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E’ così difficile capire?

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È così difficile capire che Salvini e Di Maio hanno sempre saputo che governando sarebbero durati poco e avrebbero perso voti non riuscendo a realizzare le promesse non avendo nemmeno coperture finanziarie e maggioranza sicura al Senato?

È così difficile capire che con lo stop al governo invece hanno già in mano la campagna elettorale col tema centrale, anzi unico, della risposta al furto di democrazia, uscita dall’Europa contro i poteri forti, ecc. già pronto?

È così difficile capire che ora fanno gli incazzati ma in privato stanno brindando perché raddoppieranno i voti e non li fermerà più nessuno?
Almeno Salvini perché Di Maio sarà soppiantato da Dibba e il M5S o diventerà un satellite del centrodestra o tornerà all’opposizione?

È così difficile capire che, se anziché Savona avessero accettato all’Economia Giorgetti, il n.2 della Lega, avrebbero potuto fare ugualmente la politica economica che era quella di Savona?

È così difficile capire che Mattarella ha aspettato per mesi i comodi di questi due, il loro prendere tempo, le loro bozze, il tempo perso a fare votare il contratto su Rosseau e nei gazebo e invece loro non si sono smossi su un nome, cosa che avrebbe permesso loro di governare comunque senza alcun cambiamento di programma?

È così difficile capire che gli italiani li hanno votati in base a una campagna elettorale con un programma dove mai si parlava di uscita dall’euro e che poi si sono trovati un contratto che invece vi alludeva?

E così difficile capire che hanno stilato un contratto con aberrazioni costituzionali come, per fare solo due esempi, la cancellazione dei diritti dell’art. 3 e dell’art.53 e poi chiedono l’impeachment per Mattarella?

E’ così difficile capire che lo strapotere della UE non potrà mai essere messo in discussione da un governo di destra come la Lega e da inetti come Di Battista che sanno solo battere i pugni sul tavolo?

È così difficile capire che hanno preso tre o quattro piccioni con una fava?

È così difficile capire chi sta lucrando sulla giusta rabbia del popolo?

E’ così difficile capire chi usa chi?

E’ proprio così difficile capire?

 

Gian Luigi Ago

 

 

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Il bluff di Salvini e l’inettitudine del M5S

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Tutti si domandano chi vincerà il braccio di ferro su Paolo Savona.
Se non si arriverà a uno spacchettamento del Ministero dell’Economia in Ministero del Tesoro e Ministero della Finanza e il nome di Savona sarà rifiutato sic et simpliciter, a vincere sarà Salvini che in realtà sta bluffando e lavorando per arrivare a questa rottura, andare al voto con una campagna elettorale centrata sui “cattivi” che hanno impedito il governo di cambiamento e arrivare a un consenso che oscilli tra il 25 e il 28%, quote a cui già oggi si avvicina nei sondaggi.

A questo punto sarà chiara anche la totale inettitudine dei poltronari del M5S che erano pronti ad allearsi anche con Belzebù pur di andare al governo.
Già ora il M5S pur avendo il 32% ha dato vita a un governo con un programma sostanzialmente leghista e appare in ombra rispetto alla Lega, soprattutto Di Maio rispetto a Salvini, il tutto mentre Di Battista già annuncia che in caso di voto si ricandiderà.
Meglio avrebbe fatto il M5S, dal suo punto di vista, a prendere atto del no ricevuto dal 68% degi italiani votanti e aspettare di crescere ancora; cosa che sarebbe senz’altro accaduta stando all’opposizione di un qualsiasi altro governo.
Se si andrà di nuovo al voto, come spera la Lega, il M5S è invece destinato a perdere voti e il centrodestra, che già era al 37%, potrebbe addirittura diventare autosufficiente.

A quel punto il M5S non servirebbe più e sarebbe confinato di nuovo all’opposizione di un governo Lega, FI, FdI a guida Salvini.
Sul caso Savona non si gioca, come molti credono, un’emancipazione dalla UE, emancipazione che non potrà mai essere possibile con un governo di destra; si gioca invece la solita battaglia poltronista e di leadership del governo.
Altro che cambiamento e terza repubblica…

Gian Luigi Ago


Forma e sostanza nel governo gattopardesco

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Col nuovo governo cambia un po’ di forma ma non la sostanza.
Certo, la forma e anche il rito, soprattutto a livello istituzionale, sono anche sostanza: se Conte si fosse presentato al Quirinale in bermuda a fiori forse sarebbe stato troppo “rivoluzionario”.
Per ora abbiamo solo la terza carica della Stato che alla commemorazione per la strage di Capaci, ascolta l’inno nazionale con le mani in tasca e aria un po’ ennuyé. E’ già un inizio..

