Estremismo, malattia senile del conservatorismo

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A una attenta analisi è facile osservare come da una parte questo primo ventennio del XXI secolo altro non sia che l’onda lunga del Novecento e, dall’altra, costituisca il preludio alla seconda metà del secolo, che rappresenterà una nuova epoca caratterizzata da una radicale e inedita  conformazione sociale e politica.

Forse è comodo per me dirlo, sapendo di non poter essere smentito, visto che in quella seconda metà del secolo io non ci sarò più…
Ma comunque, a volerli vedere, già oggi ci sono in fieri i semi del Nuovo e delle sue probabili diverse caratteristiche che sta a noi fare in modo che corrispondano in futuro a un miglioramento e non a un peggioramento.
E molto dipenderà dalle strade che si scelgono oggi, in questa fase di passaggio da un’epoca che sta morendo a un’altra che sta nascendo.
Come in una Bisanzio globalizzata.

Oggi si scontrano sostanzialmente due approcci: uno estremista e uno moderato ma, contrariamente a come si sono configurati storicamente e come sono intesi normalmente, oggi i caratteri estremisti li troviamo proprio nei conservatori e quelli più moderati negli innovatori.

Cosa c’è infatti di più estremista, di meno ragionevole, di più pregiudiziale, di più sconnesso dalla realtà dell’ostinato radicalizzarsi nella ineluttabilità delle forme attuali della politica, inseguendo percorsi utopici e già falliti?
Cosa di più estremista dell’urlare nei talk show televisivi, nel clamore delle promesse, degli slogan, della lotta tra le parti, nel farsi leader di masse mediatiche, in forme politiche compulsive e autoreferenziali, impastoiati nelle logiche di equilibri, compromessi e opportunismi politici?

Oggi la moderazione sta, sorprendentemente, in quelli che cercano il cambiamento totale, il taglio netto rispetto al passato.
E questo perché tra loro c’è l’analisi attenta della realtà, c’è la calma di chi non ha scadenze elettorali, c’è la sperimentazione di nuove forme della politica
C’è quel “lavorare con lentezza” con ragionevolezza, preparandosi anche  a tempi lunghi, forse lunghissimi; non c’è la smania di farsi “soggetto”, di trasformarsi in tanti Don Chisciotte lanciati contro i mulini a vento del potere, ma c’è la pazienza di ricucire in maniera bizantina quello che è stato frantumato in questi “anni affollati” che ci hanno portato al disastro sociale, politico, economico, culturale, antropologico.

Oggi occorre il realismo di chi vuole sperimentare nuove forme politiche per la nuova realtà e per la nuova epoca nascente.
Oggi serve l’umiltà di chi sa che non può ancora vincere ma vuole ricostruire.

Pensare ancora che la politica sia compromesso e non scelta, che sia utile stare in terre di mezzo tra il vecchio e il nuovo, che si possano ancora praticare metodi che andavano bene quarant’anni fa, che si possano conseguire vittorie palesemente oggi impossibili  significa di fatto essere affetti da quella malattia infantile (ma ormai senile..) dell’estremismo, nella sua accezione più negativa di leniniana memoria;  significa infatti imbarcarsi in avventurismi fallimentari; significa inseguire utopie non realizzabili, e di fatto significa frenare il cambiamento

Avventurismo, utopismo, radicalismo, incomprensione della realtà, anacronismo, stanno appunto in coloro che ancora non vogliono dare un taglio netto col passato. Sono estremisti che non vogliono smuoversi da riti, metodi, meccanismi ormai desueti.

Dall’altra parte c’è invece lo stare a fianco alla gente, stare nelle lotte, nel lavoro di ricomposizione sociale della base (e non del ceto politico rappresentante), c’è la moderazione di chi ha l’umiltà di non porsi scadenze urgenti e impossibili ma sa che solo ripartendo dall’attuale tabula rasa della società si possono creare le basi del cambiamento.

E questo sapendo che si tratta di un lavoro difficile e lungo che non passa dai clamori propagandistici e mediatici ma si muove nel tessuto sociale senza pretendere un riconoscimento, un voto, un’investitura, un ruolo di rappresentanza.
E’ una scelta netta di rottura con gli “estremismi” del passato e che comporta, come dicevo, umiltà, moderazione, saggezza, analisi, pazienza, lavoro, impegno, fatica.

