Archivi del mese: aprile 2016

Referendum come strumento di rinnovamento

referendum-costituzione

Partiamo da quello che prima non potevamo dire: il risultato del referendum contro le trivelle era pressoché scontato.
Portare il 50% più uno degli aventi diritti al voto, in una situazione in cui l’astensionismo (anche in elezioni politiche) sfiora ormai il 50% e per un referendum su cui c’è stato occultamento e disinformazione e che si basa su un quesito che presuppone di capire bene qual è la posta in gioco, era fin dall’inizio un’impresa titanica.
Giusto averci creduto e averci messo tutto l’impegno possibile.
Crederci sempre ma illudersi mai.

Giusto quindi conservare parimenti la lucidità politica e mantenere vivo il senso della realtà.
Viviamo in un Paese mitridatizzato da decenni di berlusconismo, da teorie di “uomini soli al comando” e leaderismi “minori”.

Ci troviamo di fronte a un massiccio distacco dalla partecipazione politica attiva, alla totale delega della propria vita e di quella dei propri figli a un Potere che è sempre più concentrato nelle mani di pochi esecutori di interessi capitalistici.
Uno scenario del genere ci deve far riflettere su molte cose.
In questo disastro sociale, politico, antropologico in cui ci muoviamo c’è tutto da ricostruire e ogni ricostruzione comporta tempo, pazienza, nuovi approcci alla politica, nuove metodologie, nuovi strumenti.

Dobbiamo uscire dalla logica perdente della “forza dei numeri”.

Dobbiamo domandarci se vale la pena promuovere referendum, solo perchè sono giusti, sapendo già di perderli e non avendo la capacità poi di attutire le prevedibili delusioni e conseguenze negative.
Bisogna buttarsi a capofitto su ogni iniziativa referendaria o è politicamente più giusto saper calcolare vantaggi e svantaggi ed astenersi dall’intraprendere iniziative referendarie  suicide, seppur giuste?
Ragionamento che, tra l’altro, vale anche sul presentarsi ad elezioni….

E ancora: bisogna continuare ad accettare referendum anche se sono calati dall’alto (l’esempio di quelli sciagurati di Civati ne è un esempio)?
E infine: non è meglio uscire dalla logica renziana dei “vincitori e vinti facendo di fatto il gioco del governo e puntare di più a dibattere gli argomenti aumentando la coscienza su di essi, anzichè porre solo la questione su numero di voti, quorum, ecc.?
Questi sono dubbi che da oggi stanno attraversando il campo politico e dei movimenti refererendari.

Dobbiamo ripartire dall’aspetto positivo di 13 milioni di persone che hanno votato per questo referendum e dal fatto che abbiamo fatto un primo significativo passo per la diffusione dell’idea di una necessaria riconversione ecologica dell’economia.

Si tratta quindi di affrontare la stagione referendaria che ci attende, selezionando i referendum e senz’altro puntando con tutte le nostre forze alla vittoria, ma soprattutto facendo in modo che, al di là di essa, i referendum che ci attendono (come anche tutte le altre battaglie) siano momenti di crescita, di incontro, di aggregazione, laboratori di sperimentazione di nuovi metodi politici, in modo che anche ulteriori sconfitte non abbiano come effetto nuove delusioni e nuove rassegnazioni astensionistiche ma siano comunque dei passi avanti sulla formazione di un fronte popolare di alternativa politica.

Il referendum importantissimo di ottobre dovrebbe vedere il fronte del NO compatto, senza ambiguità e soprattutto impegnato in una battaglia al “positivo” senza dare l’idea di un fronte fatto solo  da attempati professori e costituzionalisti teso a difendere l’esistente. Così dovrebbe essere perché così è: la vittoria del NO ha come scopo mettere le basi per il cambiamento della Costituzione, cambiamento che non può che partire dalla base di quella vigente.
La vittoria del SI’ sarebbe invece uno stravolgimento che impedirebbe, virando verso l’instaurazione di una Repubblica autoritaria, qualsiasi integrazione e miglioramento che, lungi dallo stravolgere la Costituzione ne renderebbe attuato pienamente lo spirito e le intenzioni.
Solo partendo da questa Costituzione (e non da quella scritta da Renzi, Boschi, Napolitano e Verdini) si potrà poi procedere a inserirvi concetti come quello dei “beni comuni”, a un allargamento della partecipazione di base, superando il concetto di delega in bianco, rimettere mano ai cambiamenti in negativo apportati all’art.81, inserire misure che frenino le privatizzazioni selvagge e molto altro.
La battaglia per il NO è quindi una battaglia di rinnovamento non di retroguardia.

Ça va sans dire che occorre quindi un ripensamento delle solite forme della politica che nonostante il nostro massimo impegno scalfiscono poco la campana di vetro in cui quasi la metà degli elettori si è rinchiusa, stanca di una politica in cui non crede più.
Dobbiamo ripartire con uguale e rinnovato impegno per i referendum sociali che ci aspettano ma non come delle teste di ariete riproponendo approcci che hanno fallito.
Il problema centrale di oggi è quello della “rappresentanza”. La gente oggi delega ad altri e non si sente più coinvolta in prima persona. Lo stesso voto anziché come partecipazione diretta alla vita politica è vissuto dalla maggioranza degli elettori come un semplice modo di scaricare la risoluzione dei problemi ad altri attraverso la delega. E quando non individua, come è facile che sia, referenti che non siano solo portatori di slogan o di vecchie parole d’ordine trionfalistiche già fallite in passato, si chiude nel solipsismo, nell’apatia, nella rassegnazione e quindi nel disinteresse verso la politica se non quando nell’avversione ad essa vedendola  come una cosa degenerata e lontana da sé. E c’è del vero in questo.

Si deve quindi ripartire da questa stagione referendaria facendo in modo che sia quello il terreno di coltura di una nuova partecipazione diretta alla politica, in cui coinvolgere tutti in maniera attiva, non solo informandoli con un volantino o con un’orazione.
Dobbiamo rompere quel distacco tra noi che proponiamo e gli altri che devono solo votare. Dobbiamo far capire che in queste battaglie  abbiamo bisogno, più che del loro voto, della loro partecipazione attiva, delle loro proposte.

Dobbiamo imparare ad ascoltare più che a predicare.

E’ da qui, dall’incontro reciproco su battaglie importanti che si può ripartire per superare il grigio periodo delle furerie dei partiti, delle deleghe in bianco, degli slogan facili e arrivare, attraverso metodologie nuove, a una vera orizzontalità basata sull’auto-rappresentanza della base sociale e sul contributo di tutti ad ogni livello.
Dobbiamo andare oltre il concetto di “una testa, un voto” e arrivare a quel “una testa, un’idea, un voto che presuppone non solo la possibilità di decidere cose proposte da altri ma anche quella di contribuire a costruirle, elaborarle, emendarle.

Saper rendere la stagione referendaria qualcosa di più di una semplice votazione su quesiti è forse oggi l’obiettivo più importante e decisivo per un futuro reale cambiamento in Italia, molto più delle tante future elezioni.

 Gian Luigi Ago