Archivi categoria: Filosofia

Attuazione della Costituzione e coalizioni elettorali: equivoci e certezze

Presentazione1

Cosa è rimasto a ormai sette mesi dalla vittoria referendaria del NO?
Sono rimasti sostanzialmente molti equivoci ed almeno una certezza.

L’equivoco principale è stato quello di pensare che la vittoria del NO rappresentasse, per tutti coloro che lo avevano votato, un fermo proposito di difendere la Costituzione.
In realtà questo nobile proposito apparteneva a una ristretta percentuale dei votanti e più precisamente alla parte più politicizzata, più attenta da sempre alla necessità di ridare il giusto valore alla nostra Carta, nata dalla Resistenza.

Si è sottovalutato il fatto che gran parte di quel 60% rappresentasse una grande fetta della destra, anche la più becera, e che ad essa si fossero aggiunti quanti volevano solamente la caduta di Renzi (spesso solo per mire di affermazione della propria parte politica);
si è sottovalutato anche che molti avessero votato NO solo opponendosi a delle singole scelte del Governo (job’s act, buona scuola, sanità, ecc.).

Certo, quei temi sono strettamente legati alla difesa dei diritti sanciti dalla Costituzione ma il fatto di sottovalutare che molti non ne cogliessero il nesso profondo con essa, ha fatto sì che si pensasse di avere a disposizione un 60% di italiani pronti a battersi in piazza per attuare e difendere la Costituzione.
La realtà era molto diversa e il non aver colto subito il vero senso di quel voto ha portato a delle scelte di percorso che non hanno prodotto, nè produrranno, quanto si era sperato.

Dimenticando spesso la necessità di proporre anche modifiche alla Costituzione, in senso migliorativo e quindi opposto a quello della proposta renziana, si è pensato quindi che il tema della sua semplice attuazione e difesa potesse essere quello che avrebbe coagulato le masse intorno a questa battaglia; battaglia che in realtà è rimasta ad appannaggio di pochi, spesso già politicizzati, costituzionalisti, esperti e conferenzieri del settore ma con un seguito esiguo rispetto a quel 60%.
Si è pensato che i vari Comitati e Coordinamenti Costituzionali potessero essere il veicolo capace di far crescere un progetto di alternativa che nascesse dalla base sociale (o per alcuni soltanto la coinvolgesse).

E’ stato un errore che alcuni avevano paventato, avvertendo che si sarebbe perso altro tempo addentrandosi in un vicolo cieco e non adeguato a creare un vero cambiamento, ma che è rimasto un allarme inascoltato nell’euforia della vittoria e di possibili ritorni elettorali.
Questi tentativi, infatti, come era più che prevedibile non sono decollati come si sperava e ancora devono giungere a una formalizzazione che probabilmente si attuerà solo in vicinanza del primo anniversario di quel referendum (molto tardi per la “memoria” degli italiani) attraverso coordinamenti o direttivi che coinvolgeranno in minima parte la base e che, partendo sostanzialmente da illustri personaggi, resteranno di vertice e frequentati da esperti o persone già attive politicamente.

Il grande movimento popolare di alternativa non nascerà certo da qualcosa di senz’altro giusto come la battaglia costituzionale, ma che, presentata in modo “deduttivo”, verrà concepita sempre come qualcosa di astrattamente “giuridico”.
Questo grande movimento non nascerà nemmeno riproponendo le solite alchimie di coalizioni elettorali, nell’ennesimo tentativo di unire una Sinistra ormai incapace di fare qualcosa che non sia la sterile ripetizione di falliti esperimenti passati e basati sempre su un equilibrio tarato sulle consistenze e percentuali delle forze politiche esistenti. Alchimie che, nella lentezza dell’ugualmente inefficace richiamo al percorso di “attuazione costituzionale”,  ne sono diventate di fatto concorrenti nel loro richiamo a coinvolgere le “masse”.

