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“Né di destra né di sinistra” (equivoci, errori, pericoli)

populismo

Il termine Sinistra è sotteso a un concetto nobile e ha la sua origine in Francia durante gli Stati Generali del maggio 1789, pochi mesi prima dello scoppio della Rivoluzione Francese.

Col passare del tempo, e con il mutare della realtà sociale, ho maturato la convinzione che questo termine andasse evitato nelle denominazioni di forze politiche di qualsiasi natura.

Questo perché, in una fase di diversa configurazione della base sociale e della conseguente necessità di ridare compattezza e senso a un’alternativa all’assetto sistemico del Potere, questa denominazione conteneva in sé l’equivoco di rimandare, in una concezione politicista del termine, a forze politiche esistenti, ai loro errori, ai loro fallimenti, alle loro responsabilità negative.

Potremmo definire per comodità questa accezione politicista come “sinistra” (con la “s”minuscola).

L’usare questo termine può dare inoltre l’idea di voler chiudersi intorno a una determinata area politica di “sinistra” escludendo quanti hanno valori e visioni di “Sinistra” pur non appartenendo a nessuna formazione politica.

“Sinistra” (con la “S” maiuscola) ha invece un preciso valore ideologico e filosofico che ha a che fare con una weltanschauung che è valida di per sé, indipendentemente e anteriormente alla sua applicazione storico-politica, visione basata su valori come solidarietà, tolleranza, uguaglianza e quindi antifascismo, antirazzismo, ecc.

Se quindi nell’evitare questo termine c’è una “opportunità semantica”, come ebbi a definirla qualche anno fa, sono poi nati degli equivoci e si è passati tout court a definirsi “né di destra né di sinistra” che se può anche avere un senso, come dicevo, a livello di denominazioni “in minuscolo”, non lo ha a livello assoluto, in quanto Destra e Sinistra esistono ancora eccome.
Sono due visioni alternative che continuano ad essere la pre-condizione ideologica e mentale delle scelte politiche.

Ma si è andati anche oltre:

il definirsi “né di destra né di sinistra” ha dato la stura alle peggiori posizioni, sdoganando chiunque, in nome di questa definizione, e permettendo di dare dignità politica e sociale anche a ciò che è anticostituzionale e a chi incarna le peggiori posizioni politiche.
E si è anche arrivati alla bestialità di dire “né fascista, né antifascista” o addirittura “non anti-fascista” (come disse Beppe Grillo).

Ha permesso, soprattutto ha chi ha ambizioni istituzionali, di allargare il proprio bacino elettorale giustificando tutto e tutti in nome di una presunta “apertura” incondizionata, passando sopra alla storia politica di personaggi ambigui con posizioni e curriculum destrorsi e frequentazioni disdicevoli.
L’apertura non può invece prescindere da pre-requisiti valoriali, base dalla quale partire per costruire qualcosa.

Dire “non siamo di destra né di sinistra” è diverso dal dire “non uso il nome destra né il nome sinistra” (sottintendendo “ma sono di Sinistra”).

E’ quel verbo “essere” che costituisce la discriminante.

E quindi si entra di fatto nel “liberismo ideologico” e quindi di Destra, in quanto, negando la Destra, si nega, equivalendola, anche la “Sinistra” e si crea un’apertura indiscriminata, comoda e utile per chi vuole giustificare qualsiasi cosa per fini non certo a favore della base sociale.

Attenzione quindi a non equivocare:

Se oggi si può evitare (e forse è preferibile) il definirsi di “sinistra”, definirsi “né di destra né di sinistra” è di Destra. Non si scappa.

Gian Luigi Ago

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Il carro davanti ai buoi (l’Italia è un paese di destra)

Molti sono convinti che la maggioranza degli italiani sia per la legalità, per la giustizia, per l’uguaglianza, per la difesa della Costituzione.
Purtroppo non è così. Viviamo in un paese che è sostanzialmente di destra,  sempre più razzista,  violento e intollerante.

Ecco perché falliscono tutti i tentativi di riunire la base sociale su questi temi, riuscendo a raccogliere intorno a sé solo una infinitesimale minoranza già “consensuale”.
E questo lo si verifica puntualmente nelle elezioni:
più gli obiettivi sono giusti, più i valori sono nobili  e più si verificano risultati con percentuali bassissime.

Questo dovrebbe indurre a qualche riflessione.
Possibile che nessuno sia stato mai sfiorato dal dubbio di avere analizzato male la realtà e non aver capito quale sia il metodo per creare consenso intorno a princìpi che potremmo ancora chiamare (filosoficamente) di sinistra, e non “della Sinistra“?
A nessuno viene in mente che oggi si debba cambiare metodo?

Non si può raccogliere consenso da una base sociale che in maggioranza non crede in quello che proponi.
E allora è inutile continuare a proporre liste elettorali che propongono cose “giuste” o temi “più che giusti” come ad esempio la difesa e l’attuazione della Costituzione, quando non c’è chi li recepisce.

Si sta praticamente mettendo il carro davanti ai buoi.
Le elezioni servono a raccogliere il consenso sui propri ideali, obiettivi, programmi.
Ma se il consenso non c’è, cosa si pensa di raccogliere?
Il consenso va prima creato per poter essere raccolto.
Se non si coltiva qualcosa su un campo incolto non si avrà mai un raccolto.

Da anni la base sociale è devastata e si è realizzata quella massificazione e omologazione verso il basso che Pasolini aveva profetizzato.
Oggi la base sociale non ha più una coscienza politica; la rabbia, la frustrazione, la disillusione, la disperazione non si traducono più in un progetto politico ma in un aggrapparsi a slogan violenti, razzisti che si propongono come salvifici.

