Archivi del mese: dicembre 2017

Litanie assembleari

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Dal 1968 a oggi avrò partecipato a migliaia di assemblee e il rituale (perchè di questo si tratta) non cambia mai.
Si tratta di una sfilata di persone che danno sfoggio delle loro capacità oratorie e delle loro conoscenze su varie argomenti.
Ma il fatto è che parliamo di argomenti che tutti i partecipanti conoscono.

Così abbiamo “l’esperto” di economia che ci spiega per quaranta minuti che siamo schiavi delle banche e della grande finanza (come se non lo sapessimo..). Poi arriva “l’esperto” di lavoro e ci spiega, snocciolando cifre e percentuali, la precarietà del lavoro (come se non ce ne fossimo accorti..).
Arriva poi quello che sa tutto sul servizio sanitario e per circa una mezz’ora cerca di farci capire che la Sanità non funziona (ma va..?).
E così via su mille altri argomenti.

La conclusione è che le assemblee si tramutano in conferenze tematiche su cose che tutti conosciamo già e la parte che dovrebbe farci fare dei passi avanti, prendere delle decisioni, trarre delle conclusioni pratiche si riduce ai soliti cinque confusi momenti finali vissuti in maniera caotica tra gente che è già andata via per prendere il treno oppure continua stoicamente a far finta di seguire e interessarsi a cose che sono scontate e che se anche necessitassero di approfondimenti  avrebbero bisogno di sedi diverse.

Non ho mai assistito in vita mia a un’assembla in cui si inizia dicendo:
“Come stanno le cose lo sappiamo. Evitiamo lunghe e dettagliate analisi della situazione italiana, europea, mondiale e parliamo subito di cosa vogliamo fare concretamente per superare tutte le cose che non vanno”
Sarebbe già un passo avanti rispetto all’800, dove comunque erano senz’altro più operativi.

Ma queste messe laiche che sono diventate le assemblee continuano e sono visuute come il momento di più alta democrazia e decisionalità.
Eppure non è così: sappiamo che tra le varie forme democratiche l’assemblea è una delle meno democratiche, delle meno adatte a creare partecipazione e orizzontalità:
innanzitutto le assemblee si svolgono in date e ore precise e chi non può esserci, nè seguire lo streaming, è di fatto estromesso.
E’ indiscutibile che le assemblee sono quindi la palestra dei più attivi, di chi ha più tempo, degli estroversi, di chi ha più carisma e/o capacità oratorie, di chi fa parte di un’oligarchia riguardo a  temi complessi.

Sono di conseguenza il regno delle “deleghe”, del rinunciare a informarsi direttamente, a partecipare e a decidere; cose anche impossibili da fare in assemblee, quando siamo di fronte a centinaia o migliaia di persone interessate.
Le assembele regionali e territoriali non sono una soluzione a questo ma un ulteriore filtro che rimanda poi a deleghe, a coordinamenti o comitati esecutivi, organizzativi, se non addirittura decisionali.

Tutto questo non vuol dire che le assemblee vadano eliminate ma solo che non possono essere considerate il momento clou di progetti politici, ma una tappa tra tante che può costituire una fase, seppur molto parziale, di confronto e informazione.

Ma senz’altro la parte di proposte pratiche, discussioni, decisioni non può esaurirsi in una serie di noiose assemblee per quanto articolate in fasi territoriali.

Non possiamo restare all’Ottocento e al Novecento , a maggior ragione quando oggi abbiamo a disposizione strumenti che permettono di dar vita a proposte, discussioni, decisioni in grado di coinvolgere tutti indistintamente anche se ciascuno interviene in momenti e luoghi diversi.
L’Assemblea, una volta poteva essere l’unica soluzione: ma, anche se forse questo non conviene a chi vuole pilotare i processi politici, oggi è possibile superare i limiti insiti nella democrazia diretta e in quella rappresentativa.
A questo LINK ho cercato di spiegare come questo sia possibile.