Ma è la sostanza che non cambia; nonostante quello che ne pensano i numerologi, in realtà siamo fermi alla prima repubblica, al partitismo nella sua versione più avanzata, alla base sociale intesa solo come bacino elettorale, a un governo che attuerà misure anticostituzionali come il definitivo svuotamento dell’art.53; però come “forma” si dichiarano avvocati difensori della costituzione e ora anche del popolo italiano che li ha solo votati ma, dopo il 4 marzo, non ha più avuto e non avrà più voce in capitolo.

Appunto la sostanza, rispetto al passato, non cambia se non in peggio.
Si pensi solo che avremo un Ministro degli Interni, che non rispetta ideologicamente e politicamente l’art. 3 della Costituzione.
Costui sarà membro del Consiglio Supremo della Difesa e sovraintenderà all’ordine pubblico. La Polizia di Stato sarà ai suoi ordini.
Sarà curioso vedere cosa succederà quando ci saranno manifestazioni popolari nelle piazze, come si comporterà la Polizia in queste situazioni, come si confronterà con i centri Sociali, le Case della Cultura, le occupazioni.
Già a Roma gli sgomberi sono iniziati a iniziare dalla Casa delle donne.

E tra le funzioni del Ministro degli Interni ci sarà quella di garantire i diritti civili, ivi compresi quelli delle confessioni religiose, della cittadinanza, dell’immigrazione e del diritto d’asilo.
Immagino già come si adopererà per garantire accoglienza agli immigrati, sicurezza ai rom, libera espressione religiosa agli islamici.

Questo è il cambiamento che garantirà il nuovo Presidente del Consiglio che proviene da Confindustria, che ha già rassicurato l’osservanza dei trattati europei, della nostra collocazione nello scacchiere internazionale.
Gli unici cambiamenti che farà questo governo sarà a livello propagandistico: taglio di qualche privilegio, qualche manovra demagogica a costo zero
Niente di rivoluzionario quindi.
Sarà quando si tratterà di reddito di cittadinanza, pensioni, flat tax, manovre economiche che capiremo quanto le nostre tasche saranno di nuovo svuotate, come sempre è successo, e come sarà per loro necessario tagliare servizi essenziali come la sanità.

Incompetenza, populismo, razzismo e approssimazione, unite a ignoranza e presunzione faranno il resto.

Il peggior governo della nostra vita, ma stringiamoci forte che nessuna notte è infinita…

Gian Luigi Ago

 

 


Il nuovo governo non incrinerà la Ue ma anzi la rafforzerà

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Sono convinto che la UE uscirà rafforzata dal governo gialloverde, per quel poco che un governo italiano possa influire e contare nell’assetto europeo.

Chi pensa che ora si apriranno varchi allo strapotere della UE non ha chiaro quanto sia controproducente il tipo di anti-europeismo di questo governo e di quanto, di pari passo, ritroverà fiato la parte più deleteria del nostro quadro istituzionale; cambiamento non significa sempre produrre miglioramento ma spesso restaurazione e mettere ulteriori bastoni tra le ruote di possibili progetti di cambiamento.
Questo perché non tutte le strade portano a Roma e non tutti gli assalti al Palazzo sono destinati a riuscire.

Coloro che credono che questo governo possa essere un passo avanti e non due, o più, indietro, non riescono ad avere uno sguardo di insieme, gioiscono solo di quanto ci si è liberati, come se a un male seguisse automaticamente un bene e molti credono a questo anche e soprattutto per cercare di auto-assolversi e per non ammettere lo sbaglio e la conseguente responsabilità di un voto che hanno espresso illudendosi che potesse essere “utile”

Gian Luigi Ago


Il governo carioca del “premier” travicello

 

TRAVICELLO

Gli ex “anti-partiti” del M5S ci consegnano un governo che è il trionfo del partitismo e dell”accaparramento di poltrone, cercate a qualsiasi costo e pronti ad allearsi con chiunque fosse disponibile, e un Presidente del Consiglio “travicello” che, in spregio alla Costituzione (e in particolare all’art. 95) è l’esecutore di un programma di governo che due partiti hanno scritto senza di lui.

