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Tra l’incudine e il martello

TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO

Ora M5S e una parte del PD amoreggiano e sostengono che, almeno su una manciata di temi sociali, ci si potrebbe mettere d’accordo; un po’ quello che voleva fare Bersani e che il M5S rifiutò sprezzantemente, salvo poi fare la stessa cosa (il contratto su alcuni punti) con la Lega.
Il M5S cerca ovviamene di prepararsi una zattera, una via di fuga in caso Salvini non avesse più bisogno delle loro petulanti stampelle;
il PD, dal canto suo, cerca di rientrare dalla finestra, dopo essere stato buttato fuori dalla porta.

Prima cosa: non si capisce con quale faccia il M5S abbraccerebbe il Pd, considerato da sempre dal movimento il cancro di questo Paese e come la prenderebbero quelli che hanno abbracciato questa idea con faziosa passionalità votando M5S e bestemmiando ogni giorno contro il Pd.
Cambieranno idea?
Troveranno scuse basate su opportunità politica, come hanno fatto per l’abbraccio con la Lega?
Bestemmieranno contro il Pd rovina d’Italia, quando i “puri” grillini ci governeranno insieme?

Seconda cosa, ancora più importante: non si può governare un Paese solo con contratti parziali.
Ci vuole una visione condivisa del mondo e della vita (una weltaschauung) e quindi una sintonia totale in politica economica, estera, interna, ecologica.
Senza questa visione chiara e a 360 gradi, non ci saranno mai cambiamenti ma solo palliativi che non cambieranno alcunché.

La Lega una visione chiara ce l’ha, purtroppo; una visione di destra, populista, sovranista, fascista, razzista. Ha idee chiare su come governare.
Il M5S no, perché a loro vanno bene belli e brutti, pur di stare seduti sulle poltrone del governo, oltre a non avere alcuna visione che non sia dettata dall’opportunismo del momento. Ne hanno dato la miglior prova in questo governo dove su singole questioni, ma anche sui loro princìpi fondanti, hanno cambiato idea a seconda del momento, delle persone e della convenienza.

Questa è l’ulteriore conferma della loro inutilità, anzi del fatto che dovunque andranno faranno solo danni. Insomma non abbiamo vie d’uscita e all’orizzonte di presunte opposizioni non si vedono veri progetti di cambiamento ma solo l’ottusa riproposizione dei soliti riti triti e ritriti.
Insomma: comunque vada saremo rovinati…

Gian Luigi Ago

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Propaganda elettorale vs memoria (M5S vs Siri)

di maio pinocchio

Ma come è arrivato al governo Siri?
Semplice: basta andarsi a rivedere una puntata di Otto e mezzo del 2018 in cui Di Battista, nel pieno della polemica su Savona ministro dell’economia, proponeva come ministro alternativo proprio Siri che già era stato condannato in via definitiva per bancarotta fraudolenta.

Poi la scelta cadde su Tria, così Siri ottenne solo un sottosegretariato.
Fu quindi proprio il M5S a volerlo al governo.
Oggi però la campagna elettorale impone al M5S di tornare a dare di se stesso un’immagine fasulla. Il ragionamento grillino si basa sul fatto che le promesse elettorali, e la loro proverbiale e millantata “onestà” li hanno portati al governo, guadagnando voti anche a sinistra.
Ecco perché solo oggi si scoprono all’improvviso antifascisti e castigatori della mala politica.

Insomma tutto quello storytelling che (pensano loro) se ha funzionato una volta dovrebbe funzionare ancora.
Sperano, in poche parole, che la propaganda elettorale vinca sulla memoria a breve termine e che quindi gli elettori si dimentichino i condoni, i dietro front su Ilva, Tap, il voto a legittima difesa, gli occhi chiusi sulla corruzione a Roma, l’appoggio alla politica razzista di Salvini sui profughi, il voto al decreto (in)sicurezza, il salvataggio di Salvini dal processo e molto altro ancora.

