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Sommovimenti nella post-sinistra

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Continua il sommovimento in quell’area che per comodità potremmo ancora definire “sinistra” ma meglio ancora “post-sinistra”. L’avvicinarsi delle politiche ha messo in moto già da qualche mese tentativi di recuperare delusi dalla politica e astensionisti.

Si è iniziato con il tentativo Costituzionale di Paolo Maddalena finito in un modo arrogante e verticistico con esclusione di quanti manifestavano anche solo dubbi sulla posizione del “Direttivo”.
Tentativo che comunque portava in sé l’errore di valutazione per cui la vittoria del NO al Referendum del 4 dicembre 2016 significasse un interesse preminente della base sociale riguardo al tema costituzionale, non rilevando che quel voto nasceva in gran parte dai voti di tutta la destra, da un’idiosincrasia diffusa verso Renzi, dall’avversione verso singole leggi (jobs act, buona scuola, ecc.) e che chi veramente aveva votato per la difesa della Costituzione costituiva in realtà una percentuale molto bassa.
E quindi non si è capito che l’intero 60% di quel NO (ma nemmeno meno della metà) non potesse essere recuperabile per un percorso politico centrato su quel tema, per molti purtroppo percepito come molto astratto, non cogliendone lo stretto nesso che c’è invece con i problemi reali.

L’eutanasia del Brancaccio è cronaca di questi giorni; e qui l’errore è stato, pur con tutta la buona volontà, continuare a dar credito e rivolgersi a partiti, movimenti, associazioni e non a singoli individui.
I partiti hanno usato questo percorso come trampolino di lancio ma poi sono finiti a un’unità tra SI, MDP e POSSIBILE che punta a un accordo elettorale per un centrosinistra col PD, in attesa di Pisapia, Grasso e Boldrini.

Gli ultimi di questi tentativi li vediamo in questi giorni:

quello promosso da Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa col nome provvisorio di “La mossa del cavallo”, che sta indicare il metodo per cui sparigliare il terreno e scavalcare gli avversari; sarà lanciato con una conferenza stampa alla Camera dei Deputati Giovedì 16 novembre.
Da quello che si legge finora, il limite, al di là delle indubbie buone intenzioni, sembra essere lo stesso che fu quello del tentativo di Paolo Maddalena, cioè partire dalla difesa della Costituzione (cosa sacrosanta in se stessa ma non funzionale, se non fuorviante, per richiamare alla partecipazione attiva);

c’è poi la proposta dell’ex OPG occupato Je so’pazzo che non ci sta a rinunciare all’Assemblea del 18 novembre annullata del Brancaccio e lancia un “facciamola noi” nella stessa data e sede, interessante ma forse troppo azzardata e pretenziosa.

Come si vede un sommovimento generale, dovuto senz’altro alla vicinanza delle elezioni politiche (mai una volta che questi progetti nascano lontani da esse) che, nonostante una legge elettorale pessima e probabilmente anch’essa, come le precedenti, anticostituzionale, attira molto soprattutto coloro che pensano che l’alternativa si costruisca attraverso un consenso elettorale e non attraverso una genesi dalla base sociale (non quindi da personalità, politici, costituzionalisti,ecc.), genesi di cui si può solo essere facilitatori.

Genesi che deve creare una partecipazione di singoli individui, anziché una alleanza di sigle (e questo non esclude che gli individui poi appartengano a sigle) totalmente orizzontale e democratica, con un’organizzazione leggera e senza poteri decisionali che sono invece di tutti coloro che aderiranno. Decisioni, scelte di percorsi, obiettivi, programmi, proposte che non possono più essere redatte e calate dall’alto di pochi “illuminati” ma devono essere frutto di discussioni tra tutti con metodi TOTALMENTE paritari supportati da strumenti accessibili a TUTTI che non possono essere solo assemblee fisiche, che non possono articolarsi su deleghe in bianco, ma devono saper utilizzare strumenti che consentono a tutti di esprimersi in ogni momento.

