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Gli utili idioti

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Tutti si meravigliano che i 5 Stelle non dicano niente riguardo alle uscite di Salvini, vero Capo del Governo, come quella della “pacchia”, del censimento dei rom e del conseguente “quelli italiani purtroppo ce li dovremo tenere“, della “crociera” dell’Aquarius, ecc.

Il motivo per cui ci si meraviglia si basa su un equivoco che dura da cinque anni: l’equivoco per cui il Movimento 5 Stelle abbia comunque anche degli obiettivi giusti e condivisibili (cfr. l’analogo ragionamento “anche Mussolini ha fatto delle cose buone” non a caso espresso da molti esponenti del M5S); inoltre dal fatto del loro essere giovani, non politici, sedicenti onesti e quindi portatori in ogni caso di un cambiamento.
Insomma il ragionamento alla Travaglio del “peggio di quanto hanno fatto quelli di prima non pstranno fare”.
Stiamo vedendo…

Questo equivoco ha portato molti di sinistra a votarli pensando che potessero andare comunque in una direzione di miglioramento, individuando erroneamente nel M5S un avversario e non un nemico o addirittura un possibile alleato.

Da cinque anni sostengo e ripeto che il Movimento 5 Stelle rappresenta invece il peggio della politica, anzi il peggio della prima Repubblica (e le alleanze sbarazzine pur di governare cercate prima con la Lega, poi col PD e poi di nuovo con la Lega lo dimostrano), la malattia senile del berlusconismo con tutta la dose di volgarità, apparenza, slogan che già furono di Silvio con in più una totale incapacità politico-strategica.
Fuffa per dirlo in una parola.

I fatti stanno lì a dimostrarlo: con il 32% sono finiti a fare gli utili idioti di un partito col 17% che da solo non avrebbe mai potuto governare.
Ma non basta: in due mesi hanno portato la Lega ad essere il primo partito italiano. Partito che, se si votasse oggi, avrebbe il 29% contro il 28% dei grillini.

Chi li ha votati, soprattutto “da sinistra” è responsabile di aver dato vita a un governo fascio-razzista, forcaiolo sulla giustizia, retrogrado sulle questioni etiche e di genere, aperto alla speculazione a danno del territorio, repressivo sul fronte interno, autolesionista per l’Italia sul piano internazionale.

Purtroppo coloro che li hanno votati “da sinistra” sono improvvisamente spariti, certo per vergogna.
Sarebbe però più utile un loro mea culpa, un loro prendere le distanze, magari con manifestazioni pubbliche che denuncino l’uso distorto fatto del loro voto, dato certo in buona fede ma a seguito di un’analisi politica totalmente sbagliata.

Gian Luigi Ago

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“Né di destra né di sinistra” (equivoci, errori, pericoli)

populismo

Il termine Sinistra è sotteso a un concetto nobile e ha la sua origine in Francia durante gli Stati Generali del maggio 1789, pochi mesi prima dello scoppio della Rivoluzione Francese.

Col passare del tempo, e con il mutare della realtà sociale, ho maturato la convinzione che questo termine andasse evitato nelle denominazioni di forze politiche di qualsiasi natura.

Questo perché, in una fase di diversa configurazione della base sociale e della conseguente necessità di ridare compattezza e senso a un’alternativa all’assetto sistemico del Potere, questa denominazione conteneva in sé l’equivoco di rimandare, in una concezione politicista del termine, a forze politiche esistenti, ai loro errori, ai loro fallimenti, alle loro responsabilità negative.

Potremmo definire per comodità questa accezione politicista come “sinistra” (con la “s”minuscola).

L’usare questo termine può dare inoltre l’idea di voler chiudersi intorno a una determinata area politica di “sinistra” escludendo quanti hanno valori e visioni di “Sinistra” pur non appartenendo a nessuna formazione politica.

