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Priorità (coazione a ripetere)

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Insisto sempre sugli stessi concetti ma non è colpa mia se la realtà si ripete ogni giorno sempre uguale come in un eterno “giorno della marmotta”

Tutti oggi parlano di priorità.
Per molti, ad esempio è la legge elettorale.
Eppure è inevitabile che la faranno comunque i soliti noti e a loro precisa misura.
Raccolta di firme, petizioni o suppliche alle Istituzioni saranno cestinate senza nemmeno essere guardate, stiamone certi.

Altro esempio: tutti parlano di “ceto politico” però ogni iniziativa giusta si va a praticarla proprio insieme a quel ceto o comunque a chi come quel ceto ragiona;
e poi si grida allo scandalo e al fascismo se si prendono delle sportellate in faccia.

Nonostante tutto ciò, si continua a dedicarsi prevalentemente a battaglie, certo giuste, giustissime ma con un unico difetto: sono già perse in partenza perché non ci sono, anzi non ci si è mai preoccupati di costruire, le condizioni per poterle vincere.

E tra l’altro queste battaglie si scelgono seguendo l’agenda dettata dallo stesso ceto politico che si vuole combattere.

In parte questo approccio è dovuto all’abitudine a un’eterna opposizione e si pensa sempre alla pars destruens come se non dovesse discendere, o quantomeno andare di pari passo, da quella construens.
Non ci si rende conto che in questo modo il tempo passa e si fa il gioco del Potere che è ben felice che mai si metta mano a una costruzione che nasca soprattutto su una nuova presa di coscienza basata su un lavoro sociale, antropologico, culturale che torni a portare alla partecipazione attiva alla vita politica; lavoro che probabilmente non sarà certo breve nè tarato sempre e solo sulle prossime tornate elettorali.

Bisogna riportare i delusi alla vita politica attiva, si dice.
Giustissimo ma non si capisce che pensare che questo possa succedere solo presentando loro un obiettivo giusto e per di più modulato, come si diceva prima, su esigenze dettate da agende di quel ceto politico che ha creato quelle delusioni, apparirà ai delusi sempre come un qualcosa di interno a quello stesso mondo politico da cui si rifugge.

In questo senso la grande vittoria del referendum del 4 dicembre 2016 ha avuto anche un rovescio della medaglia che si è concretizzato in molti nell’equivoco di un popolo pronto a rispondere a qualsiasi proposta giusta.
Quel NO aveva invece dietro molti aspetti che lo hanno determinato.
E lo scrissi ampiamente QUI.

Il lavoro da fare, come si diceva sopra, è un lavoro di costruzione di un’attenzione alla politica vera, politica che non può essere quella dei balletti rappresentati nel solito teatrino politico; e nemmeno quella di obiettivi sempre modulati in riferimento ad esso.
Servirebbe una disintossicazione che portasse la gente a guardare quello che succede nell’attuale scenario politico per quello che è: un gioco di potere  e riposizionamento tra parti maggioritarie e minoritarie del ceto politico.
E come tale a non dargli più una soverchia importanza.

Bisogna ripartire dal più lontano possibile da quei luoghi, bisogna tornare nei territori,  a partire da quelli più piccoli, dalle esigenze più basilari, più contingenti, non dai grandi temi come la Costituzione o la Legge elettorale.
A questi ci si dovrà arrivare ma attraverso un’opera che porti i cittadini (e anche i non-cittadini) a farsi carico in primis  delle soluzioni dei loro problemi urgenti, del saperli connettere con quelli degli altri, nel riuscire man mano a farsi forza popolare cosciente e capace di auto-rappresentarsi con metodi inediti, tralasciando i balletti politici di cui sopra che tanto non cambieranno nulla, se non qualche virgola (e la storia degli ultimi decenni ce lo insegna). Serve una lenta costruzione di un sentire comune e partecipato.

Non è facile, ma il resto è perdita di tempo.

Gian Luigi Ago

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Attuazione della Costituzione e coalizioni elettorali: equivoci e certezze

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Cosa è rimasto a ormai sette mesi dalla vittoria referendaria del NO?
Sono rimasti sostanzialmente molti equivoci ed almeno una certezza.