E la risposta di chi dovrebbe portare avanti un vero cambiamento alternativo allo stato delle cose è invece sempre lo stesso.
Il carro davanti ai buoi, si diceva:
oggi il lavoro da fare è quello che molti propongono, inascoltati da anni: serve un lavoro lontano da elezioni, dall’agone politico fatto di liste, programmi, candidati, leader.
E invece si recita sempre il solito stantio rito e addirittura ci si lamenta di non avere avuto visibilità nei talk show o sui giornali, come se da lì e attraverso elezioni, con risultati già scontati, si potesse raccogliere consenso, magari in un solo mese di campagna elettorale oppure, ancora più utopicamente, con una progressiva scalata elettorale.

Occorre ripetere: il consenso non si raccoglie se non lo si costruisce; e lo si costruisce lavorando casa per casa, paese per paese, individuo per individuo.
Un lavoro di educazione politica, che riporti la gente a proporre, elaborare e  decidere, che non significa andare a votare, ma essere artefici di ciò che poi, in futuro, si andrà a votare.

Si è detto più volte: un progetto lungo e difficile ma l’unico possibile. Più tardi si comincerà e più tardi si compirà.
Abbiamo già perso cinque anni a lasciare inascoltate proposte di questo tipo e ancora si insiste su percorsi già falliti. E si continua a non capire che oggi la differenza non la fanno tanto gli obiettivi, quanto la linea strategica, il metodo, gli strumenti, il tipo di percorso.

Quo usque tandem?

Gian Luigi Ago
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Litanie assembleari

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Dal 1968 a oggi avrò partecipato a migliaia di assemblee e il rituale (perchè di questo si tratta) non cambia mai.
Si tratta di una sfilata di persone che danno sfoggio delle loro capacità oratorie e delle loro conoscenze su varie argomenti.
Ma il fatto è che parliamo di argomenti che tutti i partecipanti conoscono.

Così abbiamo “l’esperto” di economia che ci spiega per quaranta minuti che siamo schiavi delle banche e della grande finanza (come se non lo sapessimo..). Poi arriva “l’esperto” di lavoro e ci spiega, snocciolando cifre e percentuali, la precarietà del lavoro (come se non ce ne fossimo accorti..).
Arriva poi quello che sa tutto sul servizio sanitario e per circa una mezz’ora cerca di farci capire che la Sanità non funziona (ma va..?).
E così via su mille altri argomenti.

La conclusione è che le assemblee si tramutano in conferenze tematiche su cose che tutti conosciamo già e la parte che dovrebbe farci fare dei passi avanti, prendere delle decisioni, trarre delle conclusioni pratiche si riduce ai soliti cinque confusi momenti finali vissuti in maniera caotica tra gente che è già andata via per prendere il treno oppure continua stoicamente a far finta di seguire e interessarsi a cose che sono scontate e che se anche necessitassero di approfondimenti  avrebbero bisogno di sedi diverse.

Non ho mai assistito in vita mia a un’assembla in cui si inizia dicendo:
“Come stanno le cose lo sappiamo. Evitiamo lunghe e dettagliate analisi della situazione italiana, europea, mondiale e parliamo subito di cosa vogliamo fare concretamente per superare tutte le cose che non vanno”
Sarebbe già un passo avanti rispetto all’800, dove comunque erano senz’altro più operativi.

Ma queste messe laiche che sono diventate le assemblee continuano e sono visuute come il momento di più alta democrazia e decisionalità.
Eppure non è così: sappiamo che tra le varie forme democratiche l’assemblea è una delle meno democratiche, delle meno adatte a creare partecipazione e orizzontalità:
innanzitutto le assemblee si svolgono in date e ore precise e chi non può esserci, nè seguire lo streaming, è di fatto estromesso.
E’ indiscutibile che le assemblee sono quindi la palestra dei più attivi, di chi ha più tempo, degli estroversi, di chi ha più carisma e/o capacità oratorie, di chi fa parte di un’oligarchia riguardo a  temi complessi.

Sono di conseguenza il regno delle “deleghe”, del rinunciare a informarsi direttamente, a partecipare e a decidere; cose anche impossibili da fare in assemblee, quando siamo di fronte a centinaia o migliaia di persone interessate.
Le assembele regionali e territoriali non sono una soluzione a questo ma un ulteriore filtro che rimanda poi a deleghe, a coordinamenti o comitati esecutivi, organizzativi, se non addirittura decisionali.

Tutto questo non vuol dire che le assemblee vadano eliminate ma solo che non possono essere considerate il momento clou di progetti politici, ma una tappa tra tante che può costituire una fase, seppur molto parziale, di confronto e informazione.

Ma senz’altro la parte di proposte pratiche, discussioni, decisioni non può esaurirsi in una serie di noiose assemblee per quanto articolate in fasi territoriali.

Non possiamo restare all’Ottocento e al Novecento , a maggior ragione quando oggi abbiamo a disposizione strumenti che permettono di dar vita a proposte, discussioni, decisioni in grado di coinvolgere tutti indistintamente anche se ciascuno interviene in momenti e luoghi diversi.
L’Assemblea, una volta poteva essere l’unica soluzione: ma, anche se forse questo non conviene a chi vuole pilotare i processi politici, oggi è possibile superare i limiti insiti nella democrazia diretta e in quella rappresentativa.
A questo LINK ho cercato di spiegare come questo sia possibile.

Gian Luigi Ago

 

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I soliti errori (Costituzione, elezioni, liste, ecc.)

