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Gli utili idioti

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Tutti si meravigliano che i 5 Stelle non dicano niente riguardo alle uscite di Salvini, vero Capo del Governo, come quella della “pacchia”, del censimento dei rom e del conseguente “quelli italiani purtroppo ce li dovremo tenere“, della “crociera” dell’Aquarius, ecc.

Il motivo per cui ci si meraviglia si basa su un equivoco che dura da cinque anni: l’equivoco per cui il Movimento 5 Stelle abbia comunque anche degli obiettivi giusti e condivisibili (cfr. l’analogo ragionamento “anche Mussolini ha fatto delle cose buone” non a caso espresso da molti esponenti del M5S); inoltre dal fatto del loro essere giovani, non politici, sedicenti onesti e quindi portatori in ogni caso di un cambiamento.
Insomma il ragionamento alla Travaglio del “peggio di quanto hanno fatto quelli di prima non pstranno fare”.
Stiamo vedendo…

Questo equivoco ha portato molti di sinistra a votarli pensando che potessero andare comunque in una direzione di miglioramento, individuando erroneamente nel M5S un avversario e non un nemico o addirittura un possibile alleato.

Da cinque anni sostengo e ripeto che il Movimento 5 Stelle rappresenta invece il peggio della politica, anzi il peggio della prima Repubblica (e le alleanze sbarazzine pur di governare cercate prima con la Lega, poi col PD e poi di nuovo con la Lega lo dimostrano), la malattia senile del berlusconismo con tutta la dose di volgarità, apparenza, slogan che già furono di Silvio con in più una totale incapacità politico-strategica.
Fuffa per dirlo in una parola.

I fatti stanno lì a dimostrarlo: con il 32% sono finiti a fare gli utili idioti di un partito col 17% che da solo non avrebbe mai potuto governare.
Ma non basta: in due mesi hanno portato la Lega ad essere il primo partito italiano. Partito che, se si votasse oggi, avrebbe il 29% contro il 28% dei grillini.

Chi li ha votati, soprattutto “da sinistra” è responsabile di aver dato vita a un governo fascio-razzista, forcaiolo sulla giustizia, retrogrado sulle questioni etiche e di genere, aperto alla speculazione a danno del territorio, repressivo sul fronte interno, autolesionista per l’Italia sul piano internazionale.

Purtroppo coloro che li hanno votati “da sinistra” sono improvvisamente spariti, certo per vergogna.
Sarebbe però più utile un loro mea culpa, un loro prendere le distanze, magari con manifestazioni pubbliche che denuncino l’uso distorto fatto del loro voto, dato certo in buona fede ma a seguito di un’analisi politica totalmente sbagliata.

Gian Luigi Ago

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“Né di destra né di sinistra” (equivoci, errori, pericoli)

populismo

Il termine Sinistra è sotteso a un concetto nobile e ha la sua origine in Francia durante gli Stati Generali del maggio 1789, pochi mesi prima dello scoppio della Rivoluzione Francese.

Col passare del tempo, e con il mutare della realtà sociale, ho maturato la convinzione che questo termine andasse evitato nelle denominazioni di forze politiche di qualsiasi natura.

Questo perché, in una fase di diversa configurazione della base sociale e della conseguente necessità di ridare compattezza e senso a un’alternativa all’assetto sistemico del Potere, questa denominazione conteneva in sé l’equivoco di rimandare, in una concezione politicista del termine, a forze politiche esistenti, ai loro errori, ai loro fallimenti, alle loro responsabilità negative.

Potremmo definire per comodità questa accezione politicista come “sinistra” (con la “s”minuscola).

L’usare questo termine può dare inoltre l’idea di voler chiudersi intorno a una determinata area politica di “sinistra” escludendo quanti hanno valori e visioni di “Sinistra” pur non appartenendo a nessuna formazione politica.

“Sinistra” (con la “S” maiuscola) ha invece un preciso valore ideologico e filosofico che ha a che fare con una weltanschauung che è valida di per sé, indipendentemente e anteriormente alla sua applicazione storico-politica, visione basata su valori come solidarietà, tolleranza, uguaglianza e quindi antifascismo, antirazzismo, ecc.

Se quindi nell’evitare questo termine c’è una “opportunità semantica”, come ebbi a definirla qualche anno fa, sono poi nati degli equivoci e si è passati tout court a definirsi “né di destra né di sinistra” che se può anche avere un senso, come dicevo, a livello di denominazioni “in minuscolo”, non lo ha a livello assoluto, in quanto Destra e Sinistra esistono ancora eccome.
Sono due visioni alternative che continuano ad essere la pre-condizione ideologica e mentale delle scelte politiche.