“Sinistra” (con la “S” maiuscola) ha invece un preciso valore ideologico e filosofico che ha a che fare con una weltanschauung che è valida di per sé, indipendentemente e anteriormente alla sua applicazione storico-politica, visione basata su valori come solidarietà, tolleranza, uguaglianza e quindi antifascismo, antirazzismo, ecc.

Se quindi nell’evitare questo termine c’è una “opportunità semantica”, come ebbi a definirla qualche anno fa, sono poi nati degli equivoci e si è passati tout court a definirsi “né di destra né di sinistra” che se può anche avere un senso, come dicevo, a livello di denominazioni “in minuscolo”, non lo ha a livello assoluto, in quanto Destra e Sinistra esistono ancora eccome.
Sono due visioni alternative che continuano ad essere la pre-condizione ideologica e mentale delle scelte politiche.

Ma si è andati anche oltre:

il definirsi “né di destra né di sinistra” ha dato la stura alle peggiori posizioni, sdoganando chiunque, in nome di questa definizione, e permettendo di dare dignità politica e sociale anche a ciò che è anticostituzionale e a chi incarna le peggiori posizioni politiche.
E si è anche arrivati alla bestialità di dire “né fascista, né antifascista” o addirittura “non anti-fascista” (come disse Beppe Grillo).

Ha permesso, soprattutto ha chi ha ambizioni istituzionali, di allargare il proprio bacino elettorale giustificando tutto e tutti in nome di una presunta “apertura” incondizionata, passando sopra alla storia politica di personaggi ambigui con posizioni e curriculum destrorsi e frequentazioni disdicevoli.
L’apertura non può invece prescindere da pre-requisiti valoriali, base dalla quale partire per costruire qualcosa.

Dire “non siamo di destra né di sinistra” è diverso dal dire “non uso il nome destra né il nome sinistra” (sottintendendo “ma sono di Sinistra”).

E’ quel verbo “essere” che costituisce la discriminante.

E quindi si entra di fatto nel “liberismo ideologico” e quindi di Destra, in quanto, negando la Destra, si nega, equivalendola, anche la “Sinistra” e si crea un’apertura indiscriminata, comoda e utile per chi vuole giustificare qualsiasi cosa per fini non certo a favore della base sociale.

Attenzione quindi a non equivocare:

Se oggi si può evitare (e forse è preferibile) il definirsi di “sinistra”, definirsi “né di destra né di sinistra” è di Destra. Non si scappa.

Gian Luigi Ago


Gialloverde? (bravi: avete votato proprio bene…)

Alcuni ancora pensano che i 5 Stelle siano comunque meglio (anche solo un po’) di Lega, Forza Italia e PD, essendosi lasciati abbagliare (senza offesa) dallo story telling del cambiamento e da alcuni obiettivi positivi (ma non capendo che sono sostituibili da altri opposti in qualsiasi momento, secondo la logica grillina, basata tra l’altro su non-antifascismo e non-antirazzismo ).

Ora pare arrivi il governo gialloverde (come il vomito…) con la forma della “non partecipazione benevola” di Forza Italia. I voti di Berlusconi saranno determinanti e d’improvviso diventano qualcosa che non olet… più.
Berlusconi sceglie questo passo di lato e subito i toni di Di Maio e Co. passano da accuse di male assoluto a quelli di ragionevolezza.

Ricordino tutti quelli che hanno dato loro il voto ai 5 Stelle (per qualsivoglia motivo) e soprattutto quelli che si dichiarano di sinistra ma omettono di dire che automaticamente col voto si sono dichiarati non-antifascisti e non-antirazzisti: il passo fatto da Berlusconi non è gratis; l’ex Cavaliere non ha mai fatto nulla gratis.
E molti di quanti hanno espresso questo voto sono gli stessi che gridavano scandalizzati alla “non partecipazione benevola” di Verdini al PD.

Qualcuno parla di terza Repubblica ma in realtà siamo ancora all’inizio della prima. Ritenetevi responsabili (lo dico benevolmente) di quello che succederà nella politica italiana da ora in poi.

