Archivi del mese: giugno 2017

Secondo passo stentato dopo l’assemblea del Brancaccio

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L’appello ad aprire assemblee sui territori lanciato dalla Falcone e da Montanari dopo l’assemblea al Teatro Brancaccio è quanto di più generico possa esserci.

Si parla di apertura, trasparenza, democraticità come se fossero cose ovvie se non attuate attraverso  un metodo che le garantisca e che sia “il metodo” adottato ovunque da tutto il percorso.
L’accenno poi alla scelta di trovare orari e tempi in cui tutti possano partecipare alle assemblee evidenzia come non ci si sia posto minimamente il problema dell’organizzazione attraverso metodi e strumenti che garantiscano la partecipazione erga omnes e non solo per chi potrà recarsi alle assemblee

Che vuol dire poi “indire subito le assemblee nei territori senza aspettare nessuno”???

Ci sarà la solita corsa a chi convocherà le assemblee sentendosi poi in diritto di metterci il suo cappello sopra e stabilendone regole e modalità. Una gran confusione.

Tutto questo darà inevitabilmente vita ad assemblee che sulla carta saranno democratiche ma che presenteranno i soliti limiti delle assemblee (egemonia dei più noti, dei più carismatici, dei più preparati, ecc.) e poi la solita alzata di mano dei presenti.

I metodi e gli strumenti per rendere possibile l’orizzontalità di cui si parla invece esistono già da tempo e in Europa sono in molte forze politiche a usarli come sistema di organizzazione interna e talvolta anche come sistema partecipativo in alcune municipalità.
Ma da noi ne parlano in pochissimi e forse nemmeno li conoscono.
E’ questo non è un problema ma “il problema”

Partire con un progetto che si auto-definisce importante e ambizioso con una simile approssimazione significa imperizia, poca chiarezza, rischi di fallimenti già agli esordi.

O forse si tratta solo di essere tuttora ancorati a pratiche obsolete senza ancora riuscire a cogliere la necessità di quel passo avanti che può rendere un progetto davvero orizzontale, democratico e alternativo.
E questo, come stiamo vedendo, succede anche con persone valide come i due proponenti.

Gian Luigi Ago


Desolanti ballottaggi (e oltre)

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E mi diverto, amaramente… a leggere centinaia di commenti di persone che oggi si scannano su chi votare ai ballottaggi di elezioni che sostanzialmente non sposteranno di una virgola i problemi dei Comuni, della gestione democratica degli stessi, degli interessi che ci girano intorno, salvo forse un’aiuola più o meno fiorita di prima.

Chi voterà la destra per fermare il Pd, chi voterà il Pd per fermare la destra, chi voterà chiunque per fermare i grillini.
Una desolante corsa al “meno peggio” che svilisce la democrazia più con quelle croci tracciate a matita copiativa che con l’astensione.
Stesso teatrino provinciale (comunale…) a cui assistiamo da quarant’anni senza che ci sia stata alcuna rivoluzione e senza che nessuno abbia mai rivoluzionato le città.

E questo perché votiamo sempre altri, votiamo dei nostri rappresentanti anziché farci auto-rappresentanti.
Anche le lodevoli esperienze di liste civiche vengono poi risucchiate dallo stesso meccanismo e diventano di fatto altri partiti che  seguono le stesse macchinose e politiciste  logiche degli altri partiti, molto più evidenti in sede di ballottaggi.

Se la stessa vis polemico-politica, lo stesso tempo, lo stesso denaro, la stessa determinazione fossero stati distolti negli ultimi decenni da campagne elettorali inutili (visto che nulla hanno mai sortito nonostante splendidi programmi e obiettivi) e fossero stati dedicati invece alla costruzione di una forza popolare di base, cosa diversa da un partito ma anche da una lista civica (che altro non è che l’ossimoro di un partito senza partiti), forza popolare nata davvero in modo orizzontale e partecipato, tralasciando elezioni “intermedie” (che ormai sappiamo essere inutili e non in grado di essere vinte), se tutto questo si fosse cominciato a fare, appunto, almeno vent’anni fa oggi forse  questa forza esisterebbe e  sarebbe in grado finalmente di presentarsi ad elezioni per vincerle e non solo per fare testimonianza.

