Archivi del mese: febbraio 2017

Quattro anni fa le elezioni politiche (Copernico adhuc docet)

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A distanza di quattro anni esatti dalle politiche del 2013 sono più che convinto che la “Sinistra” abbia perso esattamente altri quattro anni.

Dopo il fallimento di Rivoluzione Civile eravamo esattamente nel momento giusto per voltare pagina e far nascere qualcosa di veramente nuovo, di base, orizzontale, partecipativo; qualcosa di inedito che riportasse alla partecipazione politica della base sociale, un progetto nuovo che, partendo all’analisi dei mutamenti della composizione sociale superasse vecchi schemi, dando vita a nuove strategie, metodologie, strumenti.

Invece siamo ancora al punto di partenza, come in un masochistico gioco dell’oca. Ed ecco i soliti leader, i soliti soggetti politici, coi soliti balletti per creare unità a sinistra o liste elettorali che non prenderanno mai più del 4%, oppure prenderanno di più, ma solo se prenderanno a bordo personaggi che definire di sinistra è molto discutibile come Pisapia, D’Alema, Bersani, ecc.

Qualcuno in vero provò (o meglio pensò), dopo le elezioni 2013, a creare qualcosa di nuovo, ma i fatti ci dicono che poi tutto è rimasto solo sulla carta.
Perché?

Perché non si è avuto il coraggio di rompere il cordone ombelicale con quel mondo politicista che pensa solo a successi elettorali, a mantenere rendite di posizione o acquisirne altre; perché non si è avuto il coraggio di rompere totalmente le vecchie strutture e creare spazi (prima ancora che soggetti) realmente orizzontali e democratici; perché non si è avuto il coraggio di stare veramente tra la gente, abdicando a qualsiasi ruolo di guida o rappresentanza, perché non si è saputo sporcarsi le mani nelle situazioni di lotta, anziché dimorare negli incontri, convegni, seminari tra varie segreterie, personalità politiche, vecchi costituzionalisti, ecc. ecc. ecc.; perché non si è avuto il coraggio di capire che la semplice progressiva scalata elettoralistica non è la strada del cambiamento, che le elezioni sono solo il momento di raccogliere quello che si è seminato precedentemente e che è importante, prima di cimentarsi credibilmente in esse, costruire un vero fronte popolare di alternativa stando in mezzo alla gente per renderla attrice più che elettrice, rompendo il muro tra base sociale e ceto politico e andando verso l’auto-organizzazione e l’auto-rappresentanza della base sociale, anche in tempi lunghi se necessario.

Si continua imperterriti con gli stessi metodi, le stesse logiche, le stesse utopie (nell’accezione peggiore del termine) che perpetuano un modello otto-novecentesco che oggi non ha più senso né efficacia.

Le rivoluzioni (in qualsiasi ambito si intendano) accadono sempre quando qualcuno si accorge che il vecchio mondo è tramontato e che la realtà è diversa, totalmente diversa, dal passato e come tale va affrontata.
Copernico adhuc docet.

Gian Luigi Ago


Comitati Costituzionali: un tram chiamato desiderio

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Molti avevano indicato i Comitati Costituzionali come il locus da cui ripartire dopo il referendum del 4 dicembre, sull’onda di una malintesa interpretazione della vittoria del NO .
Infatti quest’ultima era solo in minima parte dovuta a un pathos costituzionale e per lo più esprimeva invece un voto anti-Renzi o basato sull’opposizione a singole leggi. E tra l’altro era anche in gran parte un voto che veniva dalla destra più retriva.

Ma molti hanno creduto di individuare nei Comitati il mezzo per addivenire a un ricompattamento sociale intorno a un progetto di alternativa, immaginando una corsa di quel 40% a costituire la “forza dei numeri” di revelliana memoria.
Ma che non potesse essere così appare chiaro oggi da quello che sta succedendo e dimostra come quella vittoria straordinaria abbia obnubilato la capacità di analisi della realtà o quntomeno abbia fatto immaginare autostrade inesistenti.

I Comitati Costituzionali hanno un indubbio valore ma unicamente specifico e legato all’impegno per la difesa e attuazione della Costituzione.
Stabilito questo, si sarebbe però dovuto tener conto dell’impossibilità di trasformarli in un progetto attraverso cui creare una forza popolare di alternativa, vuoi per quanto detto prima, vuoi per la loro composizione, vuoi per i personaggi che li abitano, vuoi perché i metodi che usano sono arcaici e inemendabili.

I Comitati Costituzionali sono troppo eterogenei per costituire una weltanschauung condivisa, sono l’opposto di quella democrazia partecipata che oggi servirebbe per ridare voce al popolo e non solamente a quelli che, millantando, si ergono a loro rappresentanti o leader.