L’equivoco principale è stato quello di pensare che la vittoria del NO rappresentasse, per tutti coloro che lo avevano votato, un fermo proposito di difendere la Costituzione.
In realtà questo nobile proposito apparteneva a una ristretta percentuale dei votanti e più precisamente alla parte più politicizzata, più attenta da sempre alla necessità di ridare il giusto valore alla nostra Carta, nata dalla Resistenza.

Si è sottovalutato il fatto che gran parte di quel 60% rappresentasse una grande fetta della destra, anche la più becera, e che ad essa si fossero aggiunti quanti volevano solamente la caduta di Renzi (spesso solo per mire di affermazione della propria parte politica);
si è sottovalutato anche che molti avessero votato NO solo opponendosi a delle singole scelte del Governo (job’s act, buona scuola, sanità, ecc.).

Certo, quei temi sono strettamente legati alla difesa dei diritti sanciti dalla Costituzione ma il fatto di sottovalutare che molti non ne cogliessero il nesso profondo con essa, ha fatto sì che si pensasse di avere a disposizione un 60% di italiani pronti a battersi in piazza per attuare e difendere la Costituzione.
La realtà era molto diversa e il non aver colto subito il vero senso di quel voto ha portato a delle scelte di percorso che non hanno prodotto, nè produrranno, quanto si era sperato.

Dimenticando spesso la necessità di proporre anche modifiche alla Costituzione, in senso migliorativo e quindi opposto a quello della proposta renziana, si è pensato quindi che il tema della sua semplice attuazione e difesa potesse essere quello che avrebbe coagulato le masse intorno a questa battaglia; battaglia che in realtà è rimasta ad appannaggio di pochi, spesso già politicizzati, costituzionalisti, esperti e conferenzieri del settore ma con un seguito esiguo rispetto a quel 60%.
Si è pensato che i vari Comitati e Coordinamenti Costituzionali potessero essere il veicolo capace di far crescere un progetto di alternativa che nascesse dalla base sociale (o per alcuni soltanto la coinvolgesse).

E’ stato un errore che alcuni avevano paventato, avvertendo che si sarebbe perso altro tempo addentrandosi in un vicolo cieco e non adeguato a creare un vero cambiamento, ma che è rimasto un allarme inascoltato nell’euforia della vittoria e di possibili ritorni elettorali.
Questi tentativi, infatti, come era più che prevedibile non sono decollati come si sperava e ancora devono giungere a una formalizzazione che probabilmente si attuerà solo in vicinanza del primo anniversario di quel referendum (molto tardi per la “memoria” degli italiani) attraverso coordinamenti o direttivi che coinvolgeranno in minima parte la base e che, partendo sostanzialmente da illustri personaggi, resteranno di vertice e frequentati da esperti o persone già attive politicamente.

Il grande movimento popolare di alternativa non nascerà certo da qualcosa di senz’altro giusto come la battaglia costituzionale, ma che, presentata in modo “deduttivo”, verrà concepita sempre come qualcosa di astrattamente “giuridico”.
Questo grande movimento non nascerà nemmeno riproponendo le solite alchimie di coalizioni elettorali, nell’ennesimo tentativo di unire una Sinistra ormai incapace di fare qualcosa che non sia la sterile ripetizione di falliti esperimenti passati e basati sempre su un equilibrio tarato sulle consistenze e percentuali delle forze politiche esistenti. Alchimie che, nella lentezza dell’ugualmente inefficace richiamo al percorso di “attuazione costituzionale”,  ne sono diventate di fatto concorrenti nel loro richiamo a coinvolgere le “masse”.

All’inizio si è parlato di “equivoci” e “certezze”.
Ecco: l’unica certezza uscita maggioritaria da quel referendum è stata la semplice voglia di partecipazione attiva, la voglia di poter incidere direttamente sulle scelte di indirizzo della nostra politica, al di là dei contenuti. Potremmo dire che questa volta la svista è stata quella di guardare la Luna e non invece il proverbiale dito.
E questa partecipazione non nascerà certo dallo stringersi intorno a Comitati o Coordinamenti Costituzionali, utili e importanti per quella specifica tematica (purtroppo percepita ancora in modo troppo astratto se non quando addirittura di retroguardia), ma che non sono in grado di essere facilitatori di un ricompattamento della base sociale.
E nemmeno servirà coinvolgere la base sociale (spesso solo come insieme di elettori con matita copiativa in mano) nelle solite coalizioni di partiti, movimenti, leader, apparati, ecc.