Aspettiamo ansiosi l’abolizione della Legge Fornero e una legge sul conflitto di interessi di Berlusconi.
Cose che non vedremo mai, e che Di Maio, dopo averle annunciate pochi giorni fa. dimenticherà in fretta.
Ora vedremo la grande Rivoluzione grillina con Salvini e Berlusconi.
Grazie a quanti hanno votato M5S

Gian Luigi Ago


Il carro davanti ai buoi (l’Italia è un paese di destra)

Molti sono convinti che la maggioranza degli italiani sia per la legalità, per la giustizia, per l’uguaglianza, per la difesa della Costituzione.
Purtroppo non è così. Viviamo in un paese che è sostanzialmente di destra,  sempre più razzista,  violento e intollerante.

Ecco perché falliscono tutti i tentativi di riunire la base sociale su questi temi, riuscendo a raccogliere intorno a sé solo una infinitesimale minoranza già “consensuale”.
E questo lo si verifica puntualmente nelle elezioni:
più gli obiettivi sono giusti, più i valori sono nobili  e più si verificano risultati con percentuali bassissime.

Questo dovrebbe indurre a qualche riflessione.
Possibile che nessuno sia stato mai sfiorato dal dubbio di avere analizzato male la realtà e non aver capito quale sia il metodo per creare consenso intorno a princìpi che potremmo ancora chiamare (filosoficamente) di sinistra, e non “della Sinistra“?
A nessuno viene in mente che oggi si debba cambiare metodo?

Non si può raccogliere consenso da una base sociale che in maggioranza non crede in quello che proponi.
E allora è inutile continuare a proporre liste elettorali che propongono cose “giuste” o temi “più che giusti” come ad esempio la difesa e l’attuazione della Costituzione, quando non c’è chi li recepisce.

Si sta praticamente mettendo il carro davanti ai buoi.
Le elezioni servono a raccogliere il consenso sui propri ideali, obiettivi, programmi.
Ma se il consenso non c’è, cosa si pensa di raccogliere?
Il consenso va prima creato per poter essere raccolto.
Se non si coltiva qualcosa su un campo incolto non si avrà mai un raccolto.

Da anni la base sociale è devastata e si è realizzata quella massificazione e omologazione verso il basso che Pasolini aveva profetizzato.
Oggi la base sociale non ha più una coscienza politica; la rabbia, la frustrazione, la disillusione, la disperazione non si traducono più in un progetto politico ma in un aggrapparsi a slogan violenti, razzisti che si propongono come salvifici.

E la risposta di chi dovrebbe portare avanti un vero cambiamento alternativo allo stato delle cose è invece sempre lo stesso.
Il carro davanti ai buoi, si diceva:
oggi il lavoro da fare è quello che molti propongono, inascoltati da anni: serve un lavoro lontano da elezioni, dall’agone politico fatto di liste, programmi, candidati, leader.
E invece si recita sempre il solito stantio rito e addirittura ci si lamenta di non avere avuto visibilità nei talk show o sui giornali, come se da lì e attraverso elezioni, con risultati già scontati, si potesse raccogliere consenso, magari in un solo mese di campagna elettorale oppure, ancora più utopicamente, con una progressiva scalata elettorale.

Occorre ripetere: il consenso non si raccoglie se non lo si costruisce; e lo si costruisce lavorando casa per casa, paese per paese, individuo per individuo.
Un lavoro di educazione politica, che riporti la gente a proporre, elaborare e  decidere, che non significa andare a votare, ma essere artefici di ciò che poi, in futuro, si andrà a votare.

Si è detto più volte: un progetto lungo e difficile ma l’unico possibile. Più tardi si comincerà e più tardi si compirà.
Abbiamo già perso cinque anni a lasciare inascoltate proposte di questo tipo e ancora si insiste su percorsi già falliti. E si continua a non capire che oggi la differenza non la fanno tanto gli obiettivi, quanto la linea strategica, il metodo, gli strumenti, il tipo di percorso.

