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I due dioscuri scrivono a Pisapia

Presentazione1

Anna Falcone e Tommaso Montanari scrivono a Pisapia una lettera (link a piè di pagina) . E già qui c’è da rimanere un po’ perplessi in quanto la cosa ricorda tanto Sel quando pensava di  cambiare il PD. Ma siccome oggi siamo più a sinistra, è la Sinistra doc che scrive alla “Sinistra che vuole dialogare con il Pd”.

Ma torniamo alla lettera.  Vi si scrive del loro progetto che si baserebbe, a loro dire, non su formule ma sulla sostanza.
E a riprova di questo vengono sciorinati tutta una serie di obiettivi che di fatto possano annullare tutte le ignominie compiute dagli sciagurati governi negli ultimi anni.
Tutte cose che sottoscriverei subito, obiettivi da standing ovation. 

Se non fosse che… poi appare tra le righe una palese smentita nel momento in cui si cita una frase apprezzandola e commentando che quella sarebbe una bella sinistra:
“Occorre un nuovo soggetto politico che sappia offrire...”
Bastano queste otto parole a dare la misura di come ci si trovi in realtà di fronte alla solita formula che abbiamo più volte vista e più volte vista fallire.

Occorre: la necessità di cosa oggi serva viene stabilita dai soliti pochi, in primis dai due promotori e poi, a seguire, dai vari leader dei frastagliati partiti;
Un nuovo soggetto politico: ecco la grande novità. Sono sobbalzato dalla sedia nel leggere questo, tanto il proposito mi è suonato inaudito e rivoluzionario…;
Che sappia offrire: siamo al solito iato tra un ceto/soggetto politico che dall’alto della sua sapienza/professionalità deve sapere offrire  al popolo votante un progetto già scritto (da loro) già contingentato (da loro) negli obiettivi individuati (da loro) e attraverso una unità della sinistra contrattata da loro..(anche qui ho avuto un sobbalzo a pensare come mai questa idea non sia stata pensata e provata mai prima nei secoli…).

E tutto questo non sarebbe una formula?  Anzi la solita formula?
Con gli stessi obiettivi giustissimi da sottoscrivere a occhi chiusi (come erano quelli di Rivoluzione Civile e dell’Altra Europa) ?

Dov’è la novità rispetto al passato? I nomi degli intellettuali che la propongono?
Il fatto che “questa volta si fa sul serio” come già detto tutte le altre volte?
La sostanza (gli obiettivi giusti di cui sopra) non può camminare sulle gambe di formule usurate e come sempre verticistiche.
E il tempo farà sì che ce ne renderemo purtroppo conto.

Perché non ho fiducia in questo progetto?
Perché è evidente che presenta tutte (e dico tutte) le caratteristiche di quelli passati, perché non affronta la mutata realtà sociale, perché interpreta la voglia di partecipazione attiva come una richiesta di un ennesimo soggetto politico (coalizione) da votare, cosa che è poi stata sempre la causa di nuove disillusioni e successive astensioni dal voto e dalla politica attiva nel momento dell’inevitabile fallimento.
Sì, forse si arriverà a una minima percentuale che manderà qualcuno in Parlamento. Ma non è già successo anche questo? E’ davvero così che si pensa che la gente possa tornare a partecipare alla vita politica attiva?
Perché poi sono sempre le “prossime elezioni” e il relativo  voto quello a cui si pensa e mai a un processo che crei una vera coscienza di alternativa e auto-organizzazione dalla base.

In molti abbiamo già detto e scritto più volte che oggi è preliminare cambiare METODO, mettere i singoli individui nella posizione di proporre, elaborare, decidere obiettivi e percorsi, partendo dalla base in modo orizzontale e paritario con chiunque altro; non certo offrendo ad essa delle soluzioni pre-confezionate e coinvolgendola solo a posteriori in progetti, alleanze e obiettivi scritti da altri.

E invece siamo qui ad assistere ai soliti contatti tra ceti politici, le solite alchimie ed equilibrismi, appelli e scambi di lettere.
E’ la base sociale che sta facendo tutto questo? E’ la base sociale che sente questa necessità o sono invece i soliti noti che dicono alla base sociale cosa “deve volere“, di cosa “deve avere bisogno” e poi, in ultima analisi, “chi dovrà votare” ?

Non parlo di malafede, di interessi di mantenimento o acquisizione di posizioni, di bisogno di sopravvivenza come ceti e apparati politici, cose che pur ci sono..

Ma se si è in buonafede è ancora peggio…. perché è la dimostrazione che siamo molto indietro, che ancora non si è realmente capito che la strada da percorrere oggi è quella della ricomposizione della base sociale dal suo interno, non intorno al solito progetto e ceto politico, che bisogna riportare la gente a una partecipazione/decisione politica (non solo al voto).

Ma tutto questo senz’altro non fa comodo alle ambizioni di alcuni.
Diventare individui tra gli individui in modo paritario non è una cosa che è mai piaciuta tanto a chi fa politica.
Auguri a chi crederà ancora a questo progetto/fotocopia.

Gian Luigi Ago

https://left.it/2017/07/01/lettera-aperta-a-giuliano-pisapia/


Attuazione della Costituzione e coalizioni elettorali: equivoci e certezze

Presentazione1

Cosa è rimasto a ormai sette mesi dalla vittoria referendaria del NO?
Sono rimasti sostanzialmente molti equivoci ed almeno una certezza.

