Archivi del mese: marzo 2016

Lo stagno dove sguazza il terrorismo (di Guido Viale)

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Il cordoglio e la pietà per le vittime degli attentati di Bruxelles dovrebbero renderci più umani e non più feroci nell’affrontare il vero conflitto con cui dobbiamo misurarci se vogliamo prosciugare lo stagno dove sguazza il terrorismo islamista: quel conflitto verso i profughi che rende l’Europa così fragile e debole. L’urgenza di difenderci non deve farci dimenticare che il terrorismo non si combatte con la guerra, che é ciò che lo ha prima covato e poi nutrito nel corso degli ultimi anni, né con lo Stato di polizia, che non fa che promuoverlo, e meno che mai con la “caccia allo straniero“; bensì combattendo le discriminazioni e il disprezzo che alimenta il rancore di cui si nutre il terrorismo.
Per questo non c’è niente che metta in forse la convivenza in Europa quanto il cinismo e la ferocia con cui i suoi governi trattano i profughi che si presentano alle sue porte per sottrarsi al terrore che rende impraticabili tutti quei paesi – e non solo la Siria – da cui cercano di fuggire.

Certo, è difficile per tutti, soprattutto in questi giorni, cogliere la natura e la dimensione dello scontro sociale in atto sotto i nostri occhi, perché è completamente inedito; ma anche perché si presenta intrecciato con altri processi o eventi, come i mutamenti climatici, le guerre in corso o in preparazione, la crescente diseguaglianza, la crisi che attraversano i meccanismi di accumulazione del capitale a livello mondiale.

Ma quello che si è aperto, soprattutto nell’area che abbraccia Europa, Medio Oriente e Africa centrosettentrionale, è uno scontro intorno al riconoscimento di un diritto ovvio, perché “naturale” nel senso più banale del termine, ma ostico e difficile da accettare. È uno scontro che vede da un lato chi rivendica il diritto a trasferirsi in un territorio “vivibile”, dove potersi ricostruire una vita e la possibilità di viverla decentemente, perché nelle terre che ha abbandonato, o che si appresta ad abbandonare, questo non è più possibile a causa di guerre, disastri ambientali e dittature; ma sopratutto perché il mondo, questo pianeta, appartiene a tutti. E che vede dall’altro lato chi invece rivendica un proprio diritto a escludere dal territorio in cui vive ogni nuovo arrivato in nome di una “sovranità” su di esso, che altro non è che il versante pubblico – e governativo – del “terribile diritto” di proprietà.

L’asilo, la protezione internazionale accordata ai profughi e normata dalla convenzione di Ginevra, era stato concepito finora, più che come un diritto, come una concessione delle democrazie liberali a chi fuggiva per sottrarsi a una dittatura e poi, per estensione, a una guerra civile. Ma oggi quelli con cui l’Europa e gli Stati che per ragioni geografiche o storiche gravitano intorno al Mediterraneo si confrontano sono esodi di massa in cui i fattori guerra e dittatura si mescolano inestricabilmente con quelli ambientali e climatici. Tanto che all’origine di molti dei conflitti armati in corso – compreso quello in Siria – non è difficile riconoscere un deterioramento ambientale provocato dallo sfruttamento incontrollato di risorse locali, ma, sempre più spesso, dai cambiamenti climatici in atto.
Questo rende priva di fondamento la distinzione tra profughi di guerra, da accogliere, e migranti economici, da rimpatriare, con cui le autorità europee cercano di far credere, di poter “legittimamente” liberarsi di almeno la metà dei flussi che stanno investendo il territorio dell’Unione. In un modo o nell’altro, sono ormai tutti profughi ambientali – una figura non contemplata dalle convenzioni sulla protezione internazionale – ma la cui presenza sarà centrale nel contesto sociale e politico dei decenni a venire.

Quello scontro tra chi rivendica un diritto “naturale” alla vita e chi glielo vuole negare si ripercuote, all’interno degli Stati membri dell’Unione europea, in un conflitto sempre più acceso e centrale – tanto da far passare in second’ordine tutti gli altri, o da subordinarne ad esso le manifestazioni – tra chi si schiera a favore dell’accoglienza e chi si mobilita per sostenere i respingimenti.
Ai due poli di questi schieramenti, che stanno facendo piazza pulita della configurazione tradizionale dei partiti e delle forze politiche, troviamo da un lato una folta schiera di volontari, delle più varie estrazioni sociali e anche politiche o religiose, che si adoperano in mille modi per assistere e accogliere i profughi.
Dall’altro degli squadristi impegnati in assalti ai siti dove i rifugiati vengono spesso solo “immagazzinati”.

