Archivio dell'autore: Gian Luigi Ago

Informazioni su Gian Luigi Ago

E' tra i soci fondatori dell'Associazione politica "Primalepersone". Dal 2009 è Presidente dell'Associazione Culturale "Il vizio del pensiero" di cui gestisce il sito web di riflessione e informazione culturale e artistica. Gestisce un blog culturale: gianluigiago.wordpress.com e un blog politico: gianluigiagora.wordpress.com Come cantautore ha composto alcune canzoni che hanno come riferimento la tradizione della canzone d’autore. Ha realizzato due album: "Verso le barricate del futuro" e "Dopostoria" Nel 2013 ha rappresentato, insieme a Claudia Bellucci, l'Italia al Festival Europeo della Canzone d'Autore svoltosi a Vilnius, organizzato dal Ministero della Cultura della Lituania. Insieme a Claudia Bellucci ha realizzato il sito web "Poesia come eresia", sito ufficiale del poeta pesarese Gianni D'Elia. http://www.giannidelia.altervista.org/ Si interessa di teatro, letteratura, musica d’autore italiana, sulla quale ha condotto diverse trasmissioni radiofoniche monografiche su emittenti regionali. Ha pubblicato sul web diversi interventi tematici e critici legati alla musica d’autore. Insieme a Claudia Bellucci e Eugenio Alfano ha realizzato la “Lezione-spettacolo sul Teatro Canzone di Gaber e Luporini”, un’analisi approfondita della genesi, dei meccanismi, delle tematiche, dei riferimenti letterari, filosofici, storici e sociologici che hanno attraversato gli spettacoli di Gaber; la Lezione-spettacolo è stata tenuta in Università, Scuole Superiori, Auditorium, Circoli culturali e Teatri. E’ autore di poesie e monologhi, tra cui quelli dello spettacolo “In direzione ostinata e contraria”, dedicato a Fabrizio De Andrè, realizzato e portato in scena, sotto la sua direzione artistica, insieme a Giulio D'Agnello. Ha scritto lo spettacolo "La stessa rabbia, la stessa primavera" dedicato a Fabrizio De Andrè, portato in scena con il cantautore Massimo Blaco, Claudia Bellucci e Veronica Balzani. Ha realizzato e portato in scena, insieme a Claudia Bellucci, Massimo Blaco e Pino Nastasi, il concerto "Appunti sulla canzone d'autore" con canzoni di musica d'autore italiana Ha realizzato con il gruppo “Compagni di viaggio”, con cui collabora come cantante e chitarrista, lo spettacolo “I sentieri di Utopia” con canzoni di lotta, impegno e speranza e il concerto "No, è un ukulele" con classici della canzone arrangiati per ukulele. E’ presente su Facebook, Twitter e Myspace con il suo account personale e con quello dell’Associazione Culturale “Il vizio del pensiero” Sito web personale: www.agocanzonedautore.altervista.org Siti musicali YouTube: - Gian Luigi Ago Video _ Dopostoria Gian luigi Ago CONTATTI: Email: ago.gianluigi@libero.it

Greta e Chico

 

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Altro errore rispetto a Greta Thunberg, errore figlio anch’esso di una concezione politica otto/novecentesca: criticarla perché non è Chico Mendes, perché a molti non appare chiara una sua posizione anticapitalista.
Innanzitutto non è vero: additare la logica del profitto e le responsabilità delle multinazionali tra le cause dell’attuale degrado non è forse anticapitalismo?

Ma alla logica otto/novecentesca di cui sopra questo non basta, pretenderebbe analisi e programmi dettagliati, un pacchetto già confezionato, magari dogmatico e che comprenda già, prêt-à-porter, tutti gli aspetti e le soluzioni  del problema.
Oggi la logica va invece rovesciata: le interconnessioni non sono da acquisire da agenzie (partiti) che hanno tutto già codificato (che è poi quello che ha creato lo iato tra politica e base sociale); oggi tutto deve nascere e maturare in modo naturale, all’interno di un percorso di presa di coscienza che è poi il solo che  può rendere la base sociale artefice in prima persona del cambiamento.