Capisco, certo, che fino a qualche anno fa eravamo nel Novecento e che tutti noi concepivamo la politica solo in questo modo (partiti, candidati, elezioni, rappresentanti da una parte e votanti dall’altra).
Ma oggi tutto ciò non è più giustificabile.
Oggi la realtà sociale è totalmente cambiata e chi riuscisse ad analizzarla, non dico marxianamente, come riterrei adeguato, ma anche solo con buonsenso, dovrebbe capire che non si può continuare a concepire la politica come il ripetersi di meccanismi ormai obsoleti che si seguono col paraocchi, in un loop da “giorno della marmotta” che ci ripropone ogni bene(male)detto anno sempre le stesse cose.
E’ ora che la sveglia suoni e che il giorno della marmotta abbia termine.

Oggi chi, per interessi di bottega o solo perché l’abitudine e la routine politica è difficile da scrollarsi di dosso, non capisce che la realtà è cambiata e che richiede nuove strategie, è condannato a rivivere per un altro ventennio le solite facciate contro il muro.

Oggi serve ripartire dalla base sociale, che non significa coinvolgerla ma che sia essa stessa a farsi attrice, a rompere il muro che divide ceto politico da una parte e bacino elettorale dall’altra.

Oggi bisogna partire dalle persone e dalle loro proposte (non da programmi scritti da altri a cui aderire) , dalle loro decisioni prese in modo paritario.
Non “una testa, un voto” (che è ancora verticismo) ma “una persona, un’idea, un voto”.

Molti lanciano, a livello nazionale, appelli in tal senso ma si scontreranno con i soliti problemi che già abbiamo riscontrato con Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa, solo per citare le più recenti esperienze

Perché succede questo?

Perché manca la consapevolezza (o la volontà) di capire  che qualsiasi proposta e progetto, per quanto giusta nei propri contenuti, deve prioritariamente far i conti col METODO, con la forma organizzativa.

Non si è ancora compresa la necessità di utilizzo di adeguati strumenti informatici, con al centro le piattaforme decisionali, cosa che non deriva da una “fissazione tecnologica” ma dalla consapevolezza che ciò è indispensabile se davvero si vogliono evitare le dinamiche del passato (vedi, per ultime, la corsa degli auto-nominati tanto in Altra Europa quanto nel Coordinamento per Democrazia Costituzionale) e dare il via a un progetto effettivamente democratico.

Serve “democrazia interna” a questi progetti, il reale superamento della delega e della rappresentanza a favore di forme di auto-rappresentanza, e degli strumenti necessari ad attuarla.

Senza questo anche i progetti più nobili e giusti naufragheranno inevitabilmente come i precedenti.

Gian Luigi Ago


Un Corbyn italiano? E per farci che?

corbyn

Lasciatemi dire in totale dissonanza: io un Corbyn italiano non lo vorrei.
Per farci che? Per dar vita al solito listone partitico di sinistra che poi dovrebbe appoggiarsi necessariamente al Pd, visto che da solo non avrebbe alcuna incidenza?

Le soluzioni per il cambiamento oggi passano da soluzioni distanti anni luce dai leaderismi e dai soliti triti equilibri politicisti.

Per intraprendere un percorso di cambiamento oggi sono necessarie due imprescindibili condizioni:

– partire veramente dalla base;
– usare metodi totalmente orizzontali.