Un programma che altro non è che è un affastellamento di cose, spesso contraddittorie e mediate, che non sono tenute insieme da una precisa “vision” politica ma che sono sostanzialmente una serie di slogan e propositi, spesso di stampo razzista e quindi anticostituzionali, che non danno garanzie sulle coperture economiche.

Inoltre, sempre ignorando la Costituzione, il Presidente del Consiglio travicello non ha individuato e scelto i ministri ma si è fatto da loro passare una lista fatta precedentemente dai due partiti stessi.
Il trionfo di quel partitismo che i pentastellati dicevano di voler distruggere.

Dov’è in tutto questo la trasparenza, le dirette streaming, il volere del popolo, la democrazia diretta tanto decantati?
Anche chi ha votato per i 5stelle non lo aveva fatto certo pensando a un governo carioca e guidato da un illustre sconosciuto e digiuno di esperienze politiche.

Pensiamo poi che potremmo avere un Ministro degli Interni che non considera le persone che vivono sul territorio italiano portatori di uguali diritti ma li divide in categorie di privilegiati e non.
Insomma siamo di fronte al punto più basso della nostra democrazia parlamentare e istituzionale in genere.

Certo, il cambiamento c’è stato; ci fu anche dopo la repubblica di Weimar con l’avvento del nazismo, uscito da regolari elezioni in cui il popolo votò il Partito nazionalsocialista di Hitler.
Nessuno nega che oggi ci sia un cambiamento; il problema è che si tratta di un cambiamento in peggio e foriero di grandi danni al Paese.

Ed è molto improbabile che Mattarella abbia il carisma per dire un no perentorio a un siffatto governo pieno di contraddizioni e di strappi istituzionali alla Costituzione.

Gian Luigi Ago

 


Sinistra compulsiva

“E guidare a fari spenti nella notte per vedere
se poi è tanto difficile morire”
[Ele(emo)zioni, Mogol/Battisti]

La Sinistra è proprio “impunita”.
Ha perso ormai ogni contatto non solo con la base sociale ma con la stessa realtà.
Vedere quelli di Potere al Popolo che brindano e cantano felici dopo una batosta storica, Fratoianni che dice di ripartire da Leu e altri che immaginano di unire il non unibile ne è la dimostrazione icastica.

Sono in realtà affetti da una sindrome compulsiva che li porta a ripetere le stesse frasi e le stesse azioni ormai meccanicamente.
Li unisce la strampalata idea che una sconfitta preluda sempre a un nuovo inizio, pensando che tutto dipenda esclusivamente da questioni temporali e non dal metodo.

Non si tratta infatti di continuare ad andare avanti, di ricominciare da dove ci si è fermati ma piuttosto di cambiare radicalmente strada, strutture, metodi, strumenti, prassi.

Ma io sono acido di natura e non è detto che anche a sinistra non ci sia invece chi capisca tutto questo; e  lo dimostrano i pur timidi tentativi di inclusività, e orizzontalità.
Si dirà: ma se lo capiscono perché non prendono decisamente questa strada anziché continuare, pur con leggeri miglioramenti, sempre sulla stessa?

Il motivo è molto semplice: un vero cambio di rotta, pur se indispensabile, andrebbe a collidere con l’interesse di mantenere vive strutture obsolete, piccole rendite di posizione che non servono a nulla ma che gratificano l’ambizione di vari “leaderini” della sinistra che in molti anni hanno acquisito un certo carisma e seguito.
Come potrebbero costoro diventare “persone comuni“, unirsi in un percorso fatto solo di persone (e non di dirigenti o referenti politici), come potrebbero perdere quell’aura di capo-popolo che si sono guadagnata in decenni? Come si potrebbero disinstallare, non tanto simboli e ideali, ma strutture che ad essi si riferiscono per derivarne una “autorità” che non hanno nella realtà se non verso quello che è ormai un gruppo che li segue ciecamente come quelli che seguivano la corsa di Forrest Gump?

Ecco perché la Sinistra è autoreferenziale e si bea anche nella sconfitta nello specchio della sua esistenza (leggi: sopravvivenza).
Lanciarsi di corsa a testa bassa contro un muro o guidare a fari spenti nella notte, come da battistiana memoria, non evita col passare del tempo gli inevitabili traumi, semmai li aggrava.
E questo anche se la testa dura comunque non manca loro, visto che questa insana pratica masochista la praticano ormai da decenni.
E quindi, allegri, ora si ricomincia dall’inizio, fino al prossimo muro.