Ovvio che questi giovani non hanno in tasca il manuale del perfetto anticapitalista, certo che ancora sfuggono loro molte delle connessioni con altre lotte, certo che in molte cose sono contraddittori.
Ma guai a dar loro un libretto di istruzioni, dei leader che li trasformino in semplici numeri del loro progetto.
Essi sono un segnale di spontaneità, di entusiasmo, di presa in carico di un futuro che sarà loro, non nostro.
La stessa Greta Thunberg non è una leader (e guai se la diventasse) ma, come scrivevo QUI, in un altro articolo di questo stesso blog, una scintilla, una possibilità, soprattutto un esempio.
Per questo ha avuto un seguito: perché non ha chiesto di aderire a un pacchetto preconfezionato, magari anche già con simbolo, bandiera, segreteria nazionale e tessera.
No, lei ha indicato una strada di ricerca, una via al cambiamento ed è solo nel percorrerla che questi giovani potranno cogliere le connessioni con altri movimenti, con altre lotte e potranno giungere a individuare il comune denominatore del capitalismo con maggior precisione.

Greta Thunberg e Chico Mendes non sono poi così tanto diversi, come molti vorrebbero far credere.

Gian Luigi Ago

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Caro grillino… how does it feel?

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Caro grillino ti scrivo, così mi distraggo un po’…

Le  interlocuzioni tra noi iniziarono sei anni fa, quando vi apprestavate a entrate in Parlamento intercettando la giusta rabbia, i disagi, l’insofferenza della base sociale.
Si usciva da quasi un ventennio di berlusconismo seguito da un Governo Monti fatto di sacrifici.
Voi con i vostri “vaffanculo”, con i vostri slogan, con le comiche di Grillo vi ponevate come un partito rivoluzionario.

Ricordate?
Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno”, “Vi manderemo a casa a calci in culo”, “No ai politici”, “No alla Ka$ta”, “Basta con i privilegi” “Honestà, Honestà”, “Mai alleanze”, “Mai col Pd”.

L’italica tendenza a dar retta agli imbonitori vi decretò un grande successo che vi portò in Parlamento dove passaste cinque anni in inutili sceneggiate di opposizione: salivate sui banchi e sui tetti del Parlamento, vi perdevate a contare e catalogare gli scontrini di ogni caffè bevuto, nello spirito di un malinteso senso di “Honestà”.

Voi eravate quello diversi, nuovi, giovani, entrati nell’agone politico per distruggere il sistema dall’interno.

Io da subito vi avversai, anche quando molti “compagni” di sinistra provavano per voi simpatia, parlavano di possibili alleanze, di punti in comune, dimenticando che la politica si fa muovendosi su due assi cartesiani: tempestività e lungimiranza nelle strategie politiche.

Io invece vi dicevo che sareste diventati come gli altri, che non avreste cambiato niente.

Cinque anni inutili che portarono il PD a governare toccando alle Europee un record da voi mai raggiunto: il 40% di voti.
Ovviamente il PD divenne il vostro avversario principale: il partito delle banche, delle lobby europee, ladri, mafiosi, assassini (sì, diceste addirittura questo), servi dell’Europa di Merkel.

Intanto pian piano cambiavate: le dirette streaming sparivano, sostituite, come oggi, da incontri nelle segrete stanze, con le solite non-risposte ai giornalisti in perfetto stile democristiano; una gestione padronale con espulsioni per chi si opponeva al volere del Capo politico. Sì lo avete chiamato così: “Capo” (Padrone, sembrava anche a voi troppo eccessivo); voi per cui a decidere dovevano essere  gli attivisti, l’uno vale uno.. voi ormai relegati al simulacro di democrazia della piattaforma Rousseau, con domande fatte apposta per essere semplici ratifiche di decisioni prese dal vostro Capo.

Ma, come in tutte le sette o religioni, a cui si aderisce non per logica, ma in maniera fideistica, voi continuavate a giustificarli, arrampicandovi sugli specchi anche quando tutte le false e propagandistiche promesse iniziali venivano smentite, anche fino a ieri, quando avete giustificato un governo fascio-razzista che ha calpestato Costituzione e diritti, e non lo avete fatto in maniera critica, in quanto avete rivendicato e votato tutte le aberrazioni di Salvini, arrivando a salvarlo dal processo con tanto di ratifica su Rousseau, voi che eravate contro i privilegi dei politici… E il primo a farlo è stato il Presidente Conte, che ora passa dal gialloverde al giallorosè senza un minimo di vergogna.