 

Diceva Piero Calamandrei che la Costituzione è la cosa più preziosa che abbiamo ma anche qualcosa che ha, attraverso un compromesso, smorzato il “pericolo” costituito da forze realmente rivoluzionarie.
In pratica si è indotta l’illusione che il cambiamento si possa costruire inevitabilmente solo attraverso i canali canonici di un sistema istituzionale che rivoluzionario non è, anzi…

La sopravvalutazione della fase elettorale, anche solo come tappa di un percorso più lungo, (che esiste anche tra forze che si definiscono alternative e rivoluzionarie) e il pensare che sia il Parlamento il luogo da cui si possa lavorare per convertire qualcuno a giuste rivendicazioni, sono concezioni che risentono di questa contraddizione e di fatto l’accettano.

L’errore non è, ovviamente nel testo della Costituzione, seppur ancora molto da aggiornare e migliorare, oltre che da attuare.
L’errore è nel modo in cui si pensa che vada attuata, difesa e aggiornata.
L’errore è nel guardare alla politica come qualcosa il cui ambito privilegiato sia  il livello istituzionale con la conseguente  ricerca di alleanze con altre forze di ceto politico esistenti, nel proporre percorsi, programmi, obiettivi di fatto già decisi da pochi e a cui si può solo aderire oppure andarsene.
Non si riesce a cogliere che la fase elettorale non è punto di partenza ma di arrivo, non è mezzo ma fine, non sono le fondamenta ma il tetto, non è la stagione della semina ma quella della raccolta.

Si ritorna inevitabilmente alla questione oggi centrale del “metodo”, questione oggi non affrontata realmente da nessuno.
Si continua infatti a operare attraverso assemblee territoriali, regionali, nazionali, con coordinamenti, segreterie, comitati e quant’altro che raccolgono, gestiscono e valutano le proposte di chi ha il tempo, la possibilità e gli strumenti per farle.

L’orizzontalità e la democraticità  di un progetto non si misurano tanto da quante persone si coinvolgono (utili più che altro per il consenso elettorale) ma soprattutto da quanto si mettano a disposizione metodi/strumenti che consentano a tutti, non solo di esprimere la propria opinione e votarne altre, ma anche di formulare proposte che abbiano lo stesso peso dei promotori di progetti che non possono essere blindati, se non da paletti valoriali.

Far partire dei progetti col nome “Lista” è già un limite perchè essi danno per scontato e inemendabile il fatto che quel percorso debba passare dalla fase elettorale; non si prende in considerazione il fatto che nella consultazione di tutti possa passare la proposta di non presentarsi alle elezioni.
E’ quindi di fatto una cosa già decisa da pochi e da prendere o lasciare.

Percorsi che ambiscano a creare qualcosa di più di un partito per mandare qualcuno in Parlamento, non può affermare che se a qualcuno questo progetto non piace è libero di andarsene.
Un progetto serio deve nascere dal coinvolgere e mettere in connessione i più vari strati della base sociale e, attraverso un lungo (e preliminare) confronto, arrivare a stabilire tattiche, strategie, obiettivi, strade per raggiungerli, senza dare nulla di precostituito, altrimenti sarà sempre l’espressione di pochi anche se si dice di accogliere tutti.
Ovviamente si parla di chi vuol creare un progetto che sia teso a creare una coscienza politica che porti alla partecipazione della base sociale per creare una forza capace un domani in una fase elettorale (in questo caso, appunto finale) di poter arrivare a governare il Paese con lo scopo di ribaltare il sistema capitalista vigente.
Se poi il fine ultimo è un altro, allora il discorso è diverso..

Gian Luigi Ago

 

 

 

 


Un anno fa proponemmo…

base sito

Un anno fa, più o meno in questi giorni, nel corso di un’assemblea politica nazionale svoltasi subito dopo il referendum del 4 dicembre, tra i tanti documenti/proposta presentati, ce n’era anche uno che avevo contribuito a redigere, insieme ad altri.
La proposta contenuta nel documento, partiva da un’analisi del mutato quadro politico per cui si sosteneva che:

“non è più credibile rieditare tentativi già falliti attraverso unioni della sinistra, coalizioni, federazioni o contenitori vari né tantomeno cercare l’affermazione di un singolo partito/movimento rispetto agli altri”

[da ora in poi i pezzi virgolettati in corsivo sono estratti testualmente da quel documento]

Si sosteneva quindi che:

“non si può più guardare unicamente al tradizionale recinto politico e mediatico che ormai non ha più alcun punto di riferimento con la realtà sociale essendosi trasformato in un ceto e in un ambito autoreferenziale, destinato all’inefficienza e alla naturale scomparsa”

Queste premesse erano seguite anche da un’analisi dettagliata sulla situazione economico-sociale ed evidenziava la necessità fondamentale di porsi l’obiettivo prioritario di una “riconversione ecologica dell’economia”

Le conclusioni erano molto semplici e si concentravano su pochi essenziali punti:

incamminarsi, insieme a molti altri soggetti individuali e collettivi, in un percorso orizzontale, democratico, innovativo sia nelle metodologie che negli strumenti, il più inclusivo possibile”;

“catalizzare i vari processi sociali già in atto, facilitare la interconnessione e confluenza in un medesimo percorso di quanti si sono allontanati dalla partecipazione alla vita politica”;

“evitare una volta per tutte di ripetere l’esausto schema di unire la sinistra per puntare a impossibili vittorie tramite graduali scalate elettorali”;

“riportarci alla politica attiva e soprattutto incisiva, “tra” e “con” la gente, aprendoci a tutte le possibilità di un confronto con la base sociale e impegnandoci in un lavoro di costruzione comune”;

“realizzare una vera democrazia orizzontale che permetta una partecipazione realmente attiva di tutti e ciascuno degli aderenti, aprendo alla partecipazione democratica di TUTTI gli aderenti a livello di proposte, di discussione e di voto. Tutte le proposte, le discussioni e le decisioni, non siano  prerogativa di pochi ma a disposizione di tutti gli aderenti”.