All’inizio si è parlato di “equivoci” e “certezze”.
Ecco: l’unica certezza uscita maggioritaria da quel referendum è stata la semplice voglia di partecipazione attiva, la voglia di poter incidere direttamente sulle scelte di indirizzo della nostra politica, al di là dei contenuti. Potremmo dire che questa volta la svista è stata quella di guardare la Luna e non invece il proverbiale dito.
E questa partecipazione non nascerà certo dallo stringersi intorno a Comitati o Coordinamenti Costituzionali, utili e importanti per quella specifica tematica (purtroppo percepita ancora in modo troppo astratto se non quando addirittura di retroguardia), ma che non sono in grado di essere facilitatori di un ricompattamento della base sociale.
E nemmeno servirà coinvolgere la base sociale (spesso solo come insieme di elettori con matita copiativa in mano) nelle solite coalizioni di partiti, movimenti, leader, apparati, ecc.

Si parlava prima di metodo “deduttivo”.
Ecco: il metodo giusto sarebbe (restando dentro questa metafora) un metodo “induttivo”, che partisse cioè dai problemi che la base sociale vive sulla propria pelle, individuando solo dopo come i principi costituzionali che ci stanno dietro siano garanzia di soluzione e come invece l’inosservanza degli stessi e il non integrarli con articoli che diano più potere ai cittadini, abbia creato le varie situazioni di degrado, disagio, ingiustizia.

Più di due anni fa in QUESTA NOTA citavo Heidegger quando sosteneva che “qualsiasi salvezza che non provenga da dove ha luogo il pericolo, è ancora sventura“.
Credo che il problema sia rimasto quello e che si siano persi altri due anni (da aggiungersi ai precedenti).
Le soluzioni devono tener conto di quella voglia di partecipazione attiva che è la vera certezza uscita dal referendum del 4 dicembre.

L’unica soluzione ragionevole non può quindi che essere quella di partire dal “pericolo heideggeriano”, dai territori e dalla base sociale; non per coinvolgerla, spesso solo come “forza numerica”, a progetti “costituzionali” o “elettorali”; non per proporle programmi e obiettivi già “masticati” da altri.
Ma piuttosto per ascoltarla e farla parlare, al di fuori delle cabine elettorali, offrendo ad essa la possibilità di proporre soluzioni e percorsi che nascano da confronti e decisioni attuate con metodi (e strumenti che li supportino) realmente democratici, orizzontali, partecipati e trasparenti; dando ad essa la possibilità di tornare a far politica con la coscienza di poter incidere direttamente sulle scelte politiche e di auto-organizzarsi, al di fuori del già esistente od offerto dall’alto, per potere arrivare ad auto-rappresentarsi attraverso un percorso di creazione di una vera alternativa popolare di base.

Purtroppo dalle ultime elezioni politiche abbiamo perso quasi cinque anni in cui nulla è cambiato e molto è peggiorato. Il trastullarsi in operazioni sempre identiche e fallimentari sta dando spazio alla destra e alla ferocia del capitalismo.

Quo usque tandem continueremo a ignorare la necessità di una vera rivoluzione copernicana delle prassi politiche?
Quanti anni ancora dovremo perdere, quando oggi potevamo già essere a metà del guado che divide il passato dal futuro?

Gian Luigi Ago


Attendere il mattino come una talpa? (A proposito dell’articolo di Bifo)

30intervento-grande-parade-sur-fond-rouge
In questi giorni molto si parla di quest’articolo di Franco Bifo Berardi sul Manifesto che sta creando già dibattito per la sua assoluta mancanza di speranza, ve lo propongo per una riflessione politica. In calce all’articolo le mie osservazioni

Scomode verità che non vogliamo vedere

C’è vita a sinistra. Per il 5 o anche il 10% forse c’è vita. Per una svolta sociale e politica del mondo non c’è e non ci sarà nel tempo prevedibile. Per uscire dall’inferno dobbiamo abbandonare la superstizione che si chiama crescita e quella del lavoro salariato

Per­ché que­sta è la verità: non c’è vita, se mai c’è soprav­vi­venza eroica ma sten­tata di un vasto numero di asso­cia­zioni e orga­ni­smi di base che cer­cano di garan­tire la tenuta di alcuni livelli minimi(ssimi) di solidarietà.

Se comin­cias­simo col dirci la verità che dal tronco della sini­stra del Nove­cento non sboc­cerà più alcun fiore, forse allora riu­sci­remmo a vedere la realtà pre­sente in maniera più rea­li­stica e forse anche a imma­gi­nare una via d’uscita per il pros­simo futuro.