L’appello Falcone/Montanari, giustissimo nelle sue declinazioni, deve scontrasi quindi , per non rimanere la solita ineccepibile dichiarazione di ottimi principi, con questi due punti.
Il 18 giugno ci sarà un primo incontro sulla base di questo appello.
Indovinate chi ha subito accettato?
Avete indovinato: tutti i partiti della Sinistra.
Si sarà troppo maliziosi a pensare che per loro sia il solito taxi per potere, attraverso una lista che superi gli sbarramenti elettorali, accedere o mantenere posizioni istituzionali?

La bontà di questo incontro sarà visibile sin dall‘inizio; la prossemica stessa ce lo farà capire. Se avremo un tavolo con i promotori dell’appello e i soliti noti deputati e capi di partito da una parte e una platea di comuni mortali dall’altra, già si partirà male.
Se poi in quell’incontro si proporranno Comitati organizzativi, operativi o di coordinamento, seppur temporanei o aperti a tutti, già la strada si delineerà come quella già vista più volte.

La questione è elementare: solo quei due semplicissimi punti di cui sopra possono far marciare le buone intenzioni verso un progetto serio.
Ma davvero non ci hanno fatto capire niente le passate esperienze, pur partite con gli stessi ottimi appelli?
Ci siamo dimenticati già di Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa?
Capisco gli apparati di questi partiti che hanno il loro tornaconto o, in subordine… credono davvero di essere ancora nel primo Novecento.
Ma la gente davvero abbocca ancora o  crede realmente possibile percorrere la stessa strada che da sempre ha fallito?

Sarebbe l’ora di capire che siamo già oltre il terzo lustro del XXI secolo.
E’ ora di dismettere le vecchie logiche e aprire a percorsi veramente degni di un futuro migliore.

Se poi qualcuno ha preso gusto alle facciate contro il muro, è un altro discorso

Gian Luigi Ago


ELEZIONI ED OLTRE (riflessioni personali e sentite scuse ad Hegel)

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Credo che per cambiare davvero non basti elaborare programmi elettorali perfetti, proporre obiettivi giusti, rivendicare diritti, denunciare lo sfruttamento e le ingiustizie. Sapeste nella mia lunga vita di attenzione alla politica quante proposte con queste caratteristiche ho visto e quante ne ho votate. Dapprima pensavo che bastasse proporsi più volte per avere prima o poi il consenso popolare. Poi ho pensato che bisognasse anche portare le proposte direttamente nei territori e sostenerne le lotte. Poi…sono passati quarant’anni… e mi sono accorto che la gente, alla fine della fiera, vota sempre chi sa che potrà vincere oppure per evitare che qualcun altro vinca. Dopo quarant’anni di fallimenti di partiti e movimenti che, pure proponendo obiettivi giusti e programmi perfetti, continuano a restare minoritari e quindi ininfluenti, mi sono domandato come mai cose che sono evidentenente giuste e dalla parte del popolo continuino a riscuotere consenso così minimo, pur con leader di diversa natura. Ne ho dedotto che il problema stava altrove.

E qui torno all’inizio: non basta proporre cose giuste e chiedere di farti eleggere rappresentante del popolo; non basta entrare nelle istituzioni solo per essere spesso inutile minoranza. Non basta e forse è anche la strada sbagliata.
Il problema principe della politica è  “la crisi della rappresentanza” e di questo ho già  scritto molte volte, e me ne scuso con i miei cinque lettori (non 25 come se ne attribuiva Manzoni…) . La gente non crede più ai “politici”, l’astensione aumenta e la partecipazione attiva alla “militanza”, come si diceva una volta, è infinitesimale rispetto alle masse e al mutato quadro di riferimento sociale che non presenta più “classi” così omogenee e facilmente definibili come quarant’anni fa. I riferimenti ideologici non hanno più la presa di un tempo ma anzi selezionano in partenza chi potrà seguirti. Oggi la grande antinomia è tra un vertice di Potere e una base di sfruttati dispersa, frantumata, trasversale, anche alle ideologie. Non è un caso che abbiano più appeal liste civiche senza riferimenti espliciti a sinistra od a ideologie, anche se poi, giustamente, esse sono evidenti negli obiettivi che tendono ad aumentare diritti, solidarietà, lotta a ogni sfruttamento.
Anche i politici più scafati lo
hanno capito e si presentano in liste civiche, in parte nascondendo e in parte lasciando trasparire la loro appartenenza politica in un sottile gioco di equilibrio.
Ma non basta ancora.

