Archivi del mese: giugno 2016

RENZI-WILE E. COYOTE

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Ormai è chiaro: Renzi è come Wile E.Coyote, l’eterno cacciatore del roadrunner Beep Beep: costruisce trappole ma poi alla fine ci cade dentro lui.

Tutta la fatica fatta per realizzare l’Italicum che, nel combinato disposto con la (contro)riforma costituzionale, doveva garantirgli mani libere nel governare l’Italia, ora rischia di favorire il M5S. In un eventuale ballottaggio il M5S ha dimostrato infatti di avere più probabilità di vittoria rispetto al PD.
Tutto questo lavorio di Renzi, rischia quindi di consegnare le chiavi del Governo in mano ai grillini.

Le alternative a questo punto sono poche e rischiano di capovolgere le posizioni dei vari antagonisti. Renzi potrebbe decidere di modificare l’Italicum, apparentemente per venire incontro alle molte critiche, ma in realtà per evitare che la sua creatura favorisca quelli che oggi sono i suoi principali avversari.

Ma cosa farà il M5S? Fiero oppositore dell’Italicum, ora che diventa favorevole a loro smetteranno di opporsi, ostacolando invece un’eventuale sua modifica?
La situazione si fa complicata.

Si potrebbe persino arrivare al paradosso  che, nel segreto dell’urna, Renzi voti NO e il M5S voti SI’.
Scenari fantascientifici, ma il tempo per rimediare alla situazione creatasi è poco.

Pur continuando a credere che purtroppo per ancora molto tempo non vedremo veri governi del “cambiamento”,  è chiaro che molte tattiche e strategie devono essere riviste e modificate.

Ovviamente si parla per coloro che ancora si muovono in questo agone elettoralistico/politicistica che in fondo, chiunque vinca, non cambierà mai sostanzialmente nulla.
Ma, a fini puramente storici, non avendolo potuto fare con i dinosauri, è interessante vedere gli ultimi colpi di coda dei mostri che si aggirano nelle ultime pieghe del Novecento.

Gian Luigi Ago

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Ballottaggi: tutti proni e assuefatti alle logiche maggioritarie

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Anche la Sinistra, come gli altri, si è assuefatta di fatto alla logica maggioritaria ormai dominante. Diversamente non si spiegherebbero i posizionamenti, le discussioni, le indicazioni di scelta nei ballottaggi che non hanno alcun senso se non quello di entrare nella logica del meno peggio, spesso applicando la concettualmente anti-democratica logica del voto utile, magari non tanto per far eleggere qualcuno ma per fare perdere qualcun altro.
Questa è però oggi la strategia di molti ex-rivoluzionari.
L’idea rivoluzionaria è scomparsa.

Cosa c’è di rivoluzionario infatti nel pensare che eleggere qualcuno di cui non si condivide il pensiero, in elezioni di cui non si condivide la struttura,  solo perché costui è meno peggio di un altro, del quale ci si augura la sconfitta, sia la strada per sconfiggere il “nemico”?
In realtà si sta lentamente accettando la mentalità che sarà dell’Italicum (se disgraziatamente entrasse in vigore).

Mi si dirà: ma se questi sono i sistemi elettorali che abbiamo  che altro possiamo fare se non cercare di trarne il massimo di positività?
Purtroppo le cose sono più complesse: non funziona così, se non nei casi, come quello di De Magistris a Napoli, dove si ha la reale possibilità di imporsi al governo della città.

Ma negli altri casi (e in modo diverso ma analogo anche in quelli simili a Napoli) l’azione veramente rivoluzionaria non si attua  accettando supinamente il campo di lotta imposto da altri.
Certe elezioni andrebbero disertate e  il tempo, la passione, l’impegno personale ed economico che si spende in esse, andrebbero usati  per cercare piuttosto di lavorare tra la gente per creare  una forza popolare che sia in grado di condizionare e imporre scelte del popolo, sia che il Sindaco sia di destra, del Pd o grillino.