Ecco perché hanno voluto Siri al governo quando era già condannato e si accorgono, guarda caso solo a un mese dalle elezioni, di non volerlo più, ora che è solo indagato.
Insomma la solita ipocrisia, le solite bugie, il solito doppio gioco e il solito interesse alle poltrone, cose sulla condanna delle quali avevano costruito il consenso politico che l’andata al governo, sta sbugiardando giorno dopo giorno.

Gian Luigi Ago


Greta e il sarvakarmaphalatyaga

gerta

E’ partito da molte parti l’attacco a Greta Thunberg.
Le si contesta (oltre a tre grandi “difetti”: essere donna, giovane e asperger) di non avere una visione politica complessa, di dire cose banali, scontate, che tutti sanno.
E inoltre assistiamo al proliferare su di lei di dietrologie e dei soliti complottismi: è manovrata, ha interessi personali, ecc.
E non manca una certa invidia da parte dei “politici” che vedono oscurato il loro leaderismo da una ragazzina.

Ma il ruolo di Greta non è quello di essere un leader politico; guai se lo diventasse, sarebbe la sua fine, un errore che altri hanno fatto.
Il consenso di Greta si basa sull’avere inconsapevolmente incarnato quello di cui oggi evidentemente si sente il bisogno: un input, una scintilla, un esempio, una possibilità.

Mentre tutti si affannano nel grande e rutilante supermercato politico a scegliere dagli scaffali il leader più preparato e con i migliori programmi su tutto lo scibile politico, economico, finanziario, per votarli e dare loro consenso, Greta è riuscita, solo sedendosi davanti al Parlamento svedese con un cartello, a mettere in moto un movimento globale di cui lei è solo il motore ma che spinge alla partecipazione persone di tutto il mondo e, finalmente, anche i giovani.

Questo è, e dev’essere, Greta: una iskra, una sorta dell’induista
sarvakarmaphalatyaga” (il distacco dal frutto dell’atto) cantato da Giorgio Gaber in “Buttare lì qualcosa” (e andare via).
Non so se dopo avere lanciato questo benefico sasso, Greta lascerà camminare sulle proprie gambe il movimento nato intorno a lei, ma comunque è riuscita a mettere in moto quello che molti politici non hanno saputo fare.
Non è tanto lei che deve andare avanti quanto il movimento a cui ha dato il via.

Oggi la forma più realistica di politica è proprio questa, quella di essere di stimolo (e non leader) alla nascita di movimenti spontanei. Certo, poi dovranno auto-organizzarsi, crescere, ma senza essere più solo un bacino di voti per partiti, organizzazioni, movimenti che ormai hanno perso il contatto con la base sociale e ragionano solo con criteri di alleanze e percentuali elettorali, non accorgendosi che questi vecchi metodi non potranno mai creare un movimento di alternativa all’esistente ma solo un ristretto numero di votanti, che
passeranno alternativamente dal consenso, alla disillusione, al distacco, a seconda delle scelte fatte, non da loro ma da coloro a cui avevano dato fiducia.

Greta non ha chiesto voti o consenso, non ha presentato programmi o accurate analisi socio-finanziarie, ha fatto una cosa molto più importante: ha dato un esempio personale. E ha fatto capire che se tutti si attivassero come lei, i movimenti di alternativa crescerebbero molto più velocemente, quantitativamente e qualitativamente che non attraverso la speranza di dare fiducia a oligarchie politiche ormai usurate benché nuove o nascenti.

Fortsätt, Greta

Gian Luigi Ago


Parte la follia del Reddito di cittadinanza

reddito di cittadinanza

Si parte con il Rdc: meno di due milioni di disoccupati e poveri  (non 5 milioni come il M5S racconta) a cui viene tolto l’assegno Naspi che permetteva di trovare lavoro tramite agenzie specializzate, rischiano di non trovarlo più se, incappando in uno dei cervellotici paletti stabiliti per l’accesso al Rdc, ne rimanessero fuori.