Quo usque tandem?

Gian Luigi Ago
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“De visibilitate” (consenso, elezioni, partecipazione)

Che senso ha lamentarsi di non avere avuto visibilità in campagna elettorale, delle difficoltà riscontrate a raccogliere firme, di ostacoli di vario tipo?
E’ ovvio che se si cerca visibilità dove i giochi sono truccati si dovrebbe sapere in anticipo che sarà così, come ugualmente si dovrebbe sapere in partenza che si avranno percentuali elettorali risibili.
L’errore è sempre lo stesso:  cercare di arrivare al popolo (parola di stampo risorgimentale, oggi semanticamente degradata e anch’essa da evitare) attraverso canali sbagliati prima ancora che inutili.

Da molti anni sono convinto che il consenso debba nascere tra la base sociale, al di fuori dei teatrini istituzionali.
Le elezioni, come dico spesso, sono molto più semplici dell’uso politicista a cui, anche chi dovrebbe opporsi, si piega: le elezioni sono il momento in cui si raccoglie il consenso, non dove lo si cerca.

E la visibilità di cui sto amabilmente discorrendo con i miei lettori (molti meno dei venticique manzoniani) non può essere confusa con l’apparire. La vera visibilità politica non è apparire nei talk show o nelle tribune elettorali, sui manifesti o sui giornali.
La vera visibilità è l’essere riconosciuti, nemmeno tanto come leader ma come fidati compagni di viaggio di percorsi che nascano e si sviluppino laddove nasce realmente il consenso, dove si ricostruisce una partecipazione attiva che, non solo non ha nulla a che fare con le attuali fasi elettorali, ma che addirittura in esse trova il suo annullamento, riproponendo una antidemocratica dicotomia tra base sociale e ceti politici/partitici.

E non mi stancherò mai di ripetere che il termine partito è quello espresso dalle venti parole dell’art. 49 della Costituzione.
Rileggiamolo bene insieme: è quello in cui si articolano oggi i ceti politici?
Non esistono forse altri modi che possono esprimere molto più coerentemente lo spirito di quel concetto?

Si aggiunga a questo che molti non si accorgono che siamo entrati in un altro secolo e meno di tutti lo comprendono una grande maggioranza di quanti sono nati, come me, a metà del secolo precedente e che non potranno vedere la metà di quello corrente.
Credo che alcune cose buone le abbiamo tramandate ai posteri ma alcuni di noi hanno anche trasmesso automaticamente prassi, metodologie, concezioni vecchie, senza recepire nulla del futuro che sta arrivando ma anzi creando nuove generazioni di ventenni, trentenni, quarantenni clonati sulla nostra vecchiaia.

E così assistiamo alla messa laica dei triti e ritriti riti politici senza cercare nuovi progetti, nuovi metodi, nuovi strumenti (e anche persone).
E le elezioni diventano terreno di ambizioni personali o una lotteria in cui tentare il colpo grosso, basandosi su slogan o nomi che possano attrarre.
E anche di fronte a ennesimi fallimenti epocali si declama la necessità di riprovarci la prossima volta, nello stesso identico modo: fare una lista, presentare un programma, individuare un leader e chiedere il voto.
E già tutti si stanno mobilitando per le elezioni europee del maggio 2019.

Se nei cinque anni che ci separano dalle precedenti elezioni si fossero ascoltati quanti parlavano di partire da soluzioni nuove, inedite, marxianamente aderenti all’analisi della realtà, con l’uso di metodi nuovi e strumenti tecnologici che li supportassero, forse oggi in Italia  ci sarebbe un movimento nato e cresciuto in modo democratico ed orizzontale in grado di costituire veramente una forza in grado di iniziare a proporsi come vera alternativa di cambiamento, questa volta anche ad elezioni politiche in quanto capace di esprimere il consenso costruito precedentemente.