E oggi si vede in molti Comitati regionali quello che molti avevano paventato, inascoltati: ovvero la loro incapacità di recepire proposte innovative, il loro essere troppo appiattiti sulle indicazioni che arrivano dal direttivo nazionale, la loro totale mancanza di capacità di auto-determinazione e auto-organizzazione, la loro chiusura a metodi realmente orizzontali.
Essi rappresentano un ennesimo vicolo cieco in cui si sono proiettate le aspirazioni di alcuni, le utopie di molti, un ennesimo tram chiamato desiderio che non porta però da nessuna parte, se non al solito capolinea da cui far ripartire poi la solita corsa.

La ricomposizione della base sociale dovebbe partire invece proprio dai malesseri che hanno generato quel NO referendario: dai territori, dalle singole lotte, dal disagio e dalle contraddizioni della base, non da strutture in cui ci sono i soliti “militanti” e le solite “personalità nobili” ma legate alle solite prassi verticistiche, burocratiche e a cui non si avvicineranno mai i molti “arrabbiati” di quel NO.

Insomma un altro errore dovuto all’incapacità di avere visioni innovative.
E questo è in fondo il male cronico di questi tre lustri del nuovo secolo: il non sapere togliersi dalle spalle la scimmia di prassi, ma soprattutto logiche, otto-novecentesche.

Gian Luigi Ago


COA(LI)ZIONE A RIPETERE (sinistra e dintorni)

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Che dire, oltre che al fatto che era già tutto previsto?
Dall’articolo, il cui link trovate a piè di pagina, è evidente il solito squallido scenario in cui la Sinistra (e dintorni) da anni replica il solito brutto spettacolo.

Mentre Michele Emiliano punta alla segreteria del PD ma già giura, nel caso non ci riuscisse, eterna fedeltà a Renzi, dall’altro Sinistra Italiana si muove sempre  divisa tra due anime (sostegno o meno al PD) ma concorde sul tradizionale metodo congressual-verticista guidato da Fratoianni, delfino di Vendola.
Intorno, molti altri che cercano di entrare nel “giro che conta”, attraverso liste o percorsi sempre gestiti con metodi dirigisti.

Anche la strada dei Comitati costituzionali lascia molti dubbi perchè lascia trasparire, nemmeno tanto velatamente, l’idea che possa essere un taxi verso successi elettorali, come ho già scritto qui:
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/01/05/la-corsa-ad-attuare-la-costituzione/

Prospettive? Si va verso un listone, imposto probabilmente dalla legge elettorale. Con o senza D’Alema e Pisapia?
This is the question (direbbe William) ma il punto non cambia perché si va comunque  verso il deja vu e perché non la soluzione dei problemi ma il successo elettorale solipsistico è l’obiettivo vero che  costoro si prefiggono.

La necessità di ripartire dalla base e dal concetto “una testa, un’idea, un voto” che superi il limitato e spesso fasullo “una testa, un voto” viene come al solito ignorato e con esso una metodologia che garantisca orizzontalità, trasparenza e una scelta di autorappresentanza che elimini lo iato tra ceto politico e base rappresentata (che per costoro è in realtà solo “bacino elettorale“).

Vedremo probailente la solita lista di Sinistra magari, e purtroppo, allargata anche a personaggi che di sinistra hanno poco o niente che raccatterà qualche voto e, nella migliore delle ipotesi, qualche seggio che plachi la voglia di visibilità e potere di alcuni.
E poi torneremo al punto di partenza.

Ma le cose andranno sempre così finché non si capirà che la politica oggi non può più essere la solita e che quando si parla di ripartire dalla base non vuol dire attrarre a sè la base ma che la base si faccia artefice unica di un processo di ricomposizione sociale, prescindendo e cancellando segreterie, leader, partiti, gruppi dirigenti. O meglio che crei organizzazione e rappresentanza dal suo interno.

Ma ovviamente accettare questo significherebbe rinunciare alle proprie rendite di posizione o al tentativo di ottenerle; significherebbe lasciare veramente alla base l’elaborazione di idee, proposte, forme organizzative e smettere di considerarla solo sottoscrittrice di cose decise dai soliti noti, significherebbe umilmente confondersi con gli altri rinunciando ai propri egoismi.

Dovremo forse aspettare la fine anagrafica di questi “vecchi dentro” (e alcuni anche fuori) per vedere qualcosa di nuovo?
Probabilmente sì, sempre che nel frattempo non allevino “nuovi vecchi“.

Gian Luigi Ago

https://left.it/2017/02/02/listoni-tessere-e-ritiri-che-casino-cosa-sta-succendo-in-sinistra-italiana/