Gian Luigi Ago

 

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I soliti errori (Costituzione, elezioni, liste, ecc.)

 

Diceva Piero Calamandrei che la Costituzione è la cosa più preziosa che abbiamo ma anche qualcosa che ha, attraverso un compromesso, smorzato il “pericolo” costituito da forze realmente rivoluzionarie.
In pratica si è indotta l’illusione che il cambiamento si possa costruire inevitabilmente solo attraverso i canali canonici di un sistema istituzionale che rivoluzionario non è, anzi…

La sopravvalutazione della fase elettorale, anche solo come tappa di un percorso più lungo, (che esiste anche tra forze che si definiscono alternative e rivoluzionarie) e il pensare che sia il Parlamento il luogo da cui si possa lavorare per convertire qualcuno a giuste rivendicazioni, sono concezioni che risentono di questa contraddizione e di fatto l’accettano.

L’errore non è, ovviamente nel testo della Costituzione, seppur ancora molto da aggiornare e migliorare, oltre che da attuare.
L’errore è nel modo in cui si pensa che vada attuata, difesa e aggiornata.
L’errore è nel guardare alla politica come qualcosa il cui ambito privilegiato sia  il livello istituzionale con la conseguente  ricerca di alleanze con altre forze di ceto politico esistenti, nel proporre percorsi, programmi, obiettivi di fatto già decisi da pochi e a cui si può solo aderire oppure andarsene.
Non si riesce a cogliere che la fase elettorale non è punto di partenza ma di arrivo, non è mezzo ma fine, non sono le fondamenta ma il tetto, non è la stagione della semina ma quella della raccolta.

Si ritorna inevitabilmente alla questione oggi centrale del “metodo”, questione oggi non affrontata realmente da nessuno.
Si continua infatti a operare attraverso assemblee territoriali, regionali, nazionali, con coordinamenti, segreterie, comitati e quant’altro che raccolgono, gestiscono e valutano le proposte di chi ha il tempo, la possibilità e gli strumenti per farle.

L’orizzontalità e la democraticità  di un progetto non si misurano tanto da quante persone si coinvolgono (utili più che altro per il consenso elettorale) ma soprattutto da quanto si mettano a disposizione metodi/strumenti che consentano a tutti, non solo di esprimere la propria opinione e votarne altre, ma anche di formulare proposte che abbiano lo stesso peso dei promotori di progetti che non possono essere blindati, se non da paletti valoriali.

Far partire dei progetti col nome “Lista” è già un limite perchè essi danno per scontato e inemendabile il fatto che quel percorso debba passare dalla fase elettorale; non si prende in considerazione il fatto che nella consultazione di tutti possa passare la proposta di non presentarsi alle elezioni.
E’ quindi di fatto una cosa già decisa da pochi e da prendere o lasciare.

Percorsi che ambiscano a creare qualcosa di più di un partito per mandare qualcuno in Parlamento, non può affermare che se a qualcuno questo progetto non piace è libero di andarsene.
Un progetto serio deve nascere dal coinvolgere e mettere in connessione i più vari strati della base sociale e, attraverso un lungo (e preliminare) confronto, arrivare a stabilire tattiche, strategie, obiettivi, strade per raggiungerli, senza dare nulla di precostituito, altrimenti sarà sempre l’espressione di pochi anche se si dice di accogliere tutti.
Ovviamente si parla di chi vuol creare un progetto che sia teso a creare una coscienza politica che porti alla partecipazione della base sociale per creare una forza capace un domani in una fase elettorale (in questo caso, appunto finale) di poter arrivare a governare il Paese con lo scopo di ribaltare il sistema capitalista vigente.
Se poi il fine ultimo è un altro, allora il discorso è diverso..

Gian Luigi Ago

 

 

 

 


Cosa frena l’alternativa

 

Presentazione1

I motivi per cui In Italia non si riesce a creare un vero percorso di alternativa a questo sistema, si possono approssimativamente riassumere, riportandoli a due motivi principali connessi tra di loro e contenenti a loro volta molte altre conseguenti concause.