Intanto si aspetta di assumere migliaia e migliaia di navigator, che sono praticamente dei disoccupati, senza alcuna competenza nel settore, che devono , in collegamento con i centri per l’impiego, trovare lavoro ad altri disoccupati… attraverso un meccanismo contorto e ricattatorio verso l’aspirante lavoratore.
E questo ignorando che le aziende oggi assumono quasi tutte direttamente, consultando profili e curriculum, senza passare dai centri dell’impiego, che a loro volta sono impreparati a questa folle innovazione.

C’è poi la confusione tra le competenze tra Inps, Regioni e altri enti e il probabile favore fatto a molti furbetti che intanto lavoreranno in nero.
Ci saranno controlli su questo, dicono i grillini, come se la Guardia di Finanza fosse attrezzata per poter controllare milioni di persone solo per il Rdc.

E, last but not least, si controlla la libertà personale, obbligando chi usufruirà del Rdc a fare acquisti solo da una lista preparata dal governo, prescindendo dai reali bisogni da soddisfare, diversi per ogni individuo.

Insomma, la possibilità di inserimento nel mondo di lavoro tramite questa operazione è veramente minima. Se il Rdc fosse stato solo un sussidio ai cittadini della fascia di povertà, poteva avere una natura di sostegno, ma ciò che lo rende una pura follia è pensarlo come un aiuto all’occupazione, investendo soldi in un progetto improvvisato, carente nelle capacità di attuazione, che toccherà meno di un terzo dei richiedenti, come afferma lo stesso governo.

Tutto questo deviando gli investimenti dall’aumento di posti di lavoro e chiamando “reddito di cittadinanza” una cosa che tale non è; basta confrontare quello che succede nei Paesi dove davvero c’è un reddito di cittadinanza.

Gian Luigi Ago


La Brigata Rousseau

rousseau

Vediamo perché il voto su Rousseau è assurdo e basato su una fittizia democrazia.

La questione su cui si doveva decidere riguardava il valutare se il comportamento di Salvini sul caso Diciotti fosse dettato da un superiore interesse nazionale che permettesse anche di compiere un atto configurabile come reato.

Non si doveva decidere quindi se quello che aveva fatto Salvini fosse giusto o no, e tanto meno se avesse compiuto un reato. Ma solo se l’azione compiuta, giusta o no, reato o meno, fosse giocoforza dettata da una superiore necessità di difesa dell’interesse nazionale.
Ora, alzi la mano chi pensa che lo sbarco di quelle decine di persone e il loro ricovero in un centro di accoglienza (cosa poi successa) avrebbe messo in pericolo la Nazione.

Ma a parte questo, una valutazione di queste motivazioni non può essere presa senza avere contezza di tutte le fasi di quanto successo: i contatti, le comunicazioni, i messaggi inviati a Salvini delle autorità competenti, i rapporti di polizia, ecc. Ovvero tutte le cose che sono riassunte nelle cinquanta pagine, più allegati, della richiesta di autorizzazione a procedere.

Ora, alzi di nuovo la mano chi è convinto che anche solo il 10% degli attivisti che hanno votato sulla piattaforma Rousseau abbiano letto le carte per intero.

Gli unici che potrebbero averlo fatto, e che, anzi, avrebbero dovuto avere questo dovere, sono i parlamentari che dovranno concedere o meno l’autorizzazione a procedere.

Loro hanno il compito di prendere questa decisione e, in base all’art. 67 della Costituzione dovrebbero farlo in base alla loro coscienza.
Se qualcuno si presenta a una competizione elettorale e viene eletto, dovrebbe rispettare le regole e lo spirito di quanto le leggi istituzionali prevedono.
Se non credi nelle regole delle istituzioni, perché ci vai?