Gian Luigi Ago


Sommovimenti nella post-sinistra

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Continua il sommovimento in quell’area che per comodità potremmo ancora definire “sinistra” ma meglio ancora “post-sinistra”. L’avvicinarsi delle politiche ha messo in moto già da qualche mese tentativi di recuperare delusi dalla politica e astensionisti.

Si è iniziato con il tentativo Costituzionale di Paolo Maddalena finito in un modo arrogante e verticistico con esclusione di quanti manifestavano anche solo dubbi sulla posizione del “Direttivo”.
Tentativo che comunque portava in sé l’errore di valutazione per cui la vittoria del NO al Referendum del 4 dicembre 2016 significasse un interesse preminente della base sociale riguardo al tema costituzionale, non rilevando che quel voto nasceva in gran parte dai voti di tutta la destra, da un’idiosincrasia diffusa verso Renzi, dall’avversione verso singole leggi (jobs act, buona scuola, ecc.) e che chi veramente aveva votato per la difesa della Costituzione costituiva in realtà una percentuale molto bassa.
E quindi non si è capito che l’intero 60% di quel NO (ma nemmeno meno della metà) non potesse essere recuperabile per un percorso politico centrato su quel tema, per molti purtroppo percepito come molto astratto, non cogliendone lo stretto nesso che c’è invece con i problemi reali.

L’eutanasia del Brancaccio è cronaca di questi giorni; e qui l’errore è stato, pur con tutta la buona volontà, continuare a dar credito e rivolgersi a partiti, movimenti, associazioni e non a singoli individui.
I partiti hanno usato questo percorso come trampolino di lancio ma poi sono finiti a un’unità tra SI, MDP e POSSIBILE che punta a un accordo elettorale per un centrosinistra col PD, in attesa di Pisapia, Grasso e Boldrini.

Gli ultimi di questi tentativi li vediamo in questi giorni:

quello promosso da Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa col nome provvisorio di “La mossa del cavallo”, che sta indicare il metodo per cui sparigliare il terreno e scavalcare gli avversari; sarà lanciato con una conferenza stampa alla Camera dei Deputati Giovedì 16 novembre.
Da quello che si legge finora, il limite, al di là delle indubbie buone intenzioni, sembra essere lo stesso che fu quello del tentativo di Paolo Maddalena, cioè partire dalla difesa della Costituzione (cosa sacrosanta in se stessa ma non funzionale, se non fuorviante, per richiamare alla partecipazione attiva);

c’è poi la proposta dell’ex OPG occupato Je so’pazzo che non ci sta a rinunciare all’Assemblea del 18 novembre annullata del Brancaccio e lancia un “facciamola noi” nella stessa data e sede, interessante ma forse troppo azzardata e pretenziosa.

Come si vede un sommovimento generale, dovuto senz’altro alla vicinanza delle elezioni politiche (mai una volta che questi progetti nascano lontani da esse) che, nonostante una legge elettorale pessima e probabilmente anch’essa, come le precedenti, anticostituzionale, attira molto soprattutto coloro che pensano che l’alternativa si costruisca attraverso un consenso elettorale e non attraverso una genesi dalla base sociale (non quindi da personalità, politici, costituzionalisti,ecc.), genesi di cui si può solo essere facilitatori.

Genesi che deve creare una partecipazione di singoli individui, anziché una alleanza di sigle (e questo non esclude che gli individui poi appartengano a sigle) totalmente orizzontale e democratica, con un’organizzazione leggera e senza poteri decisionali che sono invece di tutti coloro che aderiranno. Decisioni, scelte di percorsi, obiettivi, programmi, proposte che non possono più essere redatte e calate dall’alto di pochi “illuminati” ma devono essere frutto di discussioni tra tutti con metodi TOTALMENTE paritari supportati da strumenti accessibili a TUTTI che non possono essere solo assemblee fisiche, che non possono articolarsi su deleghe in bianco, ma devono saper utilizzare strumenti che consentono a tutti di esprimersi in ogni momento.

Ecco, penso (e ripeto: al di là delle buone intenzioni che si possano avere) che ancora non si abbia il coraggio e/o la percezione che, senza quel passo avanti che elimini anche solo la possibilità di tutti i pericoli, trucchi, manovrine, ecc. insiti nelle pratiche politiche del passato, ci sarà sempre il rischio che qualcuno o qualcosa porti questi esperimenti al fallimento.