Quando vi dicevo che eravate come gli altri, Ka$ta come loro, quasi mi deridevate, quando vi dicevo che vi interessavano solo le poltrone e che sareste arrivati ad allearvi col PD (e ve lo dicevo già sei anni fa), sorridevate come se fossi talmente prevenuto contro di voi da dire cose fantascientifiche, impossibili.

Cari grillini, ora ci siete arrivati.
Come ci si sente? How does it feel? (come direbbe Dylan)

Come ci si sente ad essere insieme al Pd? E non con un contratto in cui ognuno porta alcuni dei suoi punti ma con un programma scritto e condiviso insieme, una totalità di intenti.

Come ci si sente ora che dividete programma, governo e visione politica col Pd, quello che, come scrivevo prima, chiamavate il partito delle banche, delle lobby europee, ladri, mafiosi, assassini, servi dell’Europa di Merkel e ultimamente il Partito di Bibbiano che vende i bambini?

Ora siete una cosa sola e governate con loro.
Come ci sente?  How does it feel?

Troverete ancora giustificazioni, scuse, vi arrampicherete ancora sugli specchi o finalmente proverete un po’ di vergogna e capirete che per sei anni vi ho detto puntualmente quello che sarebbe comunque accaduto?

Tutto ha una fine e il M5S non ha nemmeno iniziato: il cambiamento non lo avete realizzato e non lo realizzerete nemmeno con questo matrimonio per voi contro natura ma che, come vi avevo sempre detto, in realtà era la normale conclusione di chi puntava solo a far parte della Ka$ta.

Come ci si sente davvero dentro di voi?

Vi ricordate i primi tempi?
Vi ricordate il vostro entusiasmo ai comizi di Grillo?
Vi ricordate il disprezzo verso l’estabilishment?
Vi ricordate i pesci in faccia a Bersani che vi chiedeva, non un’alleanza ma di appoggiare dall’esterno alcuni suoi punti che erano anche nel vostro programma?
Vi ricordate l’orgoglio che sentivate ad essere qualcosa di diverso dai “politici”?Vi ricordate quando dicevate: “Nessuna alleanza, governeremo da soli quando arriveremo al 51%”?

Come ci si sente ora?
Davvero dentro di voi non sentite di essere diventati diversi da allora?
Come vi sareste sentiti se vi avessi detto allora che avreste votato all’80% un governo abbracciati al PD?

Se avete davvero stomaco votateli ancora, pur di non ammettere che per sei anni avete seguito un partito che era il contrario di quello che avevate veramente creduto. Chi lo ha capito sta già coerentemente abbandonando l’ex…movimento.

Lo so: non ammetterete mai che sognavate qualcosa di diverso, che i vostri “ideali” sono finiti mischiati insieme a quelli di Franceschini e Boccia col consenso del vostro primo promotore: Matteo Renzi.

Però, almeno dentro di voi, rispondetevi:

Come ci si sente? How does it feel?

Gian Luigi Ago

 


Di Maio mani di forbice

di maio mani di forbice

L’ossessione del M5S del taglio dei parlamentari è a metà tra la paranoia e la demagogia. Quale sarebbe l’urgenza di questa operazione quando in realtà i veri problemi sono altri?
Una questione di risparmio? Se così fosse ci sarebbero molti altri modi anche relativamente ai parlamentari: ridurre i loro stipendi e privilegi;
anche se non si può pensare che un eletto che lascia un lavoro, magari redditizio, per servire i cittadini e assumere ruoli di responsabilità per il Paese, non venga messo in condizione di svolgere il suo mandato in autonomia (art .67 Costituzione) senza il rischio di essere costretto a dover ricorrere, anche economicamente, ad altri.

Ridurre i parlamentari è una modifica costituzionale che non si può fare con un taglio di forbice netto, senza portare a una catena di conseguenze (penso, per fare solo un esempio, al maggior peso dei delegati regionali, rispetto ai parlamentari, nell’elezione del Presidente della Repubblica).
Una simile operazione richiederebbe una totale revisione dell’impianto istituzionale, a partire dalla legge elettorale.

