Archivi del mese: marzo 2018

Il carro davanti ai buoi (l’Italia è un paese di destra)

Molti sono convinti che la maggioranza degli italiani sia per la legalità, per la giustizia, per l’uguaglianza, per la difesa della Costituzione.
Purtroppo non è così. Viviamo in un paese che è sostanzialmente di destra,  sempre più razzista,  violento e intollerante.

Ecco perché falliscono tutti i tentativi di riunire la base sociale su questi temi, riuscendo a raccogliere intorno a sé solo una infinitesimale minoranza già “consensuale”.
E questo lo si verifica puntualmente nelle elezioni:
più gli obiettivi sono giusti, più i valori sono nobili  e più si verificano risultati con percentuali bassissime.

Questo dovrebbe indurre a qualche riflessione.
Possibile che nessuno sia stato mai sfiorato dal dubbio di avere analizzato male la realtà e non aver capito quale sia il metodo per creare consenso intorno a princìpi che potremmo ancora chiamare (filosoficamente) di sinistra, e non “della Sinistra“?
A nessuno viene in mente che oggi si debba cambiare metodo?

Non si può raccogliere consenso da una base sociale che in maggioranza non crede in quello che proponi.
E allora è inutile continuare a proporre liste elettorali che propongono cose “giuste” o temi “più che giusti” come ad esempio la difesa e l’attuazione della Costituzione, quando non c’è chi li recepisce.

Si sta praticamente mettendo il carro davanti ai buoi.
Le elezioni servono a raccogliere il consenso sui propri ideali, obiettivi, programmi.
Ma se il consenso non c’è, cosa si pensa di raccogliere?
Il consenso va prima creato per poter essere raccolto.
Se non si coltiva qualcosa su un campo incolto non si avrà mai un raccolto.

Da anni la base sociale è devastata e si è realizzata quella massificazione e omologazione verso il basso che Pasolini aveva profetizzato.
Oggi la base sociale non ha più una coscienza politica; la rabbia, la frustrazione, la disillusione, la disperazione non si traducono più in un progetto politico ma in un aggrapparsi a slogan violenti, razzisti che si propongono come salvifici.

E la risposta di chi dovrebbe portare avanti un vero cambiamento alternativo allo stato delle cose è invece sempre lo stesso.
Il carro davanti ai buoi, si diceva:
oggi il lavoro da fare è quello che molti propongono, inascoltati da anni: serve un lavoro lontano da elezioni, dall’agone politico fatto di liste, programmi, candidati, leader.
E invece si recita sempre il solito stantio rito e addirittura ci si lamenta di non avere avuto visibilità nei talk show o sui giornali, come se da lì e attraverso elezioni, con risultati già scontati, si potesse raccogliere consenso, magari in un solo mese di campagna elettorale oppure, ancora più utopicamente, con una progressiva scalata elettorale.

Occorre ripetere: il consenso non si raccoglie se non lo si costruisce; e lo si costruisce lavorando casa per casa, paese per paese, individuo per individuo.
Un lavoro di educazione politica, che riporti la gente a proporre, elaborare e  decidere, che non significa andare a votare, ma essere artefici di ciò che poi, in futuro, si andrà a votare.

Si è detto più volte: un progetto lungo e difficile ma l’unico possibile. Più tardi si comincerà e più tardi si compirà.
Abbiamo già perso cinque anni a lasciare inascoltate proposte di questo tipo e ancora si insiste su percorsi già falliti. E si continua a non capire che oggi la differenza non la fanno tanto gli obiettivi, quanto la linea strategica, il metodo, gli strumenti, il tipo di percorso.

Quo usque tandem?