Se sini­stra vuol dire una for­ma­zione capace di rag­giun­gere il 5% o forse anche il 10% allora sì, forse può esserci vita a suf­fi­cienza. Gra­zie alla demo­gra­fia, gra­zie all’ampiezza dei ran­ghi degli ultra-sessantenni pos­siamo ancora spe­rare di costi­tuire una for­ma­zione che mandi in par­la­mento qual­che depu­tato prima di esau­rirsi per estin­zione pros­sima della gene­ra­zione che si formò negli anni della democrazia.

Ma se sini­stra vuol dire una forza capace di imma­gi­nare una svolta nella sto­ria sociale eco­no­mica e poli­tica del mondo, una forza capace di attrarre le ener­gie della gene­ra­zione pre­ca­ria e con­net­tiva, se sini­stra vuol dire una forza capace di rove­sciare il rap­porto di forze che il capi­ta­li­smo glo­ba­liz­zato ha impo­sto all’umanità — allora è meglio non rac­con­tarci bugie pie­tose. Non c’è e non ci sarà nel tempo prevedibile.

I con­tri­buti che ho letto sul mani­fe­sto sono più o meno apprez­za­bili, alcuni mi sono pia­ciuti molto. Ma non ne ho tratto la per­ce­zione che qual­cuno voglia vedere quel che sta acca­dendo e che acca­drà, e soprat­tutto quel che noi dovremmo e potremmo fare.

La prima lezione che mi pare occorre trarre dall’esperienza degli ultimi anni è che alla parola demo­cra­zia non cor­ri­sponde nulla.

Per­ché dovrei ancora pren­dere sul serio la demo­cra­zia dopo l’esperienza di Syriza? Ma non occor­reva l’esperienza greca, per sapere che la demo­cra­zia non è più una strada per­cor­ri­bile. Basta ricor­darsi del refe­ren­dum ita­lico con­tro la pri­va­tiz­za­zione dell’acqua, i suoi risul­tati trion­fali, e i suoi effetti pra­ti­ca­mente nulli sulla realtà eco­no­mica e politica.

E allora, se la demo­cra­zia non è una strada per­cor­ri­bile, ce ne viene in mente un’altra? A me no. A me viene in mente che tal­volta nella vita (e nella sto­ria) è oppor­tuno par­tire da un’ammissione di impo­tenza. Non posso, non pos­siamo farci niente.

Cioè, fermi un attimo. Due cose dob­biamo farle, e se volete chia­marle sini­stra allora sì, ci vuole la sinistra.

La prima cosa da fare è capire, e quindi prevedere.

Pos­siamo pre­ve­dere che nei pros­simi anni l’Unione euro­pea, ormai entrata in una situa­zione di scol­la­mento poli­tico, di odii incro­ciati, di pre­da­zione colo­niale, finirà nel peg­giore dei modi: a destra. Pos­siamo dirlo una buona volta che la sola forza capace di abbat­tere la dit­ta­tura finan­zia­ria euro­pea è la destra?

Dovremmo dirlo, per­ché que­sto è quello che sta già acca­dendo, e le con­se­guenze saranno vio­lente, san­gui­nose, cata­stro­fi­che dal punto di vista sociale e dal punto di vista umano. Dob­biamo allora smet­tere i gio­chi già gio­cati cento volte per met­terci in ascolto dell’onda che arriva.

Pos­siamo pre­ve­dere che nei pros­simi anni gli effetti del col­lasso finan­zia­rio del 2008 mol­ti­pli­cati per gli effetti del col­lasso cinese di que­sti mesi pro­durrà una reces­sione glo­bale. Pos­siamo pre­ve­dere che la cre­scita non tor­nerà per­ché non è più pos­si­bile, non è più neces­sa­ria, non è più com­pa­ti­bile con la soprav­vi­venza del pia­neta, e ogni ten­ta­tivo di rilan­ciare la cre­scita coin­cide con deva­sta­zione ambien­tale e sociale.

La decre­scita non è una stra­te­gia, un pro­getto: essa è ormai nei fatti, nelle cifre e negli umori. E si tra­duce in un’aggressione siste­ma­tica con­tro il sala­rio, e con­tro le con­di­zioni di vita delle popo­la­zioni. E si tra­duce in una guerra civile pla­ne­ta­ria che solo Fran­ce­sco I ha avuto il corag­gio di chia­mare col suo nome: guerra mondiale.