L’equivoco principale è stato quello di pensare che la vittoria del NO rappresentasse, per tutti coloro che lo avevano votato, un fermo proposito di difendere la Costituzione.
In realtà questo nobile proposito apparteneva a una ristretta percentuale dei votanti e più precisamente alla parte più politicizzata, più attenta da sempre alla necessità di ridare il giusto valore alla nostra Carta, nata dalla Resistenza.

Si è sottovalutato il fatto che gran parte di quel 60% rappresentasse una grande fetta della destra, anche la più becera, e che ad essa si fossero aggiunti quanti volevano solamente la caduta di Renzi (spesso solo per mire di affermazione della propria parte politica);
si è sottovalutato anche che molti avessero votato NO solo opponendosi a delle singole scelte del Governo (job’s act, buona scuola, sanità, ecc.).

Certo, quei temi sono strettamente legati alla difesa dei diritti sanciti dalla Costituzione ma il fatto di sottovalutare che molti non ne cogliessero il nesso profondo con essa, ha fatto sì che si pensasse di avere a disposizione un 60% di italiani pronti a battersi in piazza per attuare e difendere la Costituzione.
La realtà era molto diversa e il non aver colto subito il vero senso di quel voto ha portato a delle scelte di percorso che non hanno prodotto, nè produrranno, quanto si era sperato.

Dimenticando spesso la necessità di proporre anche modifiche alla Costituzione, in senso migliorativo e quindi opposto a quello della proposta renziana, si è pensato quindi che il tema della sua semplice attuazione e difesa potesse essere quello che avrebbe coagulato le masse intorno a questa battaglia; battaglia che in realtà è rimasta ad appannaggio di pochi, spesso già politicizzati, costituzionalisti, esperti e conferenzieri del settore ma con un seguito esiguo rispetto a quel 60%.
Si è pensato che i vari Comitati e Coordinamenti Costituzionali potessero essere il veicolo capace di far crescere un progetto di alternativa che nascesse dalla base sociale (o per alcuni soltanto la coinvolgesse).

E’ stato un errore che alcuni avevano paventato, avvertendo che si sarebbe perso altro tempo addentrandosi in un vicolo cieco e non adeguato a creare un vero cambiamento, ma che è rimasto un allarme inascoltato nell’euforia della vittoria e di possibili ritorni elettorali.
Questi tentativi, infatti, come era più che prevedibile non sono decollati come si sperava e ancora devono giungere a una formalizzazione che probabilmente si attuerà solo in vicinanza del primo anniversario di quel referendum (molto tardi per la “memoria” degli italiani) attraverso coordinamenti o direttivi che coinvolgeranno in minima parte la base e che, partendo sostanzialmente da illustri personaggi, resteranno di vertice e frequentati da esperti o persone già attive politicamente.

Il grande movimento popolare di alternativa non nascerà certo da qualcosa di senz’altro giusto come la battaglia costituzionale, ma che, presentata in modo “deduttivo”, verrà concepita sempre come qualcosa di astrattamente “giuridico”.
Questo grande movimento non nascerà nemmeno riproponendo le solite alchimie di coalizioni elettorali, nell’ennesimo tentativo di unire una Sinistra ormai incapace di fare qualcosa che non sia la sterile ripetizione di falliti esperimenti passati e basati sempre su un equilibrio tarato sulle consistenze e percentuali delle forze politiche esistenti. Alchimie che, nella lentezza dell’ugualmente inefficace richiamo al percorso di “attuazione costituzionale”,  ne sono diventate di fatto concorrenti nel loro richiamo a coinvolgere le “masse”.

All’inizio si è parlato di “equivoci” e “certezze”.
Ecco: l’unica certezza uscita maggioritaria da quel referendum è stata la semplice voglia di partecipazione attiva, la voglia di poter incidere direttamente sulle scelte di indirizzo della nostra politica, al di là dei contenuti. Potremmo dire che questa volta la svista è stata quella di guardare la Luna e non invece il proverbiale dito.
E questa partecipazione non nascerà certo dallo stringersi intorno a Comitati o Coordinamenti Costituzionali, utili e importanti per quella specifica tematica (purtroppo percepita ancora in modo troppo astratto se non quando addirittura di retroguardia), ma che non sono in grado di essere facilitatori di un ricompattamento della base sociale.
E nemmeno servirà coinvolgere la base sociale (spesso solo come insieme di elettori con matita copiativa in mano) nelle solite coalizioni di partiti, movimenti, leader, apparati, ecc.

Si parlava prima di metodo “deduttivo”.
Ecco: il metodo giusto sarebbe (restando dentro questa metafora) un metodo “induttivo”, che partisse cioè dai problemi che la base sociale vive sulla propria pelle, individuando solo dopo come i principi costituzionali che ci stanno dietro siano garanzia di soluzione e come invece l’inosservanza degli stessi e il non integrarli con articoli che diano più potere ai cittadini, abbia creato le varie situazioni di degrado, disagio, ingiustizia.

Più di due anni fa in QUESTA NOTA citavo Heidegger quando sosteneva che “qualsiasi salvezza che non provenga da dove ha luogo il pericolo, è ancora sventura“.
Credo che il problema sia rimasto quello e che si siano persi altri due anni (da aggiungersi ai precedenti).
Le soluzioni devono tener conto di quella voglia di partecipazione attiva che è la vera certezza uscita dal referendum del 4 dicembre.