Ma si è andati anche oltre:

il definirsi “né di destra né di sinistra” ha dato la stura alle peggiori posizioni, sdoganando chiunque, in nome di questa definizione, e permettendo di dare dignità politica e sociale anche a ciò che è anticostituzionale e a chi incarna le peggiori posizioni politiche.
E si è anche arrivati alla bestialità di dire “né fascista, né antifascista” o addirittura “non anti-fascista” (come disse Beppe Grillo).

Ha permesso, soprattutto ha chi ha ambizioni istituzionali, di allargare il proprio bacino elettorale giustificando tutto e tutti in nome di una presunta “apertura” incondizionata, passando sopra alla storia politica di personaggi ambigui con posizioni e curriculum destrorsi e frequentazioni disdicevoli.
L’apertura non può invece prescindere da pre-requisiti valoriali, base dalla quale partire per costruire qualcosa.

Dire “non siamo di destra né di sinistra” è diverso dal dire “non uso il nome destra né il nome sinistra” (sottintendendo “ma sono di Sinistra”).

E’ quel verbo “essere” che costituisce la discriminante.

E quindi si entra di fatto nel “liberismo ideologico” e quindi di Destra, in quanto, negando la Destra, si nega, equivalendola, anche la “Sinistra” e si crea un’apertura indiscriminata, comoda e utile per chi vuole giustificare qualsiasi cosa per fini non certo a favore della base sociale.

Attenzione quindi a non equivocare:

Se oggi si può evitare (e forse è preferibile) il definirsi di “sinistra”, definirsi “né di destra né di sinistra” è di Destra. Non si scappa.

Gian Luigi Ago


Gialloverde? (bravi: avete votato proprio bene…)

Alcuni ancora pensano che i 5 Stelle siano comunque meglio (anche solo un po’) di Lega, Forza Italia e PD, essendosi lasciati abbagliare (senza offesa) dallo story telling del cambiamento e da alcuni obiettivi positivi (ma non capendo che sono sostituibili da altri opposti in qualsiasi momento, secondo la logica grillina, basata tra l’altro su non-antifascismo e non-antirazzismo ).

Ora pare arrivi il governo gialloverde (come il vomito…) con la forma della “non partecipazione benevola” di Forza Italia. I voti di Berlusconi saranno determinanti e d’improvviso diventano qualcosa che non olet… più.
Berlusconi sceglie questo passo di lato e subito i toni di Di Maio e Co. passano da accuse di male assoluto a quelli di ragionevolezza.

Ricordino tutti quelli che hanno dato loro il voto ai 5 Stelle (per qualsivoglia motivo) e soprattutto quelli che si dichiarano di sinistra ma omettono di dire che automaticamente col voto si sono dichiarati non-antifascisti e non-antirazzisti: il passo fatto da Berlusconi non è gratis; l’ex Cavaliere non ha mai fatto nulla gratis.
E molti di quanti hanno espresso questo voto sono gli stessi che gridavano scandalizzati alla “non partecipazione benevola” di Verdini al PD.

Qualcuno parla di terza Repubblica ma in realtà siamo ancora all’inizio della prima. Ritenetevi responsabili (lo dico benevolmente) di quello che succederà nella politica italiana da ora in poi.

Aspettiamo ansiosi l’abolizione della Legge Fornero e una legge sul conflitto di interessi di Berlusconi.
Cose che non vedremo mai, e che Di Maio, dopo averle annunciate pochi giorni fa. dimenticherà in fretta.
Ora vedremo la grande Rivoluzione grillina con Salvini e Berlusconi.
Grazie a quanti hanno votato M5S

Gian Luigi Ago


Il carro davanti ai buoi (l’Italia è un paese di destra)

Molti sono convinti che la maggioranza degli italiani sia per la legalità, per la giustizia, per l’uguaglianza, per la difesa della Costituzione.
Purtroppo non è così. Viviamo in un paese che è sostanzialmente di destra,  sempre più razzista,  violento e intollerante.

Ecco perché falliscono tutti i tentativi di riunire la base sociale su questi temi, riuscendo a raccogliere intorno a sé solo una infinitesimale minoranza già “consensuale”.
E questo lo si verifica puntualmente nelle elezioni:
più gli obiettivi sono giusti, più i valori sono nobili  e più si verificano risultati con percentuali bassissime.

Questo dovrebbe indurre a qualche riflessione.
Possibile che nessuno sia stato mai sfiorato dal dubbio di avere analizzato male la realtà e non aver capito quale sia il metodo per creare consenso intorno a princìpi che potremmo ancora chiamare (filosoficamente) di sinistra, e non “della Sinistra“?
A nessuno viene in mente che oggi si debba cambiare metodo?