Riassumendo si proponeva di darsi una democrazia interna il più ampia possibile, mantenendo strutture di coordinamento ma rendendo TUTTI attori in TUTTE le proposte, discussioni e decisioni.

Inoltre si proponeva di ignorare il campo della solita Sinistra radicale e di rivolgersi invece ai tanti delusi dalla politica, anche dalle politiche della Sinistra più radicale, per coinvolgerli in maniera attiva in un percorso di costruzione di un’alternativa a livello di individui e non di partiti.

Si proponeva infine di lanciare questo nuovo processo in una grande Assemblea in cui i promotori fungessero  solo da facilitatori di questo percorso da fare insieme a quanti decidessero di farne parte.

Una proposta simile era già stata presentata in un’omologa assemblea nel 2015, e nel documento del 2016 se ne faceva cenno scrivendo che:

“Essa fu bocciata principalmente con l’accusa della troppa rigidità della linea politica suggerita, la quale secondo queste obiezioni, avrebbe impedito libertà di movimento nelle situazioni che si sarebbero via via venute a creare.
La strada che noi indichiamo è invece esattamente il contrario di una linea politica rigida.
Cosa c’è di meno rigido infatti di confrontarsi con altri senza nulla di stabilito a priori, se non dei valori e degli obiettivi di riferimento?
Cosa c’è di meno rigido dello sperimentare e costruire insieme nuove forme della politica?
Cosa c’è di meno rigido del creare un percorso che sia un laboratorio in cui ognuno può portare idee, proposte, valori aggiunti?”

Bene: il documento presentato l’anno scorso (dicembre 2016), che fu anche illustrato con diversi interventi di approfondimento, fu anch’esso tacciato di essere una lunga marcia nel deserto e non solo ricevette pochi voti a favore, ma fu l’unico dei molti presentati a ricevere molti voti contrari.

Si scelse una strada diversa, legata a vecchi costituzionalisti, che dopo circa nove mesi estromisero autoritariamente quanti speravano in un’improbabile, se non impossibile apertura a nuovi metodi del fare politica e a obiettivi realmente alternativi. Esito ben prevedibile e da molti anche espressamente paventato.

Ma perché tutte queste rimembranze?
Per sottolineare che spesso in politica manca la lungimiranza e ci si muove dall’estremo di una eccessiva prudenza a quello di avventuristiche iniziative.
I veri percorsi di alternativa si costruiscono necessariamente, e purtroppo, nel tempo e con fatica. Da molte parti, da molti movimenti e in molte occasioni negli ultimi tre/quattro anni si è insistito sull’intraprendere questa strada.
Se si fosse iniziato allora, forse oggi si sarebbe già costruito qualcosa di solido e importante.

Ora molti dicono le stesse cose di cui ho scritto sopra e molti cercano di praticarle; ma – a parte il fatto che, oltre alla lungimiranza, un’altra qualità del fare politica è la tempestività – esse non potranno mai avere un esito positivo se preliminarmente non si sono stabiliti metodi e strumenti innovativi che ne permettano l’attuazione (e questo anche all’interno dei movimenti che le propongono) e poi se  le decisioni non sono TOTALMENTE prese da tutti e non calate dall’alto di un pacchetto che è di fatto confezionato da pochi, già precostituito attraverso un programma, che potrebbe anche essere seriamente emendabile, e anche rivoluzionabile, solo se ciò avvenisse attraverso i METODI e gli STRUMENTI di cui sopra e non solo con la solita serie di assemblee territoriali.

Non basta avere obiettivi giusti, alternativi e rivoluzionari se essi non camminano su binari che non siano viziati nemmeno da pur insignificanti difetti di verticismo che li fanno percepire, a torto o a ragione, come  qualcosa di troppo simile a tanti altri calati dall’alto e solo a scopi elettoralistici.
Oggi l’unica vera alternativa può nascere da una rigorosa fedeltà ai soli metodi e prassi che possono creare una VERA partecipazione attiva, democratica, orizzontale e inclusiva, a prova di qualsiasi obiezione.

In ogni caso auguri a chi ci prova, sperando sempre di sbagliarmi, nonostante tutto.

 P.S.
Teorema: la credibilità di un appello politico è inversamente proporzionale alla vicinanza alle elezioni.


Gian Luigi Ago

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Priorità (coazione a ripetere)

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Insisto sempre sugli stessi concetti ma non è colpa mia se la realtà si ripete ogni giorno sempre uguale come in un eterno “giorno della marmotta”

Tutti oggi parlano di priorità.
Per molti, ad esempio è la legge elettorale.
Eppure è inevitabile che la faranno comunque i soliti noti e a loro precisa misura.
Raccolta di firme, petizioni o suppliche alle Istituzioni saranno cestinate senza nemmeno essere guardate, stiamone certi.

Altro esempio: tutti parlano di “ceto politico” però ogni iniziativa giusta si va a praticarla proprio insieme a quel ceto o comunque a chi come quel ceto ragiona;
e poi si grida allo scandalo e al fascismo se si prendono delle sportellate in faccia.

Nonostante tutto ciò, si continua a dedicarsi prevalentemente a battaglie, certo giuste, giustissime ma con un unico difetto: sono già perse in partenza perché non ci sono, anzi non ci si è mai preoccupati di costruire, le condizioni per poterle vincere.

E tra l’altro queste battaglie si scelgono seguendo l’agenda dettata dallo stesso ceto politico che si vuole combattere.