Si parlava prima di metodo “deduttivo”.
Ecco: il metodo giusto sarebbe (restando dentro questa metafora) un metodo “induttivo”, che partisse cioè dai problemi che la base sociale vive sulla propria pelle, individuando solo dopo come i principi costituzionali che ci stanno dietro siano garanzia di soluzione e come invece l’inosservanza degli stessi e il non integrarli con articoli che diano più potere ai cittadini, abbia creato le varie situazioni di degrado, disagio, ingiustizia.

Più di due anni fa in QUESTA NOTA citavo Heidegger quando sosteneva che “qualsiasi salvezza che non provenga da dove ha luogo il pericolo, è ancora sventura“.
Credo che il problema sia rimasto quello e che si siano persi altri due anni (da aggiungersi ai precedenti).
Le soluzioni devono tener conto di quella voglia di partecipazione attiva che è la vera certezza uscita dal referendum del 4 dicembre.

L’unica soluzione ragionevole non può quindi che essere quella di partire dal “pericolo heideggeriano”, dai territori e dalla base sociale; non per coinvolgerla, spesso solo come “forza numerica”, a progetti “costituzionali” o “elettorali”; non per proporle programmi e obiettivi già “masticati” da altri.
Ma piuttosto per ascoltarla e farla parlare, al di fuori delle cabine elettorali, offrendo ad essa la possibilità di proporre soluzioni e percorsi che nascano da confronti e decisioni attuate con metodi (e strumenti che li supportino) realmente democratici, orizzontali, partecipati e trasparenti; dando ad essa la possibilità di tornare a far politica con la coscienza di poter incidere direttamente sulle scelte politiche e di auto-organizzarsi, al di fuori del già esistente od offerto dall’alto, per potere arrivare ad auto-rappresentarsi attraverso un percorso di creazione di una vera alternativa popolare di base.

Purtroppo dalle ultime elezioni politiche abbiamo perso quasi cinque anni in cui nulla è cambiato e molto è peggiorato. Il trastullarsi in operazioni sempre identiche e fallimentari sta dando spazio alla destra e alla ferocia del capitalismo.

Quo usque tandem continueremo a ignorare la necessità di una vera rivoluzione copernicana delle prassi politiche?
Quanti anni ancora dovremo perdere, quando oggi potevamo già essere a metà del guado che divide il passato dal futuro?

Gian Luigi Ago


Desolanti ballottaggi (e oltre)

ballottaggi

E mi diverto, amaramente… a leggere centinaia di commenti di persone che oggi si scannano su chi votare ai ballottaggi di elezioni che sostanzialmente non sposteranno di una virgola i problemi dei Comuni, della gestione democratica degli stessi, degli interessi che ci girano intorno, salvo forse un’aiuola più o meno fiorita di prima.

Chi voterà la destra per fermare il Pd, chi voterà il Pd per fermare la destra, chi voterà chiunque per fermare i grillini.
Una desolante corsa al “meno peggio” che svilisce la democrazia più con quelle croci tracciate a matita copiativa che con l’astensione.
Stesso teatrino provinciale (comunale…) a cui assistiamo da quarant’anni senza che ci sia stata alcuna rivoluzione e senza che nessuno abbia mai rivoluzionato le città.

E questo perché votiamo sempre altri, votiamo dei nostri rappresentanti anziché farci auto-rappresentanti.
Anche le lodevoli esperienze di liste civiche vengono poi risucchiate dallo stesso meccanismo e diventano di fatto altri partiti che  seguono le stesse macchinose e politiciste  logiche degli altri partiti, molto più evidenti in sede di ballottaggi.

Se la stessa vis polemico-politica, lo stesso tempo, lo stesso denaro, la stessa determinazione fossero stati distolti negli ultimi decenni da campagne elettorali inutili (visto che nulla hanno mai sortito nonostante splendidi programmi e obiettivi) e fossero stati dedicati invece alla costruzione di una forza popolare di base, cosa diversa da un partito ma anche da una lista civica (che altro non è che l’ossimoro di un partito senza partiti), forza popolare nata davvero in modo orizzontale e partecipato, tralasciando elezioni “intermedie” (che ormai sappiamo essere inutili e non in grado di essere vinte), se tutto questo si fosse cominciato a fare, appunto, almeno vent’anni fa oggi forse  questa forza esisterebbe e  sarebbe in grado finalmente di presentarsi ad elezioni per vincerle e non solo per fare testimonianza.