Non si può raccogliere consenso da una base sociale che in maggioranza non crede in quello che proponi.
E allora è inutile continuare a proporre liste elettorali che propongono cose “giuste” o temi “più che giusti” come ad esempio la difesa e l’attuazione della Costituzione, quando non c’è chi li recepisce.

Si sta praticamente mettendo il carro davanti ai buoi.
Le elezioni servono a raccogliere il consenso sui propri ideali, obiettivi, programmi.
Ma se il consenso non c’è, cosa si pensa di raccogliere?
Il consenso va prima creato per poter essere raccolto.
Se non si coltiva qualcosa su un campo incolto non si avrà mai un raccolto.

Da anni la base sociale è devastata e si è realizzata quella massificazione e omologazione verso il basso che Pasolini aveva profetizzato.
Oggi la base sociale non ha più una coscienza politica; la rabbia, la frustrazione, la disillusione, la disperazione non si traducono più in un progetto politico ma in un aggrapparsi a slogan violenti, razzisti che si propongono come salvifici.

E la risposta di chi dovrebbe portare avanti un vero cambiamento alternativo allo stato delle cose è invece sempre lo stesso.
Il carro davanti ai buoi, si diceva:
oggi il lavoro da fare è quello che molti propongono, inascoltati da anni: serve un lavoro lontano da elezioni, dall’agone politico fatto di liste, programmi, candidati, leader.
E invece si recita sempre il solito stantio rito e addirittura ci si lamenta di non avere avuto visibilità nei talk show o sui giornali, come se da lì e attraverso elezioni, con risultati già scontati, si potesse raccogliere consenso, magari in un solo mese di campagna elettorale oppure, ancora più utopicamente, con una progressiva scalata elettorale.

Occorre ripetere: il consenso non si raccoglie se non lo si costruisce; e lo si costruisce lavorando casa per casa, paese per paese, individuo per individuo.
Un lavoro di educazione politica, che riporti la gente a proporre, elaborare e  decidere, che non significa andare a votare, ma essere artefici di ciò che poi, in futuro, si andrà a votare.

Si è detto più volte: un progetto lungo e difficile ma l’unico possibile. Più tardi si comincerà e più tardi si compirà.
Abbiamo già perso cinque anni a lasciare inascoltate proposte di questo tipo e ancora si insiste su percorsi già falliti. E si continua a non capire che oggi la differenza non la fanno tanto gli obiettivi, quanto la linea strategica, il metodo, gli strumenti, il tipo di percorso.

Quo usque tandem?

Gian Luigi Ago
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“De visibilitate” (consenso, elezioni, partecipazione)

Che senso ha lamentarsi di non avere avuto visibilità in campagna elettorale, delle difficoltà riscontrate a raccogliere firme, di ostacoli di vario tipo?
E’ ovvio che se si cerca visibilità dove i giochi sono truccati si dovrebbe sapere in anticipo che sarà così, come ugualmente si dovrebbe sapere in partenza che si avranno percentuali elettorali risibili.
L’errore è sempre lo stesso:  cercare di arrivare al popolo (parola di stampo risorgimentale, oggi semanticamente degradata e anch’essa da evitare) attraverso canali sbagliati prima ancora che inutili.

Da molti anni sono convinto che il consenso debba nascere tra la base sociale, al di fuori dei teatrini istituzionali.
Le elezioni, come dico spesso, sono molto più semplici dell’uso politicista a cui, anche chi dovrebbe opporsi, si piega: le elezioni sono il momento in cui si raccoglie il consenso, non dove lo si cerca.

E la visibilità di cui sto amabilmente discorrendo con i miei lettori (molti meno dei venticique manzoniani) non può essere confusa con l’apparire. La vera visibilità politica non è apparire nei talk show o nelle tribune elettorali, sui manifesti o sui giornali.
La vera visibilità è l’essere riconosciuti, nemmeno tanto come leader ma come fidati compagni di viaggio di percorsi che nascano e si sviluppino laddove nasce realmente il consenso, dove si ricostruisce una partecipazione attiva che, non solo non ha nulla a che fare con le attuali fasi elettorali, ma che addirittura in esse trova il suo annullamento, riproponendo una antidemocratica dicotomia tra base sociale e ceti politici/partitici.

E non mi stancherò mai di ripetere che il termine partito è quello espresso dalle venti parole dell’art. 49 della Costituzione.
Rileggiamolo bene insieme: è quello in cui si articolano oggi i ceti politici?
Non esistono forse altri modi che possono esprimere molto più coerentemente lo spirito di quel concetto?