L’unica soluzione ragionevole non può quindi che essere quella di partire dal “pericolo heideggeriano”, dai territori e dalla base sociale; non per coinvolgerla, spesso solo come “forza numerica”, a progetti “costituzionali” o “elettorali”; non per proporle programmi e obiettivi già “masticati” da altri.
Ma piuttosto per ascoltarla e farla parlare, al di fuori delle cabine elettorali, offrendo ad essa la possibilità di proporre soluzioni e percorsi che nascano da confronti e decisioni attuate con metodi (e strumenti che li supportino) realmente democratici, orizzontali, partecipati e trasparenti; dando ad essa la possibilità di tornare a far politica con la coscienza di poter incidere direttamente sulle scelte politiche e di auto-organizzarsi, al di fuori del già esistente od offerto dall’alto, per potere arrivare ad auto-rappresentarsi attraverso un percorso di creazione di una vera alternativa popolare di base.

Purtroppo dalle ultime elezioni politiche abbiamo perso quasi cinque anni in cui nulla è cambiato e molto è peggiorato. Il trastullarsi in operazioni sempre identiche e fallimentari sta dando spazio alla destra e alla ferocia del capitalismo.

Quo usque tandem continueremo a ignorare la necessità di una vera rivoluzione copernicana delle prassi politiche?
Quanti anni ancora dovremo perdere, quando oggi potevamo già essere a metà del guado che divide il passato dal futuro?

Gian Luigi Ago


Desolanti ballottaggi (e oltre)

ballottaggi

E mi diverto, amaramente… a leggere centinaia di commenti di persone che oggi si scannano su chi votare ai ballottaggi di elezioni che sostanzialmente non sposteranno di una virgola i problemi dei Comuni, della gestione democratica degli stessi, degli interessi che ci girano intorno, salvo forse un’aiuola più o meno fiorita di prima.

Chi voterà la destra per fermare il Pd, chi voterà il Pd per fermare la destra, chi voterà chiunque per fermare i grillini.
Una desolante corsa al “meno peggio” che svilisce la democrazia più con quelle croci tracciate a matita copiativa che con l’astensione.
Stesso teatrino provinciale (comunale…) a cui assistiamo da quarant’anni senza che ci sia stata alcuna rivoluzione e senza che nessuno abbia mai rivoluzionato le città.

E questo perché votiamo sempre altri, votiamo dei nostri rappresentanti anziché farci auto-rappresentanti.
Anche le lodevoli esperienze di liste civiche vengono poi risucchiate dallo stesso meccanismo e diventano di fatto altri partiti che  seguono le stesse macchinose e politiciste  logiche degli altri partiti, molto più evidenti in sede di ballottaggi.

Se la stessa vis polemico-politica, lo stesso tempo, lo stesso denaro, la stessa determinazione fossero stati distolti negli ultimi decenni da campagne elettorali inutili (visto che nulla hanno mai sortito nonostante splendidi programmi e obiettivi) e fossero stati dedicati invece alla costruzione di una forza popolare di base, cosa diversa da un partito ma anche da una lista civica (che altro non è che l’ossimoro di un partito senza partiti), forza popolare nata davvero in modo orizzontale e partecipato, tralasciando elezioni “intermedie” (che ormai sappiamo essere inutili e non in grado di essere vinte), se tutto questo si fosse cominciato a fare, appunto, almeno vent’anni fa oggi forse  questa forza esisterebbe e  sarebbe in grado finalmente di presentarsi ad elezioni per vincerle e non solo per fare testimonianza.

Capisco, certo, che fino a qualche anno fa eravamo nel Novecento e che tutti noi concepivamo la politica solo in questo modo (partiti, candidati, elezioni, rappresentanti da una parte e votanti dall’altra).
Ma oggi tutto ciò non è più giustificabile.
Oggi la realtà sociale è totalmente cambiata e chi riuscisse ad analizzarla, non dico marxianamente, come riterrei adeguato, ma anche solo con buonsenso, dovrebbe capire che non si può continuare a concepire la politica come il ripetersi di meccanismi ormai obsoleti che si seguono col paraocchi, in un loop da “giorno della marmotta” che ci ripropone ogni bene(male)detto anno sempre le stesse cose.
E’ ora che la sveglia suoni e che il giorno della marmotta abbia termine.

Oggi chi, per interessi di bottega o solo perché l’abitudine e la routine politica è difficile da scrollarsi di dosso, non capisce che la realtà è cambiata e che richiede nuove strategie, è condannato a rivivere per un altro ventennio le solite facciate contro il muro.

Oggi serve ripartire dalla base sociale, che non significa coinvolgerla ma che sia essa stessa a farsi attrice, a rompere il muro che divide ceto politico da una parte e bacino elettorale dall’altra.

Oggi bisogna partire dalle persone e dalle loro proposte (non da programmi scritti da altri a cui aderire) , dalle loro decisioni prese in modo paritario.
Non “una testa, un voto” (che è ancora verticismo) ma “una persona, un’idea, un voto”.

Molti lanciano, a livello nazionale, appelli in tal senso ma si scontreranno con i soliti problemi che già abbiamo riscontrato con Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa, solo per citare le più recenti esperienze

Perché succede questo?

Perché manca la consapevolezza (o la volontà) di capire  che qualsiasi proposta e progetto, per quanto giusta nei propri contenuti, deve prioritariamente far i conti col METODO, con la forma organizzativa.