In parte questo approccio è dovuto all’abitudine a un’eterna opposizione e si pensa sempre alla pars destruens come se non dovesse discendere, o quantomeno andare di pari passo, da quella construens.
Non ci si rende conto che in questo modo il tempo passa e si fa il gioco del Potere che è ben felice che mai si metta mano a una costruzione che nasca soprattutto su una nuova presa di coscienza basata su un lavoro sociale, antropologico, culturale che torni a portare alla partecipazione attiva alla vita politica; lavoro che probabilmente non sarà certo breve nè tarato sempre e solo sulle prossime tornate elettorali.

Bisogna riportare i delusi alla vita politica attiva, si dice.
Giustissimo ma non si capisce che pensare che questo possa succedere solo presentando loro un obiettivo giusto e per di più modulato, come si diceva prima, su esigenze dettate da agende di quel ceto politico che ha creato quelle delusioni, apparirà ai delusi sempre come un qualcosa di interno a quello stesso mondo politico da cui si rifugge.

In questo senso la grande vittoria del referendum del 4 dicembre 2016 ha avuto anche un rovescio della medaglia che si è concretizzato in molti nell’equivoco di un popolo pronto a rispondere a qualsiasi proposta giusta.
Quel NO aveva invece dietro molti aspetti che lo hanno determinato.
E lo scrissi ampiamente QUI.

Il lavoro da fare, come si diceva sopra, è un lavoro di costruzione di un’attenzione alla politica vera, politica che non può essere quella dei balletti rappresentati nel solito teatrino politico; e nemmeno quella di obiettivi sempre modulati in riferimento ad esso.
Servirebbe una disintossicazione che portasse la gente a guardare quello che succede nell’attuale scenario politico per quello che è: un gioco di potere  e riposizionamento tra parti maggioritarie e minoritarie del ceto politico.
E come tale a non dargli più una soverchia importanza.

Bisogna ripartire dal più lontano possibile da quei luoghi, bisogna tornare nei territori,  a partire da quelli più piccoli, dalle esigenze più basilari, più contingenti, non dai grandi temi come la Costituzione o la Legge elettorale.
A questi ci si dovrà arrivare ma attraverso un’opera che porti i cittadini (e anche i non-cittadini) a farsi carico in primis  delle soluzioni dei loro problemi urgenti, del saperli connettere con quelli degli altri, nel riuscire man mano a farsi forza popolare cosciente e capace di auto-rappresentarsi con metodi inediti, tralasciando i balletti politici di cui sopra che tanto non cambieranno nulla, se non qualche virgola (e la storia degli ultimi decenni ce lo insegna). Serve una lenta costruzione di un sentire comune e partecipato.

Non è facile, ma il resto è perdita di tempo.

Gian Luigi Ago


“Attuazione della Costituzione” (Come Volevasi Dimostrare)

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C.V.D.
Non voglio dire “io lo avevo detto” e infatti per correttezza non lo dirò…
Ma già nove mesi fa collaborando a un documento, e in seguito con una mia nota (QUI) ammonivo sulla scelta sbagliata di individuare la possibilità di compattare la base sociale in un percorso di alternativa, basandolo sulla Attuazione della Costituzione.
Questo principalmente perché un simile tentativo, seppur giusto come obiettivo monotematico (anche se meta-condizione per tutti gli altri) andava incontro a ostacoli prevedibili e paventati da molti.
Molti che però rimasero inascoltati.

L’eterogeneità di quanti già si erano fatti promotori di questa iniziativa, soprattutto a livello di metodologie, lasciava presagire chiaramente che alla fine si sarebbero manifestate le solite dinamiche verticistiche.
Coloro i quali con poca lungimiranza si erano illusi di trasformare questa iniziativa in qualcosa di orizzontale si sono trovati a scontrarsi con un atteggiamento, anche questo prevedibile e previsto, che ha visto alcuni dei promotori ergersi a “dominus” del progetto; al momento della votazione, a quanti hanno espresso un parere diverso è stato detto da costoro, senza mezzi termini, che astenendosi o votando contro quanto previsto dall’Atto Costitutivo e dallo Statuto, la loro legittima opinione era di fatto un estromettersi da soli dal percorso.
Un atto autoritario raramente visto negli ultimi anni.

Ma forse la responsabilità maggiore è di coloro che hanno perso un anno per seguire un percorso che era chiaramente non idoneo a un processo per ricompattare  quanti si sono stancati di questa politica rifugiandosi nell’astensione o, peggio, nel più becero populismo.
E i motivi che hanno portato a questo finale annunciato non si esauriscono solo in quelli già detti qui ma vengono da lontano e da una visione obsoleta della politica.
QUI  e QUI già provai a evidenziarli. 

Progetti  alternativi che partissero realmente dalla base, e non dall’alto di illustri personalità, ce n’erano ed erano stati anche avanzati in modo preciso e articolato.
Fin dal gennaio 2015 alcuni si sono spesi su queste proposte esortando a intraprendere con urgenza percorsi inediti e innovativi.

Come ho scritto più volte, solo la lungimiranza politica e l’uso di metodi realmente inediti che si muovano lontano dagli usurati ambiti dei soliti noti e si confrontino con “gli ultimi”, in un percorso ascendente, sono la condizione sine qua non per un vero percorso popolare di alternativa.

Intanto però abbiamo perso quasi altri  tre anni (l’ultimo proprio in questo progetto di Attuazione della Costituzione) e ancora non si è imboccata la strada giusta (come se non ne avessimo persi già abbastanza).