Gian Luigi Ago
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“De visibilitate” (consenso, elezioni, partecipazione)

Che senso ha lamentarsi di non avere avuto visibilità in campagna elettorale, delle difficoltà riscontrate a raccogliere firme, di ostacoli di vario tipo?
E’ ovvio che se si cerca visibilità dove i giochi sono truccati si dovrebbe sapere in anticipo che sarà così, come ugualmente si dovrebbe sapere in partenza che si avranno percentuali elettorali risibili.
L’errore è sempre lo stesso:  cercare di arrivare al popolo (parola di stampo risorgimentale, oggi semanticamente degradata e anch’essa da evitare) attraverso canali sbagliati prima ancora che inutili.

Da molti anni sono convinto che il consenso debba nascere tra la base sociale, al di fuori dei teatrini istituzionali.
Le elezioni, come dico spesso, sono molto più semplici dell’uso politicista a cui, anche chi dovrebbe opporsi, si piega: le elezioni sono il momento in cui si raccoglie il consenso, non dove lo si cerca.

E la visibilità di cui sto amabilmente discorrendo con i miei lettori (molti meno dei venticique manzoniani) non può essere confusa con l’apparire. La vera visibilità politica non è apparire nei talk show o nelle tribune elettorali, sui manifesti o sui giornali.
La vera visibilità è l’essere riconosciuti, nemmeno tanto come leader ma come fidati compagni di viaggio di percorsi che nascano e si sviluppino laddove nasce realmente il consenso, dove si ricostruisce una partecipazione attiva che, non solo non ha nulla a che fare con le attuali fasi elettorali, ma che addirittura in esse trova il suo annullamento, riproponendo una antidemocratica dicotomia tra base sociale e ceti politici/partitici.

E non mi stancherò mai di ripetere che il termine partito è quello espresso dalle venti parole dell’art. 49 della Costituzione.
Rileggiamolo bene insieme: è quello in cui si articolano oggi i ceti politici?
Non esistono forse altri modi che possono esprimere molto più coerentemente lo spirito di quel concetto?

Si aggiunga a questo che molti non si accorgono che siamo entrati in un altro secolo e meno di tutti lo comprendono una grande maggioranza di quanti sono nati, come me, a metà del secolo precedente e che non potranno vedere la metà di quello corrente.
Credo che alcune cose buone le abbiamo tramandate ai posteri ma alcuni di noi hanno anche trasmesso automaticamente prassi, metodologie, concezioni vecchie, senza recepire nulla del futuro che sta arrivando ma anzi creando nuove generazioni di ventenni, trentenni, quarantenni clonati sulla nostra vecchiaia.

E così assistiamo alla messa laica dei triti e ritriti riti politici senza cercare nuovi progetti, nuovi metodi, nuovi strumenti (e anche persone).
E le elezioni diventano terreno di ambizioni personali o una lotteria in cui tentare il colpo grosso, basandosi su slogan o nomi che possano attrarre.
E anche di fronte a ennesimi fallimenti epocali si declama la necessità di riprovarci la prossima volta, nello stesso identico modo: fare una lista, presentare un programma, individuare un leader e chiedere il voto.
E già tutti si stanno mobilitando per le elezioni europee del maggio 2019.

Se nei cinque anni che ci separano dalle precedenti elezioni si fossero ascoltati quanti parlavano di partire da soluzioni nuove, inedite, marxianamente aderenti all’analisi della realtà, con l’uso di metodi nuovi e strumenti tecnologici che li supportassero, forse oggi in Italia  ci sarebbe un movimento nato e cresciuto in modo democratico ed orizzontale in grado di costituire veramente una forza in grado di iniziare a proporsi come vera alternativa di cambiamento, questa volta anche ad elezioni politiche in quanto capace di esprimere il consenso costruito precedentemente.

Ma la distorta concezione delle elezioni, considerate massima espressione di democrazia, paradossalmente le fa diventare di fatto un freno a una crescita democratica.
Anche chi concorda sulla necessità di metodi e strumenti innovativi, appena si avvicinano elezioni è titubante perché il partito/movimento a cui si pensa di partecipare ancora non è arrivato a considerarle necessarie.
Così il progetto si interrompe perché l’urgenza elettorale lo richiede e ci si adatta al già sperimentato (e anche già fallito…).
In questo modo si vive sempre di partenze interrotte e di nuovi eterni inizi.