Mi si obietterà ancora: ma si può fare l’uno e l’altro.
Anche qui non è la stessa cosa: il cercare di far partecipare in modo attivo la base sociale non può essere una cooaptazione dall’alto nè una scelta funzionale ad elezioni (soprattutto quando si sa di perderle, come succede regolarmente da decenni).

Se si continua imperterriti a usare la (pseudo) apertura alla base a fini di elezione di referenti politici che fungono da rappresentanza del popolo, si commette il solito errore che ha fatto estinguere la sinistra nella sua incidenza politica.

Il fare in modo che la base torni alla vita politica – non per votare un partito ma per auto-organizzarsi e poi auto-rappresentarsi   producendo, col tempo, al suo interno, il ”fare politico”, rappresentanti  compresidev’essere una scelta strategica.

Scelta che è opposta e non complementare alla logica elettoralistica di oggi.
La fase elettorale non solo oggi è inutile, non potendo produrre vittorie ma piuttosto nuove delusioni e frammentazioni, ma è addirittura dannosa al fine di riportare i cittadini alla vita politica attiva, al fine di creare un grande fronte popolare che possa influire sulle decisioni di chiunque stia nelle istituzioni, in grado con le sue mobilitazioni di mettere in crisi governi.

Il prendere il governo sarà l’ultimo passo, quando si avrà la forza per presentarsi alle elezioni per vincerle.
Ma non si avrà mai questa forza continuando a rimbalzare sul muro di gomma delle logichee elettoralistiche; così si faranno due errori al prezzo di uno: non si crescerà mai in percentuali elettorali e nello stesso tempo non si riuscirà mai a creare una forza popolare tale da andare poi a vincere in futuro le elezioni, dopo essere cresciuta però all’esterno delle loro logiche imposte.

Gian Luigi Ago


Il vergognoso articolo su “Il Manifesto” sul perché si può votare 5Stelle

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Difficile trovare un articolo più sconclusionato, opportunista e strumentale di quello a firma Guido Liguori, pubblicato su “Il Manifesto” dal titolo “Perché si può votare 5Stelle”.

L’arrampicamento sugli specchi per giustificare la balzana tesi per cui chi è di Sinistra può votare 5Stelle, parte dalla presa d’atto che  la Sinistra non ha ottenuto un risultato soddisfacente (notare l’eufemismo…) e i 5Stelle sì;
cosa tra l’altro vera solo per Roma e Torino.

Liguori continua dicendo che il M5S non è il primo partito ma lo potrebbe diventare… e che i grillini stanno attuando una “spersonalizzazione della politica” (sic..).

Per Liguori il fatto che le due candidate pentastellate siano delle perfette sconosciute, anziché denotare una selezione fatta in un modo becero e l’affidare a dei perfetti sconosciuti e incompetenti l’amministrazione della res-publica, diviene un atto di rivoluzione politica.

Dopo aver dato dei populisti a Podemos e De Magistris, Liguori dice che però il populismo del M5S è riformabile: li si può convincere ad essere antifascisti e antirazzisti.
Così per la Sinistra si presenterebbe una “opportunità” (così la definisce Liguori) per allearsi con loro.

Tradotto, questo articolo significa:
“saliamo in fretta sul carro dei futuri vincitori, passiamo al “voto utile” non più col PD ma con il M5S. Poi li convinceremo a cambiare (forse) ma noi ci salveremo dall’estinzione”

Ma si è mai letto qualcosa di più squallido?
Va be’ perdere le elezioni ma qui si sta perdendo anche quel poco di dignità residua.

Gian Luigi Ago

qui l’articolo: http://ilmanifesto.info/perche-si-puo-votare-5stelle/


Sinistra: harakiri, Time Warp e testate contro il muro

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Leggo, trasecolando… le analisi che si stanno facendo a Sinistra sull’ennesima prevedibile facciata elettorale. Sono in sostanza analisi fotocopia di quelle già lette negli ultimi vent’anni: nessun cenno di autocritica e quando c’è viene annullato dalla baldanzosa riconferma del proposito autolesionista di continuare imperterriti come prima.
Se si sbaglia è solo perchè non si è fatto bene quello che si doveva fare.
Nemmeno lontanamente si viene sfiorati dal dubbio che quello che si voleva fare fosse sbagliato.