Gian Luigi Ago


E’ crollato il Brancaccio

brancaccio per sito

L’Assemblea del 18 novembre è stata annullata, Finisce così l’effimero esperimento nato il 18 giugno al Teatro Brancaccio ricalcando quelli già falliti negli anni passati, e perciò fallito anch’esso.
E questo anche se si dice che continuerà in modo autonomo.
Ho già scritto a lungo in questi sei mesi sulla caducità di questo percorso.
Qui alcuni link:

“Secondo passo stentato dopo l’assemblea del Brancaccio”
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/06/24/secondo-passo-stentato-dopo-lassemblea-del-brancaccio/

“I due dioscuri scrivono a Pisapia”:
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/07/02/i-due-dioscuri-scrivono-a-pisapia/

“Alleanza Popolare: si continua sulla vecchia strada”:
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/09/07/alleanza-popolare-si-continua-sulla-vecchia-strada/

Gian Luigi Ago


I ponti siciliani (dalle elezioni siciliane a quelle politiche)

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No, non si tratta del solito ponte sullo Stretto ma piuttosto dei ponti che si stanno costruendo per far passare dalle proprie parti i carri dei futuri vincitori per saltarvi sopra più agevolmente.
Nella logica politica di questo sistema, a cui tutti i partiti politici (e quando si dice tutti, si intende proprio tutti ) si adeguano, le elezioni siciliane non sono servite per dare una nuova amministrazione alla Regione siciliana; e quando mai?
Il senso di queste elezioni è solo quello di essere prefigurative degli scenari delle prossime elezioni politiche e propedeutiche alle strategie da seguire per vincerle (per chi può) oppure per non essere tagliati fuori per altri cinque anni.
Tutti i partiti (proprio tutti, come si diceva) hanno individuato i propri interlocutori: il grande bacino dell’astensionismo.

E questo non è dettato da una sana visone politica tesa a riportare la gente a interessarsi e partecipare alla politica in maniera attiva.
Macché: basta che siano disponibili a fare una croce sulla scheda elettorale; è solo una questione di numeri; la “forza dei numeri” di cui parlava Marco Revelli dopo essersi convertito a queste logiche che prima stigmatizzava.

Le elezioni siciliane fanno presagire l’esistenza di due forze che, al momento e salvo cambiamenti nei prossimi mesi, possono puntare alla vittoria alle politiche: il Centro-destra (solo se si presenterà unito) e il Movimento 5 Stelle che si aspettava certo di più da queste elezioni ma che comunque mantiene percentuali alte. Percentuali che però non potrebbero bastare in caso di un futuro accordo PD-FI, salvo alleanze.
Ma il M5S, si sa, non è favorevole ad alleanze (almeno per ora).

E’ possibile quindi che si cerchi di tornare alla deprecabile pratica del “voto utile” appoggiando dall’esterno il M5S, passando bellamente sopra alla loro natura sostanzialmente né di destra né di sinistra (quindi di destra), al loro sentirsi non-antifascisti, al loro essere un partito padronale senza alcuna democrazia interna, alle loro equivoche posizioni sui diritti, sull’immigrazione, sul lavoro, alla loro incompetenza amministrativa dimostrata nei Comuni che hanno governato, ecc.

Sono ormai passati quasi tutti i cinque anni che ci separano dalle ultime elezioni politiche e tutte le speranze riposte nella costruzione di un qualcosa che si basasse su una partecipazione realmente orizzontale e democratica sono svanite. Tutti gli sforzi fatti per costruire una vera alternativa a PD, Destra e M5S sono stati regolarmente risucchiati da tentativi che più o meno palesemente erano comunque sempre calati dall’alto e gestiti da pochi.
La colpa dell’astensione, che si manifesterà nuovamente alle prossime elezioni politiche, chiunque vincerà, non sarà quindi dei tantissimi che non andranno a votare ma di chi non ha saputo, e spesso voluto, attraverso cinque lunghi anni, dedicarsi a un percorso che portasse alle prossime elezioni un fronte popolare deciso a incidere nella politica con un chiaro segno di discontinuità. Formalmente come fu il 4 dicembre 2016, ma senza i svariati motivi che portarono a quel no (idiosincrasia verso Renzi, votanti di destra, voti di generica protesta, voti contro singole leggi, ecc.) ma piuttosto con l’entusiasmo e con la coscienza di essere parte attiva, e non solo votante, di un percorso fatto insieme.

Percorso che però non c’è stato (e che non si è voluto fare) in cinque anni e che non si potrà certo fare entro i quattro mesi dalle elezioni con invenzioni che saranno comunque costruite e calate dall’alto di una qualsivoglia oligarchia. Non scherziamo.