Ma il problema vero è un altro: tagliare il numero dei parlamentari significa minare la possibilità di dare un’equa rappresentanza al popolo che, ricordiamolo, è il detentore del potere (art. 1 Costituzione).
Inoltre, essendo la nostra una Repubblica parlamentare, è un modo per diminuire il potere legislativo del Parlamento, aumentando a dismisura quello esecutivo del Governo che potrebbe configurarsi sempre di più come un’oligarchia che stravolgerebbe i pesi e contrappesi che garantiscono l’equilibrio istituzionale.

Un’operazione, quella del taglio dei parlamentari, non a caso sempre caldeggiata da chi ha mire accentratrici, operazione già prevista da Licio Gelli nel 1976 nei programmi della sua P2 e auspicata dalla finanziaria americana JP Morgan.
Il taglio dei parlamentari va nella stessa direzione di altri attacchi alla Costituzione, già pensati da Berlusconi e tentati da Renzi con la riforma poi bocciata dal Referendum e che colpiva prevalentemente il Senato; e che, col combinato disposto con la legge elettorale, puntava, appunto, a concentrare il maggior potere sull’esecutivo.

Che poi quella di Di Maio sia solo una manovra demagogica per rivalutare il suo ruolo anti-Ka$ta (di cui egli fa, peraltro, parte) dà la misura di come l’interesse di far riguadagnare voti al M5S, tramite un’operazione propagandistica, lo faccia passar sopra anche ai diritti costituzionali.
E questo dopo che in quattordici mesi di governo ha difeso i privilegi (processo negato a Salvini) e calpestato altri diritti civili e umani (ad esempio i decreti sicurezza).
Il M5S si dimostra sempre di più una forza eversiva degli equilibri costituzionali, il vero ostacolo a qualsiasi vero (e sottolineo “vero”) cambiamento.

Gian Luigi Ago


Sinistra: “Siamo vincoli o sparpagliati?”

Un’altra replica a Sinistra.
Il ragionamento è questo: con le sigle unite abbiamo perso, allora ora ognuno si presenti alle Regionali con la propria sigla.
Semplicemente geniale!
Questa alternanza tra l’altro è già stata praticata in passato e si è perso sia da “vincoli” che da “sparpagliati”, come diceva il mitico Pappagone.

Ma il problema vero è un altro: scelte come queste, anche se immaginate in funzione di realtà locali, denotano uno scollamento totale dalla realtà e l’autoreferenzialità del mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi.
Pensare che il motivo della sconfitta sia dovuto alle forme di partecipazione è un vero impazzimento politico, un tenersi aggrappati alla zattera dell’identitarismo, che è cosa ben diversa dall’identità, che va custodita.

Si continuerà a perdere presentandosi divisi come presentandosi in coalizioni, liste uniche, ecc.
Questo perché il problema è lo stesso (mai seriamente affrontato) che si è venuto a prospettare quando è iniziata la profonda crisi di rappresentanza che ha reso poco credibile la vecchia differenziazione tra gruppi e/o partiti dirigenti da una parte, e base sociale votante dall’altra. Fenomeno che si è portato dietro un sempre crescente allontanamento dalla partecipazione politica. Le conseguenti sconfitte, foriere di delusioni e disillusioni, hanno poi definitivamente archiviato un modo di far politica che andava bene nei due secoli che hanno preceduto quello corrente.

Probabilmente di questo si accorse anche la Sinistra ma abbandonare strutture, bandiere, simboli, nomi, cariche dirigenziali, ecc. ero uno strappo troppo forte che denotava un coraggio e insieme un’umiltà che purtroppo non appartiene a chi è cresciuto nel culto di queste strutture.
Si è cercato quindi solo di riverniciare il vecchio con spruzzate di società civile, con nomi sempre più ecumenici, con piccoli inserti di ecologia, considerata ancora subordinata al tema “lavoro” che invece è conseguente a una riconversione dell’economia in senso ecologico, e non un altro tema da affiancare e far “bilanciare” con l’aspetto lavorativo.