Perlopiù queste analisi si concludono – non come sarebbe logico con un onorevole harakiri in piazza – ma con frasi amene del tipo:
“Ora andiamo avanti, dobbiamo ripartire da qui per finire quello che abbiamo iniziato a costruire fino ad arrivare a governare il Paese.“.
Oppure:
“Noi siamo l’unica vera Sinistra!”
E vantatevene pure….

Va be’essere de coccio ma davvero non vi siete ancora accorti che, anziché costruire, state solo cercando di demolire un muro a testate?
Ma quanti altri decenni ancora ci vorranno per capire che quella è la strada sbagliata?

Continuate pure a fare nuovi (si fa per dire..) partiti, coalizioni, contenitori e presentarvi alle elezioni per raccattare qualche elemosina di voto.
Stesse facce, stesse sigle, anche se camuffate un po’, qualche passo indietro, avanti o di lato;  qualcuno si ricorda i passi del “Time Warp” del Rocky Horror Show”? Ecco, ma quelli almeno erano divertenti.

Che altro si può dire ormai a costoro? Ci siete invecchiati così e per un certo tratto anch’io. Continuate pure a coltivare utopie di scalate elettoralistiche che non producono altro che delusioni, frustrazioni, astensioni, rafforzamento dei poteri dominanti.

Per il cambiamento non basta avere obiettivi giusti, quelli ce li hanno in tanti.
Bisogna rovesciare il modo di far politica, cambiare metodi, strumenti, approcci, strategie, poi si penserà ad andare a raccogliere quanto seminato in elezioni.

Per fortuna in molti siamo ormai altrove a cercare pazientemente di costruire una vera alternativa che possa controbattere l’Europa delle banche, delle finanze, delle multinazionali,  della distruzione dei diritti, del lavoro e della democrazia, a fianco a quanti in Europa stanno facendo, dalla base, le nostre stesse lotte.
Voi continuate pure a giocare con le percentuali, aspettando che crescano fino a portarvi al governo (dove siete già stati tra l’altro…)

Oggi serve una strada diversa da queste farsesche rappresentazioni con ormai troppe repliche e sempre meno spettatori.
Adelante!

Gian Luigi Ago


Elezioni e auto-rappresentanza

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Questa prima tornata elettorale amministrativa pare confermare l’idea di quanti sostengono che le elezioni ormai abbiano un’importanza molto relativa rispetto al cambiamento generale:  si è confermato un alto tasso di astensione, il PD è stato notevolmente ridimensionato e il M5S non ha fatto gli sfracelli che aveva promesso, andando al ballottaggio solo a Torino e Roma. Anche il centrodestra non ha brillato e, peggio di tutti ha fatto la Sinistra su cui ormai non si può stendere nemmeno più un velo pietoso, tanti già ne sono stati accumulati da costituire ormai una vera e propria sindone.

A partire da questo si pone una riflessione su come il presentarsi a una competizione elettorale, pur sapendo di non avere alcuna realistica possibilità di far eleggere alcuno dei propri candidati, continui a perpetuare vecchie logiche politiche che oggi andrebbero invece decisamente superate.

Spesso ci si presenta alle elezioni per sopravvivenza politica: questa partecipazione significa infatti per alcuni esistere, ribadire la propria presenza nell’agone politico, lasciando così trasparire l’idea che la fase elettorale sia  quella più importante, spesso “l’unica importante”, cosa che potrebbe anche avere un senso se si sapesse di avere la possibilità di ottenere qualcosa, non certo quando si sa già di perdere.

Questo è dovuto in parte a una malintesa “sacralizzazione” della fase elettorale, per la quale bisogna essere tra i concorrenti a prescindere dal risultato. La fase elettorale è senz’altro il momento finale in cui la democrazia si esplica attraverso la decisione popolare (anche se da tempo le attuali leggi elettorali distorcono e limitano, se non addirittura annullano, questo diritto/dovere) ma se è vero che si va a votare per scegliere dei rappresentanti, questo dovrebbe essere, seppur in un concetto di delega anch’esso da rivedere, un momento di verifica di un consenso ottenuto precedentemente in un lavoro portato avanti tra la base sociale .