Non si è ancora compresa la necessità di utilizzo di adeguati strumenti informatici, con al centro le piattaforme decisionali, cosa che non deriva da una “fissazione tecnologica” ma dalla consapevolezza che ciò è indispensabile se davvero si vogliono evitare le dinamiche del passato (vedi, per ultime, la corsa degli auto-nominati tanto in Altra Europa quanto nel Coordinamento per Democrazia Costituzionale) e dare il via a un progetto effettivamente democratico.

Serve “democrazia interna” a questi progetti, il reale superamento della delega e della rappresentanza a favore di forme di auto-rappresentanza, e degli strumenti necessari ad attuarla.

Senza questo anche i progetti più nobili e giusti naufragheranno inevitabilmente come i precedenti.

Gian Luigi Ago


Un Corbyn italiano? E per farci che?

corbyn

Lasciatemi dire in totale dissonanza: io un Corbyn italiano non lo vorrei.
Per farci che? Per dar vita al solito listone partitico di sinistra che poi dovrebbe appoggiarsi necessariamente al Pd, visto che da solo non avrebbe alcuna incidenza?

Le soluzioni per il cambiamento oggi passano da soluzioni distanti anni luce dai leaderismi e dai soliti triti equilibri politicisti.

Per intraprendere un percorso di cambiamento oggi sono necessarie due imprescindibili condizioni:

– partire veramente dalla base;
– usare metodi totalmente orizzontali.

L’appello Falcone/Montanari, giustissimo nelle sue declinazioni, deve scontrasi quindi , per non rimanere la solita ineccepibile dichiarazione di ottimi principi, con questi due punti.
Il 18 giugno ci sarà un primo incontro sulla base di questo appello.
Indovinate chi ha subito accettato?
Avete indovinato: tutti i partiti della Sinistra.
Si sarà troppo maliziosi a pensare che per loro sia il solito taxi per potere, attraverso una lista che superi gli sbarramenti elettorali, accedere o mantenere posizioni istituzionali?

La bontà di questo incontro sarà visibile sin dall‘inizio; la prossemica stessa ce lo farà capire. Se avremo un tavolo con i promotori dell’appello e i soliti noti deputati e capi di partito da una parte e una platea di comuni mortali dall’altra, già si partirà male.
Se poi in quell’incontro si proporranno Comitati organizzativi, operativi o di coordinamento, seppur temporanei o aperti a tutti, già la strada si delineerà come quella già vista più volte.

La questione è elementare: solo quei due semplicissimi punti di cui sopra possono far marciare le buone intenzioni verso un progetto serio.
Ma davvero non ci hanno fatto capire niente le passate esperienze, pur partite con gli stessi ottimi appelli?
Ci siamo dimenticati già di Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa?
Capisco gli apparati di questi partiti che hanno il loro tornaconto o, in subordine… credono davvero di essere ancora nel primo Novecento.
Ma la gente davvero abbocca ancora o  crede realmente possibile percorrere la stessa strada che da sempre ha fallito?

Sarebbe l’ora di capire che siamo già oltre il terzo lustro del XXI secolo.
E’ ora di dismettere le vecchie logiche e aprire a percorsi veramente degni di un futuro migliore.

Se poi qualcuno ha preso gusto alle facciate contro il muro, è un altro discorso

Gian Luigi Ago


I limiti della democrazia rappresentativa, partecipata e diretta

base sito

Se si analizzano i modi in cui sono state elaborate e prese fino ad oggi le decisioni politiche (sia a livello di piccoli gruppi che a livello di istituzioni) è facile notare come quasi sempre esse si sono avvalse di metodi che, in misura maggiore o minore, non sono mai stati totalmente democratici.
Si è sempre passati infatti da decisioni affidate a leader politici ad altre prese da comitati politici, congressi con mozioni e/o delegati o assemblee.
Tutte forme che contengono, esplicitamente o implicitamente, delle forme di verticismo che condizionano la possibilità di coniugare il metodo con un’assoluta corrispondenza al volere comune.

Possiamo riassumere le principali forme di democrazia oggi esistenti in: democrazia rappresentativa, democrazia partecipata, democrazia diretta.

Tutte, come già detto, presentano però dei limiti.

DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA:

E’ quella ad esempio prevista dalla nostra Costituzione e che prevede una delega in bianco ad alcuni eletti che gestiscono il loro mandato per un tempo determinato in piena autonomia e senza vincolo (come sancito dall’articolo 67 della Costituzione).
Questa forma viene adottata anche in altri ambiti di piccoli gruppi/movimenti/partiti.
In questa forma di democrazia non è possibile il cosiddetto recall, cioè cambiare idea durante il mandato e togliere la delega all’eletto;
si deve votare in blocco il pacchetto programmatico del candidato e del partito, anche se contiene singoli punti su cui non si è d’accordo;
nella maggioranza dei casi si scende quindi a un compromesso votando il programma e il candidato che più si avvicina alla nostra idea e maggiormente ci rappresenta, anche se non totalmente;
data l’autonomia dell’eletto, non è possibile imporre dalla base scelte che non gli siano gradite;
anche riferendosi a piccoli gruppi/movimenti/partiti la struttura che si crea è una struttura a delega piramidale.