La consultazione della base, in questo caso, è chiaramente un escamotage per lavarsi pilatescamente le mani da una scelta.
Il quesito reale sotteso al quesito farlocco su Rousseau era chiaramente un altro: “Ci conviene o meno andare contro Salvini e rischiare di far cadere il governo e perdere le poltrone?”.

Stiamo quindi parlando di un interesse politicista e propagandista fatto sulla pelle di pocveri disgraziati in una questione seria che ha a che fare con reati penali e interesse della Nazione.
Si noti ancora che questa consultazione della base è stata fatta in questo caso ma non per altri. Perché solo in questo caso?
Lo abbiamo già detto: per lavarsi le mani da una situazione scomoda e avendo ben calcolato prima l’esito di non-autorizzazione.

Siamo di fronte quindi a uno sfregio alla Costituzione, ai soliti trucchetti per salvare politici, la dimostrazione che per il M5S ci sono politici che possono avere privilegi che i comuni cittadini non possono avere, al fatto che, in conclusione, abbiamo una  Casta al potere che si difende dai giudizi della Magistratura.

Gian Luigi Ago


M5S, Rousseau, ipocrisia

base sito

La decisione del M5S di consultare gli attivisti sulla piattaforma Rousseau, per decidere se concedere o meno l’immunità parlamentare a Salvini è quella che tecnicamente si chiama “paraculata” condita da ipocrisia e ignoranza della Costituzione.

Il M5S è un partito (non certo un movimento) che ha la stragrande maggioranza in Parlamento, che è al governo con un Vicepresidente del Consiglio e numerosi Ministri. Nel momento in cui hanno fortemente voluto governare, hanno ricevuto dal Presidente della Repubblica l’incarico di governare.

Questo verbo significa una cosa precisa: avere il potere esecutivo delle scelte del Parlamento e prendere delle posizioni politiche. Assurdo chiedere una consultazione che avrebbe senso se fossimo in una democrazia diretta o, meglio ancora, liquida.
Ma si dà il caso che, partecipando alle elezioni e accettando l’incarico di governo, loro devono rispettare le regole costituzionali e istituzionali.
Devono, per dirlo in parole povere, decidere, fare delle scelte, assumersi responsabilità.

Anche guardando solo alla loro organizzazione interna, siamo di fronte a una parodia della democrazia diretta. Un partito con milioni di voti, il primo partito d’Italia, non fa proporre, emendare altre proposte, decidere e votare milioni di persone ma solo un migliaio di persone, su una piattaforma gestita (e controllata) dalla Casaleggio Associati e che anche molti esponenti del Partito 5Stelle cominciano a guardare con sospetto.
Il M5S è un partito padronale, ha un Capo Politico che non mi pare abbia chiesto pareri alla piattaforma Rousseau  su altre iniziative le cui decisioni sono state prese nelle segrete stanze, come nella migliore tradizione delle precedenti Ka$te.

La decisione non sarebbe nemmeno vincolante né dovrebbero essere espulsi, come già successo, coloro che votassero contro la decisione presa tramite Rousseau. Perché, che piaccia o no, l’art. 67 della Costituzione è ancora vigente.

Questa manovra altro non è quindi che una paraculaggine, un alibi, uno scaricare su un migliaio di persone la responsabilità della scelta per nascondersi dietro un eventuale no e non avere vigliaccamente il coraggio di assumere una scelta politica.

Si ricordi, per inciso, che mandare davanti ai giudici Salvini, non è ammettere che sia colpevole ma lasciare la scelta alla Magistratura, unica a potere decidere su questo.
Si tratta solo di dire se Salvini abbia fatto quella scelta per un superiore interesse nazionale o meno. Difficile pensare che lasciare 180 persone, tra cui donne e bambini bisognosi di cure, giorni e giorni in mano fosse indispensabile per l’interesse nazionale.
Solo chi fosse in malafede potrebbe affermare che, se quelle persone fossero state sbarcate, il superiore interesse nazionale sarebbe stato in pericolo.
Per di più erano già in territorio italiano perché la nave Diciotti è della Marina Militare e quindi chi era a bordo era già in territorio italiano.