Gian Luigi Ago


I due dioscuri scrivono a Pisapia

Presentazione1

Anna Falcone e Tommaso Montanari scrivono a Pisapia una lettera (link a piè di pagina) . E già qui c’è da rimanere un po’ perplessi in quanto la cosa ricorda tanto Sel quando pensava di  cambiare il PD. Ma siccome oggi siamo più a sinistra, è la Sinistra doc che scrive alla “Sinistra che vuole dialogare con il Pd”.

Ma torniamo alla lettera.  Vi si scrive del loro progetto che si baserebbe, a loro dire, non su formule ma sulla sostanza.
E a riprova di questo vengono sciorinati tutta una serie di obiettivi che di fatto possano annullare tutte le ignominie compiute dagli sciagurati governi negli ultimi anni.
Tutte cose che sottoscriverei subito, obiettivi da standing ovation. 

Se non fosse che… poi appare tra le righe una palese smentita nel momento in cui si cita una frase apprezzandola e commentando che quella sarebbe una bella sinistra:
“Occorre un nuovo soggetto politico che sappia offrire...”
Bastano queste otto parole a dare la misura di come ci si trovi in realtà di fronte alla solita formula che abbiamo più volte vista e più volte vista fallire.

Occorre: la necessità di cosa oggi serva viene stabilita dai soliti pochi, in primis dai due promotori e poi, a seguire, dai vari leader dei frastagliati partiti;
Un nuovo soggetto politico: ecco la grande novità. Sono sobbalzato dalla sedia nel leggere questo, tanto il proposito mi è suonato inaudito e rivoluzionario…;
Che sappia offrire: siamo al solito iato tra un ceto/soggetto politico che dall’alto della sua sapienza/professionalità deve sapere offrire  al popolo votante un progetto già scritto (da loro) già contingentato (da loro) negli obiettivi individuati (da loro) e attraverso una unità della sinistra contrattata da loro..(anche qui ho avuto un sobbalzo a pensare come mai questa idea non sia stata pensata e provata mai prima nei secoli…).

E tutto questo non sarebbe una formula?  Anzi la solita formula?
Con gli stessi obiettivi giustissimi da sottoscrivere a occhi chiusi (come erano quelli di Rivoluzione Civile e dell’Altra Europa) ?

Dov’è la novità rispetto al passato? I nomi degli intellettuali che la propongono?
Il fatto che “questa volta si fa sul serio” come già detto tutte le altre volte?
La sostanza (gli obiettivi giusti di cui sopra) non può camminare sulle gambe di formule usurate e come sempre verticistiche.
E il tempo farà sì che ce ne renderemo purtroppo conto.

Perché non ho fiducia in questo progetto?
Perché è evidente che presenta tutte (e dico tutte) le caratteristiche di quelli passati, perché non affronta la mutata realtà sociale, perché interpreta la voglia di partecipazione attiva come una richiesta di un ennesimo soggetto politico (coalizione) da votare, cosa che è poi stata sempre la causa di nuove disillusioni e successive astensioni dal voto e dalla politica attiva nel momento dell’inevitabile fallimento.
Sì, forse si arriverà a una minima percentuale che manderà qualcuno in Parlamento. Ma non è già successo anche questo? E’ davvero così che si pensa che la gente possa tornare a partecipare alla vita politica attiva?
Perché poi sono sempre le “prossime elezioni” e il relativo  voto quello a cui si pensa e mai a un processo che crei una vera coscienza di alternativa e auto-organizzazione dalla base.

In molti abbiamo già detto e scritto più volte che oggi è preliminare cambiare METODO, mettere i singoli individui nella posizione di proporre, elaborare, decidere obiettivi e percorsi, partendo dalla base in modo orizzontale e paritario con chiunque altro; non certo offrendo ad essa delle soluzioni pre-confezionate e coinvolgendola solo a posteriori in progetti, alleanze e obiettivi scritti da altri.

E invece siamo qui ad assistere ai soliti contatti tra ceti politici, le solite alchimie ed equilibrismi, appelli e scambi di lettere.
E’ la base sociale che sta facendo tutto questo? E’ la base sociale che sente questa necessità o sono invece i soliti noti che dicono alla base sociale cosa “deve volere“, di cosa “deve avere bisogno” e poi, in ultima analisi, “chi dovrà votare” ?

Non parlo di malafede, di interessi di mantenimento o acquisizione di posizioni, di bisogno di sopravvivenza come ceti e apparati politici, cose che pur ci sono..

Ma se si è in buonafede è ancora peggio…. perché è la dimostrazione che siamo molto indietro, che ancora non si è realmente capito che la strada da percorrere oggi è quella della ricomposizione della base sociale dal suo interno, non intorno al solito progetto e ceto politico, che bisogna riportare la gente a una partecipazione/decisione politica (non solo al voto).

Ma tutto questo senz’altro non fa comodo alle ambizioni di alcuni.
Diventare individui tra gli individui in modo paritario non è una cosa che è mai piaciuta tanto a chi fa politica.
Auguri a chi crederà ancora a questo progetto/fotocopia.

Gian Luigi Ago

https://left.it/2017/07/01/lettera-aperta-a-giuliano-pisapia/


Attuazione della Costituzione e coalizioni elettorali: equivoci e certezze

Presentazione1

Cosa è rimasto a ormai sette mesi dalla vittoria referendaria del NO?
Sono rimasti sostanzialmente molti equivoci ed almeno una certezza.

L’equivoco principale è stato quello di pensare che la vittoria del NO rappresentasse, per tutti coloro che lo avevano votato, un fermo proposito di difendere la Costituzione.
In realtà questo nobile proposito apparteneva a una ristretta percentuale dei votanti e più precisamente alla parte più politicizzata, più attenta da sempre alla necessità di ridare il giusto valore alla nostra Carta, nata dalla Resistenza.