Non ci si vuole arrendere, egoisticamente, al futuro che richiede invece nuovi metodi e strumenti più democratici, più orizzontali, autogestiti dalla base, cose alle quali alludono e di cui dovrebbero essere segnali i grandi movimenti spontanei, per lo più giovanili e femminili, che riempiono le piazze cento volte più di quanto farebbe una chiamata di un partito.
Il mondo è cambiato, la composizione sociale anche ma si continua a ignorarlo per mantenere simulacri che i fatti dimostrano essere inefficaci.
Case della Sinistra che crollano. Ma si continua a pensare che basti una riverniciatura ai muri, lavorare un po’ in stanze separate e un po’ in aula magna, per rimediare. Si scrivono programmi bellissimi, si brandiscono slogan sempre più belli ma i risultati sono sempre fallimentari da anni.
Ma nonostante tutto risulta difficile azzerare tutto e fare della propria esperienza e capacità politica uno strumento per favorire un cambiamento comune.
Si pensa solo a come andare alle prossime elezioni e magari a qualche festa di piazza per autoconvincersi di essere una realtà importante e che la linea sia giusta.
Tutto tra una birra e una cena popolare (ancora a base di carne…come nell’ottocento)

Gian Luigi Ago

 


Lazzaro non alzarti, per carità

lazzaro

Qualcuno ha notizie della “rivoluzione zingarettiana del Pd”?
Io vedo un’assenza totale, il solito autoriferirsi alle usurate beghe interne, un proseguire ostinato sul distacco dalla gente.
In un momento di spadroneggiamento di fascio-leghisti e fascio-stellati, l’attuale secondo partito italiano continua la sua decomposizione.
Mai avuta alcuna fiducia nel Pd, sia chiaro, mai ho pensato che fosse un’alternativa, anzi…La mia è solo una riflessione sulla stolidità dell’attuale politica.

E non è che a sinistra del Pd sia molto diverso.
Gli unici vagiti di vera opposizione sono quelli spontanei delle lotte per il lavoro, dell’opporsi, sempre spontaneo, alla disumanità del Potere, delle manifestazioni di alcuni giovani per salvare il pianeta.

Segni che la politica non coglie, chiusa ormai nella autoreferenzialità dei triti e ritriti riti, nella quotidiana consultazione di sondaggi in vista di future probabili elezioni. Questo è il rigor mortis della crisi della rappresentanza, lo zombico agitarsi di personaggi e strutture ormai senza senso.

Il mio non è nemmeno un invito a Lazzaro di alzarsi e camminare.
È la constatazione di un avvenuto decesso della “rappresentanza” e del conseguente fatto che la “politica” e il cambiamento possono nascere solo lontano da loro, che non devono farsi carico di queste lotte, ma continuare a riposare in pace.

Per carità, ne stiano lontani.
Ne hanno portate già troppe nella fossa con loro.
La mi è invece la speranza in un’auto-organizzazione e futura auto-rappresentanza della base sociale, di movimenti spontanei, senza leader o partiti di riferimento, in grado poi di auto-gestirsi al loro interno, senza “altri da sé” a cui dare un voto.

Che è poi il senso vero delle venti parole dell’art.49 della Costituzione, quello che il M5S vorrebbe cambiare. Tanto per dire…

Gian Luigi Ago


M5S: “Franza o Spagna purché se magna”

5 STELLE FRANZA O SPAGNA

Girano molte voci sul modo da attuare per salvare il M5S dal crollo totale e magari predisporlo a una futura alleanza col PD.
Oltre al solito Fico, si parla anche di un diumvirato Di Battista-Appendino.

Una rimodulazione del M5S non cambia però la specificità del problema che è proprio quella della non identità dell’ex…movimento.
E un cambiamento sarebbe l’ulteriore prova della loro possibilità di passare disinvoltamente da una linea fascio-razzista a una di centrosinistra a seconda della convenienza.
Una tale natura denota solo un interesse al potere per se stesso e non una visione politica sottesa alle scelte politiche; detto volgarmente è il classico “Franza o Spagna purché se magna“.

Il M5S è il disastro maggiore capitato negli ultimi anni, peggiore anche di quello di Salvini. Non dimentichiamoci infatti che Salvini è arrivato al posto che occupa grazie al M5S che lo ha cooptato e ha raddoppiato i voti grazie a questa cooptazione che ha dato modo al leader della Lega di portare avanti, da una postazione privilegiata e con leggi ad hoc, lo sdoganamento delle peggiori pulsioni populiste.

