Archivi del mese: luglio 2017

Fascio-razzismo strisciante

base sito

Altro che cose del passato: il fascismo e il razzismo di oggi sono peggio di quelli di ieri.  Oggi ci sono persone che “non sono razzista ma…” oppure che “non sono fascista ma…”.

Queste persone sono apparentemente democratiche, condividono con noi molti gusti, passioni, finanche posizioni di avversione a ingiustizie e sfruttamento, però poi scivolano su quel “ma” e quella congiunzione avversativa li tradisce.

Paradossalmente sono meglio i leghisti o i fascisti di Casa Pound che, nella loro perversa coerenza, sono più riconoscibili e più facili da combattere.
Gaber e Luporini, parafrasando alcuni concetti di Pasolini, dicevano appunto che un fascista al balcone è facilmente riconoscibile.

Il fascio/razzismo strisciante che spesso nega veementemente di esserlo, camuffandosi da buonsenso – forse anche inconsapevolmente (che è peggio ancora) – è invece come un cancro che si insinua subdolamente assolvendoci da sensi di colpa e facendoci sentire diversi dalle palesi iconografie fascio/razziste.

Quando queste forme si diffondono nella società e cominciano a essere sdoganate e spacciate come forme di difesa di cultura e identità, o come strumenti per risolvere problemi lavorativi o economici, arrivando a intaccare anche fasce che si auto definiscono democratiche, il veleno comincia a dilagare.
Non sono iniziati così anche il fascismo e il nazismo?

Gian Luigi Ago

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Video: “Nuove forme della politica, democrazia orizzontale


I due dioscuri scrivono a Pisapia

Presentazione1

Anna Falcone e Tommaso Montanari scrivono a Pisapia una lettera (link a piè di pagina) . E già qui c’è da rimanere un po’ perplessi in quanto la cosa ricorda tanto Sel quando pensava di  cambiare il PD. Ma siccome oggi siamo più a sinistra, è la Sinistra doc che scrive alla “Sinistra che vuole dialogare con il Pd”.

Ma torniamo alla lettera.  Vi si scrive del loro progetto che si baserebbe, a loro dire, non su formule ma sulla sostanza.
E a riprova di questo vengono sciorinati tutta una serie di obiettivi che di fatto possano annullare tutte le ignominie compiute dagli sciagurati governi negli ultimi anni.
Tutte cose che sottoscriverei subito, obiettivi da standing ovation. 

Se non fosse che… poi appare tra le righe una palese smentita nel momento in cui si cita una frase apprezzandola e commentando che quella sarebbe una bella sinistra:
“Occorre un nuovo soggetto politico che sappia offrire...”
Bastano queste otto parole a dare la misura di come ci si trovi in realtà di fronte alla solita formula che abbiamo più volte vista e più volte vista fallire.

Occorre: la necessità di cosa oggi serva viene stabilita dai soliti pochi, in primis dai due promotori e poi, a seguire, dai vari leader dei frastagliati partiti;
Un nuovo soggetto politico: ecco la grande novità. Sono sobbalzato dalla sedia nel leggere questo, tanto il proposito mi è suonato inaudito e rivoluzionario…;
Che sappia offrire: siamo al solito iato tra un ceto/soggetto politico che dall’alto della sua sapienza/professionalità deve sapere offrire  al popolo votante un progetto già scritto (da loro) già contingentato (da loro) negli obiettivi individuati (da loro) e attraverso una unità della sinistra contrattata da loro..(anche qui ho avuto un sobbalzo a pensare come mai questa idea non sia stata pensata e provata mai prima nei secoli…).

E tutto questo non sarebbe una formula?  Anzi la solita formula?
Con gli stessi obiettivi giustissimi da sottoscrivere a occhi chiusi (come erano quelli di Rivoluzione Civile e dell’Altra Europa) ?

Dov’è la novità rispetto al passato? I nomi degli intellettuali che la propongono?
Il fatto che “questa volta si fa sul serio” come già detto tutte le altre volte?
La sostanza (gli obiettivi giusti di cui sopra) non può camminare sulle gambe di formule usurate e come sempre verticistiche.
E il tempo farà sì che ce ne renderemo purtroppo conto.

Perché non ho fiducia in questo progetto?
Perché è evidente che presenta tutte (e dico tutte) le caratteristiche di quelli passati, perché non affronta la mutata realtà sociale, perché interpreta la voglia di partecipazione attiva come una richiesta di un ennesimo soggetto politico (coalizione) da votare, cosa che è poi stata sempre la causa di nuove disillusioni e successive astensioni dal voto e dalla politica attiva nel momento dell’inevitabile fallimento.
Sì, forse si arriverà a una minima percentuale che manderà qualcuno in Parlamento. Ma non è già successo anche questo? E’ davvero così che si pensa che la gente possa tornare a partecipare alla vita politica attiva?
Perché poi sono sempre le “prossime elezioni” e il relativo  voto quello a cui si pensa e mai a un processo che crei una vera coscienza di alternativa e auto-organizzazione dalla base.