La seconda cosa da fare è: imma­gi­nare.

Imma­gi­nare una via d’uscita dall’inferno par­tendo dal punto cen­trale su cui l’inferno pog­gia: la super­sti­zione che si chiama cre­scita, la super­sti­zione che si chiama lavoro sala­riato. Le poli­ti­che dei governi di tutta la terra con­ver­gono su un punto: pre­di­cano la cre­scita in un momento sto­rico in cui non è più né auspi­ca­bile né pos­si­bile, e soprat­tutto è ine­si­stente per la sem­plice ragione che non abbiamo biso­gno di pro­durre una massa più vasta di merci, ma abbiamo biso­gno di redi­stri­buire la ric­chezza esistente.

Le poli­ti­che dei governi di tutta la terra con­ver­gono su un secondo punto: lavo­rare di più, aumen­tare l’occupazione e con­tem­po­ra­nea­mente aumen­tare la pro­dut­ti­vità. Non c’è nes­suna pos­si­bi­lità che que­ste poli­ti­che abbiano suc­cesso. Al con­tra­rio la disoc­cu­pa­zione è desti­nata ad aumen­tare, poi­ché la tec­no­lo­gia sta pro­du­cendo in maniera mas­sic­cia la prima gene­ra­zione di automi intel­li­genti. Da cinquant’anni la sini­stra ha scelto di difen­dere l’occupazione, il posto di lavoro e la com­po­si­zione esi­stente del lavoro. Era la strada sba­gliata già negli anni ’70, diventò una strada cata­stro­fica negli anni ’80. Era una strada che ha por­tato i lavo­ra­tori alla scon­fitta, alla soli­tu­dine, alla guerra di tutti con­tro tutti.

Per­ché dovremmo difen­dere la sini­stra visto che è stata pro­prio la sini­stra a por­tare i lavo­ra­tori nel vicolo cieco in cui si tro­vano oggi?

Di lavoro, sem­pli­ce­mente, ce n’è sem­pre meno biso­gno, e qual­cuno deve comin­ciare a ragio­nare in ter­mini di ridu­zione dra­stica e gene­ra­liz­zata del tempo di lavoro. Qual­cuno deve riven­di­care la pos­si­bi­lità di libe­rare una fra­zione sem­pre più ampia del tempo sociale per desti­narlo alla cura l’educazione e alla gioia.

So bene che non si tratta di un pro­getto per domani o per dopo­do­mani. Negli ultimi quarant’anni la sini­stra ha con­si­de­rato la tec­no­lo­gia come un nemico da cui pro­teg­gersi, si tratta invece di riven­di­care la potenza della tec­no­lo­gia come fat­tore di libe­ra­zione, e si tratta di tra­sfor­mare le aspet­ta­tive sociali, libe­rando la cul­tura sociale dalle super­sti­zioni che la sini­stra ha con­tri­buito a formare.

Quanto tempo ci occorre? Baste­ranno dieci anni? Forse. E intanto? Intanto stiamo a guar­dare, visto che nulla pos­siamo fare. Guar­dare cosa? La cata­strofe che è ormai in corso e che nes­suno pu� fer­mare. Stiamo a guar­dare il pro­cesso di finale disgre­ga­zione dell’Unione euro­pea, la vit­to­ria delle destre in molti paesi euro­pei, il peg­gio­ra­mento delle con­di­zioni di vita della società. Sono pro­cessi scritti nella mate­riale com­po­si­zione del pre­sente, e nel rap­porto di forza tra le classi.

Ma natu­ral­mente non si può stare a guar­dare, per­ché si tratta anche di sopravvivere.

Ecco un pro­getto straor­di­na­ria­mente impor­tante: soprav­vi­vere col­let­ti­va­mente, sobria­mente, ai mar­gini, in attesa. Riflet­tendo, imma­gi­nando, e dif­fon­dendo la coscienza di una pos­si­bi­lità che è iscritta nel sapere col­let­tivo, e per il momento non si can­cella: la pos­si­bi­lità di fare del sapere la leva per libe­rarci dallo sfruttamento.