Partiamo dal primo. Le istituzioni delle società capitaliste sono degli strumenti che chi vuole rivoluzionare la società deve talvolta sapere usare tatticamente senza considerarle però i mezzi privilegiati, o addirittura unici, attraverso i quali poter creare l’alternativa ma semmai un’opportunità finale, e sottolineo “finale”.

Pensare che le lunghe marce progressive (e magari magnifiche come le leopardiane sorti) all’interno di meccanismi elettoralistici, equilibrismi, alleanze e rapporti di forze all’interno del  fasullo spazio di confronto democratico della nostra politica, possano prima o poi dar vita a un fronte popolare capace rivoluzionare la società, significa accettare di fatto il “migliore dei mondi possibili del sistema capitalista” ed esserne di fatto assorbiti per svolgere un necessario (per il capitalismo) ruolo di opposizione, parodia di un democratico gioco delle parti che condanna però a un’eterna subalternità che, attraverso una inevitabile minorità, non può porre le basi per un reale superamento dello status quo.

La fase elettorale può servire in determinati momenti ma può tranquillamente essere ignorata in altri se non produce null’altro che  la speranza di far eleggere propri rappresentanti  che non avranno alcuna possibilità di cambiare alcunché, schiacciati dalle maggioranze, dai voti di fiducia, dagli accordi parlamentari.

La ricomposizione della base sociale, l’eliminazione dello iato che esiste tra classi politiche e base socialie può nascere solo lavorando nei territori, nel vivo delle lotte e delle situazioni di disagio.
E non si dica che si possono fare entrambe le cose perché la storia dei fallimenti della sinistra degli ultimi anni dimostra il contrario.
E lo dimostra tra l’altro anche la cronaca dei nostri giorni.
Solo in vicinanza di elezioni (politiche, amministrative, regionali) assistiamo a un proliferare di liste, di nuovi movimenti, di proposte, di programmi politici.
Si punta tutto sulla fase elettorale, sacrificando la fase di costruzione di percorsi di ricompattamento della base sociale.

E siccome in Italia c’è più di un’elezione all’anno, non c’è mai un periodo  che permetta di lavorare a un progetto serio; anzi: finita un’elezione già si lavora in vista della seguente.
E’ difficile allontanare il sospetto che lo scopo sia solo sopravvivere e sistemare qualcuno nelle istituzioni (spesso sempre i soliti leader).
Sappiamo anche che tutte queste nuove liste, movimenti e partiti, saranno, subito dopo le elezioni, soggetti a scomparire o a nuovi rimescolamenti, soprattutto a fronte del solito insuccesso.
E tutto questo non riporta certo la base sociale a riavvicinarsi alla politica, ma, con le delusioni procurate dall’ennesima fiducia accordata invano alle nuove entità, creerà un ulteriore allontanamento dalla politica partecipata.

E la “politica partecipata” ci porta direttamente al secondo motivo dell’impossibilità di creare un vero fronte popolare di alternativa.
La grande questione del “metodo”.
A scrivere programmi bellissimi son buoni tutti, e infatti tutti lo fanno.
Basta una penna e un foglio di carta (oggi un pc) e ci si può mettere dentro le cose più giuste, anche la pace nel mondo come succede a Miss Italia.
Insomma un bel libro dei sogni, tanto “per fortuna” le elezioni non si vinceranno, altrimenti sarebbe difficile poi attuare quanto promesso.
Il meccanismo è sempre il solito: in maniera più o meno velata le proposte, le liste, i programmi, ecc.  sono formulati da pochi e calati dall’alto, proponendo poi una partecipazione ex-post per eventuali modifiche.
Il sistema di partecipazione è quasi sempre quello usurato delle assemblee con tutti i limiti di approssimazione, fretta, confusione, scarsa democrazia e coinvolgimento che hanno.