Ma intorno a questi squadristi si sta creando un cordone di condivisione e di aggregazioni politiche di stampo nazionalista (o “sovranista”) e, in buona misura, razzista, in netta avanzata ovunque.
Mentre la simpatia che suscita l’azione dei volontari stenta – per usare un eufemismo – a farsi strada sia in termini di appoggio politico che come “comune sentire”. Anche perché le soluzioni prospettate dalla destra sono semplici, spicce e non affrontano le loro inevitabili conseguenze: una stretta, non solo politica, ma anche economica e sociale, sui diritti di tutti, una guerra che trasforma in nemici tutti coloro che oggi cercano e non trovano salvezza in Europa, una serie infinita di stragi in terra e in mare che finirà per configurarsi come un vero sterminio; mentre la scelta di accogliere, al di là delle emozioni immediate che suscita la vista di tanta miseria, è complicata, richiede programmi, ragionamenti, svolte e impegni radicali.

Da tempo i governi europei si sono in gran parte lanciati all’inseguimento delle forze di destra, per sottrarre loro l’esclusiva degli argomenti più popolari – “sono troppi”, “non c’è posto”, “costano troppo”, “minacciano la sicurezza e i nostri posti di lavoro”, ecc. –  cercando di non farsi sottrarre l’egemonia che ancora hanno sull’elettorato. Una rincorsa vana, perché quegli argomenti li sanno usare meglio le forze apertamente razziste. Ma soprattutto perché sono incapaci di fare i conti con la dimensione effettiva del problema e delle misure necessarie per farvi fronte: rinuncia all’austerity, alla contrazione di spesa pubblica e welfare, a quella  precarizzazione del lavoro che ha creato milioni di disoccupati, e un impegno effettivo nella conversione ecologica, unico modo, peraltro, per creare milioni di nuovi posti di lavoro utili a tutti. Quella incapacità li sospinge così verso politiche sempre più feroci e antipopolari, come gli hot spot, il filo spinato, la guerra in Libia o l’indecente accordo con la Turchia, insensato e suicida quanto cinico e spietato. Che però ha fatto contenti tutti i governanti, che possono così aspettare qualche mese, fino a una nuova resa dei conti, per ammettere che non sanno che cosa fare; compreso Renzi, che si è improvvisamente fatto paladino di un’Europa più “umana”, ma che ha chiesto subito l’estensione di quell’accordo alle altre situazioni su cui verranno deviate le prossime ondate di profughi.

Sostenitori e nemici dell’accoglienza si ritrovano, in proporzioni diverse, tanto tra le forze di sinistra – qualsiasi cosa si intenda con quel termine – e di centro quanto nel mondo cristiano e soprattutto in quello cattolico, che su questo tema rischia una frattura storica, e persino tra molte persone di destra (tra cui c’é ancora qualche emulo di Perlasca).
È una contrapposizione che lavora alla dissoluzione degli schieramenti e dei rituali politici tradizionali, ma anche a un riposizionamento di classi e forze sociali, verso le quali c’è bisogno di un approccio politico nuovo, prammatico, non rituale né “ideologico” senza il quale la vittoria delle destre e del razzismo è scontata.

Oggi non è più possibile “fare politica”, lavorare alla ricostituzione di un fronte sociale che faccia valere gli interessi delle classi e dei cittadini sfruttati e oppressi, senza individuare nelle varie forme di volontariato, nelle loro pratiche, nelle loro necessità, nelle loro iniziative e, soprattutto, nei legami che riescono a creare con la nazione dei profughi un riferimento irrinunciabile per ogni possibile ricomposizione delle forze che vogliono un’altra Europa perché vogliono un’altra società.