Capisco, certo, che fino a qualche anno fa eravamo nel Novecento e che tutti noi concepivamo la politica solo in questo modo (partiti, candidati, elezioni, rappresentanti da una parte e votanti dall’altra).
Ma oggi tutto ciò non è più giustificabile.
Oggi la realtà sociale è totalmente cambiata e chi riuscisse ad analizzarla, non dico marxianamente, come riterrei adeguato, ma anche solo con buonsenso, dovrebbe capire che non si può continuare a concepire la politica come il ripetersi di meccanismi ormai obsoleti che si seguono col paraocchi, in un loop da “giorno della marmotta” che ci ripropone ogni bene(male)detto anno sempre le stesse cose.
E’ ora che la sveglia suoni e che il giorno della marmotta abbia termine.

Oggi chi, per interessi di bottega o solo perché l’abitudine e la routine politica è difficile da scrollarsi di dosso, non capisce che la realtà è cambiata e che richiede nuove strategie, è condannato a rivivere per un altro ventennio le solite facciate contro il muro.

Oggi serve ripartire dalla base sociale, che non significa coinvolgerla ma che sia essa stessa a farsi attrice, a rompere il muro che divide ceto politico da una parte e bacino elettorale dall’altra.

Oggi bisogna partire dalle persone e dalle loro proposte (non da programmi scritti da altri a cui aderire) , dalle loro decisioni prese in modo paritario.
Non “una testa, un voto” (che è ancora verticismo) ma “una persona, un’idea, un voto”.

Molti lanciano, a livello nazionale, appelli in tal senso ma si scontreranno con i soliti problemi che già abbiamo riscontrato con Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa, solo per citare le più recenti esperienze

Perché succede questo?

Perché manca la consapevolezza (o la volontà) di capire  che qualsiasi proposta e progetto, per quanto giusta nei propri contenuti, deve prioritariamente far i conti col METODO, con la forma organizzativa.

Non si è ancora compresa la necessità di utilizzo di adeguati strumenti informatici, con al centro le piattaforme decisionali, cosa che non deriva da una “fissazione tecnologica” ma dalla consapevolezza che ciò è indispensabile se davvero si vogliono evitare le dinamiche del passato (vedi, per ultime, la corsa degli auto-nominati tanto in Altra Europa quanto nel Coordinamento per Democrazia Costituzionale) e dare il via a un progetto effettivamente democratico.

Serve “democrazia interna” a questi progetti, il reale superamento della delega e della rappresentanza a favore di forme di auto-rappresentanza, e degli strumenti necessari ad attuarla.

Senza questo anche i progetti più nobili e giusti naufragheranno inevitabilmente come i precedenti.

Gian Luigi Ago


I limiti della democrazia rappresentativa, partecipata e diretta

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Se si analizzano i modi in cui sono state elaborate e prese fino ad oggi le decisioni politiche (sia a livello di piccoli gruppi che a livello di istituzioni) è facile notare come quasi sempre esse si sono avvalse di metodi che, in misura maggiore o minore, non sono mai stati totalmente democratici.
Si è sempre passati infatti da decisioni affidate a leader politici ad altre prese da comitati politici, congressi con mozioni e/o delegati o assemblee.
Tutte forme che contengono, esplicitamente o implicitamente, delle forme di verticismo che condizionano la possibilità di coniugare il metodo con un’assoluta corrispondenza al volere comune.

Possiamo riassumere le principali forme di democrazia oggi esistenti in: democrazia rappresentativa, democrazia partecipata, democrazia diretta.

Tutte, come già detto, presentano però dei limiti.

DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA:

E’ quella ad esempio prevista dalla nostra Costituzione e che prevede una delega in bianco ad alcuni eletti che gestiscono il loro mandato per un tempo determinato in piena autonomia e senza vincolo (come sancito dall’articolo 67 della Costituzione).
Questa forma viene adottata anche in altri ambiti di piccoli gruppi/movimenti/partiti.
In questa forma di democrazia non è possibile il cosiddetto recall, cioè cambiare idea durante il mandato e togliere la delega all’eletto;
si deve votare in blocco il pacchetto programmatico del candidato e del partito, anche se contiene singoli punti su cui non si è d’accordo;
nella maggioranza dei casi si scende quindi a un compromesso votando il programma e il candidato che più si avvicina alla nostra idea e maggiormente ci rappresenta, anche se non totalmente;
data l’autonomia dell’eletto, non è possibile imporre dalla base scelte che non gli siano gradite;
anche riferendosi a piccoli gruppi/movimenti/partiti la struttura che si crea è una struttura a delega piramidale.

DEMOCRAZIA PARTECIPATA

E’ da distinguere dalla “democrazia partecipativa” che meglio sarebbe definire “metodo partecipativo”.
La democrazia partecipata è quella che permette, ad esempio, ai cittadini di interagire con le istituzioni e i propri rappresentanti con proposte, discussioni, petizioni, ecc.
Anche questo tipo di democrazia presenta dei limiti, pur essendo utile per creare stabili rapporti di comunicazione con gli eletti nelle istituzioni:
non si tratta innanzitutto di un processo decisionale ma consultivo, di indirizzo;
la decisione finale compete quindi sempre a chi è nelle istituzioni con cui si partecipa;
non è rappresentativa della totalità della base in quanto potrebbero, volta per volta, partecipare a queste iniziative solo coloro che sono favorevoli o contrari;

DEMOCRAZIA DIRETTA:

Anche  la democrazia diretta, di cui oggi tanto si parla, talvolta equivocandone il senso, può avere dei limiti democratici.
E’ il tipo di democrazia in cui tutti decidono tutto, concettualmente la più democratica.
Ma soprattutto in questo caso è importante il METODO che si sceglie per realizzarla compiutamente.
Senza il metodo giusto anche questo tipo di democrazia presenta molti limiti:
è molto impegnativa perché tutti devono essere sempre attivi in tutte le decisioni, essere presenti sempre e comunque, specialmente se queste decisioni si svolgono in assemblee fisiche;
il rischio è quindi quello del dominio di chi ha più tempo a disposizione;
altro rischio è il dominio degli estroversi, ad esempio coloro che in una assemblea hanno più voce, carisma e capacità dialettica;
c’è poi il pericolo di un’oligarchia su temi complessi e specifici su cui tutti non hanno le necessarie competenze, non esistendo la possibilità di delega;
altro rischio è l’apatia che può essere conseguenza di un aumento delle deliberazioni comuni;
necessita infine di una continua ed efficace informazione erga omnes su ogni cosa.

CHE FARE QUINDI?

La soluzione per ovviare a tutti questi limiti, e addivenire a una forma di democrazia il più possibile coincidente con il volere popolare, sta nell’attuare un metodo che coniughi il meglio di tutte questi tipi di democrazia e ne elimini di contro i vari difetti.
Un metodo che dev’essere supportato da strumenti che rendano possibile tutto questo.

E’ quella che possiamo definire DEMOCRAZIA LIQUIDA, un metodo che unisce e si muove, a seconda dei momenti e delle situazione, tra il meglio dei vari tipi di democrazia che abbiamo elencato.
Sì quindi a forme di delega ma non in bianco, revocabili del tutto o in parte, potendo tornare al voto diretto in ogni momento del processo decisionale, con la possibilità di proxy voting, ovvero un sistema di deleghe a cascata, deleghe globali oppure per singole tematiche o singole questioni.

Servono però degli STRUMENTI che consentano tutto questo oltre a garantire la partecipazione attiva di tutti, non solo al momento del voto ma anche a quello dell’elaborazione delle proposte e della discussioni che lo precedono.

Oggi la tecnologia ci mette a disposizione delle piattaforme informatiche che consentono con una approssimazione quasi assoluta l’esercizio di una democrazia realmente paritaria, orizzontale e partecipativa.
La più famosa è la piattaforma open source LIQUIDFEEDBACK che consente a tutti di fare proposte, controproposte ed emendamenti in tempi stabiliti (policy) e che devono preventivamente superare una soglia di interesse comune.
Lo strumento informatico, mettendo a disposizione tempi più o meno lunghi per ogni discussione/votazione, non costringe ad essere presenti in un luogo e a un orario preciso ma consente di dare il proprio contributo in qualsiasi momento dello spazio temporale a disposizione.
Inoltre il metodo di votazione Schultze  che consente una votazione basata su assenso/astensione/dissenso/voto plurimo,  rende l’esito della votazione il più possibile coincidente con la volontà politica degli elettori.

