano state presentate come la presa di coscienza di un nuovo modo di fare politica.
Tutto tornò come prima ma io continuai a seguire quello che doveva essere lo spirito vero, e non opportunisticamente abbracciato, di quel tentativo.

Ora che si avvicinano le amministrative sentiamo le stesse cose, le stesse dichiarazioni di orizzontalità, lo stesso parlare di base, di “una testa, un voto”, sempre però curiosamente… calate dall’alto di “anonimi” apparati di partito.

Per fortuna esistono altri percorsi, esistono veri progetti di base che puntano all’auto-rappresentanza del mondo sociale come quello di cui si parlerà il 9 e il 10 gennaio 2016 a Bologna.

C’è ancora qualcuno che crede alla buona volontà delle dichiarazioni “anonime”?
C’è ancora qualcuno che crede  sia necessario andare a perdere tempo a verificare ogni volta di persona se questa volta dicono la verità, sbattendo poi inevitabilmente di nuovo la faccia contro il muro?
A me basta vedere i nomi che propongono queste cose e i luoghi da cui partono queste proposte per ignorarli, sapendo già come andrà a finire.

Credo che la politica che serve oggi debba necessariamente prescindere to-tal-men-te da quella degli apparati di partito, con mascherina o meno (come dicevo in quella riflessione di nove mesi fa).

Gian Luigi


ANALISI DEL SANGUE A SINISTRA

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Tra i modi di dire politici quello più main stream è “fare le analisi del sangue” e con questo si vorrebbe indicare un’intenzione inclusiva che critica chi, – nel momento di unire persone o forze – mette dei limiti in base alle appartenenze.
Appare quindi paradossale che a pronunciare più spesso questo termine sia proprio chi stabilisce la propria appartenenza sulla base di analisi del sangue che certifichino la corrispondenza con nomi, simboli, bandiere, apparati.

A sinistra ci si divide tra chi pensa che bisognerebbe sciogliere i partiti e dar vita a un soggetto unitario, appunto della Sinistra, e chi vorrebbe che questo soggetto fosse solo un’unione di diverse forze che mantengano però le proprie identità di partito.

Entrambi, a mio parere, sbagliano perché già il voler circoscrivere il nuovo soggetto al termine Sinistra è già fare un’analisi del sangue. E questo perché quando viene usato quel termine non si intende tanto un sistema valoriale quanto piuttosto un’area che racchiude alcuni partiti.
Per me c’è poi un’altra contraddizione fondamentale: chi vuole fare questo processo costituente lo vuole fare sì aperto a chiunque lo condivida (cosa banalmente logica) ma pretende che nasca da incontri e decisioni della solita oligarchia dei pochi partiti di sinistra. Certo poi chiunque è da loro ben accetto basta però che aderisca al pacchetto già preconfezionato dai soliti noti, magari sottoscrivendo anche una tessera.
Nulla di nuovo sotto il sole.

In questa procedura c’è quindi comunque un’analisi del sangue basata su una condivisione del “gruppo sanguigno” costitutivo di quel nuovo soggetto.

La vera inclusività dovrebbe invece essere basata su due concetti fondamentali.
Il primo è che, trattandosi di forze diverse, il confronto non può partire dall’adesione a un soggetto per di più costituito all’alto di pochi ma dovrebbe limitarsi a una “relazione” tra diverse forze senza alcun soggetto includente, senza nomi, simboli, statuti, programmi, ecc. Un percorso di confronto e di costruzione comune.

Non serve quindi un soggetto prestabilito, che magari potrebbe nascere in futuro se e quando se ne sentisse la necessità e al termine di un percorso fatto insieme, ma piuttosto uno spazio assembleare permanente in cui interconnettere le forze ma senza dar vita a coalizioni elettorali e peggio ancora a partiti.

Meglio ancora sarebbe se fosse una “relazione” solo di persone o al limite di movimenti, associazioni, comitati e coordinamenti di lotta, ecc.
Un percorso simile sarebbe veramente un evitare analisi del sangue. I partiti però non hanno alcuna intenzione di fare questo: vogliono mantenere i propri apparati, restare attaccati ai loro gruppi sanguigni e al massimo sono disponibili solo a un soggetto unitario (della Sinistra) che sia una casa comune ma che consenta ad ogni momento una possibile via di fuga.

Questo spirito unitario non nasce quindi da una vera presa di coscienza della necessità storica di un nuovo modo di far politica ma piuttosto da tattiche contingenti che permettano di raggiungere percentuali più alte di quelle che si prenderebbero da soli.
Tutte cose già viste con le numerose fallite esperienze come quelle della Sinistra Arcobaleno e di Rivoluzione Civile.

Quello che serve oggi è invece ben altro.

Serve un modo e una cultura di far politica che ricomponga la frammentazione sociale di base in un percorso di lavoro insieme che non pretenda di “partire” da un soggetto politico ma che casomai lo auspichi come un qualcosa a cui “arrivare”.