Si è sottovalutato il fatto che gran parte di quel 60% rappresentasse una grande fetta della destra, anche la più becera, e che ad essa si fossero aggiunti quanti volevano solamente la caduta di Renzi (spesso solo per mire di affermazione della propria parte politica);
si è sottovalutato anche che molti avessero votato NO solo opponendosi a delle singole scelte del Governo (job’s act, buona scuola, sanità, ecc.).

Certo, quei temi sono strettamente legati alla difesa dei diritti sanciti dalla Costituzione ma il fatto di sottovalutare che molti non ne cogliessero il nesso profondo con essa, ha fatto sì che si pensasse di avere a disposizione un 60% di italiani pronti a battersi in piazza per attuare e difendere la Costituzione.
La realtà era molto diversa e il non aver colto subito il vero senso di quel voto ha portato a delle scelte di percorso che non hanno prodotto, nè produrranno, quanto si era sperato.

Dimenticando spesso la necessità di proporre anche modifiche alla Costituzione, in senso migliorativo e quindi opposto a quello della proposta renziana, si è pensato quindi che il tema della sua semplice attuazione e difesa potesse essere quello che avrebbe coagulato le masse intorno a questa battaglia; battaglia che in realtà è rimasta ad appannaggio di pochi, spesso già politicizzati, costituzionalisti, esperti e conferenzieri del settore ma con un seguito esiguo rispetto a quel 60%.
Si è pensato che i vari Comitati e Coordinamenti Costituzionali potessero essere il veicolo capace di far crescere un progetto di alternativa che nascesse dalla base sociale (o per alcuni soltanto la coinvolgesse).

E’ stato un errore che alcuni avevano paventato, avvertendo che si sarebbe perso altro tempo addentrandosi in un vicolo cieco e non adeguato a creare un vero cambiamento, ma che è rimasto un allarme inascoltato nell’euforia della vittoria e di possibili ritorni elettorali.
Questi tentativi, infatti, come era più che prevedibile non sono decollati come si sperava e ancora devono giungere a una formalizzazione che probabilmente si attuerà solo in vicinanza del primo anniversario di quel referendum (molto tardi per la “memoria” degli italiani) attraverso coordinamenti o direttivi che coinvolgeranno in minima parte la base e che, partendo sostanzialmente da illustri personaggi, resteranno di vertice e frequentati da esperti o persone già attive politicamente.

Il grande movimento popolare di alternativa non nascerà certo da qualcosa di senz’altro giusto come la battaglia costituzionale, ma che, presentata in modo “deduttivo”, verrà concepita sempre come qualcosa di astrattamente “giuridico”.
Questo grande movimento non nascerà nemmeno riproponendo le solite alchimie di coalizioni elettorali, nell’ennesimo tentativo di unire una Sinistra ormai incapace di fare qualcosa che non sia la sterile ripetizione di falliti esperimenti passati e basati sempre su un equilibrio tarato sulle consistenze e percentuali delle forze politiche esistenti. Alchimie che, nella lentezza dell’ugualmente inefficace richiamo al percorso di “attuazione costituzionale”,  ne sono diventate di fatto concorrenti nel loro richiamo a coinvolgere le “masse”.

All’inizio si è parlato di “equivoci” e “certezze”.
Ecco: l’unica certezza uscita maggioritaria da quel referendum è stata la semplice voglia di partecipazione attiva, la voglia di poter incidere direttamente sulle scelte di indirizzo della nostra politica, al di là dei contenuti. Potremmo dire che questa volta la svista è stata quella di guardare la Luna e non invece il proverbiale dito.
E questa partecipazione non nascerà certo dallo stringersi intorno a Comitati o Coordinamenti Costituzionali, utili e importanti per quella specifica tematica (purtroppo percepita ancora in modo troppo astratto se non quando addirittura di retroguardia), ma che non sono in grado di essere facilitatori di un ricompattamento della base sociale.
E nemmeno servirà coinvolgere la base sociale (spesso solo come insieme di elettori con matita copiativa in mano) nelle solite coalizioni di partiti, movimenti, leader, apparati, ecc.

Si parlava prima di metodo “deduttivo”.
Ecco: il metodo giusto sarebbe (restando dentro questa metafora) un metodo “induttivo”, che partisse cioè dai problemi che la base sociale vive sulla propria pelle, individuando solo dopo come i principi costituzionali che ci stanno dietro siano garanzia di soluzione e come invece l’inosservanza degli stessi e il non integrarli con articoli che diano più potere ai cittadini, abbia creato le varie situazioni di degrado, disagio, ingiustizia.

Più di due anni fa in QUESTA NOTA citavo Heidegger quando sosteneva che “qualsiasi salvezza che non provenga da dove ha luogo il pericolo, è ancora sventura“.
Credo che il problema sia rimasto quello e che si siano persi altri due anni (da aggiungersi ai precedenti).
Le soluzioni devono tener conto di quella voglia di partecipazione attiva che è la vera certezza uscita dal referendum del 4 dicembre.

L’unica soluzione ragionevole non può quindi che essere quella di partire dal “pericolo heideggeriano”, dai territori e dalla base sociale; non per coinvolgerla, spesso solo come “forza numerica”, a progetti “costituzionali” o “elettorali”; non per proporle programmi e obiettivi già “masticati” da altri.
Ma piuttosto per ascoltarla e farla parlare, al di fuori delle cabine elettorali, offrendo ad essa la possibilità di proporre soluzioni e percorsi che nascano da confronti e decisioni attuate con metodi (e strumenti che li supportino) realmente democratici, orizzontali, partecipati e trasparenti; dando ad essa la possibilità di tornare a far politica con la coscienza di poter incidere direttamente sulle scelte politiche e di auto-organizzarsi, al di fuori del già esistente od offerto dall’alto, per potere arrivare ad auto-rappresentarsi attraverso un percorso di creazione di una vera alternativa popolare di base.