Ma la distorta concezione delle elezioni, considerate massima espressione di democrazia, paradossalmente le fa diventare di fatto un freno a una crescita democratica.
Anche chi concorda sulla necessità di metodi e strumenti innovativi, appena si avvicinano elezioni è titubante perché il partito/movimento a cui si pensa di partecipare ancora non è arrivato a considerarle necessarie.
Così il progetto si interrompe perché l’urgenza elettorale lo richiede e ci si adatta al già sperimentato (e anche già fallito…).
In questo modo si vive sempre di partenze interrotte e di nuovi eterni inizi.

Oggi occorrerebbe un progetto umile e insieme coraggioso. L’umiltà di non avere ambizioni a breve termine e il coraggio di percorrere strade non ancora battute, tappandosi le orecchie per non sentire le omeriche sirene di vicine elezioni con il loro balenare di talk show, manifesti, santini elettorali, comizi, programmi fantasmagorici, ecc.
“Lavorare con lentezza” recitava un adagio del ’77.
Questo si dovrebbe fare: iniziare un percorso su una strada nuova, lontano da riflettori ma tra e con la base sociale e farlo crescere nei tempi necessari, qualunque essi siano.
Quando sarà il tempo del raccolto lo capiremo da soli, dal cambio di stagione.

Adelante!

Gian Luigi Ago

 


Sinistra compulsiva

“E guidare a fari spenti nella notte per vedere
se poi è tanto difficile morire”
[Ele(emo)zioni, Mogol/Battisti]

La Sinistra è proprio “impunita”.
Ha perso ormai ogni contatto non solo con la base sociale ma con la stessa realtà.
Vedere quelli di Potere al Popolo che brindano e cantano felici dopo una batosta storica, Fratoianni che dice di ripartire da Leu e altri che immaginano di unire il non unibile ne è la dimostrazione icastica.

Sono in realtà affetti da una sindrome compulsiva che li porta a ripetere le stesse frasi e le stesse azioni ormai meccanicamente.
Li unisce la strampalata idea che una sconfitta preluda sempre a un nuovo inizio, pensando che tutto dipenda esclusivamente da questioni temporali e non dal metodo.

Non si tratta infatti di continuare ad andare avanti, di ricominciare da dove ci si è fermati ma piuttosto di cambiare radicalmente strada, strutture, metodi, strumenti, prassi.

Ma io sono acido di natura e non è detto che anche a sinistra non ci sia invece chi capisca tutto questo; e  lo dimostrano i pur timidi tentativi di inclusività, e orizzontalità.
Si dirà: ma se lo capiscono perché non prendono decisamente questa strada anziché continuare, pur con leggeri miglioramenti, sempre sulla stessa?

Il motivo è molto semplice: un vero cambio di rotta, pur se indispensabile, andrebbe a collidere con l’interesse di mantenere vive strutture obsolete, piccole rendite di posizione che non servono a nulla ma che gratificano l’ambizione di vari “leaderini” della sinistra che in molti anni hanno acquisito un certo carisma e seguito.
Come potrebbero costoro diventare “persone comuni“, unirsi in un percorso fatto solo di persone (e non di dirigenti o referenti politici), come potrebbero perdere quell’aura di capo-popolo che si sono guadagnata in decenni? Come si potrebbero disinstallare, non tanto simboli e ideali, ma strutture che ad essi si riferiscono per derivarne una “autorità” che non hanno nella realtà se non verso quello che è ormai un gruppo che li segue ciecamente come quelli che seguivano la corsa di Forrest Gump?

Ecco perché la Sinistra è autoreferenziale e si bea anche nella sconfitta nello specchio della sua esistenza (leggi: sopravvivenza).
Lanciarsi di corsa a testa bassa contro un muro o guidare a fari spenti nella notte, come da battistiana memoria, non evita col passare del tempo gli inevitabili traumi, semmai li aggrava.
E questo anche se la testa dura comunque non manca loro, visto che questa insana pratica masochista la praticano ormai da decenni.
E quindi, allegri, ora si ricomincia dall’inizio, fino al prossimo muro.