Si aggiunga a questo che molti non si accorgono che siamo entrati in un altro secolo e meno di tutti lo comprendono una grande maggioranza di quanti sono nati, come me, a metà del secolo precedente e che non potranno vedere la metà di quello corrente.
Credo che alcune cose buone le abbiamo tramandate ai posteri ma alcuni di noi hanno anche trasmesso automaticamente prassi, metodologie, concezioni vecchie, senza recepire nulla del futuro che sta arrivando ma anzi creando nuove generazioni di ventenni, trentenni, quarantenni clonati sulla nostra vecchiaia.

E così assistiamo alla messa laica dei triti e ritriti riti politici senza cercare nuovi progetti, nuovi metodi, nuovi strumenti (e anche persone).
E le elezioni diventano terreno di ambizioni personali o una lotteria in cui tentare il colpo grosso, basandosi su slogan o nomi che possano attrarre.
E anche di fronte a ennesimi fallimenti epocali si declama la necessità di riprovarci la prossima volta, nello stesso identico modo: fare una lista, presentare un programma, individuare un leader e chiedere il voto.
E già tutti si stanno mobilitando per le elezioni europee del maggio 2019.

Se nei cinque anni che ci separano dalle precedenti elezioni si fossero ascoltati quanti parlavano di partire da soluzioni nuove, inedite, marxianamente aderenti all’analisi della realtà, con l’uso di metodi nuovi e strumenti tecnologici che li supportassero, forse oggi in Italia  ci sarebbe un movimento nato e cresciuto in modo democratico ed orizzontale in grado di costituire veramente una forza in grado di iniziare a proporsi come vera alternativa di cambiamento, questa volta anche ad elezioni politiche in quanto capace di esprimere il consenso costruito precedentemente.

Ma la distorta concezione delle elezioni, considerate massima espressione di democrazia, paradossalmente le fa diventare di fatto un freno a una crescita democratica.
Anche chi concorda sulla necessità di metodi e strumenti innovativi, appena si avvicinano elezioni è titubante perché il partito/movimento a cui si pensa di partecipare ancora non è arrivato a considerarle necessarie.
Così il progetto si interrompe perché l’urgenza elettorale lo richiede e ci si adatta al già sperimentato (e anche già fallito…).
In questo modo si vive sempre di partenze interrotte e di nuovi eterni inizi.

Oggi occorrerebbe un progetto umile e insieme coraggioso. L’umiltà di non avere ambizioni a breve termine e il coraggio di percorrere strade non ancora battute, tappandosi le orecchie per non sentire le omeriche sirene di vicine elezioni con il loro balenare di talk show, manifesti, santini elettorali, comizi, programmi fantasmagorici, ecc.
“Lavorare con lentezza” recitava un adagio del ’77.
Questo si dovrebbe fare: iniziare un percorso su una strada nuova, lontano da riflettori ma tra e con la base sociale e farlo crescere nei tempi necessari, qualunque essi siano.
Quando sarà il tempo del raccolto lo capiremo da soli, dal cambio di stagione.

Adelante!

Gian Luigi Ago

 


Sinistra compulsiva

“E guidare a fari spenti nella notte per vedere
se poi è tanto difficile morire”
[Ele(emo)zioni, Mogol/Battisti]

La Sinistra è proprio “impunita”.
Ha perso ormai ogni contatto non solo con la base sociale ma con la stessa realtà.
Vedere quelli di Potere al Popolo che brindano e cantano felici dopo una batosta storica, Fratoianni che dice di ripartire da Leu e altri che immaginano di unire il non unibile ne è la dimostrazione icastica.

Sono in realtà affetti da una sindrome compulsiva che li porta a ripetere le stesse frasi e le stesse azioni ormai meccanicamente.
Li unisce la strampalata idea che una sconfitta preluda sempre a un nuovo inizio, pensando che tutto dipenda esclusivamente da questioni temporali e non dal metodo.

Non si tratta infatti di continuare ad andare avanti, di ricominciare da dove ci si è fermati ma piuttosto di cambiare radicalmente strada, strutture, metodi, strumenti, prassi.

Ma io sono acido di natura e non è detto che anche a sinistra non ci sia invece chi capisca tutto questo; e  lo dimostrano i pur timidi tentativi di inclusività, e orizzontalità.
Si dirà: ma se lo capiscono perché non prendono decisamente questa strada anziché continuare, pur con leggeri miglioramenti, sempre sulla stessa?

Il motivo è molto semplice: un vero cambio di rotta, pur se indispensabile, andrebbe a collidere con l’interesse di mantenere vive strutture obsolete, piccole rendite di posizione che non servono a nulla ma che gratificano l’ambizione di vari “leaderini” della sinistra che in molti anni hanno acquisito un certo carisma e seguito.
Come potrebbero costoro diventare “persone comuni“, unirsi in un percorso fatto solo di persone (e non di dirigenti o referenti politici), come potrebbero perdere quell’aura di capo-popolo che si sono guadagnata in decenni? Come si potrebbero disinstallare, non tanto simboli e ideali, ma strutture che ad essi si riferiscono per derivarne una “autorità” che non hanno nella realtà se non verso quello che è ormai un gruppo che li segue ciecamente come quelli che seguivano la corsa di Forrest Gump?