DEMOCRAZIA PARTECIPATA

E’ da distinguere dalla “democrazia partecipativa” che meglio sarebbe definire “metodo partecipativo”.
La democrazia partecipata è quella che permette, ad esempio, ai cittadini di interagire con le istituzioni e i propri rappresentanti con proposte, discussioni, petizioni, ecc.
Anche questo tipo di democrazia presenta dei limiti, pur essendo utile per creare stabili rapporti di comunicazione con gli eletti nelle istituzioni:
non si tratta innanzitutto di un processo decisionale ma consultivo, di indirizzo;
la decisione finale compete quindi sempre a chi è nelle istituzioni con cui si partecipa;
non è rappresentativa della totalità della base in quanto potrebbero, volta per volta, partecipare a queste iniziative solo coloro che sono favorevoli o contrari;

DEMOCRAZIA DIRETTA:

Anche  la democrazia diretta, di cui oggi tanto si parla, talvolta equivocandone il senso, può avere dei limiti democratici.
E’ il tipo di democrazia in cui tutti decidono tutto, concettualmente la più democratica.
Ma soprattutto in questo caso è importante il METODO che si sceglie per realizzarla compiutamente.
Senza il metodo giusto anche questo tipo di democrazia presenta molti limiti:
è molto impegnativa perché tutti devono essere sempre attivi in tutte le decisioni, essere presenti sempre e comunque, specialmente se queste decisioni si svolgono in assemblee fisiche;
il rischio è quindi quello del dominio di chi ha più tempo a disposizione;
altro rischio è il dominio degli estroversi, ad esempio coloro che in una assemblea hanno più voce, carisma e capacità dialettica;
c’è poi il pericolo di un’oligarchia su temi complessi e specifici su cui tutti non hanno le necessarie competenze, non esistendo la possibilità di delega;
altro rischio è l’apatia che può essere conseguenza di un aumento delle deliberazioni comuni;
necessita infine di una continua ed efficace informazione erga omnes su ogni cosa.

CHE FARE QUINDI?

La soluzione per ovviare a tutti questi limiti, e addivenire a una forma di democrazia il più possibile coincidente con il volere popolare, sta nell’attuare un metodo che coniughi il meglio di tutte questi tipi di democrazia e ne elimini di contro i vari difetti.
Un metodo che dev’essere supportato da strumenti che rendano possibile tutto questo.

E’ quella che possiamo definire DEMOCRAZIA LIQUIDA, un metodo che unisce e si muove, a seconda dei momenti e delle situazione, tra il meglio dei vari tipi di democrazia che abbiamo elencato.
Sì quindi a forme di delega ma non in bianco, revocabili del tutto o in parte, potendo tornare al voto diretto in ogni momento del processo decisionale, con la possibilità di proxy voting, ovvero un sistema di deleghe a cascata, deleghe globali oppure per singole tematiche o singole questioni.

Servono però degli STRUMENTI che consentano tutto questo oltre a garantire la partecipazione attiva di tutti, non solo al momento del voto ma anche a quello dell’elaborazione delle proposte e della discussioni che lo precedono.

Oggi la tecnologia ci mette a disposizione delle piattaforme informatiche che consentono con una approssimazione quasi assoluta l’esercizio di una democrazia realmente paritaria, orizzontale e partecipativa.
La più famosa è la piattaforma open source LIQUIDFEEDBACK che consente a tutti di fare proposte, controproposte ed emendamenti in tempi stabiliti (policy) e che devono preventivamente superare una soglia di interesse comune.
Lo strumento informatico, mettendo a disposizione tempi più o meno lunghi per ogni discussione/votazione, non costringe ad essere presenti in un luogo e a un orario preciso ma consente di dare il proprio contributo in qualsiasi momento dello spazio temporale a disposizione.
Inoltre il metodo di votazione Schultze  che consente una votazione basata su assenso/astensione/dissenso/voto plurimo,  rende l’esito della votazione il più possibile coincidente con la volontà politica degli elettori.

Vorrei che non si equivocasse: ovviamente questi strumenti non escludono gli incontri fisici ma ad essi si affiancano e ne sono complementari e possono avvantaggiarsi anche di altri strumenti quali, ad esempio, i Forum di discussione.

Quello che oggi può riavvicinare le masse alla politica partecipativa è l’assoluta orizzontalità, trasparenza ed efficacia del fare politica.
Per realizzare tutto questo il problema principale è quello del METODO, metodo (supportato poi da idonei strumenti) che superi la crisi della rappresentanza eliminando lo iato tra base sociale e ceto politico, tra rappresentati e rappresentanti e vada verso un’auto-organizzazione e auto-rappresentanza della base sociale che si faccia, dal suo interno, forza popolare di alternativa.

Oggi questa è l’unica strada realmente innovativa e in grado di dare una risposta alla mutata realtà sociale, superando metodi otto/novecenteschi che non a caso non risultano più rappresentativi e producono solo fallimenti, disaffezione e allontanamento dalla politica attiva.

Gian Luigi Ago


Verso le amministrative

 

Le amministrative incuriosiscono soprattutto perché svelano, attraverso chi nutre (o finge di nutrire) verso di esse soverchie aspettative, lo stato dell’arte della politica locale e di riflesso nazionale.

Esse rappresentano anche la cartina di tornasole delle ambizioni personali:
imprenditori che diventano improvvisamente politici, politici che nascondono il più possibile il loro essere politici, altri per cui, più che il risultato elettorale, è importante la campagna elettorale in se stessa in quanto è in grado di rafforzare la propria immagine personale, altri ancora che disinvoltamente appoggiano l’inappoggiabile o passano disinvoltamente da uno schieramento all’altro.