Atten­dere il mat­tino come una talpa.

BIFO

===============================================
Molto desolante ma teniamo presente che l’ha scritto Bifo, mitico maître à penser del ’77.
Io penso che la sua analisi sia chiara, meno la sua conclusione. Io lo vado ripetendo da molto tempo che pensare di costruire case di sinistra, partito della sinistra, ecc. è una pura utopia, un non voler accettare la realtà soprattutto da parte di quella generazione ultra-sessantenne di cui faccio parte anch’io, abituata a schemi da cui non riesce a staccarsi.
Quando molte volte ho scritto che la Sinistra è morta, intendevo quello che meglio di me ha saputo dire Bifo; quando ho detto che i tempi per creare un’alternativa sono necessariamente lunghi intendevo quello, così come quando ho detto che la strada di cercare di creare il nuovo Partito è folle. Oggi la realtà è diversa, è un ground zero da cui ripartire senza pensare di poter arrivare alle prossime elezioni politiche (ma nemmeno a quelle dopo) già pronti. Bifo lo scrive: ci basta avere qualche deputato e un 10% o vogliamo andare verso il ribaltamento del sistema? Ovviamente la seconda che ha detto. E allora come ho scritto molte volte per me la strada è un’altra e senz’altro lunga e difficile ma va percorsa anche se noi non ne dovessimo vedere la fine, perchè è quella giusta, Allora è necessario smetterla di illudersi e autogratificarsi inseguendo impossibili partiti della Sinistra in grado di ribaltare la realtà europea in tempi brevi. Chi fa politica deve anche imparare a ragionare non sui tempi dell propria vita ma su tempi storici.
La soluzione prospettata da Bifo è la resistenza, ma, a differenz sua, io dico che in questa resistenza e “attesa del mattino come una talpa” è possibile comunque cominciare a costruire qualcosa, prescindendo dall’idea di creare l’organizzazione del partito hic et nunc. La strada deve precindere da qualsiasi schema novecentesco. se non addirittura ottocentesco. La strada è quella del partire dal sociale e lasciare i vecchi ceti e sigle al loro autismo di creare il Partito. Il percorso del confronto, dell’unione di quanti lottano è secondo me “la strada”: imparare a lavorare insieme e costruire insieme senza avere come obiettivo la creazione di qualcosa e tanto meno dandosi obiettivi come le elezioni.
Credo che solo in questo percorso di consulta tra varie parti possa esserci il nucleo e la possibilità futura di arrivare a un’auto-organizzazione e un’auto-rappresentanza degli sfruttati capace di ribaltare, chissà quando, lo stato delle cose ponendosi come alternativa di governo. Solo allora potremo pensare ad elezioni ma per andare a vincerle. Mi dispiace per eventuali ambizioni personali, per solipsistiche visioni di realtà che non ci sono, ma credo che questa è l’unica strada: trovarsi, incontrarsi, lavorare insieme, senza la fretta e la “superstizione” di creare partiti, strutture nazionali e regionali, ecc. L’organizzazione e il “soggetto politico nuovo” può nascere solo da questo percorso umile e coraggioso insieme, probabilmente in tempi lunghi ma già diverse volte la Storia ci ha fatto grandi sorprese. L’importante è non forzarle le mano.
Adelante!
Gian Luigi Ago


GRECIA, SINISTRA E CAVERNA PLATONICA

3130009

Io sono molto critico sulla scelta politica assunta da Tsipras e altrettanto sulla nutrita compagine di coloro che lo difenderebbero anche se decidesse che i greci debbano buttarsi tutti nell’Egeo.

Credo che certe posizioni estreme all’interno della Sinistra, nascano proprio dal fatto che ci si ostini a basarsi sulla definizione di Sinistra (nelle sue più svariate declinazioni).
Mi spiego meglio. Oggi viviamo ancora nell’epoca del nominalismo, del simbolismo (non certo quello artistico) e della malintesa “appartenenza”.

Come nel mito platonico della caverna , tutte queste cose non sono che l’ombra dell’ideologia che per fortuna esiste ancora  in quanto insieme di valori, di visioni del mondo, di principi etici.
Ma molti, nella caverna-orticello in cui sono costretti, credono che quelle ombre siano la realtà, anzi anche più che realtà: credono che siano i criteri sacri in base ai quali prendere decisioni ed esprimere giudizi e della cui sacralità si auto-concepiscono come vestali e guardiani .