Ecco, penso (e ripeto: al di là delle buone intenzioni che si possano avere) che ancora non si abbia il coraggio e/o la percezione che, senza quel passo avanti che elimini anche solo la possibilità di tutti i pericoli, trucchi, manovrine, ecc. insiti nelle pratiche politiche del passato, ci sarà sempre il rischio che qualcuno o qualcosa porti questi esperimenti al fallimento.

Gian Luigi Ago

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E’ crollato il Brancaccio

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L’Assemblea del 18 novembre è stata annullata, Finisce così l’effimero esperimento nato il 18 giugno al Teatro Brancaccio ricalcando quelli già falliti negli anni passati, e perciò fallito anch’esso.
E questo anche se si dice che continuerà in modo autonomo.
Ho già scritto a lungo in questi sei mesi sulla caducità di questo percorso.
Qui alcuni link:

“Secondo passo stentato dopo l’assemblea del Brancaccio”
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/06/24/secondo-passo-stentato-dopo-lassemblea-del-brancaccio/

“I due dioscuri scrivono a Pisapia”:
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/07/02/i-due-dioscuri-scrivono-a-pisapia/

“Alleanza Popolare: si continua sulla vecchia strada”:
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/09/07/alleanza-popolare-si-continua-sulla-vecchia-strada/

Gian Luigi Ago


I ponti siciliani (dalle elezioni siciliane a quelle politiche)

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No, non si tratta del solito ponte sullo Stretto ma piuttosto dei ponti che si stanno costruendo per far passare dalle proprie parti i carri dei futuri vincitori per saltarvi sopra più agevolmente.
Nella logica politica di questo sistema, a cui tutti i partiti politici (e quando si dice tutti, si intende proprio tutti ) si adeguano, le elezioni siciliane non sono servite per dare una nuova amministrazione alla Regione siciliana; e quando mai?
Il senso di queste elezioni è solo quello di essere prefigurative degli scenari delle prossime elezioni politiche e propedeutiche alle strategie da seguire per vincerle (per chi può) oppure per non essere tagliati fuori per altri cinque anni.
Tutti i partiti (proprio tutti, come si diceva) hanno individuato i propri interlocutori: il grande bacino dell’astensionismo.

E questo non è dettato da una sana visone politica tesa a riportare la gente a interessarsi e partecipare alla politica in maniera attiva.
Macché: basta che siano disponibili a fare una croce sulla scheda elettorale; è solo una questione di numeri; la “forza dei numeri” di cui parlava Marco Revelli dopo essersi convertito a queste logiche che prima stigmatizzava.

Le elezioni siciliane fanno presagire l’esistenza di due forze che, al momento e salvo cambiamenti nei prossimi mesi, possono puntare alla vittoria alle politiche: il Centro-destra (solo se si presenterà unito) e il Movimento 5 Stelle che si aspettava certo di più da queste elezioni ma che comunque mantiene percentuali alte. Percentuali che però non potrebbero bastare in caso di un futuro accordo PD-FI, salvo alleanze.
Ma il M5S, si sa, non è favorevole ad alleanze (almeno per ora).

E’ possibile quindi che si cerchi di tornare alla deprecabile pratica del “voto utile” appoggiando dall’esterno il M5S, passando bellamente sopra alla loro natura sostanzialmente né di destra né di sinistra (quindi di destra), al loro sentirsi non-antifascisti, al loro essere un partito padronale senza alcuna democrazia interna, alle loro equivoche posizioni sui diritti, sull’immigrazione, sul lavoro, alla loro incompetenza amministrativa dimostrata nei Comuni che hanno governato, ecc.

Sono ormai passati quasi tutti i cinque anni che ci separano dalle ultime elezioni politiche e tutte le speranze riposte nella costruzione di un qualcosa che si basasse su una partecipazione realmente orizzontale e democratica sono svanite. Tutti gli sforzi fatti per costruire una vera alternativa a PD, Destra e M5S sono stati regolarmente risucchiati da tentativi che più o meno palesemente erano comunque sempre calati dall’alto e gestiti da pochi.
La colpa dell’astensione, che si manifesterà nuovamente alle prossime elezioni politiche, chiunque vincerà, non sarà quindi dei tantissimi che non andranno a votare ma di chi non ha saputo, e spesso voluto, attraverso cinque lunghi anni, dedicarsi a un percorso che portasse alle prossime elezioni un fronte popolare deciso a incidere nella politica con un chiaro segno di discontinuità. Formalmente come fu il 4 dicembre 2016, ma senza i svariati motivi che portarono a quel no (idiosincrasia verso Renzi, votanti di destra, voti di generica protesta, voti contro singole leggi, ecc.) ma piuttosto con l’entusiasmo e con la coscienza di essere parte attiva, e non solo votante, di un percorso fatto insieme.