Un’altra brutta pagina di questo governo, secondo solo a quello di Mussolini.

Gian Luigi Ago


Vecchi metodi, vecchie prassi, inutili manifestazioni

base sito

La politica italiana, anche quella più progressista, o addirittura di sinistra-sinistra, non sa emanciparsi da metodi e prassi del passato e ripete riti ormai usurati e inefficaci.

La manifestazione di oggi a Roma con Sindacati Uniti e Confindustria (sic) non produrrà nulla per il semplice fatto che oggi non funziona più come una volta, quando milionate di persone in piazza (cosa oggi, tra l’altro, impossibile) facevano cadere i governi.

Oggi pagherebbe di più una mobilitazione permanente e contemporanea in tutte le città, al posto del solito unico sabato in una piazza, per giunta di Roma. col solito comizio dei soliti leader e poi, tutti sul pullman e via a casa.
Cosa che ormai è diventato un rito, una sorta di Messa laica che non fa più male a nessuno
Un esempio alternativo potrebbe essere quello dei gilets jaunes in Francia che, al di là del giudizio di merito su di loro, hanno prodotto comunque una reale crisi politica, attraverso la presa di possesso del territorio, quasi quotidianamente e ovunque

In Italia invece si continua con metodi novecenteschi, per non dire ottocenteschi.
Anche i movimenti che si richiamano esplicitamente al Popolo, non fanno scrivere i loro programmi al popolo stesso, attraverso una scrittura collettiva che si articoli attraverso proposte, controproposte, emendamenti, decisioni comuni.
Si usa ancora il sistema di delegare a leader, comitati, coordinamenti, direttivi il lavoro politico che poi viene sottoposto al voto di tutti.
E questo viene ritenuto un modo democratico… come democratico viene ritenuto il metodo di decidere in assemblee dove al massimo ci sono un migliaio di persone.
Ancora non si è capito che le assemblee sono un metodo poco democratico; e non solo perché solo pochi possono trovarsi in un luogo, un giorno preciso e a un’ora precisa, ma anche per chi parla e per come è organizzata la discussione.

La stessa cosa per la partecipazione di piazza: cortei e comizi in piazza a cui il Potere risponde con indifferenza, se non quando con sfottò, continuando poi a fare quello che vuole.

La stessa partecipazione al voto è ormai un simulacro di democrazia: si votano pacchetti preconfezionati da pochi e si usa la fase elettorale come fase di ricerca del consenso e non come momento di raccolta del consenso creato con il lavoro fatto precedentemente.
Insomma: non c’è alcuna differenza con quanto si faceva nell’Ottocento.
Ma il mondo intanto non è più quello dell’Ottocento…e nemmeno quello di cinque anni fa. E le opportunità che oggi ci mette a disposizione lo sviluppo tecnologico sono snobbate o usate solo come diverso modo di velocizzare gli stessi vecchi metodi.

Metodi vecchi e politi vecchi.
E non si tratta di una questione anagrafica; i politici più “vecchi” spesso hanno 30 anni o meno…

Gian Luigi Ago


Sinistra: perché si rischia il solito accrocchio

accrocchio

A sinistra si va verso il “fronte ampio e allargato” alle elezioni europee, come ennesimo esperimento da riproporre poi ad amministrative e politiche.
Dicono (come ogni volta) che sia una cosa diversa dai vecchi accrocchi ma il dubbio rimane in quanto si tratta sempre di un’unione di sigle: PaP, Dema, Diem25, Possibile e partiti comunisti vari sono tra i probabili componenti di questo rassemblement.

Quale sarebbe la differenza rispetto al passato?
Un accordo sulla base di pochi punti essenziali (tra cui sembra mancare sorprendentemente il tema dell’ambiente)?
Ma ci si è sempre accordati su punti condivisi, non è una novità.
Forse una maggiore partecipazione popolare alle consultazioni?
Ma ai militanti (come ancora vengono chiamati) è stato solo chiesta un’indicazione di scelta tra alcune opzioni e poi i contatti e le trattative sono state condotte dai vertici.