Il vero problema dell’impossibilità in Italia di riuscire a creare un’alternativa è proprio l’esistenza del M5S che ha creato l’equivoco del “cambiamento” a cui ancora molti credono.
E questo succede ormai dal 2013 quando i grillini intercettarono, con slogan e promesse, rabbia e dissenso che potevano invece essere incanalate verso progetti di reale cambiamento.

Chi oggi parla di possibili alleanze future con un M5S diventato “un partito dal volto umano” commette quindi un errore madornale.
Il problema è invece quello di riuscire a smascherare “Il Re nudo”, svuotare il suo consenso immeritato ed evidenziare la sua funzione di freno al cambiamento, anziché sfruttare le sue percentuali elettorali illudendosi, con una perniciosa miopia politica, di poter insieme ad esso creare un polo di cambiamento.
Ci si dimentica tra l’altro, la sua natura aziendale, l’incompetenza, il cinismo ideologico e l’opportunismo di cui è innervato. Ci si dimentica che non esiste un’anima di sinistra del M5S, ma semmai in frange del suo elettorato.

Andare a rafforzare il M5S, aggregandosi ad esso, credendo che esso possa manifestarsi diverso da quello che è (senza accorgersi che sarebbe solo una nuova maschera) – quando non significhi cercare di accaparrarsi poltrone a traino dei loro voti – significa cristallizzare, se non peggiorare, la situazione politica, tirare ancora di più il freno di possibili percorsi di cambiamento, percorribili più facilmente solo dopo la dissoluzione del M5S.


Gian Luigi Ago

 


“Se mia nonna avesse le ruote…” (alleanze con un M5S redento)

se mia nonna

Ora, da alcune parti di sinistra e dintorni, si sostiene la vecchia tesi, mai sopita, di voler redimere il M5S per poi allearsi con esso. Certo, si aggiunge, ora è in mano a Casaleggio, è servo di Salvini, porta avanti politiche di destra, ma se cambiasse…
Ma che discorso è?
Allora si potrebbe dire la stessa cosa anche della Lega: se cambiasse, se non fosse più razzista, se non guardasse a Casa Pound, ecc.
È un po’ come dire “se mia nonna avesse le ruote…”

Tutto nasce da una malintesa concezione di una natura originaria del M5S (mai esistita ma solo millantata) basata su diritti e Costituzione.
Sì, si dice, hanno fatto la battaglia per il No al referendum renziano sulla Costituzione.
E che vuol dire? La fecero anche Berlusconi, Salvini e Casa Pound.
I pentastellati non volevano salvare e difendere la Costituzione ma poterla piuttosto cambiare a modo loro, come si vede oggi da certe loro proposte.
La loro visione non è popolare ma populista, non è civica ma aziendalista.
Sì, si continua a dire, ora è così ma se cambiasse…
E qui torna in ballo mia nonna che vorrei riposasse  in pace senza scomodarla più di tanto.

L’equivoco sui Cinque Stelle si basa su un’immagine stereotipata che essi stessi hanno creato e che ha funzionato nel 2013, bloccando tra l’altro la possibile formazione in quel momento di un fronte popolare alternativo; la giusta rabbia della gente è stata sfruttata dai loro vaffanculo in un progetto che ora vediamo qual è realmente.
La loro natura è molto diversa da quella agiografica da essi dipinta.
E poi oggi non servono poli alternativi e liste del popolo. Anche perché il popolo oggi è in maggioranza quello che vota a destra, anche grazie alla ripetitività della sinistra o alle illusioni molto variopinte e mutevoli viste nei suoi dintorni.
Quindi è sul popolo (arcaica definizione di sapore risorgimentale) che chiamerei piuttosto base sociale, che bisogna lavorare, non su liste, programmi, poli civici.

Se non si ricostruisce prima una base sociale con una coscienza politica (di classe, si sarebbe definita in passato), se non la si riporta alla partecipazione attiva alla vita politica, se non si connettono tra loro le lotte spontanee e se non si agiscono metodi e strumenti nuovi per rendere possibile tutto questo, si resterà eternamente fermi al palo. Ma questo si può fare solo disinteressandosi di calcoli su percentuali, su prossime elezioni politiche, su liste da presentare a una base sociale disgregata.