Percorso che però non c’è stato (e che non si è voluto fare) in cinque anni e che non si potrà certo fare entro i quattro mesi dalle elezioni con invenzioni che saranno comunque costruite e calate dall’alto di una qualsivoglia oligarchia. Non scherziamo.

Aver buttato via altri cinque anni di possibilità sarà una cosa che sconteremo tutti; qualcuno certo si potrà appagare di qualche seggio in Parlamento, altri daranno la colpa a chi non ha appoggiato il “voto utile”.
Ma non è in fondo quello che è già successo nel 2013?

Siamo fermi allo stesso punto di allora, anzi più indietro, avendo collezionato altre delusioni, fallimenti, defezioni dalla politica attiva.
Auguri a chi si presterà ancora a questi giochi e calcoli sempre totalmente interni ai soliti schieramenti, numeri e meccanismi politici.

Gian Luigi Ago


Priorità (coazione a ripetere)

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Insisto sempre sugli stessi concetti ma non è colpa mia se la realtà si ripete ogni giorno sempre uguale come in un eterno “giorno della marmotta”

Tutti oggi parlano di priorità.
Per molti, ad esempio è la legge elettorale.
Eppure è inevitabile che la faranno comunque i soliti noti e a loro precisa misura.
Raccolta di firme, petizioni o suppliche alle Istituzioni saranno cestinate senza nemmeno essere guardate, stiamone certi.

Altro esempio: tutti parlano di “ceto politico” però ogni iniziativa giusta si va a praticarla proprio insieme a quel ceto o comunque a chi come quel ceto ragiona;
e poi si grida allo scandalo e al fascismo se si prendono delle sportellate in faccia.

Nonostante tutto ciò, si continua a dedicarsi prevalentemente a battaglie, certo giuste, giustissime ma con un unico difetto: sono già perse in partenza perché non ci sono, anzi non ci si è mai preoccupati di costruire, le condizioni per poterle vincere.

E tra l’altro queste battaglie si scelgono seguendo l’agenda dettata dallo stesso ceto politico che si vuole combattere.

In parte questo approccio è dovuto all’abitudine a un’eterna opposizione e si pensa sempre alla pars destruens come se non dovesse discendere, o quantomeno andare di pari passo, da quella construens.
Non ci si rende conto che in questo modo il tempo passa e si fa il gioco del Potere che è ben felice che mai si metta mano a una costruzione che nasca soprattutto su una nuova presa di coscienza basata su un lavoro sociale, antropologico, culturale che torni a portare alla partecipazione attiva alla vita politica; lavoro che probabilmente non sarà certo breve nè tarato sempre e solo sulle prossime tornate elettorali.

Bisogna riportare i delusi alla vita politica attiva, si dice.
Giustissimo ma non si capisce che pensare che questo possa succedere solo presentando loro un obiettivo giusto e per di più modulato, come si diceva prima, su esigenze dettate da agende di quel ceto politico che ha creato quelle delusioni, apparirà ai delusi sempre come un qualcosa di interno a quello stesso mondo politico da cui si rifugge.

In questo senso la grande vittoria del referendum del 4 dicembre 2016 ha avuto anche un rovescio della medaglia che si è concretizzato in molti nell’equivoco di un popolo pronto a rispondere a qualsiasi proposta giusta.
Quel NO aveva invece dietro molti aspetti che lo hanno determinato.
E lo scrissi ampiamente QUI.

Il lavoro da fare, come si diceva sopra, è un lavoro di costruzione di un’attenzione alla politica vera, politica che non può essere quella dei balletti rappresentati nel solito teatrino politico; e nemmeno quella di obiettivi sempre modulati in riferimento ad esso.
Servirebbe una disintossicazione che portasse la gente a guardare quello che succede nell’attuale scenario politico per quello che è: un gioco di potere  e riposizionamento tra parti maggioritarie e minoritarie del ceto politico.
E come tale a non dargli più una soverchia importanza.