Ecco perché la Sinistra è autoreferenziale e si bea anche nella sconfitta nello specchio della sua esistenza (leggi: sopravvivenza).
Lanciarsi di corsa a testa bassa contro un muro o guidare a fari spenti nella notte, come da battistiana memoria, non evita col passare del tempo gli inevitabili traumi, semmai li aggrava.
E questo anche se la testa dura comunque non manca loro, visto che questa insana pratica masochista la praticano ormai da decenni.
E quindi, allegri, ora si ricomincia dall’inizio, fino al prossimo muro.

Gian Luigi Ago


I grillini vanno al mercato

Per chi credeva che il M5S fosse diverso dagli altri, questo dopo elezioni dimostra come fosse chiara anche da prima la sua intima appartenenza alla solita casta politica (per usare il loro lessico).

I risultati elettorali dicono che il M5S dovrebbe di logica governare con la Lega. Insieme garantirebbero un governo stabile raggiungendo la maggioranza assoluta;
e la Lega, analizzando insiemistica e intersezioni, è il partito che ha più punti in comune con il M5S di qualunque altro.
È vero che Salvini non vuole rompere, andando con i grillini, la coalizione di centrodestra, la più votata e di cui è riuscito a diventare leader scalzando Berlusconi, dopo oltre vent’anni di sua leadership.
Ma è anche vero che nemmeno i 5Stelle lo vogliono, in quanto compagno di viaggio troppo scomodo e poco sottomesso.
Ecco allora che il M5S dimostra tutta la sua incoerenza e i suoi politicismi da Prima Repubblica che li rivela uguali a tutti gli altri.

Se rifiuta un’alleanza con la Lega dovrebbe passare all’opposizione, tenendo fede al suo “nessuna alleanza con altri partiti“.
Ma già Di Maio si era inventato da paraculo l’ipocrita svolta di aprire a quanti aderissero al suo programma, pur sapendo che nessuno darebbe loro dei voti senza averne un qualsivoglia tornaconto (cambiamento di punti del programma, incarichi istituzionali o altro).
Di Maio corteggia ora il PD, paradossalmente quello insultato da sempre e indicato come nemico pubblico numero uno e gli lancia anche un’ancora di salvezza.

Le indiscrezioni che filtrano parlano di fitti contatti di parlamentari grillini con altri del Pd.
Insomma: la purezza, la coerenza, l’onestà, la diversità dei grillini è andata a farsi fottere (per usare un francesismo). Sono arrivati anche loro al mercato della compravendita di voti e di compromessi.
Altro che rivoluzione…
Buona permanenza nella Prima Repubblica.

Gian Luigi Ago


Priorità (coazione a ripetere)

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Insisto sempre sugli stessi concetti ma non è colpa mia se la realtà si ripete ogni giorno sempre uguale come in un eterno “giorno della marmotta”

Tutti oggi parlano di priorità.
Per molti, ad esempio è la legge elettorale.
Eppure è inevitabile che la faranno comunque i soliti noti e a loro precisa misura.
Raccolta di firme, petizioni o suppliche alle Istituzioni saranno cestinate senza nemmeno essere guardate, stiamone certi.

Altro esempio: tutti parlano di “ceto politico” però ogni iniziativa giusta si va a praticarla proprio insieme a quel ceto o comunque a chi come quel ceto ragiona;
e poi si grida allo scandalo e al fascismo se si prendono delle sportellate in faccia.

Nonostante tutto ciò, si continua a dedicarsi prevalentemente a battaglie, certo giuste, giustissime ma con un unico difetto: sono già perse in partenza perché non ci sono, anzi non ci si è mai preoccupati di costruire, le condizioni per poterle vincere.

E tra l’altro queste battaglie si scelgono seguendo l’agenda dettata dallo stesso ceto politico che si vuole combattere.

In parte questo approccio è dovuto all’abitudine a un’eterna opposizione e si pensa sempre alla pars destruens come se non dovesse discendere, o quantomeno andare di pari passo, da quella construens.
Non ci si rende conto che in questo modo il tempo passa e si fa il gioco del Potere che è ben felice che mai si metta mano a una costruzione che nasca soprattutto su una nuova presa di coscienza basata su un lavoro sociale, antropologico, culturale che torni a portare alla partecipazione attiva alla vita politica; lavoro che probabilmente non sarà certo breve nè tarato sempre e solo sulle prossime tornate elettorali.