In molti abbiamo già detto e scritto più volte che oggi è preliminare cambiare METODO, mettere i singoli individui nella posizione di proporre, elaborare, decidere obiettivi e percorsi, partendo dalla base in modo orizzontale e paritario con chiunque altro; non certo offrendo ad essa delle soluzioni pre-confezionate e coinvolgendola solo a posteriori in progetti, alleanze e obiettivi scritti da altri.

E invece siamo qui ad assistere ai soliti contatti tra ceti politici, le solite alchimie ed equilibrismi, appelli e scambi di lettere.
E’ la base sociale che sta facendo tutto questo? E’ la base sociale che sente questa necessità o sono invece i soliti noti che dicono alla base sociale cosa “deve volere“, di cosa “deve avere bisogno” e poi, in ultima analisi, “chi dovrà votare” ?

Non parlo di malafede, di interessi di mantenimento o acquisizione di posizioni, di bisogno di sopravvivenza come ceti e apparati politici, cose che pur ci sono..

Ma se si è in buonafede è ancora peggio…. perché è la dimostrazione che siamo molto indietro, che ancora non si è realmente capito che la strada da percorrere oggi è quella della ricomposizione della base sociale dal suo interno, non intorno al solito progetto e ceto politico, che bisogna riportare la gente a una partecipazione/decisione politica (non solo al voto).

Ma tutto questo senz’altro non fa comodo alle ambizioni di alcuni.
Diventare individui tra gli individui in modo paritario non è una cosa che è mai piaciuta tanto a chi fa politica.
Auguri a chi crederà ancora a questo progetto/fotocopia.

Gian Luigi Ago

https://left.it/2017/07/01/lettera-aperta-a-giuliano-pisapia/


Attuazione della Costituzione e coalizioni elettorali: equivoci e certezze

Presentazione1

Cosa è rimasto a ormai sette mesi dalla vittoria referendaria del NO?
Sono rimasti sostanzialmente molti equivoci ed almeno una certezza.

L’equivoco principale è stato quello di pensare che la vittoria del NO rappresentasse, per tutti coloro che lo avevano votato, un fermo proposito di difendere la Costituzione.
In realtà questo nobile proposito apparteneva a una ristretta percentuale dei votanti e più precisamente alla parte più politicizzata, più attenta da sempre alla necessità di ridare il giusto valore alla nostra Carta, nata dalla Resistenza.

Si è sottovalutato il fatto che gran parte di quel 60% rappresentasse una grande fetta della destra, anche la più becera, e che ad essa si fossero aggiunti quanti volevano solamente la caduta di Renzi (spesso solo per mire di affermazione della propria parte politica);
si è sottovalutato anche che molti avessero votato NO solo opponendosi a delle singole scelte del Governo (job’s act, buona scuola, sanità, ecc.).

Certo, quei temi sono strettamente legati alla difesa dei diritti sanciti dalla Costituzione ma il fatto di sottovalutare che molti non ne cogliessero il nesso profondo con essa, ha fatto sì che si pensasse di avere a disposizione un 60% di italiani pronti a battersi in piazza per attuare e difendere la Costituzione.
La realtà era molto diversa e il non aver colto subito il vero senso di quel voto ha portato a delle scelte di percorso che non hanno prodotto, nè produrranno, quanto si era sperato.

Dimenticando spesso la necessità di proporre anche modifiche alla Costituzione, in senso migliorativo e quindi opposto a quello della proposta renziana, si è pensato quindi che il tema della sua semplice attuazione e difesa potesse essere quello che avrebbe coagulato le masse intorno a questa battaglia; battaglia che in realtà è rimasta ad appannaggio di pochi, spesso già politicizzati, costituzionalisti, esperti e conferenzieri del settore ma con un seguito esiguo rispetto a quel 60%.
Si è pensato che i vari Comitati e Coordinamenti Costituzionali potessero essere il veicolo capace di far crescere un progetto di alternativa che nascesse dalla base sociale (o per alcuni soltanto la coinvolgesse).