Bisogna ripartire dal più lontano possibile da quei luoghi, bisogna tornare nei territori,  a partire da quelli più piccoli, dalle esigenze più basilari, più contingenti, non dai grandi temi come la Costituzione o la Legge elettorale.
A questi ci si dovrà arrivare ma attraverso un’opera che porti i cittadini (e anche i non-cittadini) a farsi carico in primis  delle soluzioni dei loro problemi urgenti, del saperli connettere con quelli degli altri, nel riuscire man mano a farsi forza popolare cosciente e capace di auto-rappresentarsi con metodi inediti, tralasciando i balletti politici di cui sopra che tanto non cambieranno nulla, se non qualche virgola (e la storia degli ultimi decenni ce lo insegna). Serve una lenta costruzione di un sentire comune e partecipato.

Non è facile, ma il resto è perdita di tempo.

Gian Luigi Ago


Fascio-razzismo strisciante

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Altro che cose del passato: il fascismo e il razzismo di oggi sono peggio di quelli di ieri.  Oggi ci sono persone che “non sono razzista ma…” oppure che “non sono fascista ma…”.

Queste persone sono apparentemente democratiche, condividono con noi molti gusti, passioni, finanche posizioni di avversione a ingiustizie e sfruttamento, però poi scivolano su quel “ma” e quella congiunzione avversativa li tradisce.

Paradossalmente sono meglio i leghisti o i fascisti di Casa Pound che, nella loro perversa coerenza, sono più riconoscibili e più facili da combattere.
Gaber e Luporini, parafrasando alcuni concetti di Pasolini, dicevano appunto che un fascista al balcone è facilmente riconoscibile.

Il fascio/razzismo strisciante che spesso nega veementemente di esserlo, camuffandosi da buonsenso – forse anche inconsapevolmente (che è peggio ancora) – è invece come un cancro che si insinua subdolamente assolvendoci da sensi di colpa e facendoci sentire diversi dalle palesi iconografie fascio/razziste.

Quando queste forme si diffondono nella società e cominciano a essere sdoganate e spacciate come forme di difesa di cultura e identità, o come strumenti per risolvere problemi lavorativi o economici, arrivando a intaccare anche fasce che si auto definiscono democratiche, il veleno comincia a dilagare.
Non sono iniziati così anche il fascismo e il nazismo?

Gian Luigi Ago


Video: “Nuove forme della politica, democrazia orizzontale


Secondo passo stentato dopo l’assemblea del Brancaccio

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L’appello ad aprire assemblee sui territori lanciato dalla Falcone e da Montanari dopo l’assemblea al Teatro Brancaccio è quanto di più generico possa esserci.

Si parla di apertura, trasparenza, democraticità come se fossero cose ovvie se non attuate attraverso  un metodo che le garantisca e che sia “il metodo” adottato ovunque da tutto il percorso.
L’accenno poi alla scelta di trovare orari e tempi in cui tutti possano partecipare alle assemblee evidenzia come non ci si sia posto minimamente il problema dell’organizzazione attraverso metodi e strumenti che garantiscano la partecipazione erga omnes e non solo per chi potrà recarsi alle assemblee

Che vuol dire poi “indire subito le assemblee nei territori senza aspettare nessuno”???

Ci sarà la solita corsa a chi convocherà le assemblee sentendosi poi in diritto di metterci il suo cappello sopra e stabilendone regole e modalità. Una gran confusione.

Tutto questo darà inevitabilmente vita ad assemblee che sulla carta saranno democratiche ma che presenteranno i soliti limiti delle assemblee (egemonia dei più noti, dei più carismatici, dei più preparati, ecc.) e poi la solita alzata di mano dei presenti.

I metodi e gli strumenti per rendere possibile l’orizzontalità di cui si parla invece esistono già da tempo e in Europa sono in molte forze politiche a usarli come sistema di organizzazione interna e talvolta anche come sistema partecipativo in alcune municipalità.
Ma da noi ne parlano in pochissimi e forse nemmeno li conoscono.
E’ questo non è un problema ma “il problema”

Partire con un progetto che si auto-definisce importante e ambizioso con una simile approssimazione significa imperizia, poca chiarezza, rischi di fallimenti già agli esordi.