Curioso sarà assistere ancora, negli eventuali ballottaggi, al triste rito del “voto utile” per cui si appoggerà chi prima si dipingeva come il diavolo, adducendo come scusa il necessario fare scudo all’avvento del “peggio” ma in realtà sperando in una risicata ricompensa in poltroncine (per essere utili alla città…si intende…). Come se non fossero proprio le  politiche del “meno peggio” a far crescere, come reazione, il “peggio”.

Si salvano solo sparute liste civiche (intendo “vere liste civiche”, non quelle che servono a maschere per i soliti noti) animate esclusivamente – spesso però anche un po’ ingenuamente e in modo naif – dall’evidenziare, attraverso la visibilità  della loro campagna elettorale, la possibilità di dar vita a una vera partecipazione individuale che vada al di là delle elezioni e degli interessi di partito e che si sviluppi quotidianamente, e non solo a scadenze elettorali, attraverso un riavvicinamento alla politica attiva dei cittadini.

Insomma, in queste tristi rappresentazioni che ormai sono diventate le elezioni, non c’è nulla di nuovo sotto il sole.
E’ specialmente in questi momenti che si sente il bisogno di nuove prassi politiche, di rompere la dicotomia costituita da una parte dalla base sociale (leggi: bacino elettorale) e dall’altra da ceti e apparati politici.
Ed è sempre in questi momenti che cresce il bisogno di ridare a politica e partecipazione il loro vero senso etimologico.

Ci troviamo oggi in una fase epocale di passaggio, in cui il anche il “passato” comincia ad accorgersi che il “futuro” sarà inevitabimente diverso da prima e allora si traveste un po’ con idee, apparenze, slogan simili ad esso, senza però rompere del tutto con quello che si era e che resta, appunto,  mascherato, nemmeno tanto bene, dietro il nuovo “vestito” elettorale.

Il futuro arriverà prima o poi, questo è sicuro (d’altronde arriva sempre…).
Si dovrà però ancora lavorare a lungo per superare il retaggio di un modo di fare politica standardizzato e che per molti appare ancora l’unico possibile.
Adelante!

Gian Luigi Ago


Quattro anni fa le elezioni politiche (Copernico adhuc docet)

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A distanza di quattro anni esatti dalle politiche del 2013 sono più che convinto che la “Sinistra” abbia perso esattamente altri quattro anni.

Dopo il fallimento di Rivoluzione Civile eravamo esattamente nel momento giusto per voltare pagina e far nascere qualcosa di veramente nuovo, di base, orizzontale, partecipativo; qualcosa di inedito che riportasse alla partecipazione politica della base sociale, un progetto nuovo che, partendo all’analisi dei mutamenti della composizione sociale superasse vecchi schemi, dando vita a nuove strategie, metodologie, strumenti.

Invece siamo ancora al punto di partenza, come in un masochistico gioco dell’oca. Ed ecco i soliti leader, i soliti soggetti politici, coi soliti balletti per creare unità a sinistra o liste elettorali che non prenderanno mai più del 4%, oppure prenderanno di più, ma solo se prenderanno a bordo personaggi che definire di sinistra è molto discutibile come Pisapia, D’Alema, Bersani, ecc.

Qualcuno in vero provò (o meglio pensò), dopo le elezioni 2013, a creare qualcosa di nuovo, ma i fatti ci dicono che poi tutto è rimasto solo sulla carta.
Perché?

Perché non si è avuto il coraggio di rompere il cordone ombelicale con quel mondo politicista che pensa solo a successi elettorali, a mantenere rendite di posizione o acquisirne altre; perché non si è avuto il coraggio di rompere totalmente le vecchie strutture e creare spazi (prima ancora che soggetti) realmente orizzontali e democratici; perché non si è avuto il coraggio di stare veramente tra la gente, abdicando a qualsiasi ruolo di guida o rappresentanza, perché non si è saputo sporcarsi le mani nelle situazioni di lotta, anziché dimorare negli incontri, convegni, seminari tra varie segreterie, personalità politiche, vecchi costituzionalisti, ecc. ecc. ecc.; perché non si è avuto il coraggio di capire che la semplice progressiva scalata elettoralistica non è la strada del cambiamento, che le elezioni sono solo il momento di raccogliere quello che si è seminato precedentemente e che è importante, prima di cimentarsi credibilmente in esse, costruire un vero fronte popolare di alternativa stando in mezzo alla gente per renderla attrice più che elettrice, rompendo il muro tra base sociale e ceto politico e andando verso l’auto-organizzazione e l’auto-rappresentanza della base sociale, anche in tempi lunghi se necessario.

Si continua imperterriti con gli stessi metodi, le stesse logiche, le stesse utopie (nell’accezione peggiore del termine) che perpetuano un modello otto-novecentesco che oggi non ha più senso né efficacia.

Le rivoluzioni (in qualsiasi ambito si intendano) accadono sempre quando qualcuno si accorge che il vecchio mondo è tramontato e che la realtà è diversa, totalmente diversa, dal passato e come tale va affrontata.
Copernico adhuc docet.