Oggi occorrerebbe un progetto umile e insieme coraggioso. L’umiltà di non avere ambizioni a breve termine e il coraggio di percorrere strade non ancora battute, tappandosi le orecchie per non sentire le omeriche sirene di vicine elezioni con il loro balenare di talk show, manifesti, santini elettorali, comizi, programmi fantasmagorici, ecc.
“Lavorare con lentezza” recitava un adagio del ’77.
Questo si dovrebbe fare: iniziare un percorso su una strada nuova, lontano da riflettori ma tra e con la base sociale e farlo crescere nei tempi necessari, qualunque essi siano.
Quando sarà il tempo del raccolto lo capiremo da soli, dal cambio di stagione.

Adelante!

Gian Luigi Ago

 


Sinistra compulsiva

“E guidare a fari spenti nella notte per vedere
se poi è tanto difficile morire”
[Ele(emo)zioni, Mogol/Battisti]

La Sinistra è proprio “impunita”.
Ha perso ormai ogni contatto non solo con la base sociale ma con la stessa realtà.
Vedere quelli di Potere al Popolo che brindano e cantano felici dopo una batosta storica, Fratoianni che dice di ripartire da Leu e altri che immaginano di unire il non unibile ne è la dimostrazione icastica.

Sono in realtà affetti da una sindrome compulsiva che li porta a ripetere le stesse frasi e le stesse azioni ormai meccanicamente.
Li unisce la strampalata idea che una sconfitta preluda sempre a un nuovo inizio, pensando che tutto dipenda esclusivamente da questioni temporali e non dal metodo.

Non si tratta infatti di continuare ad andare avanti, di ricominciare da dove ci si è fermati ma piuttosto di cambiare radicalmente strada, strutture, metodi, strumenti, prassi.

Ma io sono acido di natura e non è detto che anche a sinistra non ci sia invece chi capisca tutto questo; e  lo dimostrano i pur timidi tentativi di inclusività, e orizzontalità.
Si dirà: ma se lo capiscono perché non prendono decisamente questa strada anziché continuare, pur con leggeri miglioramenti, sempre sulla stessa?

Il motivo è molto semplice: un vero cambio di rotta, pur se indispensabile, andrebbe a collidere con l’interesse di mantenere vive strutture obsolete, piccole rendite di posizione che non servono a nulla ma che gratificano l’ambizione di vari “leaderini” della sinistra che in molti anni hanno acquisito un certo carisma e seguito.
Come potrebbero costoro diventare “persone comuni“, unirsi in un percorso fatto solo di persone (e non di dirigenti o referenti politici), come potrebbero perdere quell’aura di capo-popolo che si sono guadagnata in decenni? Come si potrebbero disinstallare, non tanto simboli e ideali, ma strutture che ad essi si riferiscono per derivarne una “autorità” che non hanno nella realtà se non verso quello che è ormai un gruppo che li segue ciecamente come quelli che seguivano la corsa di Forrest Gump?

Ecco perché la Sinistra è autoreferenziale e si bea anche nella sconfitta nello specchio della sua esistenza (leggi: sopravvivenza).
Lanciarsi di corsa a testa bassa contro un muro o guidare a fari spenti nella notte, come da battistiana memoria, non evita col passare del tempo gli inevitabili traumi, semmai li aggrava.
E questo anche se la testa dura comunque non manca loro, visto che questa insana pratica masochista la praticano ormai da decenni.
E quindi, allegri, ora si ricomincia dall’inizio, fino al prossimo muro.

Gian Luigi Ago


I grillini vanno al mercato

Per chi credeva che il M5S fosse diverso dagli altri, questo dopo elezioni dimostra come fosse chiara anche da prima la sua intima appartenenza alla solita casta politica (per usare il loro lessico).