O forse si tratta solo di essere tuttora ancorati a pratiche obsolete senza ancora riuscire a cogliere la necessità di quel passo avanti che può rendere un progetto davvero orizzontale, democratico e alternativo.
E questo, come stiamo vedendo, succede anche con persone valide come i due proponenti.

Gian Luigi Ago


ELEZIONI ED OLTRE (riflessioni personali e sentite scuse ad Hegel)

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Credo che per cambiare davvero non basti elaborare programmi elettorali perfetti, proporre obiettivi giusti, rivendicare diritti, denunciare lo sfruttamento e le ingiustizie. Sapeste nella mia lunga vita di attenzione alla politica quante proposte con queste caratteristiche ho visto e quante ne ho votate. Dapprima pensavo che bastasse proporsi più volte per avere prima o poi il consenso popolare. Poi ho pensato che bisognasse anche portare le proposte direttamente nei territori e sostenerne le lotte. Poi…sono passati quarant’anni… e mi sono accorto che la gente, alla fine, vota sempre chi sa che potrà vincere oppure per evitare che qualcun altro vinca. Dopo quarant’anni di fallimenti di partiti e movimenti che, pure proponendo obiettivi giusti e programmi perfetti, continuano a restare minoritari e quindi ininfluenti, mi sono domandato come mai cose che sono evidentenente giuste e dalla parte del popolo continuino a riscuotere consenso così minimo, pur con leader di diversa natura. Ne ho dedotto che il problema risiede altrove.

E qui torno all’inizio: non basta proporre cose giuste e chiedere di farti eleggere rappresentante del popolo; non basta entrare nelle istituzioni solo per essere spesso inutile minoranza. Non basta e anzi è la strada sbagliata.
Il problema principe della politica è  “la crisi della rappresentanza” e di questo ho già  scritto molte volte, e me ne scuso con i miei cinque lettori (nemmeno 25 come se ne attribuiva Manzoni…) . La gente non crede più ai “politici”, l’astensione aumenta e la partecipazione attiva alla “militanza”, come si diceva una volta, è infinitesimale rispetto alle masse e al mutato quadro di riferimento sociale che non presenta più “classi” così omogenee e facilmente definibili come quarant’anni fa. I riferimenti ideologici non hanno più la presa di un tempo ma anzi selezionano in partenza chi potrà seguirti. Oggi la grande antinomia è tra un vertice di Potere e una base di sfruttati dispersa, frantumata, trasversale, anche alle ideologie. Non è un caso che abbiano più appeal liste civiche senza riferimenti espliciti a sinistra od a ideologie, anche se poi, giustamente, essi sono evidenti negli obiettivi che tendono ad aumentare diritti, solidarietà, lotta a ogni sfruttamento.
Anche i politici più scafati lo
hanno capito e si presentano sempre più spesso in liste civiche, in parte nascondendo e in parte lasciando trasparire la loro appartenenza politica, in un sottile gioco di equilibrio.
Ma non basta ancora.

Si cerca allora di riavvicinare la gente alla politica invitandola a partecipare attivamente, si cerca di coinvolgerla per farla sentire attrice del progetto. Cosa lodevolissima. E però (perché c’è sempre un però) non basta ancora e i risultati elettorali lo confermeranno come sempre.