Non è un fatto da poco: il cambiamento del metodo in ottica di orizzontalità, trasparenza e decisionalità rimane l’unico punto che può farci uscire da schemi e prassi ottocentesche. Altrimenti questi “fronti allargati“, al di là di maggiori numeri percentuali, non potranno tradurre il consenso in un progetto di alternativa agito dalla base sociale.
Il principio cardine deve essere quello di “una testa, un’idea, un voto“, dove il secondo punto (un’idea) è l’elemento realmente rivoluzionario in quanto aggiunge al fare votare tutti, il fatto che quanto si vota non è elaborazione di pochi; ogni persona (ma davvero ognuna delle migliaia di votanti) può avanzare proposte e discutere ed emendare proposte altrui, diventando parte attiva della configurazione, struttura e articolazione del progetto strategico di alternativa e dei suoi successivi passi.

Solo la partecipazione crea un vero consenso in quanto elaborazione comune, cosa diversa dall’aderire e votare un progetto.
Solo così può nascere un “fronte autorappresentato”.
Altrimenti si perpetua comunque lo iato tra classe dirigente e base votante, in uno schema puramente delegativo, non egualitario e incapace di scardinare i meccanismi imposti dal Potere che trasforma le opportunità istituzionali (come il voto) in un gioco truccato a cui ci si concede senza alcuna speranza di “uscirne vivi”.

Il voto ha senso solo come momento finale in cui si raccoglie il frutto di un lavoro fatto tra la base sociale, anzi “dalla” base sociale. Ma questo lavoro non può produrre risultati attraverso una progressiva e impossibile scalata elettorale e contando su  un esiguo numero di eletti che non potranno cambiare nulla.
La strategia si costruisce al di fuori della fase elettorale che è solo una verifica costituzionalmente necessaria alla fine di un percorso ma non l’inizio o lo strumento di costruzione del percorso.

Gian Luigi Ago


Opporsi senza ipocrisie al Decreto in/Sicurezza, art.13

art.13

Riassumiamo cosa prevede l’art. 13 del famigerato Decreto (in)Sicurezza del governo Conte.
Diciamo subito che è Conte il responsabile principale (se non unico) del decreto, in quanto Presidente del Consiglio, seguito poi dagli altri ministri e da quanti hanno votato il decreto in Parlamento.
E’ ora di sfatare la favoletta di un Conte moderato, di un Salvini cattivo e di un Di Maio buono e quella della possibilità di creare dialoghi presenti o futuri con alcuni esponenti più “moderati” di questo governo.
Chi non era d’accordo, avrebbe dovuto lasciare prima Governo e relativa appartenenza partitica; ormai costoro non possono più considerarsi moderati, al massimo complici convinti; e tutti sarebbero condannati in pari misura in un’ipotetica Norimberga morale.

Ma torniamo all’art. 13: esso prevede la negazione ai richiedenti asilo dell’iscrizione all’anagrafe, cosa che comporta, contro lo spirito della Costituzione, la negazione di diritti essenziali quali quello alla casa, l’accesso all’istruzione e alla sanità. Inoltre la chiusura dei porti crea la violazione di decine di norme internazionali sui diritti umani, quelle sul soccorso “senza indugio” in mare e di un fondamentale senso di umanità e solidarietà, base della convivenza civile.
Inoltre è la stessa sicurezza che viene minata: avremo un esercito di senza diritti che non potrà avere casa, lavoro, assistenza sanitaria e che facilmente saranno preda di sfruttatori e associazioni criminali.