Ora serve una nuova visione del futuro, una spinta utopistica, nell’accezione positiva del termine, un nuovo sentire che non sia più abbruttito dalle solite pulsioni elettoralistiche che ormai provocano allergie solo a sentirle.
Prima si semina e poi, solo al momento opportuno, si raccoglierà e si potrà cominciare a parlare di elezioni e liste.
La vera utopia, in senso negativo questa volta, è quella di pensare a soluzioni prêt-à-porter e, nel caso in questione, pensare che all’interno del M5S ci possa essere un pur minimo apporto a un cambiamento radicale dell’esistente, quando invece le loro illusioni dispensate a piene mani ne sono state e ne saranno sempre un diversivo e un freno.

Poi capisco anche che quel 20%, intorno a cui oggi i pentastellati si muovono, possa allettare personaggi, come alcuni Sindaci, per aggregarsi e accomodarsi in un angolino di quel posto al sole, trovato già pronto e riscaldato.
Ma questo è un altro discorso che attiene sempre ai soliti meccanismi che impediscono il nascere di un grande movimento di alternativa che parta e coinvolga una rinnovata base sociale.

Gian Luigi Ago


Tra l’incudine e il martello

TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO

Ora M5S e una parte del PD amoreggiano e sostengono che, almeno su una manciata di temi sociali, ci si potrebbe mettere d’accordo; un po’ quello che voleva fare Bersani e che il M5S rifiutò sprezzantemente, salvo poi fare la stessa cosa (il contratto su alcuni punti) con la Lega.
Il M5S cerca ovviamene di prepararsi una zattera, una via di fuga in caso Salvini non avesse più bisogno delle loro petulanti stampelle;
il PD, dal canto suo, cerca di rientrare dalla finestra, dopo essere stato buttato fuori dalla porta.

Prima cosa: non si capisce con quale faccia il M5S abbraccerebbe il Pd, considerato da sempre dal movimento il cancro di questo Paese e come la prenderebbero quelli che hanno abbracciato questa idea con faziosa passionalità votando M5S e bestemmiando ogni giorno contro il Pd.
Cambieranno idea?
Troveranno scuse basate su opportunità politica, come hanno fatto per l’abbraccio con la Lega?
Bestemmieranno contro il Pd rovina d’Italia, quando i “puri” grillini ci governeranno insieme?

Seconda cosa, ancora più importante: non si può governare un Paese solo con contratti parziali.
Ci vuole una visione condivisa del mondo e della vita (una weltaschauung) e quindi una sintonia totale in politica economica, estera, interna, ecologica.
Senza questa visione chiara e a 360 gradi, non ci saranno mai cambiamenti ma solo palliativi che non cambieranno alcunché.

La Lega una visione chiara ce l’ha, purtroppo; una visione di destra, populista, sovranista, fascista, razzista. Ha idee chiare su come governare.
Il M5S no, perché a loro vanno bene belli e brutti, pur di stare seduti sulle poltrone del governo, oltre a non avere alcuna visione che non sia dettata dall’opportunismo del momento. Ne hanno dato la miglior prova in questo governo dove su singole questioni, ma anche sui loro princìpi fondanti, hanno cambiato idea a seconda del momento, delle persone e della convenienza.

Questa è l’ulteriore conferma della loro inutilità, anzi del fatto che dovunque andranno faranno solo danni. Insomma non abbiamo vie d’uscita e all’orizzonte di presunte opposizioni non si vedono veri progetti di cambiamento ma solo l’ottusa riproposizione dei soliti riti triti e ritriti.
Insomma: comunque vada saremo rovinati…

Gian Luigi Ago


Propaganda elettorale vs memoria (M5S vs Siri)

di maio pinocchio

Ma come è arrivato al governo Siri?
Semplice: basta andarsi a rivedere una puntata di Otto e mezzo del 2018 in cui Di Battista, nel pieno della polemica su Savona ministro dell’economia, proponeva come ministro alternativo proprio Siri che già era stato condannato in via definitiva per bancarotta fraudolenta.

Poi la scelta cadde su Tria, così Siri ottenne solo un sottosegretariato.
Fu quindi proprio il M5S a volerlo al governo.
Oggi però la campagna elettorale impone al M5S di tornare a dare di se stesso un’immagine fasulla. Il ragionamento grillino si basa sul fatto che le promesse elettorali, e la loro proverbiale e millantata “onestà” li hanno portati al governo, guadagnando voti anche a sinistra.
Ecco perché solo oggi si scoprono all’improvviso antifascisti e castigatori della mala politica.