Questo perché se il problema è la “crisi della rappresentanza” è lì che bisogna intervenire. E non certo con riverniciature ma con qualcosa che richiede umiltà, rinunce e coraggio.
Oggi serve spezzare lo iato tra rappresentanti (ceto politico) e rappresentati (bacino elettorale) rendendo la base sociale davvero artefice e attrice (non solo elettrice), ma senza infingimenti.
Questo significa che l’idea di partito deve ritornare alle semplici venti parole dell’art.49 della Costituzione, significa che non si deve più coinvolgere la base sociale in programmi e obiettivi scritti da pochi politici e solo in seguito condivisi dalla stessa base ma piuttosto che questi programmi dovranno effettivamente essere proposti, discussi, votati e scritti insieme. Tutto in maniera TOTALMENTE orizzontale. Solo in questo modo potrà  nascere una forza popolare che cambi e riporti allo spirito originale il concetto di “partito” (se così vorremo ancora chiamarlo) senza alcuna gerarchia, senza alcun livello o rappresentanza interna. Semplicemente un insieme di persone che nei propri territori propone, discute e decide alla pari, collegandosi poi alle altre realtà esterne. E oggi esistono mezzi tecnologici per garantirne orizzontalità e trasparenza . Questo è l’UNICO modo per riavvicinare la gente alla passione della politica attiva.
Agendo in questo modo non avremo più un ceto politico che si propone come rappresentante di altri ma un’unica forza popolare che in maniera hegeliana da tesi e antitesi arriverà a una sintesi che entrambe le unisca e le superi. Non ci saranno più “rappresentanti” che con spirito di sacrificio… (si fa per dire) si candidano a qualche carica ma persone frutto di un’autorappresentanza di questa base sociale che costituirà il fronte di alternativa e  cambiamento.
Attenzione: queste non sono utopie o illusioni di chi vi scrive, ma cose che già si stanno strutturando in molte parti d’Europa.

Il passaggio dalla rappresentanza all’auto-organizzazione e auto-rappresentanza della base sociale, nello spirito dell’articolo 49 della Costituzione, sono l’UNICA strada che potrà portare verso un reale cambiamento che ribalti i rapporti di potere oggi vigenti e che eviti le periodiche e ormai qurantennali sconfitte minoritarie da cui nulla si è imparato.

Ultima annotazione:
certo: è una strada lunga e difficile, anzi lunghissima e difficilissima, una strada malvista da chi sogna impossibili vittorie prêt-à-porter  o da chi punta a leadership o a gratificanti poltrone  istituzionali. Ma è meglio una strada lunga, che porterà (noi o chi dopo di noi) alla meta, piuttosto di una strada più rapida e usuale che però ci ha fatto più volte prendere facciate sul fondo di un vicolo cieco.  Ma l’ho scritto prima: le tre condizioni essenziali sono umiltà, rinunce e coraggio. L’umiltà di sentirsi davvero pares inter pares, le rinunce ad ambizioni personali, il coraggio di abbandonare il navigare nel comodo sottocosta della solita politica e di affrontare il mare magnum di un nuovo percorso orizzontale verso il cambiamento.
Adelante!

Gian Luigi Ago


I limiti della democrazia rappresentativa, partecipata e diretta

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Se si analizzano i modi in cui sono state elaborate e prese fino ad oggi le decisioni politiche (sia a livello di piccoli gruppi che a livello di istituzioni) è facile notare come quasi sempre esse si sono avvalse di metodi che, in misura maggiore o minore, non sono mai stati totalmente democratici.
Si è sempre passati infatti da decisioni affidate a leader politici ad altre prese da comitati politici, congressi con mozioni e/o delegati o assemblee.
Tutte forme che contengono, esplicitamente o implicitamente, delle forme di verticismo che condizionano la possibilità di coniugare il metodo con un’assoluta corrispondenza al volere comune.

Possiamo riassumere le principali forme di democrazia oggi esistenti in: democrazia rappresentativa, democrazia partecipata, democrazia diretta.

Tutte, come già detto, presentano però dei limiti.

DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA:

E’ quella ad esempio prevista dalla nostra Costituzione e che prevede una delega in bianco ad alcuni eletti che gestiscono il loro mandato per un tempo determinato in piena autonomia e senza vincolo (come sancito dall’articolo 67 della Costituzione).
Questa forma viene adottata anche in altri ambiti di piccoli gruppi/movimenti/partiti.
In questa forma di democrazia non è possibile il cosiddetto recall, cioè cambiare idea durante il mandato e togliere la delega all’eletto;
si deve votare in blocco il pacchetto programmatico del candidato e del partito, anche se contiene singoli punti su cui non si è d’accordo;
nella maggioranza dei casi si scende quindi a un compromesso votando il programma e il candidato che più si avvicina alla nostra idea e maggiormente ci rappresenta, anche se non totalmente;
data l’autonomia dell’eletto, non è possibile imporre dalla base scelte che non gli siano gradite;
anche riferendosi a piccoli gruppi/movimenti/partiti la struttura che si crea è una struttura a delega piramidale.