Gian Luigi Ago


I grillini vanno al mercato

Per chi credeva che il M5S fosse diverso dagli altri, questo dopo elezioni dimostra come fosse chiara anche da prima la sua intima appartenenza alla solita casta politica (per usare il loro lessico).

I risultati elettorali dicono che il M5S dovrebbe di logica governare con la Lega. Insieme garantirebbero un governo stabile raggiungendo la maggioranza assoluta;
e la Lega, analizzando insiemistica e intersezioni, è il partito che ha più punti in comune con il M5S di qualunque altro.
È vero che Salvini non vuole rompere, andando con i grillini, la coalizione di centrodestra, la più votata e di cui è riuscito a diventare leader scalzando Berlusconi, dopo oltre vent’anni di sua leadership.
Ma è anche vero che nemmeno i 5Stelle lo vogliono, in quanto compagno di viaggio troppo scomodo e poco sottomesso.
Ecco allora che il M5S dimostra tutta la sua incoerenza e i suoi politicismi da Prima Repubblica che li rivela uguali a tutti gli altri.

Se rifiuta un’alleanza con la Lega dovrebbe passare all’opposizione, tenendo fede al suo “nessuna alleanza con altri partiti“.
Ma già Di Maio si era inventato da paraculo l’ipocrita svolta di aprire a quanti aderissero al suo programma, pur sapendo che nessuno darebbe loro dei voti senza averne un qualsivoglia tornaconto (cambiamento di punti del programma, incarichi istituzionali o altro).
Di Maio corteggia ora il PD, paradossalmente quello insultato da sempre e indicato come nemico pubblico numero uno e gli lancia anche un’ancora di salvezza.

Le indiscrezioni che filtrano parlano di fitti contatti di parlamentari grillini con altri del Pd.
Insomma: la purezza, la coerenza, l’onestà, la diversità dei grillini è andata a farsi fottere (per usare un francesismo). Sono arrivati anche loro al mercato della compravendita di voti e di compromessi.
Altro che rivoluzione…
Buona permanenza nella Prima Repubblica.

Gian Luigi Ago


Le cinque opzioni a disposizione di Mattarella

Vediamo di fare chiarezza sulle possibili opzioni che ha a disposizione Mattarella per uscire dalla situazione venuta a configurarsi dopo le elezioni e dare un governo al Paese:

1. Con un calciomercato ben fatto Salvini (o chi per lui) potrebbe presentarsi al PdR con una maggioranza irrifiutabile per governare il Paese. Lo stesso sarebbe per un governo M5S-Lega anche se questo è quasi impossibile perché Salvini non getterà al vento la leadership del centrodestra, che dopo più di vent’anni ha strappato a Berlusconi, per essere il secondo di Di Maio;

2. I grillini invece, notoriamente ecumenici…si metterebbero insieme anche a Belzebù infatti incassano con piacere il beneplacito di Marchionne e Confindustria, cioè di quei poteri forti che dicevano di voler combattere.
E quindi spunta  l’opzione M5S-PD ma qui le cose si complicano perché nel Pd comanda ancora Renzi (perché si è dimesso ma non ancora…) che coerentemente (almeno questa volta) non è disponibile a questo inciucio. Affinché simile opzione possa attuarsi occorre una rivolta interna al Pd. Ma c’è un però… Se questo succedesse il PD si spaccherebbe e a questo punto i loro seggi/voti per sostenere un governo grillino potrebbero numericamente non essere sufficienti.
E bisogna tenere conto che alcuni degli stessi eletti grillini non sosterranno il M5S; parlo di quelli espulsi ma comunque eletti e che, verosimilmente, passerebbero al gruppo misto;

3. Esiste anche una possibilità di governo di centrodestra appoggiato da una parte del PD, anche se sembra poco praticabile, a maggior ragione se il Presidente del Consiglio dovesse essere Salvini;

4. A questo punto Mattarella potrebbe optare per il governo di scopo dando il mandato a una personalità neutra che guidi un governo misto col solo compito di cambiare la legge elettorale;

5. Resta l’ultima ratio: rimandare tutti negli spogliatoi a bersi un tè caldo e tornare a votare ad autunno senza nemmeno il governo di scopo.