Vorrei che non si equivocasse: ovviamente questi strumenti non escludono gli incontri fisici ma ad essi si affiancano e ne sono complementari e possono avvantaggiarsi anche di altri strumenti quali, ad esempio, i Forum di discussione.

Quello che oggi può riavvicinare le masse alla politica partecipativa è l’assoluta orizzontalità, trasparenza ed efficacia del fare politica.
Per realizzare tutto questo il problema principale è quello del METODO, metodo (supportato poi da idonei strumenti) che superi la crisi della rappresentanza eliminando lo iato tra base sociale e ceto politico, tra rappresentati e rappresentanti e vada verso un’auto-organizzazione e auto-rappresentanza della base sociale che si faccia, dal suo interno, forza popolare di alternativa.

Oggi questa è l’unica strada realmente innovativa e in grado di dare una risposta alla mutata realtà sociale, superando metodi otto/novecenteschi che non a caso non risultano più rappresentativi e producono solo fallimenti, disaffezione e allontanamento dalla politica attiva.

Gian Luigi Ago


Verso le amministrative

 

Le amministrative incuriosiscono soprattutto perché svelano, attraverso chi nutre (o finge di nutrire) verso di esse soverchie aspettative, lo stato dell’arte della politica locale e di riflesso nazionale.

Esse rappresentano anche la cartina di tornasole delle ambizioni personali:
imprenditori che diventano improvvisamente politici, politici che nascondono il più possibile il loro essere politici, altri per cui, più che il risultato elettorale, è importante la campagna elettorale in se stessa in quanto è in grado di rafforzare la propria immagine personale, altri ancora che disinvoltamente appoggiano l’inappoggiabile o passano disinvoltamente da uno schieramento all’altro.

Curioso sarà assistere ancora, negli eventuali ballottaggi, al triste rito del “voto utile” per cui si appoggerà chi prima si dipingeva come il diavolo, adducendo come scusa il necessario fare scudo all’avvento del “peggio” ma in realtà sperando in una risicata ricompensa in poltroncine (per essere utili alla città…si intende…). Come se non fossero proprio le  politiche del “meno peggio” a far crescere, come reazione, il “peggio”.

Si salvano solo sparute liste civiche (intendo “vere liste civiche”, non quelle che servono a maschere per i soliti noti) animate esclusivamente – spesso però anche un po’ ingenuamente e in modo naif – dall’evidenziare, attraverso la visibilità  della loro campagna elettorale, la possibilità di dar vita a una vera partecipazione individuale che vada al di là delle elezioni e degli interessi di partito e che si sviluppi quotidianamente, e non solo a scadenze elettorali, attraverso un riavvicinamento alla politica attiva dei cittadini.

Insomma, in queste tristi rappresentazioni che ormai sono diventate le elezioni, non c’è nulla di nuovo sotto il sole.
E’ specialmente in questi momenti che si sente il bisogno di nuove prassi politiche, di rompere la dicotomia costituita da una parte dalla base sociale (leggi: bacino elettorale) e dall’altra da ceti e apparati politici.
Ed è sempre in questi momenti che cresce il bisogno di ridare a politica e partecipazione il loro vero senso etimologico.

Ci troviamo oggi in una fase epocale di passaggio, in cui il anche il “passato” comincia ad accorgersi che il “futuro” sarà inevitabimente diverso da prima e allora si traveste un po’ con idee, apparenze, slogan simili ad esso, senza però rompere del tutto con quello che si era e che resta, appunto,  mascherato, nemmeno tanto bene, dietro il nuovo “vestito” elettorale.

Il futuro arriverà prima o poi, questo è sicuro (d’altronde arriva sempre…).
Si dovrà però ancora lavorare a lungo per superare il retaggio di un modo di fare politica standardizzato e che per molti appare ancora l’unico possibile.
Adelante!

Gian Luigi Ago


Quattro anni fa le elezioni politiche (Copernico adhuc docet)

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A distanza di quattro anni esatti dalle politiche del 2013 sono più che convinto che la “Sinistra” abbia perso esattamente altri quattro anni.