Gian Luigi Ago


Comitati Costituzionali: un tram chiamato desiderio

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Molti avevano indicato i Comitati Costituzionali come il locus da cui ripartire dopo il referendum del 4 dicembre, sull’onda di una malintesa interpretazione della vittoria del NO .
Infatti quest’ultima era solo in minima parte dovuta a un pathos costituzionale e per lo più esprimeva invece un voto anti-Renzi o basato sull’opposizione a singole leggi. E tra l’altro era anche in gran parte un voto che veniva dalla destra più retriva.

Ma molti hanno creduto di individuare nei Comitati il mezzo per addivenire a un ricompattamento sociale intorno a un progetto di alternativa, immaginando una corsa di quel 40% a costituire la “forza dei numeri” di revelliana memoria.
Ma che non potesse essere così appare chiaro oggi da quello che sta succedendo e dimostra come quella vittoria straordinaria abbia obnubilato la capacità di analisi della realtà o quntomeno abbia fatto immaginare autostrade inesistenti.

I Comitati Costituzionali hanno un indubbio valore ma unicamente specifico e legato all’impegno per la difesa e attuazione della Costituzione.
Stabilito questo, si sarebbe però dovuto tener conto dell’impossibilità di trasformarli in un progetto attraverso cui creare una forza popolare di alternativa, vuoi per quanto detto prima, vuoi per la loro composizione, vuoi per i personaggi che li abitano, vuoi perché i metodi che usano sono arcaici e inemendabili.

I Comitati Costituzionali sono troppo eterogenei per costituire una weltanschauung condivisa, sono l’opposto di quella democrazia partecipata che oggi servirebbe per ridare voce al popolo e non solamente a quelli che, millantando, si ergono a loro rappresentanti o leader.

E oggi si vede in molti Comitati regionali quello che molti avevano paventato, inascoltati: ovvero la loro incapacità di recepire proposte innovative, il loro essere troppo appiattiti sulle indicazioni che arrivano dal direttivo nazionale, la loro totale mancanza di capacità di auto-determinazione e auto-organizzazione, la loro chiusura a metodi realmente orizzontali.
Essi rappresentano un ennesimo vicolo cieco in cui si sono proiettate le aspirazioni di alcuni, le utopie di molti, un ennesimo tram chiamato desiderio che non porta però da nessuna parte, se non al solito capolinea da cui far ripartire poi la solita corsa.

La ricomposizione della base sociale dovebbe partire invece proprio dai malesseri che hanno generato quel NO referendario: dai territori, dalle singole lotte, dal disagio e dalle contraddizioni della base, non da strutture in cui ci sono i soliti “militanti” e le solite “personalità nobili” ma legate alle solite prassi verticistiche, burocratiche e a cui non si avvicineranno mai i molti “arrabbiati” di quel NO.

Insomma un altro errore dovuto all’incapacità di avere visioni innovative.
E questo è in fondo il male cronico di questi tre lustri del nuovo secolo: il non sapere togliersi dalle spalle la scimmia di prassi, ma soprattutto logiche, otto-novecentesche.

Gian Luigi Ago


COA(LI)ZIONE A RIPETERE (sinistra e dintorni)

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Che dire, oltre che al fatto che era già tutto previsto?
Dall’articolo, il cui link trovate a piè di pagina, è evidente il solito squallido scenario in cui la Sinistra (e dintorni) da anni replica il solito brutto spettacolo.

Mentre Michele Emiliano punta alla segreteria del PD ma già giura, nel caso non ci riuscisse, eterna fedeltà a Renzi, dall’altro Sinistra Italiana si muove sempre  divisa tra due anime (sostegno o meno al PD) ma concorde sul tradizionale metodo congressual-verticista guidato da Fratoianni, delfino di Vendola.
Intorno, molti altri che cercano di entrare nel “giro che conta”, attraverso liste o percorsi sempre gestiti con metodi dirigisti.

Anche la strada dei Comitati costituzionali lascia molti dubbi perchè lascia trasparire, nemmeno tanto velatamente, l’idea che possa essere un taxi verso successi elettorali, come ho già scritto qui:
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/01/05/la-corsa-ad-attuare-la-costituzione/

Prospettive? Si va verso un listone, imposto probabilmente dalla legge elettorale. Con o senza D’Alema e Pisapia?
This is the question (direbbe William) ma il punto non cambia perché si va comunque  verso il deja vu e perché non la soluzione dei problemi ma il successo elettorale solipsistico è l’obiettivo vero che  costoro si prefiggono.

La necessità di ripartire dalla base e dal concetto “una testa, un’idea, un voto” che superi il limitato e spesso fasullo “una testa, un voto” viene come al solito ignorato e con esso una metodologia che garantisca orizzontalità, trasparenza e una scelta di autorappresentanza che elimini lo iato tra ceto politico e base rappresentata (che per costoro è in realtà solo “bacino elettorale“).

Vedremo probailente la solita lista di Sinistra magari, e purtroppo, allargata anche a personaggi che di sinistra hanno poco o niente che raccatterà qualche voto e, nella migliore delle ipotesi, qualche seggio che plachi la voglia di visibilità e potere di alcuni.
E poi torneremo al punto di partenza.

Ma le cose andranno sempre così finché non si capirà che la politica oggi non può più essere la solita e che quando si parla di ripartire dalla base non vuol dire attrarre a sè la base ma che la base si faccia artefice unica di un processo di ricomposizione sociale, prescindendo e cancellando segreterie, leader, partiti, gruppi dirigenti. O meglio che crei organizzazione e rappresentanza dal suo interno.