DEMOCRAZIA PARTECIPATA

E’ da distinguere dalla “democrazia partecipativa” che meglio sarebbe definire “metodo partecipativo”.
La democrazia partecipata è quella che permette, ad esempio, ai cittadini di interagire con le istituzioni e i propri rappresentanti con proposte, discussioni, petizioni, ecc.
Anche questo tipo di democrazia presenta dei limiti, pur essendo utile per creare stabili rapporti di comunicazione con gli eletti nelle istituzioni:
non si tratta innanzitutto di un processo decisionale ma consultivo, di indirizzo;
la decisione finale compete quindi sempre a chi è nelle istituzioni con cui si partecipa;
non è rappresentativa della totalità della base in quanto potrebbero, volta per volta, partecipare a queste iniziative solo coloro che sono favorevoli o contrari;

DEMOCRAZIA DIRETTA:

Anche  la democrazia diretta, di cui oggi tanto si parla, talvolta equivocandone il senso, può avere dei limiti democratici.
E’ il tipo di democrazia in cui tutti decidono tutto, concettualmente la più democratica.
Ma soprattutto in questo caso è importante il METODO che si sceglie per realizzarla compiutamente.
Senza il metodo giusto anche questo tipo di democrazia presenta molti limiti:
è molto impegnativa perché tutti devono essere sempre attivi in tutte le decisioni, essere presenti sempre e comunque, specialmente se queste decisioni si svolgono in assemblee fisiche;
il rischio è quindi quello del dominio di chi ha più tempo a disposizione;
altro rischio è il dominio degli estroversi, ad esempio coloro che in una assemblea hanno più voce, carisma e capacità dialettica;
c’è poi il pericolo di un’oligarchia su temi complessi e specifici su cui tutti non hanno le necessarie competenze, non esistendo la possibilità di delega;
altro rischio è l’apatia che può essere conseguenza di un aumento delle deliberazioni comuni;
necessita infine di una continua ed efficace informazione erga omnes su ogni cosa.

CHE FARE QUINDI?

La soluzione per ovviare a tutti questi limiti, e addivenire a una forma di democrazia il più possibile coincidente con il volere popolare, sta nell’attuare un metodo che coniughi il meglio di tutte questi tipi di democrazia e ne elimini di contro i vari difetti.
Un metodo che dev’essere supportato da strumenti che rendano possibile tutto questo.

E’ quella che possiamo definire DEMOCRAZIA LIQUIDA, un metodo che unisce e si muove, a seconda dei momenti e delle situazione, tra il meglio dei vari tipi di democrazia che abbiamo elencato.
Sì quindi a forme di delega ma non in bianco, revocabili del tutto o in parte, potendo tornare al voto diretto in ogni momento del processo decisionale, con la possibilità di proxy voting, ovvero un sistema di deleghe a cascata, deleghe globali oppure per singole tematiche o singole questioni.

Servono però degli STRUMENTI che consentano tutto questo oltre a garantire la partecipazione attiva di tutti, non solo al momento del voto ma anche a quello dell’elaborazione delle proposte e della discussioni che lo precedono.

Oggi la tecnologia ci mette a disposizione delle piattaforme informatiche che consentono con una approssimazione quasi assoluta l’esercizio di una democrazia realmente paritaria, orizzontale e partecipativa.
La più famosa è la piattaforma open source LIQUIDFEEDBACK che consente a tutti di fare proposte, controproposte ed emendamenti in tempi stabiliti (policy) e che devono preventivamente superare una soglia di interesse comune.
Lo strumento informatico, mettendo a disposizione tempi più o meno lunghi per ogni discussione/votazione, non costringe ad essere presenti in un luogo e a un orario preciso ma consente di dare il proprio contributo in qualsiasi momento dello spazio temporale a disposizione.
Inoltre il metodo di votazione Schultze  che consente una votazione basata su assenso/astensione/dissenso/voto plurimo,  rende l’esito della votazione il più possibile coincidente con la volontà politica degli elettori.

