Archivi del mese: luglio 2016

Di raccolta firme e altre amenità

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ll non raggiungimento delle firme per i referendum è una grande sconfitta. Inutile raccontarsela diversamente, parlando di una grande partecipazione comunque verificatasi.
Ancora non si capisce che la gente va coinvolta direttamente, il che non significa portarla a votare o a firmare ma aprendo a partecipazioni “non filtrate”.

In più va anche ripensato questo moltiplicarsi di firme, petizioni, proposte di legge, referendum, ecc.
Certo: sono l’unica arma che abbiamo. Ma appaiono anch’esse pratiche vecchie e soprattutto inutili (e le sono quasi sempre) ancor di più se fatte in maniera massiccia e insieme a vetusti apparati  che danno una palese idea di déja vu.

La strada è un’altra  e andrebbe imboccata in fretta prima che la destra egemonizzi il disagio e la rabbia popolare. Si tratta di impegnarsi in un lavoro di sperimentazione che prescinda dagli obiettivi ma non dalle lotte, che si concentri sul come si crea partecipazione più che su impossibili traguardi a portata di mano.
Occorre capire che non è la gente che non ci capisce e non ci segue ma piuttosto noi che non sappiamo spiegarci e che usiamo metodi e forme non più adatte a un’epoca nuova.

Occorre ripensare strategie, campi di intervento, strutture organizzative interne, uscire da vecchie logiche e dalla ricerca di vecchi equilibri.
Non c’è più equilibrio quando tutto è ormai crollato e quello che vediamo è solo una rappresentazione, una rievocazione storica in costume di quello che non c’è più.

E’ certo difficile riuscirci perchè necessita anche un cambiamento personale della concezione della politica, uscire dalla superstizione degli esiti elettorali e dall’importanza che possono avere i rapporti di forza dei partiti.
Oggi i rapporti di forza devono essere tra chi sta in basso e chi sta in alto (chiunque sia).

Oggi l’unica partita che si può vincere è quella giocata sul ricostruire una coscienza civile, politica, di partecipazione attiva.
Ma non si può pensare di ottenere cose che richiedono un lungo lavoro educativo, sociale, antropologico creando nuovi soggetti o nuovi equilibri tra soggetti esistenti (e nemmeno tra altri da inventare a modello, o parziale modifica, dei precedenti).
E’ come la favola di quello che gridava “Al lupo!”.
Orrnai non ci crede più nessuno.

Solo il prescindere dal “conosciuto“, ormai malato terminale, può creare una vera alternativa. Altrimenti saremo condannati ad avere un’alternanza eterna tra governi un po’ migliori o un po’ peggiori senza che sostanzialmente cambi mai nulla.

Le rivoluzioni devono rovesciare l’esistente, il che non vuol dire necessariamente un atto violento o veloce e improvviso, ma un atto che dev’essere prima di tutto mentale: immaginare nuove forme, nuovi metodi, abbandonare il comodo navigare sotto costa per affrontare il mare aperto del lavorare, con lentezza e pazienza, a una ricostruzione che si avvalga di prassi politiche che non potranno più assomigliare nemmeno lontanamente a quelle che ormai stanno scomparendo.
E  per farlo serve anche un nuovo internazionalismo che ci faccia uscire dagli asfittici orizzonti nazionali.

Ma se per la ricostruzione si usano gli stessi mattoni si continuerà ad assistere a nuovi crolli e a  frugare tra le macerie cercando di salvare il salvabile.
E si contuinerà a pensare di poter vincere partite perse in partenza (Antonius Block docet…)

Gian Luigi Ago