Ecco qual è quindi lo scenario attuale sul terreno delle possibili alternative all’attuale sistema.
Da una parte abbiamo una sorta di “conservatorismo” con i soliti tatticismi ed equilibrismi politicisti che cercano un’unità che tale non è in quanto spesso parallela alla propria appartenenza e tesa comunque a mantenere o ad acquisire presenze istituzionali e a salvare da una naturale estinzione leader e apparati politici.
Dall’altra dei percorsi di base “senza analisi del sangue” che tendono alla ricomposizione della base sociale basata sulla relazione, interconnessione e confronto che parta dai territori e dalle realtà di lotta nell’ottica di una futura auto-organizzazione nel solco di una conversione ecologica dell’economia e della società; un mettere in campo nuova cultura e nuove forme della politica che puntino a una reale auto-rappresentanza della base sociale.

E’ su questi due percorsi inconciliabili che si gioca la possibilità o meno di creare un vero fronte popolare di futura alternativa di governo che vada oltre le vecchie logiche della politica che conosciamo.

Adelante!!!!

Gian Luigi Ago


Seminatori e raccoglitori

seminatori

Il mondo sembra andare a destra, dalla Francia di Marine Le Pen agli USA di Donald Trump, passando per l’Italia di Renzi, Salvini, Grillo, Meloni e Berlusconi.
La gente dà retta ormai solo a concetti semplici, istintuali, slogan e promesse, cerca qualcuno a cui affidare col voto la soluzione ai propri problemi.
Ed è normale: vent’anni di devastazione culturale, politica e antropologica hanno creato una massificazione verso il basso, hanno intenzionalmente prodotto astensione, disillusione, allontanamento dalla politica attiva vista ormai quasi con disgusto.

In questo scenario pensare a un progetto di costruzione di vera alternativa al sistema neoliberista sembra una follia.

Ma io dico che invece il nostro momento è ora e che la situazione è eccellente (parafrasando il Grande Timoniere..).

L’importante è capire cosa serve oggi, cosa si deve fare per dar vita a una possibile futura alternativa di governo.

La prima cosa da evitare è proporre le cose che oggi si pensa la gente voglia (partiti forti, slogan, promesse, leader, ecc.). Continuando a pensare che il nostro obiettivo siano amministrative e politiche prossime venture e attrezzare nuove coalizioni e partiti significa entrare in una logica competitiva che non avremo mai la forza di poter cavalcare pensando a un successo a breve termine.

Certo, si può (non obbligatoriamente però) partecipare a competizioni elettorali sperando in modesti inserimenti nelle istituzioni ma dobbiamo capire che quello è un terreno da cui non usciremo certo con una vittoria.
Continueranno ancora per un po’ a vincere loro, dobbiamo farcene una ragione.
La soluzione non sta nel convincere gente delusa a votare ancora una volta per qualcuno che fa promesse per poi deluderli ulteriormente.

Oggi quello che dobbiamo fare è riconquistare la gente alla politica attiva, ricostruire quello spirito civico che è stato disgregato e questo non si fa riportandoli unicamente nella cabina elettorale a votare partiti uguali, a parte qualche differenza, ai soliti che hanno fallito.

Quello che va fatto è rendere la gente attrice prima ancora che elettrice, coinvolgerla in grandi lotte significative per loro, nelle grandi campagne referendarie, riportarla a parlare e ad agire la politica nei territori, nell’interconnessione con quanti nella base sociale (e non nelle stanzette dei vertici partitici) vivono i problemi di ogni giorno.
Solo così potremo riparare ai danni antropologici creati negli ultimi vent’anni.
Riproporre le solite soluzioni non funziona più.

Solo in un percorso realmente di base si può col tempo dare forma a un fronte popolare che non avrà nemmeno più bisogno di partiti che rappresentino la base in quanto il “partito” se lo farà la base stessa auto-rappresentandosi e potendosi presentare a delle elezioni future con l’ambizione di poterle vincere per cambiare il governo del Paese.

E’ un percorso diverso dal passato. Non serve cambiare i partiti e le classi dirigenti degli stessi, non serve unire insieme cocci del passato.
Bisogna fare un percorso diverso tra comitati, associazioni, movimenti di base che già sono attivi sul territorio.

Anch’io vorrei fosse possibile presentarsi alle prossime elezioni politiche e vincerle ma so che è una pura utopia e so che non è da una sommatoria di progressive piccole percentuali che si arriverà a governare.
Le elezioni dovrebbero essere il momento in cui si raccolgono i frutti del consenso creato sul campo, non un momento per cercare consenso.

La politica non si fa con i “desiderata” ma con quello che è necessario fare.
Dobbiamo accettare i compiti che richiedono i tempi storici.
Non è il tempo per impossibili vittorie in uno o due anni.
Ci è toccato il “destino” di vivere in questo tempo e il nostro lavoro è di ricostruire dalle macerie.

Per questo il nostro compito è lavorare duramente e a lungo per ridare speranza ai delusi, ricreare partecipazione attiva, connettere e unire lotte tra di loro, non sigle e leader tra di loro.

Solo capendo che oggi è necessario fare questo e che probabilmente chi raccoglierà i frutti saranno altri, potremo fare la cosa giusta, senza ostinarci a ripetere gli errori del passato.

Siamo i seminatori non ancora i raccoglitori.

Gian Luigi Ago