Vorrei che non si equivocasse: ovviamente questi strumenti non escludono gli incontri fisici ma ad essi si affiancano e ne sono complementari e possono avvantaggiarsi anche di altri strumenti quali, ad esempio, i Forum di discussione.

Quello che oggi può riavvicinare le masse alla politica partecipativa è l’assoluta orizzontalità, trasparenza ed efficacia del fare politica.
Per realizzare tutto questo il problema principale è quello del METODO, metodo (supportato poi da idonei strumenti) che superi la crisi della rappresentanza eliminando lo iato tra base sociale e ceto politico, tra rappresentati e rappresentanti e vada verso un’auto-organizzazione e auto-rappresentanza della base sociale che si faccia, dal suo interno, forza popolare di alternativa.

Oggi questa è l’unica strada realmente innovativa e in grado di dare una risposta alla mutata realtà sociale, superando metodi otto/novecenteschi che non a caso non risultano più rappresentativi e producono solo fallimenti, disaffezione e allontanamento dalla politica attiva.

Gian Luigi Ago


Lettera di un giovane coltivatore toscano

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Questo articolo è in pratica  la lettera inviataci da un ragazzo che appartiene ad una famiglia dedita alla coltivazione di un prodotto tipico che esprime la sua delusione per non essere rientrato nel Piano di Sviluppo Rurale 2014/2020 della Regione Toscana, nonostante coltivi da ben cinque generazioni il rinomatissimo fagiolo di Bigliolo.

“Mi chiamo Davide Spediacci e ho ventitré anni. Sono residente a Bigliolo, nel Comune di Aulla, e sono diplomato geometra. Ho dovuto interrompere la mia carriera scolastica per cause di forza maggiore e ora sono dipendente di un’azienda del settore alimentare. Il mio sogno è quello di aprire la mia azienda agricola in Lunigiana, ma non mi è stato dato il permesso di farlo in quanto la mia domanda al bando riservato ai giovani agricoltori è stata respinta.”

“E’ chiaro – riprende Spediacci – che questo è un sistema che non funziona e che non tutela quelli che dovrebbero essere i veri beneficiari del bando creando, invece, una corsa all’oro per tutti. Questi bandi nascono per finanziare e aiutare le aziende agricole che si impegnano nella cura del territorio, come la mia famiglia fa da generazioni portando avanti un’azienda frutto di passione, conoscenza e amore per questa terra. La nostra è una delle più produttive nella realtà lunigianese e si estende da Bigliolo ai paesi limitrofi. Abbiamo recuperato terreni abbandonati e incolti da anni intervenendo anche sulla prevenzione del dissesto idrogeologico e i nostri prodotti sono di qualità, come il noto fagiolo di Bigliolo. 

Per mantenere la produzione, la biodiversità, il paesaggio, le tradizioni e le strutture ci vogliono non solo volontà e coraggio ma anche capitali da investire per superare tutti i problemi presenti nei processi produttivi e che permettano il salto di qualità attraverso attrezzature nuove e moderne.

La mia rabbia e indignazione nascono dal fatto che in un anno sono stati finanziati 120 milioni di euro per i giovani agricoltori ma a me è stato negato tutto. Mi sono trovato a competere in un bando con persone che non appartengono in nessun modo a questo mondo, con regole e caratteristiche ben lontane dalle esigenze vere di questo settore, ma sembrano reimpostate proprio per aiutare questi ultimi.

Come si possono finanziare con soldi pubblici agricoli case e piscine? Forse io non avevo abbastanza reddito, forse mio padre non è un noto politico o non ho tessere di partito per meritare tale contributo! Questo Paese ha bisogno di meritocrazia e giustizia, ha bisogno di una politica e un’amministrazione onesta che lavori per tutti e non per pochi; e soprattutto deve far tornare i giovani a sognare e a poter realizzare i propri sogni. 

Un ringraziamento speciale va a mio padre che mi ha trasmesso la passione per la terra, per le tradizioni e per l’agricoltura, e che ora è la persona che soffre di più vedendo la delusione nei miei occhi.”

[Davide Spediacci]