E’ normale che quindi chi ha il nome “Tsipras” sul citofono della sua caverna si senta in dovere di difenderlo e giustificarlo anche oltre ogni ragionevole dubbio.
E non tanto per difendere lui, ma per difendere piuttosto la propria “appartenenza” che verrebbe disintegrata da una sconfessione.
E questo perché ci si è appiattiti su un nome come altri su una bandiera o su un simbolo.
Incapaci di leggere la realtà e di proporre percorsi basati su obiettivi, valori, ideologie prescindendo dalle “ombre platoniche” di nomi, orticelli, simboli, bandiere e leader, si è costretti a restare incatenati , perdendo di vista la marxiana metodologia dell’analisi della realtà e delle scelte obiettive e non tese alla propria sopravvivenza.

Come vediamo in questi giorni la costrizione di queste catene, il credere reali le ombre crea confusione e crepe a sinistra.
Ci si divide su Tsipras e Varoufakis.
Anziché proporre un’ipotesi di strategia prescindendo da nomi e dal “già dato”, si aspetta che le “ombre” si proiettino sul muro della caverna per poi accettarle o disprezzarle con eguale impeto.

E’ ovvio che una Sinistra che ancora reputa necessaria un’unione delle sue articolazioni non possa che comportarsi  così, perché legata a queste ombre da cui non riesce a staccarsi, pensando così di restare fedele all’ideologia e non capendo che l’ideologia sta al di fuori della caverna e non nelle sue proiezioni illusorie.

Qualcosa sta cambiando, per fortuna: la  base sociale si unisce sui bisogni, sul tipo di mondo che vuole costruire, sulle strade da percorrere, sui valori e sugli obiettivi.
Molti sono già fuori dalla caverna e si stanno incamminando senza pensare a colori e simboli delle bandiere, senza pensare a nomi o leader, a orticelli da difendere ma per costruire un vasto movimento popolare di alternativa che prescinda dalle ombre proiettate sul muro della caverna.

Questa è la vera Sinistra (ammesso e non concesso che abbia ancora senso chiamarla così) e lo è soprattutto perché non dice di esserla e non vuole unire sigle, leader, apparati e bandiere ma solo persone.

Gian Luigi Ago


UNITA’ DELLA SINISTRA, HEIDEGGER, DITA E LUNE

sinistra

Mi son preso la briga di confrontare le dichiarazioni fatte in occasione del lancio dei vari “progetti” di unità della sinistra, soffermandomi solo su quelle relative agli ultimi vent’anni..
Le parole usate sono la fotocopia una dell’altra e delle stesse che vengono proposte oggi con i nuovi “progetti” in tal senso.

Si badi bene, tutte cose giuste: unità che superi le piccole differenze e guardi agli obiettivi comuni, focus su temi importanti quali lavoro, ambiente, dissesto idrogeologico e cementificazioni, ecc, (questi oggi un po’ meno…per contingenze di alleanze elttorali), ecc.
Anche le citazioni valoriali sono impeccabili: richiamo alla Costituzione, alla Resistenza, alle esperienze delle lotte operaie, ai diritti, ecc.

Tutto ineccepibile. Cosa c’è allora che non è andato bene e che ancora porterà a un inevitabile fallimento? Cosa c’è che relegherà ancora una volta la sinistra a una forza di eterna opposizione più o meno grande a seconda del periodo storico ma comunque mai in grado di farsi forza di governo?
Se non si capisce questo, si ripeterà il passato in eterno come in un ineludibile “giorno della marmotta”.

Eppure oggi l’unità sembra allargarsi e si ha anche il coraggio (o l’incoscienza) di imbarcare elementi che sono diversamente di sinistra e penso all’area civatiana, cofferatiana, minoranza, ex o meno, del PD. Ammesso e non concesso che anche questo sia un valore aggiunto – e non, com’è in realtà, un errore che contribuirà a rendere esiziali questi progetti, in quanto costeranno un prezzo da pagare alla coerenza e a intenzioni di ribaltamento del sistema e non di semplice aggiustamento riformistico – il problema vero consiste nella natura del progetto, in una incapacità di analisi della nuova situazione politico-sociale nel migliore dei casi, nel tentativo di far passare il solito progetto che garantisce sopravvivenza e mantenimento/acquisizione di rendite di posizione, nel peggiore.