Guido Viale


“Maternità surrogata” tra mercimonio e libera scelta

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La questione della “maternità surrogata” è esplosa in maniera improvvisa a margine delle discussioni sulle unioni civili. C’è chi la difende come Umberto Veronesi, Chiara Saraceno e Dacia Maraini e c’è chi la demonizza. Anche nel campo femminista e di sinistra le posizioni sono confuse e a volte opposte.
C’è chi parla di “utero in affitto” senza accorgersi che con questa definizione non si denigra tanto chi in alcune parti del mondo sfrutta donne per questa pratica ma piuttosto la donna stessa, la vittima stessa che ci mette non solo l’utero ma tutta se stessa, la sua intera umanità, la sua sofferenza.

La realtà della “maternità surrogata” ha diversi aspetti.
Proviamo ad analizzare la cosa nelle sue parti.
Siamo tutti d’accordo riguardo allo schifo di chi sfrutta la miseria di alcune donne del terzo mondo per usarle come incubatrici.
Ma l’errore e la vergogna sta in questo, non nella maternità surrogata in se stessa che è comunque un modo e un’opportunità ulteriore per dare vita e famiglia a un essere umano.
E non sta nemmeno nel denaro; non è il denaro, il compenso in sé che costituisce lo sfruttamento ma è piuttosto la mancanza di libertà, la costrizione, il ricatto economico, le condizioni simili a quelle dei bambini del terzo mondo costretti a lavorare giornate intere per pochi dollari.

Ci sono paesi occidentali, probabilmente più avanzati del nostro, in cui alcune donne prestano il loro tempo e il loro corpo per permettere di avere un figlio ad altre donne, che magari non hanno l’utero, oppure a coppie omosessuali.
E non lo fanno per soldi, a parte un logico rimborso, visto che dedicano nove mesi della loro vita a questo. Ma senza alcun ricatto economico e all’interno di un libero accordo (e sottolineo libero).
E questo anche perché in questi paesi possono rendersi disponibili per questa pratica solo donne che hanno già figli, famiglia e soprattutto redditi alti.
Inoltre hanno anche il diritto di tenersi il bambino se cambiano idea all’ultimo momento.
E tutto avviene con le massime garanzie e controlli sanitari.
Sono delle vere prestatrici di un servizio sanitario, anche con un grande valenza di umanità.

In questo io non vedo nulla di spregevole come non lo vedo nella fecondazione in vitro, a differenza invece del mercimonio di cui parlavamo prima.
Mi pare che sia chiara ed evidente questa differenza enorme tra i due casi in cui si svolge la stessa cosa.
Poi qualcuno, per suoi motivi religiosi o etici può ritenere contro-natura certe pratiche, come fa Alfano.

E’ un’opinione legittima e quindi questo qualcuno ha diritto di sbraitare e strapparsi le vesti quanto vuole di fronte a questo ma niente di più perché qui si scontra con la libertà personale che è quella di una persona adulta, consapevole che vuole prestare per altri questo “servizio” con tutte le garanzie mediche, in maniera conforme alle leggi, e soprattutto perché sceglie liberamente di farlo secondo la propria coscienza.
Penso sia libera di farlo come, ad esempio, coloro che decidono di andare all’estero per l’eutanasia. Oppure qualcuno pensa che vada loro impedito?
Nessuno la costringe, non è sotto un ricatto economico, non nuoce a nessuno, anzi fa felice una famiglia con cui è d’accordo sulla cosa ed è supportata dalla legge.
Dove sta il problema?
Se il problema è etico, l’etica di qualcuno non può interferire con le scelte personali, e sottolineo libere, di qualcuno a meno che non siano illegali o rechino danno ai diritti altrui.

Condannare la “maternità surrogata” in sé, senza fare i dovuti distinguo e per di più chiamandola spregevolmente “utero in affitto”, assomiglia un po’ a chi si opponeva alla legge sull’aborto chiamandolo spregevolmente “omicidio”, perché allora era possibile farlo solo con pratiche clandestine costose, disumane e spesso letali.
Non a caso questa opposizione arriva soprattutto dai fautori della famiglia tradizionale e da chi si oppone alle unioni civili. La soluzione sta invece – come è stato per l’aborto, e come avviene in altri paesi più civili del nostro – nel limitarla, permettendo l’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali e nel contempo nel regolarizzare questa forma di “maternità surrogata” eliminando gli elementi che la rendono una mercificazione del corpo.
E una regolamentazione, una legiferazione, una liberalizzazione su questo tema sarebbe in grado almeno di limitare al minimo questi aspetti negativi.

Gian Luigi Ago