Si cerca allora di riavvicinare la gente alla politica invitandola a partecipare attivamente, si cerca di coinvolgerla per farla sentire attrice del progetto. Cosa lodevolissima. E però (perché c’è sempre un però) non basta ancora e i risultati elettorali lo confermeranno come sempre.

Questo perché se il problema è la “crisi della rappresentanza” è lì che bisogna intervenire. E non certo con riverniciature ma con qualcosa che richiede umiltà, rinunce e coraggio.
Oggi serve spezzare lo iato tra rappresentanti (ceto politico) e rappresentati (bacino elettorale) rendendo la base sociale davvero artefice e attrice (non solo elettrice), ma senza infingimenti.
Questo significa che l’idea di partito deve ritornare alle semplici venti parole dell’art.49 della Costituzione, significa che non si deve più coinvolgere la base sociale in programmi e obiettivi scritti da pochi politici e solo dopo condivisi dalla stessa ma piuttosto che essi dovranno effettivamente essere proposti, discussi, votati e scritti insieme. Tutto in maniera TOTALMENTE orizzontale. Solo in questo modo potrà  nascere una forza popolare che cambi e riporti allo spirito originale il concetto di “partito” (se così vorremo ancora chiamarlo) senza alcuna gerarchia, senza alcun livello o rappresentanza interna. Solo un insieme di persone che nei propri territori propone, discute e decide alla pari, collegandosi poi alle altre realtà esterne. Ed esistono oggi anche mezzi tecnologici per garantirne orizzontalità e trasparenza . Questo è l’UNICO modo per riavvicinare la gente alla passione della politica attiva.
In questo modo non avremo più un ceto politico   che si propone come rappresentante di altri ma un’unica forza popolare che in maniera hegeliana da tesi e antitesi arriverà a una sintesi che entrambe le unisce e le supera. Non ci saranno più “rappresentanti” che con spirito di sacrificio… (si fa per dire) si candidano a qualcosa ma persone frutto di un’autorappresentanza di questa base sociale che costituirà il fronte di alternativa e  cambiamento.
Attenzione: queste non sono utopie o deliri da chi vi scrive da un letto di ospedale, ma cose che già si stanno strutturando in molte parti d’Europa.

Il passaggio dalla rappresentanza all’auto-organizzazione e auto-rappresentanza della base sociale, nello spirito dell’articolo 49 della Costituzione, sono l’UNICA strada che potrà portare verso un reale cambiamento che ribalti i rapporti di potere oggi vigenti e che eviti le periodiche e ormai qurantennali sconfitte minoritarie da cui nulla si è imparato.

Ultima annotazione:
certo: è una strada lunga e difficile, anzi lunghissima e difficilissima, una strada malvista da chi sogna impossibili vittorie prêt-à-porter  o da chi punta a leadership o a gratificanti poltrone  istituzionali. Ma è meglio una strada lunga che ci porterà (noi o chi dopo di noi) alla meta che una strada più rapida e usuale che più volte ci ha fatto però prendere facciate sul fondo di un vicolo cieco.  Ma l’ho scritto prima: le tre condizioni essenziali sono umiltà, rinunce e coraggio. L’umiltà di sentirsi davvero pares inter pares, le rinunce ad ambizioni personali, il coraggio di abbandonare il navigare nel comodo sottocosta della solita politica, il coraggio di affrontare il mare magnum di un nuovo percorso orizzontale verso il cambiamento.
Adelante!

Gian Luigi Ago