Purtroppo dalle ultime elezioni politiche abbiamo perso quasi cinque anni in cui nulla è cambiato e molto è peggiorato. Il trastullarsi in operazioni sempre identiche e fallimentari sta dando spazio alla destra e alla ferocia del capitalismo.

Quo usque tandem continueremo a ignorare la necessità di una vera rivoluzione copernicana delle prassi politiche?
Quanti anni ancora dovremo perdere, quando oggi potevamo già essere a metà del guado che divide il passato dal futuro?

Gian Luigi Ago


Desolanti ballottaggi (e oltre)

ballottaggi

E mi diverto, amaramente… a leggere centinaia di commenti di persone che oggi si scannano su chi votare ai ballottaggi di elezioni che sostanzialmente non sposteranno di una virgola i problemi dei Comuni, della gestione democratica degli stessi, degli interessi che ci girano intorno, salvo forse un’aiuola più o meno fiorita di prima.

Chi voterà la destra per fermare il Pd, chi voterà il Pd per fermare la destra, chi voterà chiunque per fermare i grillini.
Una desolante corsa al “meno peggio” che svilisce la democrazia più con quelle croci tracciate a matita copiativa che con l’astensione.
Stesso teatrino provinciale (comunale…) a cui assistiamo da quarant’anni senza che ci sia stata alcuna rivoluzione e senza che nessuno abbia mai rivoluzionato le città.

E questo perché votiamo sempre altri, votiamo dei nostri rappresentanti anziché farci auto-rappresentanti.
Anche le lodevoli esperienze di liste civiche vengono poi risucchiate dallo stesso meccanismo e diventano di fatto altri partiti che  seguono le stesse macchinose e politiciste  logiche degli altri partiti, molto più evidenti in sede di ballottaggi.

Se la stessa vis polemico-politica, lo stesso tempo, lo stesso denaro, la stessa determinazione fossero stati distolti negli ultimi decenni da campagne elettorali inutili (visto che nulla hanno mai sortito nonostante splendidi programmi e obiettivi) e fossero stati dedicati invece alla costruzione di una forza popolare di base, cosa diversa da un partito ma anche da una lista civica (che altro non è che l’ossimoro di un partito senza partiti), forza popolare nata davvero in modo orizzontale e partecipato, tralasciando elezioni “intermedie” (che ormai sappiamo essere inutili e non in grado di essere vinte), se tutto questo si fosse cominciato a fare, appunto, almeno vent’anni fa oggi forse  questa forza esisterebbe e  sarebbe in grado finalmente di presentarsi ad elezioni per vincerle e non solo per fare testimonianza.

Capisco, certo, che fino a qualche anno fa eravamo nel Novecento e che tutti noi concepivamo la politica solo in questo modo (partiti, candidati, elezioni, rappresentanti da una parte e votanti dall’altra).
Ma oggi tutto ciò non è più giustificabile.
Oggi la realtà sociale è totalmente cambiata e chi riuscisse ad analizzarla, non dico marxianamente, come riterrei adeguato, ma anche solo con buonsenso, dovrebbe capire che non si può continuare a concepire la politica come il ripetersi di meccanismi ormai obsoleti che si seguono col paraocchi, in un loop da “giorno della marmotta” che ci ripropone ogni bene(male)detto anno sempre le stesse cose.
E’ ora che la sveglia suoni e che il giorno della marmotta abbia termine.

Oggi chi, per interessi di bottega o solo perché l’abitudine e la routine politica è difficile da scrollarsi di dosso, non capisce che la realtà è cambiata e che richiede nuove strategie, è condannato a rivivere per un altro ventennio le solite facciate contro il muro.

Oggi serve ripartire dalla base sociale, che non significa coinvolgerla ma che sia essa stessa a farsi attrice, a rompere il muro che divide ceto politico da una parte e bacino elettorale dall’altra.

Oggi bisogna partire dalle persone e dalle loro proposte (non da programmi scritti da altri a cui aderire) , dalle loro decisioni prese in modo paritario.
Non “una testa, un voto” (che è ancora verticismo) ma “una persona, un’idea, un voto”.

Molti lanciano, a livello nazionale, appelli in tal senso ma si scontreranno con i soliti problemi che già abbiamo riscontrato con Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa, solo per citare le più recenti esperienze

Perché succede questo?

Perché manca la consapevolezza (o la volontà) di capire  che qualsiasi proposta e progetto, per quanto giusta nei propri contenuti, deve prioritariamente far i conti col METODO, con la forma organizzativa.

Non si è ancora compresa la necessità di utilizzo di adeguati strumenti informatici, con al centro le piattaforme decisionali, cosa che non deriva da una “fissazione tecnologica” ma dalla consapevolezza che ciò è indispensabile se davvero si vogliono evitare le dinamiche del passato (vedi, per ultime, la corsa degli auto-nominati tanto in Altra Europa quanto nel Coordinamento per Democrazia Costituzionale) e dare il via a un progetto effettivamente democratico.

Serve “democrazia interna” a questi progetti, il reale superamento della delega e della rappresentanza a favore di forme di auto-rappresentanza, e degli strumenti necessari ad attuarla.

Senza questo anche i progetti più nobili e giusti naufragheranno inevitabilmente come i precedenti.

Gian Luigi Ago