Gian Luigi Ago


Litanie assembleari

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Dal 1968 a oggi avrò partecipato a migliaia di assemblee e il rituale (perchè di questo si tratta) non cambia mai.
Si tratta di una sfilata di persone che danno sfoggio delle loro capacità oratorie e delle loro conoscenze su varie argomenti.
Ma il fatto è che parliamo di argomenti che tutti i partecipanti conoscono.

Così abbiamo “l’esperto” di economia che ci spiega per quaranta minuti che siamo schiavi delle banche e della grande finanza (come se non lo sapessimo..). Poi arriva “l’esperto” di lavoro e ci spiega, snocciolando cifre e percentuali, la precarietà del lavoro (come se non ce ne fossimo accorti..).
Arriva poi quello che sa tutto sul servizio sanitario e per circa una mezz’ora cerca di farci capire che la Sanità non funziona (ma va..?).
E così via su mille altri argomenti.

La conclusione è che le assemblee si tramutano in conferenze tematiche su cose che tutti conosciamo già e la parte che dovrebbe farci fare dei passi avanti, prendere delle decisioni, trarre delle conclusioni pratiche si riduce ai soliti cinque confusi momenti finali vissuti in maniera caotica tra gente che è già andata via per prendere il treno oppure continua stoicamente a far finta di seguire e interessarsi a cose che sono scontate e che se anche necessitassero di approfondimenti  avrebbero bisogno di sedi diverse.

Non ho mai assistito in vita mia a un’assembla in cui si inizia dicendo:
“Come stanno le cose lo sappiamo. Evitiamo lunghe e dettagliate analisi della situazione italiana, europea, mondiale e parliamo subito di cosa vogliamo fare concretamente per superare tutte le cose che non vanno”
Sarebbe già un passo avanti rispetto all’800, dove comunque erano senz’altro più operativi.

Ma queste messe laiche che sono diventate le assemblee continuano e sono visuute come il momento di più alta democrazia e decisionalità.
Eppure non è così: sappiamo che tra le varie forme democratiche l’assemblea è una delle meno democratiche, delle meno adatte a creare partecipazione e orizzontalità:
innanzitutto le assemblee si svolgono in date e ore precise e chi non può esserci, nè seguire lo streaming, è di fatto estromesso.
E’ indiscutibile che le assemblee sono quindi la palestra dei più attivi, di chi ha più tempo, degli estroversi, di chi ha più carisma e/o capacità oratorie, di chi fa parte di un’oligarchia riguardo a  temi complessi.

Sono di conseguenza il regno delle “deleghe”, del rinunciare a informarsi direttamente, a partecipare e a decidere; cose anche impossibili da fare in assemblee, quando siamo di fronte a centinaia o migliaia di persone interessate.
Le assembele regionali e territoriali non sono una soluzione a questo ma un ulteriore filtro che rimanda poi a deleghe, a coordinamenti o comitati esecutivi, organizzativi, se non addirittura decisionali.

Tutto questo non vuol dire che le assemblee vadano eliminate ma solo che non possono essere considerate il momento clou di progetti politici, ma una tappa tra tante che può costituire una fase, seppur molto parziale, di confronto e informazione.

Ma senz’altro la parte di proposte pratiche, discussioni, decisioni non può esaurirsi in una serie di noiose assemblee per quanto articolate in fasi territoriali.

Non possiamo restare all’Ottocento e al Novecento , a maggior ragione quando oggi abbiamo a disposizione strumenti che permettono di dar vita a proposte, discussioni, decisioni in grado di coinvolgere tutti indistintamente anche se ciascuno interviene in momenti e luoghi diversi.
L’Assemblea, una volta poteva essere l’unica soluzione: ma, anche se forse questo non conviene a chi vuole pilotare i processi politici, oggi è possibile superare i limiti insiti nella democrazia diretta e in quella rappresentativa.
A questo LINK ho cercato di spiegare come questo sia possibile.