I risultati elettorali dicono che il M5S dovrebbe di logica governare con la Lega. Insieme garantirebbero un governo stabile raggiungendo la maggioranza assoluta;
e la Lega, analizzando insiemistica e intersezioni, è il partito che ha più punti in comune con il M5S di qualunque altro.
È vero che Salvini non vuole rompere, andando con i grillini, la coalizione di centrodestra, la più votata e di cui è riuscito a diventare leader scalzando Berlusconi, dopo oltre vent’anni di sua leadership.
Ma è anche vero che nemmeno i 5Stelle lo vogliono, in quanto compagno di viaggio troppo scomodo e poco sottomesso.
Ecco allora che il M5S dimostra tutta la sua incoerenza e i suoi politicismi da Prima Repubblica che li rivela uguali a tutti gli altri.

Se rifiuta un’alleanza con la Lega dovrebbe passare all’opposizione, tenendo fede al suo “nessuna alleanza con altri partiti“.
Ma già Di Maio si era inventato da paraculo l’ipocrita svolta di aprire a quanti aderissero al suo programma, pur sapendo che nessuno darebbe loro dei voti senza averne un qualsivoglia tornaconto (cambiamento di punti del programma, incarichi istituzionali o altro).
Di Maio corteggia ora il PD, paradossalmente quello insultato da sempre e indicato come nemico pubblico numero uno e gli lancia anche un’ancora di salvezza.

Le indiscrezioni che filtrano parlano di fitti contatti di parlamentari grillini con altri del Pd.
Insomma: la purezza, la coerenza, l’onestà, la diversità dei grillini è andata a farsi fottere (per usare un francesismo). Sono arrivati anche loro al mercato della compravendita di voti e di compromessi.
Altro che rivoluzione…
Buona permanenza nella Prima Repubblica.

Gian Luigi Ago


Le cinque opzioni a disposizione di Mattarella

Vediamo di fare chiarezza sulle possibili opzioni che ha a disposizione Mattarella per uscire dalla situazione venuta a configurarsi dopo le elezioni e dare un governo al Paese:

1. Con un calciomercato ben fatto Salvini (o chi per lui) potrebbe presentarsi al PdR con una maggioranza irrifiutabile per governare il Paese. Lo stesso sarebbe per un governo M5S-Lega anche se questo è quasi impossibile perché Salvini non getterà al vento la leadership del centrodestra, che dopo più di vent’anni ha strappato a Berlusconi, per essere il secondo di Di Maio;

2. I grillini invece, notoriamente ecumenici…si metterebbero insieme anche a Belzebù infatti incassano con piacere il beneplacito di Marchionne e Confindustria, cioè di quei poteri forti che dicevano di voler combattere.
E quindi spunta  l’opzione M5S-PD ma qui le cose si complicano perché nel Pd comanda ancora Renzi (perché si è dimesso ma non ancora…) che coerentemente (almeno questa volta) non è disponibile a questo inciucio. Affinché simile opzione possa attuarsi occorre una rivolta interna al Pd. Ma c’è un però… Se questo succedesse il PD si spaccherebbe e a questo punto i loro seggi/voti per sostenere un governo grillino potrebbero numericamente non essere sufficienti.
E bisogna tenere conto che alcuni degli stessi eletti grillini non sosterranno il M5S; parlo di quelli espulsi ma comunque eletti e che, verosimilmente, passerebbero al gruppo misto;

3. Esiste anche una possibilità di governo di centrodestra appoggiato da una parte del PD, anche se sembra poco praticabile, a maggior ragione se il Presidente del Consiglio dovesse essere Salvini;

4. A questo punto Mattarella potrebbe optare per il governo di scopo dando il mandato a una personalità neutra che guidi un governo misto col solo compito di cambiare la legge elettorale;

5. Resta l’ultima ratio: rimandare tutti negli spogliatoi a bersi un tè caldo e tornare a votare ad autunno senza nemmeno il governo di scopo.

Gian Luigi Ago