Ma ovviamente accettare questo significherebbe rinunciare alle proprie rendite di posizione o al tentativo di ottenerle; significherebbe lasciare veramente alla base l’elaborazione di idee, proposte, forme organizzative e smettere di considerarla solo sottoscrittrice di cose decise dai soliti noti, significherebbe umilmente confondersi con gli altri rinunciando ai propri egoismi.

Dovremo forse aspettare la fine anagrafica di questi “vecchi dentro” (e alcuni anche fuori) per vedere qualcosa di nuovo?
Probabilmente sì, sempre che nel frattempo non allevino “nuovi vecchi“.

Gian Luigi Ago

https://left.it/2017/02/02/listoni-tessere-e-ritiri-che-casino-cosa-sta-succendo-in-sinistra-italiana/


La corsa ad attuare la Costituzione…

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Fuorviati da una sopravvalutazione del risultato referendario, quasi tutti stanno vedendo nel tema Costituzionale  il veicolo capace di portare al riscatto della Sinistra e dintorni e alla creazione di una nuova forza di alternativa.

Se il tema di ripartire dalla Costituzione ha senz’altro un suo fondamento innegabile, non lo ha però la molteplicità delle proposte che fioriscono da più parti.
E assistiamo così a diverse proposte tutte sullo stesso tema e tutte che cercano l’unità con la base sociale, ognuna però intorno alla proprie proposte e ognuna con leggere differenze dalle altre.
E quindi assistiamo, mutati mutandis, a quello che è sempre accaduto a Sinistra, cioè a diversi partiti, movimenti, personalità che chiedono l’unità, però tutti lanciando e facendosi promotori e portavoce di un “loro” appello all’unità:

Abbiamo così:
Fratoianni di Sinistra Italiana, che ancor prima del referendum, il 2 dicembre,  ha lanciato, in un articolo, su “Il Manifesto” la proposta di unire la “Sinistra del NO”;

Azione Civile che, nella sua Assemblea Nazionale del 9-11 dicembre, ha proposto di ripartire dai Comitati del NO trasformati in Comitati per la difesa e attuazione della Costituzione, trovando l’interesse dello stesso Fratoianni (che appunto lo aveva già proposto) e del Governatore PD della Puglia Michele Emiliano;

Domenico Gallo, Alfiero Grandi e Mauro Breschi che hanno indetto a Roma per il 21 Gennaio un incontro nazionale dei “Comitati del NO”;

Paolo Maddalena che il giorno dopo, il 22 Gennaio, a Roma proporrà il “Progetto per l’attuazione della Costituzione

L’Altra Europa che propone di dar vita a un vero e proprio “Movimento per l’attuazione della Costituzione”.

E sorvolo su altre Costituenti  come il Diem 25 con Varoufakis e il PlanB a cui partecipano diversi movimenti, Stefano Fassina ed esponenti del PRC come la deputata europea Forenza.

Se è positivo questo attivismo di ripartenza dopo il Referendum, ci sono però delle cose da precisare: una l’abbiamo detta prima, parlando della molteplicità di proposte, tutte concentrate nel mese di Gennaio e tutte che provengono da promotori diversi.
E’ poi limitativo parlare di “attuazione” della Costituzione.
Infatti solo una parte va attuata, ma altre parti andrebbero riviste.

Per esempio l’art. 81, andrebbe riportato semmai alla sua stesura originale; dovrebbe essere modificato l’errato termine di “razza” contenuto nell’art. 3;
dovrebbero essere modificati i concetti di “famiglia e matrimonio” contenuti nell’art.29;
dovrebbe essere superato il concetto di “delega in bianco”;
dovrebbero essere estesi ulteriormente gli esigui spazi di democrazia diretta contenuti nella Costituzione;
dovrebbe essere introdotto il termine di “bene comune”, ecc. ecc. ecc.

C’è poi la sopravvalutazione di cui dicevamo all’inizio.
Pensare che tutti coloro che hanno votato NO siano interessati a questo progetto è fuorviante; molti di essi sono di destra, altri hanno votato solo contro Renzi, altri contro alcune leggi del governo che li toccavano di persona, altri per ribellione al ceto politico, e così via.

Ritengo illusorio anche pensare che questo terreno di coltura dell’alternativa possa nascere in alcuni di questi luoghi dove sono di fatto predominanti strutture e persone legate al PD.

D’accordo quindi a mantenere attivi i vari Comitati del NO per difendere e vigilare sulla Costituzione da possibili futuri attacchi, ma non possono essere  queste strutture a fare da incubatrice a una vera ricomposizione della base sociale, e ancor di più se ciò avviene, come sempre, attraverso  appelli da parte di partiti, movimenti, personalità politiche, intellettuali e costituzionali.

Una nuova forza di alternativa può nascere solo da un confronto che parta e si svolga nei territori, in luoghi neutri, tra la base sociale stessa, con assemblee paritarie aperte a tutti come individui, e che si svolgano nella completa orizzontalità.

Illusorio, utopistico e fuori dall’analisi della realtà attuale anche il pensare  più prosaicamente a mantenere ancora la base sociale nella condizione di bacino elettorale costituendo un’ennesima coalizione unitaria che possa essere competitiva alle prossime elezioni.

Credo che ci si stia mettendo su una strada sbagliata e si perda un’altra occasione storica di riportare alla politica attiva e alla partecipazione concreta quanti se ne solo allontanati.

Gian Luigi Ago