Insomma tutto quello storytelling che (pensano loro) se ha funzionato una volta dovrebbe funzionare ancora.
Sperano, in poche parole, che la propaganda elettorale vinca sulla memoria a breve termine e che quindi gli elettori si dimentichino i condoni, i dietro front su Ilva, Tap, il voto a legittima difesa, gli occhi chiusi sulla corruzione a Roma, l’appoggio alla politica razzista di Salvini sui profughi, il voto al decreto (in)sicurezza, il salvataggio di Salvini dal processo e molto altro ancora.

Ecco perché hanno voluto Siri al governo quando era già condannato e si accorgono, guarda caso solo a un mese dalle elezioni, di non volerlo più, ora che è solo indagato.
Insomma la solita ipocrisia, le solite bugie, il solito doppio gioco e il solito interesse alle poltrone, cose sulla condanna delle quali avevano costruito il consenso politico che l’andata al governo, sta sbugiardando giorno dopo giorno.

Gian Luigi Ago


Greta e il sarvakarmaphalatyaga

gerta

E’ partito da molte parti l’attacco a Greta Thunberg.
Le si contesta (oltre a tre grandi “difetti”: essere donna, giovane e asperger) di non avere una visione politica complessa, di dire cose banali, scontate, che tutti sanno.
E inoltre assistiamo al proliferare su di lei di dietrologie e dei soliti complottismi: è manovrata, ha interessi personali, ecc.
E non manca una certa invidia da parte dei “politici” che vedono oscurato il loro leaderismo da una ragazzina.

Ma il ruolo di Greta non è quello di essere un leader politico; guai se lo diventasse, sarebbe la sua fine, un errore che altri hanno fatto.
Il consenso di Greta si basa sull’avere inconsapevolmente incarnato quello di cui oggi evidentemente si sente il bisogno: un input, una scintilla, un esempio, una possibilità.

Mentre tutti si affannano nel grande e rutilante supermercato politico a scegliere dagli scaffali il leader più preparato e con i migliori programmi su tutto lo scibile politico, economico, finanziario, per votarli e dare loro consenso, Greta è riuscita, solo sedendosi davanti al Parlamento svedese con un cartello, a mettere in moto un movimento globale di cui lei è solo il motore ma che spinge alla partecipazione persone di tutto il mondo e, finalmente, anche i giovani.

Questo è, e dev’essere, Greta: una iskra, una sorta dell’induista
sarvakarmaphalatyaga” (il distacco dal frutto dell’atto) cantato da Giorgio Gaber in “Buttare lì qualcosa” (e andare via).
Non so se dopo avere lanciato questo benefico sasso, Greta lascerà camminare sulle proprie gambe il movimento nato intorno a lei, ma comunque è riuscita a mettere in moto quello che molti politici non hanno saputo fare.
Non è tanto lei che deve andare avanti quanto il movimento a cui ha dato il via.

Oggi la forma più realistica di politica è proprio questa, quella di essere di stimolo (e non leader) alla nascita di movimenti spontanei. Certo, poi dovranno auto-organizzarsi, crescere, ma senza essere più solo un bacino di voti per partiti, organizzazioni, movimenti che ormai hanno perso il contatto con la base sociale e ragionano solo con criteri di alleanze e percentuali elettorali, non accorgendosi che questi vecchi metodi non potranno mai creare un movimento di alternativa all’esistente ma solo un ristretto numero di votanti, che
passeranno alternativamente dal consenso, alla disillusione, al distacco, a seconda delle scelte fatte, non da loro ma da coloro a cui avevano dato fiducia.

Greta non ha chiesto voti o consenso, non ha presentato programmi o accurate analisi socio-finanziarie, ha fatto una cosa molto più importante: ha dato un esempio personale. E ha fatto capire che se tutti si attivassero come lei, i movimenti di alternativa crescerebbero molto più velocemente, quantitativamente e qualitativamente che non attraverso la speranza di dare fiducia a oligarchie politiche ormai usurate benché nuove o nascenti.

Fortsätt, Greta

Gian Luigi Ago