Oggi funziona invece in maniera capovolta: i partiti spuntano dal nulla, o peggio da precedenti fallimenti con le stesse facce usurate di sempre e usano le elezioni per “acquisire consenso” e non, come dovrebbe essere per “trasformare in rappresentanza” il consenso già accreditato loro.

Il consenso viene poi chiesto sulla fiducia di un nome, di un simbolo, di un leader, cosa che può costituire  sì un valore aggiunto ma che non dovrebbe esaurire i criteri di scelta.
Sempre meno si chiede il voto su di un programma articolato, che non sia fatto di semplici slogan, e che, comunque, sarebbe pur sempre scritto da pochi e destinato a essere accettato nel suo complesso: un pacchetto da “prendere o lasciare”.

C’è poi la partecipazione a prescindere dal risultato per poter usufruire della visibilità mediatica  o per far conoscere le proprie proposte, come se non si potessero far conoscere in mille altre situazioni, magari parallele alle elezioni, senza necessità di partecipare a fronte di un risultato negativo scontato.

Ma il motivo principale discende da una concezione ormai superata della politica che prevede da una parte la base popolare, intesa perlopiù come bacino di “elettrici/elettori”, dall’altra un apparato politico professionale che svolge la funzione di rappresentanza del popolo e che funge da agenzia di servizi su delega in bianco degli elettori.

La crisi della rappresentanza è oggi il problema centrale della politica e lo si nota dall’aumento progressivo dell’astensionismo, dalla disaffezione dalla politica, se non quando dal disgusto, complice anche il senso di delusione e conseguente frustrazione frutto di questi ripetuti fallimenti elettorali che, come si diceva, sarebbero già preventivabili e potrebbero quindi essere evitati.

Si tratta dunque di superare  questa dicotomia tra  ceto politico e base elettrice. Fino a quando non si riuscirà a riavvicinare la base popolare alla politica attiva, non tanto come elettrice ma come “attrice”, questa tendenza continuerà ad aumentare.

Dobbiamo quindi attuare una politica che parta dalla base e che resti nella base, rendendo superfluo l’’attuale ceto politico.
Sarà la base stessa ad auto-rappresentarsi, senza più bisogno di delegare  ad altri ma dando vita al proprio interno all’elaborazione del “fare politico”.
E il primo passo è riuscire a mettere in connessione le varie lotte come quelle referendarie, per la riconversione ecologica dell’economia e molte altre, e poi le associazioni, i movimenti, i comitati, le singole persone in un processo che, attraverso il confronto, dia vita a proposte che non dovranno essere elaborate da pochi ma da tutti, attraverso le esistenti nuove metodologie e gli strumenti in grado di attuarle.

Solo dopo un lavoro paritario di questo tipo – al di fuori delle attuali entità politiche e senza l’urgenza di trasformarsi in “soggetto politico”  ma restando all’interno della crescita e confronto comune- potrà prendere forma un grande fronte popolare di alternativa che condizioni le scelte istituzionali e, anche in connessione con altre omologhe forze europee, crei le prospettive di un vero cambiamento che  porterà (solo allora) al confronto elettorale per raccogliere, questa volta con prospettive vincenti,  il consenso già conseguito attraverso questo lavoro di interconnessione sociale.

Questa che passa dall’auto rappresentanza del sociale e da nuove metodologie, in connessione con altri in Europa, è l’unica strada oggi seriamente percorribile per creare alternativa, a differenza della solita utopia del progressivo aumento elettorale di partiti che offrono qualcosa da votare calato dall’alto, impantanandosi poi in vecchie logiche di politicismi che, oltre a far perdere tempo e creare nuove delusioni, conducono a vicoli ciechi che purtroppo da troppi anni abbiamo imparato a riscontrare.

Si tratta di una vera rivoluzione culturale, politica e civile in grado di superare vecchi usurati clichè che non si adattano più a una realtà sociale europea e mondiale diversa da quella del Novecento.

 Gian Luigi Ago