Nessuno ancora accetta metodi e strumenti che garantiscano la partecipazione di tutti e lo stesso potere di proposta, discussione e decisione di chiunque altro, non annullando peraltro assemblee e tavoli di lavoro, ma integrandole per rendere davvero orizzontale e democratico il percorso.
Probabilmente non si accettano questi metodi perché una parità così assoluta eliminerebbe il carisma di pochi, la capacità di influire sulle decisioni, le rendite di posizione.
Prova ne è che tutti i movimenti/partiti si basano ancora, chi più e chi meno,  su deleghe assolute, su comitati, coordinamenti, presidenze, ecc.
Una totale democrazia interna non esiste in nessun movimento/partito.
Di questi limiti e su metodi e strumenti ho già parlato in questo VIDEO

Il discorso sarebbe ancora molto lungo e ogni singolo accenno potrebbe essere approfondito ulteriormente.
Resta il fatto che senza un percorso basato su metodi realmente trasparenti, democratici, orizzontali e continuando a dar vita solo a progetti preminentemente elettorali, si verificherà il solito loop, il solito circolo vizioso che ci tiene fermi al palo da decenni.
Oggi serve il coraggio di voltare definitivamente pagina con prassi, metodologie e strutture ormai obsolete.
Solo l’inedito può dare il via a un processo che riporti la base sociale a essere protagonista di un vasto fronte popolare di alternativa al sistema.

Gian Luigi Ago

 


Un anno fa proponemmo…

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Un anno fa, più o meno in questi giorni, nel corso di un’assemblea politica nazionale svoltasi subito dopo il referendum del 4 dicembre, tra i tanti documenti/proposta presentati, ce n’era anche uno che avevo contribuito a redigere, insieme ad altri.
La proposta contenuta nel documento, partiva da un’analisi del mutato quadro politico per cui si sosteneva che:

“non è più credibile rieditare tentativi già falliti attraverso unioni della sinistra, coalizioni, federazioni o contenitori vari né tantomeno cercare l’affermazione di un singolo partito/movimento rispetto agli altri”

[da ora in poi i pezzi virgolettati in corsivo sono estratti testualmente da quel documento]

Si sosteneva quindi che:

“non si può più guardare unicamente al tradizionale recinto politico e mediatico che ormai non ha più alcun punto di riferimento con la realtà sociale essendosi trasformato in un ceto e in un ambito autoreferenziale, destinato all’inefficienza e alla naturale scomparsa”

Queste premesse erano seguite anche da un’analisi dettagliata sulla situazione economico-sociale ed evidenziava la necessità fondamentale di porsi l’obiettivo prioritario di una “riconversione ecologica dell’economia”

Le conclusioni erano molto semplici e si concentravano su pochi essenziali punti:

incamminarsi, insieme a molti altri soggetti individuali e collettivi, in un percorso orizzontale, democratico, innovativo sia nelle metodologie che negli strumenti, il più inclusivo possibile”;

“catalizzare i vari processi sociali già in atto, facilitare la interconnessione e confluenza in un medesimo percorso di quanti si sono allontanati dalla partecipazione alla vita politica”;

“evitare una volta per tutte di ripetere l’esausto schema di unire la sinistra per puntare a impossibili vittorie tramite graduali scalate elettorali”;

“riportarci alla politica attiva e soprattutto incisiva, “tra” e “con” la gente, aprendoci a tutte le possibilità di un confronto con la base sociale e impegnandoci in un lavoro di costruzione comune”;

“realizzare una vera democrazia orizzontale che permetta una partecipazione realmente attiva di tutti e ciascuno degli aderenti, aprendo alla partecipazione democratica di TUTTI gli aderenti a livello di proposte, di discussione e di voto. Tutte le proposte, le discussioni e le decisioni, non siano  prerogativa di pochi ma a disposizione di tutti gli aderenti”.

Riassumendo si proponeva di darsi una democrazia interna il più ampia possibile, mantenendo strutture di coordinamento ma rendendo TUTTI attori in TUTTE le proposte, discussioni e decisioni.