E’ stato un errore che alcuni avevano paventato, avvertendo che si sarebbe perso altro tempo addentrandosi in un vicolo cieco e non adeguato a creare un vero cambiamento, ma che è rimasto un allarme inascoltato nell’euforia della vittoria e di possibili ritorni elettorali.
Questi tentativi, infatti, come era più che prevedibile non sono decollati come si sperava e ancora devono giungere a una formalizzazione che probabilmente si attuerà solo in vicinanza del primo anniversario di quel referendum (molto tardi per la “memoria” degli italiani) attraverso coordinamenti o direttivi che coinvolgeranno in minima parte la base e che, partendo sostanzialmente da illustri personaggi, resteranno di vertice e frequentati da esperti o persone già attive politicamente.

Il grande movimento popolare di alternativa non nascerà certo da qualcosa di senz’altro giusto come la battaglia costituzionale, ma che, presentata in modo “deduttivo”, verrà concepita sempre come qualcosa di astrattamente “giuridico”.
Questo grande movimento non nascerà nemmeno riproponendo le solite alchimie di coalizioni elettorali, nell’ennesimo tentativo di unire una Sinistra ormai incapace di fare qualcosa che non sia la sterile ripetizione di falliti esperimenti passati e basati sempre su un equilibrio tarato sulle consistenze e percentuali delle forze politiche esistenti. Alchimie che, nella lentezza dell’ugualmente inefficace richiamo al percorso di “attuazione costituzionale”,  ne sono diventate di fatto concorrenti nel loro richiamo a coinvolgere le “masse”.

All’inizio si è parlato di “equivoci” e “certezze”.
Ecco: l’unica certezza uscita maggioritaria da quel referendum è stata la semplice voglia di partecipazione attiva, la voglia di poter incidere direttamente sulle scelte di indirizzo della nostra politica, al di là dei contenuti. Potremmo dire che questa volta la svista è stata quella di guardare la Luna e non invece il proverbiale dito.
E questa partecipazione non nascerà certo dallo stringersi intorno a Comitati o Coordinamenti Costituzionali, utili e importanti per quella specifica tematica (purtroppo percepita ancora in modo troppo astratto se non quando addirittura di retroguardia), ma che non sono in grado di essere facilitatori di un ricompattamento della base sociale.
E nemmeno servirà coinvolgere la base sociale (spesso solo come insieme di elettori con matita copiativa in mano) nelle solite coalizioni di partiti, movimenti, leader, apparati, ecc.

Si parlava prima di metodo “deduttivo”.
Ecco: il metodo giusto sarebbe (restando dentro questa metafora) un metodo “induttivo”, che partisse cioè dai problemi che la base sociale vive sulla propria pelle, individuando solo dopo come i principi costituzionali che ci stanno dietro siano garanzia di soluzione e come invece l’inosservanza degli stessi e il non integrarli con articoli che diano più potere ai cittadini, abbia creato le varie situazioni di degrado, disagio, ingiustizia.

Più di due anni fa in QUESTA NOTA citavo Heidegger quando sosteneva che “qualsiasi salvezza che non provenga da dove ha luogo il pericolo, è ancora sventura“.
Credo che il problema sia rimasto quello e che si siano persi altri due anni (da aggiungersi ai precedenti).
Le soluzioni devono tener conto di quella voglia di partecipazione attiva che è la vera certezza uscita dal referendum del 4 dicembre.

L’unica soluzione ragionevole non può quindi che essere quella di partire dal “pericolo heideggeriano”, dai territori e dalla base sociale; non per coinvolgerla, spesso solo come “forza numerica”, a progetti “costituzionali” o “elettorali”; non per proporle programmi e obiettivi già “masticati” da altri.
Ma piuttosto per ascoltarla e farla parlare, al di fuori delle cabine elettorali, offrendo ad essa la possibilità di proporre soluzioni e percorsi che nascano da confronti e decisioni attuate con metodi (e strumenti che li supportino) realmente democratici, orizzontali, partecipati e trasparenti; dando ad essa la possibilità di tornare a far politica con la coscienza di poter incidere direttamente sulle scelte politiche e di auto-organizzarsi, al di fuori del già esistente od offerto dall’alto, per potere arrivare ad auto-rappresentarsi attraverso un percorso di creazione di una vera alternativa popolare di base.

Purtroppo dalle ultime elezioni politiche abbiamo perso quasi cinque anni in cui nulla è cambiato e molto è peggiorato. Il trastullarsi in operazioni sempre identiche e fallimentari sta dando spazio alla destra e alla ferocia del capitalismo.

Quo usque tandem continueremo a ignorare la necessità di una vera rivoluzione copernicana delle prassi politiche?
Quanti anni ancora dovremo perdere, quando oggi potevamo già essere a metà del guado che divide il passato dal futuro?

Gian Luigi Ago