Solo da questo potrà nascere un percorso di cambiamento.
Non fare oggi questa scelta netta, continuare a barcamenarsi, guardare un po’ al nuovo ma dare contemporaneamente ancora un po’ credito a un mondo morente significa inseguire avventurismi e utopie, tra l’altro già fallite, e chiudersi in un radicalismo politicista, estremista e conservatore.

Il compromesso e la mediazione non sono più virtù se si svolgono tra due mondi alternativi, uno morente e l’altro nascente.  

Oggi fare politica significa la fine della dicotomia tra base rappresentante (o peggio bacino elettorale) e partito o ceto politico che la rappresenta; oggi fare politica deve essere lasciare da parte le utopie e le posizioni cristallizzate, uscire dai “club e dai teatrini della rappresentanza” e iniziare a dar vita a laboratori plurali di sperimentazione di nuove forme della politica, di interconnessione delle lotte sociali, di costruzione lenta di un fronte realmente alternativo, orizzontale, trasparente, metodologicamente avanzato in grado di farsi un giorno forza di governo attraverso l’auto-organizzazione e auto-rappresentanza della base sociale.

Gian Luigi

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Informazioni su Gian Luigi Ago

E' tra i soci fondatori dell'Associazione politica "Primalepersone". Dal 2009 è Presidente dell'Associazione Culturale "Il vizio del pensiero" di cui gestisce il sito web www.ilviziodelpensiero.it sito di riflessione e informazione culturale e artistica. Come cantautore ha composto alcune canzoni che hanno come riferimento la tradizione della canzone d’autore. Nell'ottobre 2011 ha realizzato il cd-demo"Verso le barricate del futuro" contenente sette sue composizioni inedite. Sta lavorando a un album dal titolo "Dopostoria" Nel 2013 ha rappresentato, insieme a Claudia Bellucci, l'Italia al Festival Europeo della Canzone d'Autore svoltosi a Vilnius, organizzato dal Ministero della Cultura della Lituania. Insieme a Claudia Bellucci ha realizzato il sito web "Poesia come eresia", sito ufficiale del poeta pesarese Gianni D'Elia. http://www.giannidelia.altervista.org/ Si interessa di teatro, letteratura, musica d’autore italiana, sulla quale ha condotto diverse trasmissioni radiofoniche monografiche su emittenti regionali. Ha pubblicato sul web diversi interventi tematici e critici legati alla musica d’autore. Insieme a Claudia Bellucci e Eugenio Alfano ha realizzato la “Lezione-spettacolo sul Teatro Canzone di Gaber e Luporini”, un’analisi approfondita della genesi, dei meccanismi, delle tematiche, dei riferimenti letterari, filosofici, storici e sociologici che hanno attraversato gli spettacoli di Gaber; la Lezione-spettacolo è stata tenuta in Università, Scuole Superiori, Auditorium, Circoli culturali e Teatri. E’ autore di poesie e monologhi, tra cui quelli dello spettacolo “In direzione ostinata e contraria”, dedicato a Fabrizio De Andrè, realizzato e portato in scena, sotto la sua direzione artistica, insieme a Giulio D'Agnello. Ha scritto lo spettacolo "La stessa rabbia, la stessa primavera" dedicato a Fabrizio De Andrè, portato in scena con il cantautore Massimo Blaco, Claudia Bellucci e Veronica Balzani. Ha realizzato e portato in scena, insieme a Claudia Bellucci, Massimo Blaco e Pino Nastasi, il concerto "Appunti sulla canzone d'autore" con canzoni di musica d'autore italiana Ha realizzato con il gruppo “Compagni di viaggio”, con cui collabora come cantante e chitarrista, lo spettacolo “I sentieri di Utopia” con canzoni di lotta, impegno e speranza e il concerto "No, è un ukulele" con classici della canzone arrangiati per ukulele. E’ presente su Facebook, Twitter e Myspace con il suo account personale e con quello dell’Associazione Culturale “Il vizio del pensiero” Sito web personale: www.agocanzonedautore.altervista.org CONTATTI: Email: ago.gianluigi@libero.it Vedi tutti gli articoli di Gian Luigi Ago

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