Bisogna riportare i delusi alla vita politica attiva, si dice.
Giustissimo ma non si capisce che pensare che questo possa succedere solo presentando loro un obiettivo giusto e per di più modulato, come si diceva prima, su esigenze dettate da agende di quel ceto politico che ha creato quelle delusioni, apparirà ai delusi sempre come un qualcosa di interno a quello stesso mondo politico da cui si rifugge.

In questo senso la grande vittoria del referendum del 4 dicembre 2016 ha avuto anche un rovescio della medaglia che si è concretizzato in molti nell’equivoco di un popolo pronto a rispondere a qualsiasi proposta giusta.
Quel NO aveva invece dietro molti aspetti che lo hanno determinato.
E lo scrissi ampiamente QUI.

Il lavoro da fare, come si diceva sopra, è un lavoro di costruzione di un’attenzione alla politica vera, politica che non può essere quella dei balletti rappresentati nel solito teatrino politico; e nemmeno quella di obiettivi sempre modulati in riferimento ad esso.
Servirebbe una disintossicazione che portasse la gente a guardare quello che succede nell’attuale scenario politico per quello che è: un gioco di potere  e riposizionamento tra parti maggioritarie e minoritarie del ceto politico.
E come tale a non dargli più una soverchia importanza.

Bisogna ripartire dal più lontano possibile da quei luoghi, bisogna tornare nei territori,  a partire da quelli più piccoli, dalle esigenze più basilari, più contingenti, non dai grandi temi come la Costituzione o la Legge elettorale.
A questi ci si dovrà arrivare ma attraverso un’opera che porti i cittadini (e anche i non-cittadini) a farsi carico in primis  delle soluzioni dei loro problemi urgenti, del saperli connettere con quelli degli altri, nel riuscire man mano a farsi forza popolare cosciente e capace di auto-rappresentarsi con metodi inediti, tralasciando i balletti politici di cui sopra che tanto non cambieranno nulla, se non qualche virgola (e la storia degli ultimi decenni ce lo insegna). Serve una lenta costruzione di un sentire comune e partecipato.

Non è facile, ma il resto è perdita di tempo.

Gian Luigi Ago


Attuazione della Costituzione e coalizioni elettorali: equivoci e certezze

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Cosa è rimasto a ormai sette mesi dalla vittoria referendaria del NO?
Sono rimasti sostanzialmente molti equivoci ed almeno una certezza.

L’equivoco principale è stato quello di pensare che la vittoria del NO rappresentasse, per tutti coloro che lo avevano votato, un fermo proposito di difendere la Costituzione.
In realtà questo nobile proposito apparteneva a una ristretta percentuale dei votanti e più precisamente alla parte più politicizzata, più attenta da sempre alla necessità di ridare il giusto valore alla nostra Carta, nata dalla Resistenza.

Si è sottovalutato il fatto che gran parte di quel 60% rappresentasse una grande fetta della destra, anche la più becera, e che ad essa si fossero aggiunti quanti volevano solamente la caduta di Renzi (spesso solo per mire di affermazione della propria parte politica);
si è sottovalutato anche che molti avessero votato NO solo opponendosi a delle singole scelte del Governo (job’s act, buona scuola, sanità, ecc.).

Certo, quei temi sono strettamente legati alla difesa dei diritti sanciti dalla Costituzione ma il fatto di sottovalutare che molti non ne cogliessero il nesso profondo con essa, ha fatto sì che si pensasse di avere a disposizione un 60% di italiani pronti a battersi in piazza per attuare e difendere la Costituzione.
La realtà era molto diversa e il non aver colto subito il vero senso di quel voto ha portato a delle scelte di percorso che non hanno prodotto, nè produrranno, quanto si era sperato.

Dimenticando spesso la necessità di proporre anche modifiche alla Costituzione, in senso migliorativo e quindi opposto a quello della proposta renziana, si è pensato quindi che il tema della sua semplice attuazione e difesa potesse essere quello che avrebbe coagulato le masse intorno a questa battaglia; battaglia che in realtà è rimasta ad appannaggio di pochi, spesso già politicizzati, costituzionalisti, esperti e conferenzieri del settore ma con un seguito esiguo rispetto a quel 60%.
Si è pensato che i vari Comitati e Coordinamenti Costituzionali potessero essere il veicolo capace di far crescere un progetto di alternativa che nascesse dalla base sociale (o per alcuni soltanto la coinvolgesse).

