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DOPO…(riflessioni sul 5 dicembre)

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La campagna elettorale, atipica per lunghezza, per toni, per menzogne, promesse e insulti, ha impedito una serena capacità di valutare il merito della controriforma istituzionale voluta da Renzi, Boschi, Verdini e Napolitano ma che punta ad attuare scenari già immaginati da Gelli e passati attraverso tentativi di Craxi, Cossiga, Berlusconi e oggi ispirati dalle grandi lobby finanziarie, dalle multinazionali e da quanti hanno interesse a un’ulteriore restrizione degli spazi di democrazia.

La maggior parte degli elettori voterà in base a criteri diversi:
chi voterà per  mandare via o mantenere Renzi; chi, non sapendo distinguere tra “votare come” e “votare con”, perché crede alla teoria delle “accozzaglie”; chi  perché crede alle minacce del “dopo di me il diluvio”; chi perché voterà pedissequamente per quello che gli dice il suo leader di riferimento; chi per fare dispetto a un politico, a un partito, a una corrente; chi per simpatia; chi per antipatia, ecc. ecc.

Insomma ha funzionato bene il tentativo di “buttarla in caciara”, di depistare rispetto alla comprensione del perché improvvisamente si sia considerato urgente e inevitabile uno stravolgimento della nostra Costituzione, senza che nessuno fosse sceso in piazza per chiederlo,  avendo problemi ben più importanti come, ad esempio, il lavoro, la sanità, la scuola e  molti altri.

Basterebbe leggere la riforma attentamente, confrontarla con la complementare legge elettorale “Italicum” – cercando di capire come cambieranno gli equilibri istituzionali in caso questa controriforma fosse confermata – per avere chiari i motivi di questo millantare urgenze inesistenti.

Ma è anche vero che non tutti i cittadini hanno la capacità di muoversi agevolmente su questioni costituzionali e ormai forse non ne hanno nemmeno più la voglia, dopo essere stati abituati a delegare ad altri le decisioni e fidarsi in base a criteri molto simili a quelli esposti sopra.

La partecipazione alla vita politica è ormai minima, la crisi della rappresentanza è deflagrata e ormai non si può pensare di porvi rimedio con le stesse formule che l’hanno provocata.

Ed è per questo che si pone la questione di cosa fare “DOPO..” dal 5 dicembre in poi, sia che il SI’ venga sconfitto, sia che riesca malauguratamente a prevalere.

Prima di tutto,  credo si possa dire cosa non si dovrebbe fare.
In un caso o nell’altro non possiamo certo riproporre utopiche coalizioni, federazioni, unità varie della sinistra, liste per impossibili successi elettorali, lunghe marce nelle istituzioni, ricerca di leader carismatici. E nemmeno dovremmo in maniera otto-novecentesca riproporre fumosi e pleonastici programmi politici, sperando in un improvviso ritorno al voto di quanti si sono dispersi a causa di fallimenti, delusioni, errori madornali.
Ugualmente fallimentare sarebbe riproporre una mera difesa della Costituzione così com’è, dando l’idea di una battaglia di retroguardia.

Cosa servirà quindi “DOPO…” ?
Servirà, a mio parere iniziare una fase “costituente” di un fronte popolare di base, senza la fretta di pensare alla costruzione di possibili partiti di riferimento.
Il nuovo fronte popolare sarà quindi inizialmente più uno SPAZIO che un’entità, uno spazio di confronto e interconnessione tra lotte, istanze sociali, uno spazio fatto di momenti di crescita comune che proponga delle nuove forme della politica da immaginare e costruire insieme, abbandonando gli usurati cliché del secolo scorso.
Senza questa costruzione comune di base, che non prevede qualcuno che se ne faccia rappresentanza, se non la stessa base in forma di auto-rappresentanza e auto-organizzazione, è difficile immaginare di non cadere negli stessi vecchi errori.
Importante sarà anche individuare quale sia l’obiettivo da perseguire.
Io credo che oggi il più importante e forse unico è quello della “Conversione ecologica dell’economia” perché tutti li racchiude e li condiziona (lavoro, ambiente, sanità, scuola, ecc.).

Riguardo alla Costituzione ci si dovrà mettere assolutamente mano ma con una riforma che espanda l’art.1 che prevede la sovranità popolare e che quindi, a differenza della controriforma oggi sottoposta a referendum, non restringa questa sovranità ma la renda effettiva e maggiormente praticabile.
Serve quindi l’introduzione del concetto di “bene comune”, serve una revisione del concetto di “delega in bianco” così come oggi previsto, serve una revisione dell’art. 81, serve una reale applicazione dell’art. 53 e molto altro.

Per fare queste cose occorrerà anche implementare metodologie e  strumenti tecnologici che permettano di esprimere al meglio, traducendolo in decisioni, il reale sentire dei cittadini.

Solo così si potrà ricostituire il senso civico, la partecipazione attiva, la crescita  di una reale opposizione di base diffusa e non concentrata in ceti politici ma che sia in grado di auto-esprimere la propria rappresentanza dal suo interno.
Se questo non succederà, saremo ancora fermi e maggiormente se questa controriforma non sarà bocciata dagli elettori con un sonoro NO.

Gian Luigi Ago