Ecco perché ogni volta che si ascoltano queste proposte sembrano bellissime (a parte quel retrogusto di deja vu nei più anziani) e poi ci si trova dopo un po’ di tempo a domandarsi: “Ma come mai allora non ha funzionato?” dando inevitabilmente la stura ad accuse reciproche e nuove fratture fino a nuova “ricerca dell’unità” (di solito sempre vicino a fasi elettorali).
Ricerca di unità questa volta però “risolutiva”…. (come si era detto delle altre) e confortati dal solito oratore che ci dice che questa volta è diverso perché si farà tesoro degli errori del passato.

Dove sta l’errore? Vi svelo cosa bisognerebbe fare secondo me: per una volta bisognerebbe rovesciare l’esempio classico del dito e la luna e soffermarsi a guardare il dito perché è lì che si annida l’errore.

Fuor di metafora, il problema vero è che oggi non c’è bisogno di un’unità della sinistra anche perché è sempre intesa nel senso di unità di partiti, di leader, di sigle. E per di più sempre le stesse e sempre con gli stessi candidati di apparato, Oggi non serve avere un “ceto politico” a cui fare riferimento perché “il sociale” è frammentato e non può trovare più rappresentanza in chi viene ad offrircela come un venditore di aspirapolvere.
Oggi la ricomposizione sociale deve nascere dal suo interno, perché l’unità della sinistra tende a ricomporre solo le sigle e i partiti.

Certo – diranno loro – lo facciamo per poi aprire e dare rappresentanza alle masse”.
Purtroppo non funziona più così. Oggi serve una forma di auto-rappresentanza che nasca “da dove ha luogo il pericolo” (tanto per scomodare Heidegger..). E’ solo da lì che può nascere un fronte popolare di alternativa che si faccia anche “organizzazione politica” prescindendo dal far riferimento alla vecchia dicotomia tra “politico” (che è poi “partitico”) e sociale.

Non serve quindi una coalizione di forze politiche ma di forze sociali (come hanno ben capito Rodotà e Landini).
Per inciso: avete più sentito parlare di questi due da chi oggi parla di unità della sinistra…?

Non è prioritario (o meglio: non lo è ancora) un radicamento istituzionale che è poi quello a cui punta invece la “sinistra unita” per mandare nelle istituzioni i soliti noti.
E’ ovvio che loro credono ancora importante la funzione del partito come oggi inteso, della dirigenza, della guida politica, tutto inteso ancora in una visione otto/novecentesca.
Sarebbe per loro inconcepibile farsi “individui” e non più quadri politici e dare il loro contributo mischiati nella massa.
L’organizzazione politica serve certamente ma non calata dall’alto della classe politica. Deve nascere dalla base sociale. Non serve nemmeno cambiare le strutture partitiche, metter loro un vestito nuovo, aprirsi al sociale
Bisogna ripartire dalla base.
Solo un’organizzazione che si formi in un percorso di auto-ricomposizione sociale oggi ha un senso.
E’ il percorso che fa la vera “organizzazione politica” altrimenti è solo una simulazione, un adattarsi a quello che al momento conviene.
E’ il percorso che costituisce, nel suo compiersi, la meta. E servono strutture e metodi innovativi, orizzontali. trasparenti. Il che non significa mancanza di organizzazione politica, ma diversa organizzazione politica.
Solo così quegli obiettivi, che valorialmente sono indubbiamente di “sinistra”, finiranno di essere mera enunciazione elettorale, magari fatta in buonafede ma che poi li rende lune irraggiungibili per via del “dito” di cui sopra.

E allora è inevitabile che questi tentativi falliranno ancora, proprio perché è solo dal sociale che “si fa” politica che può nascere un movimento capace un giorno di farsi forza di governo.
Per tornare al vecchio buon Heidegger che di ontologia e fenomenologia qualcosina ne capiva, basterebbe prender nota che “qualsiasi salvezza che non provenga da dove ha luogo il pericolo, è ancora sventura”

Gian Luigi Ago