E’ stato un errore che alcuni avevano paventato, avvertendo che si sarebbe perso altro tempo addentrandosi in un vicolo cieco e non adeguato a creare un vero cambiamento, ma che è rimasto un allarme inascoltato nell’euforia della vittoria e di possibili ritorni elettorali.
Questi tentativi, infatti, come era più che prevedibile non sono decollati come si sperava e ancora devono giungere a una formalizzazione che probabilmente si attuerà solo in vicinanza del primo anniversario di quel referendum (molto tardi per la “memoria” degli italiani) attraverso coordinamenti o direttivi che coinvolgeranno in minima parte la base e che, partendo sostanzialmente da illustri personaggi, resteranno di vertice e frequentati da esperti o persone già attive politicamente.

Il grande movimento popolare di alternativa non nascerà certo da qualcosa di senz’altro giusto come la battaglia costituzionale, ma che, presentata in modo “deduttivo”, verrà concepita sempre come qualcosa di astrattamente “giuridico”.
Questo grande movimento non nascerà nemmeno riproponendo le solite alchimie di coalizioni elettorali, nell’ennesimo tentativo di unire una Sinistra ormai incapace di fare qualcosa che non sia la sterile ripetizione di falliti esperimenti passati e basati sempre su un equilibrio tarato sulle consistenze e percentuali delle forze politiche esistenti. Alchimie che, nella lentezza dell’ugualmente inefficace richiamo al percorso di “attuazione costituzionale”,  ne sono diventate di fatto concorrenti nel loro richiamo a coinvolgere le “masse”.

All’inizio si è parlato di “equivoci” e “certezze”.
Ecco: l’unica certezza uscita maggioritaria da quel referendum è stata la semplice voglia di partecipazione attiva, la voglia di poter incidere direttamente sulle scelte di indirizzo della nostra politica, al di là dei contenuti. Potremmo dire che questa volta la svista è stata quella di guardare la Luna e non invece il proverbiale dito.
E questa partecipazione non nascerà certo dallo stringersi intorno a Comitati o Coordinamenti Costituzionali, utili e importanti per quella specifica tematica (purtroppo percepita ancora in modo troppo astratto se non quando addirittura di retroguardia), ma che non sono in grado di essere facilitatori di un ricompattamento della base sociale.
E nemmeno servirà coinvolgere la base sociale (spesso solo come insieme di elettori con matita copiativa in mano) nelle solite coalizioni di partiti, movimenti, leader, apparati, ecc.

Si parlava prima di metodo “deduttivo”.
Ecco: il metodo giusto sarebbe (restando dentro questa metafora) un metodo “induttivo”, che partisse cioè dai problemi che la base sociale vive sulla propria pelle, individuando solo dopo come i principi costituzionali che ci stanno dietro siano garanzia di soluzione e come invece l’inosservanza degli stessi e il non integrarli con articoli che diano più potere ai cittadini, abbia creato le varie situazioni di degrado, disagio, ingiustizia.

Più di due anni fa in QUESTA NOTA citavo Heidegger quando sosteneva che “qualsiasi salvezza che non provenga da dove ha luogo il pericolo, è ancora sventura“.
Credo che il problema sia rimasto quello e che si siano persi altri due anni (da aggiungersi ai precedenti).
Le soluzioni devono tener conto di quella voglia di partecipazione attiva che è la vera certezza uscita dal referendum del 4 dicembre.

L’unica soluzione ragionevole non può quindi che essere quella di partire dal “pericolo heideggeriano”, dai territori e dalla base sociale; non per coinvolgerla, spesso solo come “forza numerica”, a progetti “costituzionali” o “elettorali”; non per proporle programmi e obiettivi già “masticati” da altri.
Ma piuttosto per ascoltarla e farla parlare, al di fuori delle cabine elettorali, offrendo ad essa la possibilità di proporre soluzioni e percorsi che nascano da confronti e decisioni attuate con metodi (e strumenti che li supportino) realmente democratici, orizzontali, partecipati e trasparenti; dando ad essa la possibilità di tornare a far politica con la coscienza di poter incidere direttamente sulle scelte politiche e di auto-organizzarsi, al di fuori del già esistente od offerto dall’alto, per potere arrivare ad auto-rappresentarsi attraverso un percorso di creazione di una vera alternativa popolare di base.

Purtroppo dalle ultime elezioni politiche abbiamo perso quasi cinque anni in cui nulla è cambiato e molto è peggiorato. Il trastullarsi in operazioni sempre identiche e fallimentari sta dando spazio alla destra e alla ferocia del capitalismo.

Quo usque tandem continueremo a ignorare la necessità di una vera rivoluzione copernicana delle prassi politiche?
Quanti anni ancora dovremo perdere, quando oggi potevamo già essere a metà del guado che divide il passato dal futuro?