Aver buttato via altri cinque anni di possibilità sarà una cosa che sconteremo tutti; qualcuno certo si potrà appagare di qualche seggio in Parlamento, altri daranno la colpa a chi non ha appoggiato il “voto utile”.
Ma non è in fondo quello che è già successo nel 2013?

Siamo fermi allo stesso punto di allora, anzi più indietro, avendo collezionato altre delusioni, fallimenti, defezioni dalla politica attiva.
Auguri a chi si presterà ancora a questi giochi e calcoli sempre totalmente interni ai soliti schieramenti, numeri e meccanismi politici.

Gian Luigi Ago


Priorità (coazione a ripetere)

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Insisto sempre sugli stessi concetti ma non è colpa mia se la realtà si ripete ogni giorno sempre uguale come in un eterno “giorno della marmotta”

Tutti oggi parlano di priorità.
Per molti, ad esempio è la legge elettorale.
Eppure è inevitabile che la faranno comunque i soliti noti e a loro precisa misura.
Raccolta di firme, petizioni o suppliche alle Istituzioni saranno cestinate senza nemmeno essere guardate, stiamone certi.

Altro esempio: tutti parlano di “ceto politico” però ogni iniziativa giusta si va a praticarla proprio insieme a quel ceto o comunque a chi come quel ceto ragiona;
e poi si grida allo scandalo e al fascismo se si prendono delle sportellate in faccia.

Nonostante tutto ciò, si continua a dedicarsi prevalentemente a battaglie, certo giuste, giustissime ma con un unico difetto: sono già perse in partenza perché non ci sono, anzi non ci si è mai preoccupati di costruire, le condizioni per poterle vincere.

E tra l’altro queste battaglie si scelgono seguendo l’agenda dettata dallo stesso ceto politico che si vuole combattere.

In parte questo approccio è dovuto all’abitudine a un’eterna opposizione e si pensa sempre alla pars destruens come se non dovesse discendere, o quantomeno andare di pari passo, da quella construens.
Non ci si rende conto che in questo modo il tempo passa e si fa il gioco del Potere che è ben felice che mai si metta mano a una costruzione che nasca soprattutto su una nuova presa di coscienza basata su un lavoro sociale, antropologico, culturale che torni a portare alla partecipazione attiva alla vita politica; lavoro che probabilmente non sarà certo breve nè tarato sempre e solo sulle prossime tornate elettorali.

Bisogna riportare i delusi alla vita politica attiva, si dice.
Giustissimo ma non si capisce che pensare che questo possa succedere solo presentando loro un obiettivo giusto e per di più modulato, come si diceva prima, su esigenze dettate da agende di quel ceto politico che ha creato quelle delusioni, apparirà ai delusi sempre come un qualcosa di interno a quello stesso mondo politico da cui si rifugge.

In questo senso la grande vittoria del referendum del 4 dicembre 2016 ha avuto anche un rovescio della medaglia che si è concretizzato in molti nell’equivoco di un popolo pronto a rispondere a qualsiasi proposta giusta.
Quel NO aveva invece dietro molti aspetti che lo hanno determinato.
E lo scrissi ampiamente QUI.

Il lavoro da fare, come si diceva sopra, è un lavoro di costruzione di un’attenzione alla politica vera, politica che non può essere quella dei balletti rappresentati nel solito teatrino politico; e nemmeno quella di obiettivi sempre modulati in riferimento ad esso.
Servirebbe una disintossicazione che portasse la gente a guardare quello che succede nell’attuale scenario politico per quello che è: un gioco di potere  e riposizionamento tra parti maggioritarie e minoritarie del ceto politico.
E come tale a non dargli più una soverchia importanza.

Bisogna ripartire dal più lontano possibile da quei luoghi, bisogna tornare nei territori,  a partire da quelli più piccoli, dalle esigenze più basilari, più contingenti, non dai grandi temi come la Costituzione o la Legge elettorale.
A questi ci si dovrà arrivare ma attraverso un’opera che porti i cittadini (e anche i non-cittadini) a farsi carico in primis  delle soluzioni dei loro problemi urgenti, del saperli connettere con quelli degli altri, nel riuscire man mano a farsi forza popolare cosciente e capace di auto-rappresentarsi con metodi inediti, tralasciando i balletti politici di cui sopra che tanto non cambieranno nulla, se non qualche virgola (e la storia degli ultimi decenni ce lo insegna). Serve una lenta costruzione di un sentire comune e partecipato.

Non è facile, ma il resto è perdita di tempo.

Gian Luigi Ago