Inoltre si proponeva di ignorare il campo della solita Sinistra radicale e di rivolgersi invece ai tanti delusi dalla politica, anche dalle politiche della Sinistra più radicale, per coinvolgerli in maniera attiva in un percorso di costruzione di un’alternativa a livello di individui e non di partiti.

Si proponeva infine di lanciare questo nuovo processo in una grande Assemblea in cui i promotori fungessero  solo da facilitatori di questo percorso da fare insieme a quanti decidessero di farne parte.

Una proposta simile era già stata presentata in un’omologa assemblea nel 2015, e nel documento del 2016 se ne faceva cenno scrivendo che:

“Essa fu bocciata principalmente con l’accusa della troppa rigidità della linea politica suggerita, la quale secondo queste obiezioni, avrebbe impedito libertà di movimento nelle situazioni che si sarebbero via via venute a creare.
La strada che noi indichiamo è invece esattamente il contrario di una linea politica rigida.
Cosa c’è di meno rigido infatti di confrontarsi con altri senza nulla di stabilito a priori, se non dei valori e degli obiettivi di riferimento?
Cosa c’è di meno rigido dello sperimentare e costruire insieme nuove forme della politica?
Cosa c’è di meno rigido del creare un percorso che sia un laboratorio in cui ognuno può portare idee, proposte, valori aggiunti?”

Bene: il documento presentato l’anno scorso (dicembre 2016), che fu anche illustrato con diversi interventi di approfondimento, fu anch’esso tacciato di essere una lunga marcia nel deserto e non solo ricevette pochi voti a favore, ma fu l’unico dei molti presentati a ricevere molti voti contrari.

Si scelse una strada diversa, legata a vecchi costituzionalisti, che dopo circa nove mesi estromisero autoritariamente quanti speravano in un’improbabile, se non impossibile apertura a nuovi metodi del fare politica e a obiettivi realmente alternativi. Esito ben prevedibile e da molti anche espressamente paventato.

Ma perché tutte queste rimembranze?
Per sottolineare che spesso in politica manca la lungimiranza e ci si muove dall’estremo di una eccessiva prudenza a quello di avventuristiche iniziative.
I veri percorsi di alternativa si costruiscono necessariamente, e purtroppo, nel tempo e con fatica. Da molte parti, da molti movimenti e in molte occasioni negli ultimi tre/quattro anni si è insistito sull’intraprendere questa strada.
Se si fosse iniziato allora, forse oggi si sarebbe già costruito qualcosa di solido e importante.

Ora molti dicono le stesse cose di cui ho scritto sopra e molti cercano di praticarle; ma – a parte il fatto che, oltre alla lungimiranza, un’altra qualità del fare politica è la tempestività – esse non potranno mai avere un esito positivo se preliminarmente non si sono stabiliti metodi e strumenti innovativi che ne permettano l’attuazione (e questo anche all’interno dei movimenti che le propongono) e poi se  le decisioni non sono TOTALMENTE prese da tutti e non calate dall’alto di un pacchetto che è di fatto confezionato da pochi, già precostituito attraverso un programma, che potrebbe anche essere seriamente emendabile, e anche rivoluzionabile, solo se ciò avvenisse attraverso i METODI e gli STRUMENTI di cui sopra e non solo con la solita serie di assemblee territoriali.

Non basta avere obiettivi giusti, alternativi e rivoluzionari se essi non camminano su binari che non siano viziati nemmeno da pur insignificanti difetti di verticismo che li fanno percepire, a torto o a ragione, come  qualcosa di troppo simile a tanti altri calati dall’alto e solo a scopi elettoralistici.
Oggi l’unica vera alternativa può nascere da una rigorosa fedeltà ai soli metodi e prassi che possono creare una VERA partecipazione attiva, democratica, orizzontale e inclusiva, a prova di qualsiasi obiezione.

In ogni caso auguri a chi ci prova, sperando sempre di sbagliarmi, nonostante tutto.

 P.S.
Teorema: la credibilità di un appello politico è inversamente proporzionale alla vicinanza alle elezioni.


Gian Luigi Ago