Gian Luigi Ago


Desolanti ballottaggi (e oltre)

ballottaggi

E mi diverto, amaramente… a leggere centinaia di commenti di persone che oggi si scannano su chi votare ai ballottaggi di elezioni che sostanzialmente non sposteranno di una virgola i problemi dei Comuni, della gestione democratica degli stessi, degli interessi che ci girano intorno, salvo forse un’aiuola più o meno fiorita di prima.

Chi voterà la destra per fermare il Pd, chi voterà il Pd per fermare la destra, chi voterà chiunque per fermare i grillini.
Una desolante corsa al “meno peggio” che svilisce la democrazia più con quelle croci tracciate a matita copiativa che con l’astensione.
Stesso teatrino provinciale (comunale…) a cui assistiamo da quarant’anni senza che ci sia stata alcuna rivoluzione e senza che nessuno abbia mai rivoluzionato le città.

E questo perché votiamo sempre altri, votiamo dei nostri rappresentanti anziché farci auto-rappresentanti.
Anche le lodevoli esperienze di liste civiche vengono poi risucchiate dallo stesso meccanismo e diventano di fatto altri partiti che  seguono le stesse macchinose e politiciste  logiche degli altri partiti, molto più evidenti in sede di ballottaggi.

Se la stessa vis polemico-politica, lo stesso tempo, lo stesso denaro, la stessa determinazione fossero stati distolti negli ultimi decenni da campagne elettorali inutili (visto che nulla hanno mai sortito nonostante splendidi programmi e obiettivi) e fossero stati dedicati invece alla costruzione di una forza popolare di base, cosa diversa da un partito ma anche da una lista civica (che altro non è che l’ossimoro di un partito senza partiti), forza popolare nata davvero in modo orizzontale e partecipato, tralasciando elezioni “intermedie” (che ormai sappiamo essere inutili e non in grado di essere vinte), se tutto questo si fosse cominciato a fare, appunto, almeno vent’anni fa oggi forse  questa forza esisterebbe e  sarebbe in grado finalmente di presentarsi ad elezioni per vincerle e non solo per fare testimonianza.

Capisco, certo, che fino a qualche anno fa eravamo nel Novecento e che tutti noi concepivamo la politica solo in questo modo (partiti, candidati, elezioni, rappresentanti da una parte e votanti dall’altra).
Ma oggi tutto ciò non è più giustificabile.
Oggi la realtà sociale è totalmente cambiata e chi riuscisse ad analizzarla, non dico marxianamente, come riterrei adeguato, ma anche solo con buonsenso, dovrebbe capire che non si può continuare a concepire la politica come il ripetersi di meccanismi ormai obsoleti che si seguono col paraocchi, in un loop da “giorno della marmotta” che ci ripropone ogni bene(male)detto anno sempre le stesse cose.
E’ ora che la sveglia suoni e che il giorno della marmotta abbia termine.

Oggi chi, per interessi di bottega o solo perché l’abitudine e la routine politica è difficile da scrollarsi di dosso, non capisce che la realtà è cambiata e che richiede nuove strategie, è condannato a rivivere per un altro ventennio le solite facciate contro il muro.

Oggi serve ripartire dalla base sociale, che non significa coinvolgerla ma che sia essa stessa a farsi attrice, a rompere il muro che divide ceto politico da una parte e bacino elettorale dall’altra.

Oggi bisogna partire dalle persone e dalle loro proposte (non da programmi scritti da altri a cui aderire) , dalle loro decisioni prese in modo paritario.
Non “una testa, un voto” (che è ancora verticismo) ma “una persona, un’idea, un voto”.

Molti lanciano, a livello nazionale, appelli in tal senso ma si scontreranno con i soliti problemi che già abbiamo riscontrato con Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa, solo per citare le più recenti esperienze

Perché succede questo?

Perché manca la consapevolezza (o la volontà) di capire  che qualsiasi proposta e progetto, per quanto giusta nei propri contenuti, deve prioritariamente far i conti col METODO, con la forma organizzativa.

Non si è ancora compresa la necessità di utilizzo di adeguati strumenti informatici, con al centro le piattaforme decisionali, cosa che non deriva da una “fissazione tecnologica” ma dalla consapevolezza che ciò è indispensabile se davvero si vogliono evitare le dinamiche del passato (vedi, per ultime, la corsa degli auto-nominati tanto in Altra Europa quanto nel Coordinamento per Democrazia Costituzionale) e dare il via a un progetto effettivamente democratico.

Serve “democrazia interna” a questi progetti, il reale superamento della delega e della rappresentanza a favore di forme di auto-rappresentanza, e degli strumenti necessari ad attuarla.

Senza questo anche i progetti più nobili e giusti naufragheranno inevitabilmente come i precedenti.

Gian Luigi Ago