Gian Luigi Ago

 

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I soliti errori (Costituzione, elezioni, liste, ecc.)

 

Diceva Piero Calamandrei che la Costituzione è la cosa più preziosa che abbiamo ma anche qualcosa che ha, attraverso un compromesso, smorzato il “pericolo” costituito da forze realmente rivoluzionarie.
In pratica si è indotta l’illusione che il cambiamento si possa costruire inevitabilmente solo attraverso i canali canonici di un sistema istituzionale che rivoluzionario non è, anzi…

La sopravvalutazione della fase elettorale, anche solo come tappa di un percorso più lungo, (che esiste anche tra forze che si definiscono alternative e rivoluzionarie) e il pensare che sia il Parlamento il luogo da cui si possa lavorare per convertire qualcuno a giuste rivendicazioni, sono concezioni che risentono di questa contraddizione e di fatto l’accettano.

L’errore non è, ovviamente nel testo della Costituzione, seppur ancora molto da aggiornare e migliorare, oltre che da attuare.
L’errore è nel modo in cui si pensa che vada attuata, difesa e aggiornata.
L’errore è nel guardare alla politica come qualcosa il cui ambito privilegiato sia  il livello istituzionale con la conseguente  ricerca di alleanze con altre forze di ceto politico esistenti, nel proporre percorsi, programmi, obiettivi di fatto già decisi da pochi e a cui si può solo aderire oppure andarsene.
Non si riesce a cogliere che la fase elettorale non è punto di partenza ma di arrivo, non è mezzo ma fine, non sono le fondamenta ma il tetto, non è la stagione della semina ma quella della raccolta.

Si ritorna inevitabilmente alla questione oggi centrale del “metodo”, questione oggi non affrontata realmente da nessuno.
Si continua infatti a operare attraverso assemblee territoriali, regionali, nazionali, con coordinamenti, segreterie, comitati e quant’altro che raccolgono, gestiscono e valutano le proposte di chi ha il tempo, la possibilità e gli strumenti per farle.

L’orizzontalità e la democraticità  di un progetto non si misurano tanto da quante persone si coinvolgono (utili più che altro per il consenso elettorale) ma soprattutto da quanto si mettano a disposizione metodi/strumenti che consentano a tutti, non solo di esprimere la propria opinione e votarne altre, ma anche di formulare proposte che abbiano lo stesso peso dei promotori di progetti che non possono essere blindati, se non da paletti valoriali.

Far partire dei progetti col nome “Lista” è già un limite perchè essi danno per scontato e inemendabile il fatto che quel percorso debba passare dalla fase elettorale; non si prende in considerazione il fatto che nella consultazione di tutti possa passare la proposta di non presentarsi alle elezioni.
E’ quindi di fatto una cosa già decisa da pochi e da prendere o lasciare.

Percorsi che ambiscano a creare qualcosa di più di un partito per mandare qualcuno in Parlamento, non può affermare che se a qualcuno questo progetto non piace è libero di andarsene.
Un progetto serio deve nascere dal coinvolgere e mettere in connessione i più vari strati della base sociale e, attraverso un lungo (e preliminare) confronto, arrivare a stabilire tattiche, strategie, obiettivi, strade per raggiungerli, senza dare nulla di precostituito, altrimenti sarà sempre l’espressione di pochi anche se si dice di accogliere tutti.
Ovviamente si parla di chi vuol creare un progetto che sia teso a creare una coscienza politica che porti alla partecipazione della base sociale per creare una forza capace un domani in una fase elettorale (in questo caso, appunto finale) di poter arrivare a governare il Paese con lo scopo di ribaltare il sistema capitalista vigente.
Se poi il fine ultimo è un altro, allora il discorso è diverso..

Gian Luigi Ago