A fronte di tutto questo non ci si può nascondere dietro la sacralità della Legge. Erano legali anche le leggi razziali, era legale quanto fatto al G8 di Genova.
Il dissenso, l’obiezione di coscienza, la disobbedienza civile sono forme di pratica democratica; la convivenza non è solo un fatto giuridico ma, e soprattutto, politico, sociale, umano.

E poi con la rassegnazione alle leggi ingiuste non c’è la possibilità di fare in modo che anche la Legge si adegui al volere popolare, volere che non si esplica solo con il voto, che ne costituisce solo una parte, e per giunta come fase finale.
La politica si fa denunciando, anche in modo provocatorio e di disobbedienza, le ingiustizie.
La Storia ci insegna che in casi estremi si è ricorso anche alle armi, come nella Resistenza. Ovviamente non è questo il caso ma serve a far capire che il metodo di opporsi alle ingiustizie e alle aberrazioni giuridiche serve al cambiamento politico e a dare una spinta inevitabile anche alle procedure istituzionali di modifica o abrogazione di leggi ingiuste.

Pararsi dietro il luogo comune che le leggi vadano sempre rispettate, e che si debba in silenzio aspettare che vengano cambiate con le dovute procedure, significa negare alla base sociale, ma anche istituzionale, la possibilità di manifestare un dissenso in diverse forme (anche di disubbidienza) e impedire la creazione di coscienza sociale e politica che si può attuare evidenziando le ingiustizie e favorendo, di conseguenza, processi di costruzione di alternativa democratica.

Gian Luigi Ago


Perchè i Sindaci fanno bene ad opporsi alla chiusura dei porti

guernica migranti

Sul Decreto Sicurezza ideato da Salvini e votato, e oggi difeso, da Di Maio, si evidenziano molte contraddizioni.

Io penso che, di fronte a persone che stanno morendo in mare, il rispetto delle leggi in maniera fredda e burocratica passa in secondo piano; se vedo qualcuno che sta per finire sotto un camion lo salvo anche se per farlo devo calpestare un’aiuola dove è scritto “non calpestare i fiori”.

Lo stesso problema si pose con i No Tav, perseguitati, in primis dal Giudice Caselli, aggrappandosi ad articoli di legge risalenti al codice Rocco dell’era fascista.
Nel momento in cui una legge appare palesemente incostituzionale è giusto praticare azioni che non possono essere definite infrazioni della legge ma forme di disobbedienza civile per evidenziare una questione politica, una necessità di cambiamento e di presa di coscienza popolare.
Persino nei rigidi codici militari era ritenuto doveroso non eseguire ordini palesemente ingiusti anche se sanciti dalla legge.

La salvaguardia della vita umana viene prima di tutto.
Durante il nazismo ci fu chi disobbedì a leggi ingiuste salvando ebrei dai campi di concentramento.
Forse abbiamo sbagliato a chiamarli eroi? Dovevamo processarli?
Non regge nemmeno il discorso che in democrazia si debbano accettare leggi che non ci piacciono, perché se ammettiamo di essere in democrazia, la prima cosa che si deve fare è difenderla da chi fa leggi antidemocratiche; e mentre la gente affoga non possiamo aspettare che le leggi siano dichiarate incostituzionali.
Se uno affoga cerco di salvarlo anche se i 5Stelle e la Lega mi dicono che (per ora) è un reato

Aggiungo che in questa discussione parlare di convenienze politiche e pensare se giova o no politicamente sia molto meschino.
Pensare ancora di poter discutere con costoro (M5S e Lega) è un errore politico; i grillini “buoni” non esistono e, se ce n’erano, non continuano a far parte di un movimento ormai di estrema destra.

A me non interessa se Orlando e De Magistris (che non mi piacciono umanamente e politicamente) cercano di farsi pubblicità per prossime elezioni, né se la stessa cosa fa, surrettiziamente, chi li critica.

Siamo di fronte a una legge che infrange i più evidenti criteri morali, giuridici, di umanità. Giustissimo non subire passivamente come degli ubbidienti furieri.

Gian Luigi Ago