Dopo il fallimento di Rivoluzione Civile eravamo esattamente nel momento giusto per voltare pagina e far nascere qualcosa di veramente nuovo, di base, orizzontale, partecipativo; qualcosa di inedito che riportasse alla partecipazione politica della base sociale, un progetto nuovo che, partendo all’analisi dei mutamenti della composizione sociale superasse vecchi schemi, dando vita a nuove strategie, metodologie, strumenti.

Invece siamo ancora al punto di partenza, come in un masochistico gioco dell’oca. Ed ecco i soliti leader, i soliti soggetti politici, coi soliti balletti per creare unità a sinistra o liste elettorali che non prenderanno mai più del 4%, oppure prenderanno di più, ma solo se prenderanno a bordo personaggi che definire di sinistra è molto discutibile come Pisapia, D’Alema, Bersani, ecc.

Qualcuno in vero provò (o meglio pensò), dopo le elezioni 2013, a creare qualcosa di nuovo, ma i fatti ci dicono che poi tutto è rimasto solo sulla carta.
Perché?

Perché non si è avuto il coraggio di rompere il cordone ombelicale con quel mondo politicista che pensa solo a successi elettorali, a mantenere rendite di posizione o acquisirne altre; perché non si è avuto il coraggio di rompere totalmente le vecchie strutture e creare spazi (prima ancora che soggetti) realmente orizzontali e democratici; perché non si è avuto il coraggio di stare veramente tra la gente, abdicando a qualsiasi ruolo di guida o rappresentanza, perché non si è saputo sporcarsi le mani nelle situazioni di lotta, anziché dimorare negli incontri, convegni, seminari tra varie segreterie, personalità politiche, vecchi costituzionalisti, ecc. ecc. ecc.; perché non si è avuto il coraggio di capire che la semplice progressiva scalata elettoralistica non è la strada del cambiamento, che le elezioni sono solo il momento di raccogliere quello che si è seminato precedentemente e che è importante, prima di cimentarsi credibilmente in esse, costruire un vero fronte popolare di alternativa stando in mezzo alla gente per renderla attrice più che elettrice, rompendo il muro tra base sociale e ceto politico e andando verso l’auto-organizzazione e l’auto-rappresentanza della base sociale, anche in tempi lunghi se necessario.

Si continua imperterriti con gli stessi metodi, le stesse logiche, le stesse utopie (nell’accezione peggiore del termine) che perpetuano un modello otto-novecentesco che oggi non ha più senso né efficacia.

Le rivoluzioni (in qualsiasi ambito si intendano) accadono sempre quando qualcuno si accorge che il vecchio mondo è tramontato e che la realtà è diversa, totalmente diversa, dal passato e come tale va affrontata.
Copernico adhuc docet.

Gian Luigi Ago


“La tela della miope Penelope”(lungimiranza politica)

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In politica la lungimiranza è un qualità fondamentale per la strategia.
Il suo contrario è la miopia politica che è poi quella che ha costituito il freno a qualsiasi serio progetto di alternativa tanto più urgente e necessario quanto più il capitalismo e le destre guadagnano terreno.

Sono molte le cause di questa miopia, alcune fisiologiche, tra cui alcune incurabili, altre dovute a una disabitudine a guardare lontano, se non addirittura a una precisa scelta tesa a mantenere o conquistare rendite di posizione che diventano per alcuni la vera meta e non più  passaggi da scartare o attuare a seconda della situazione.

Le concause del fallimento negli ultimi quarant’anni di qualsiasi serio progetto di alternativa al capitalismo dominante sono ovviamente molte e connesse in modi complessi e variabili, ma il tema della “miopia” è uno dei più evidenti insieme a quello che io definisco “effetto della tela di Penelope” che ne è conseguenza logica.

Se è vero che ci troviamo di fronte a una liminalità epocale, sociale e politica, serietà vorrebbe che si desse vita a un progetto capace di attrezzarci a una realtà che già manifesta i segni evidenti della rottura col passato e che, sullo slancio delle occasioni che essa offre, ci renda capaci di sfruttare queste criticità in senso positivamente progettuale, prima che esse vengano trasformate da altri in senso peggiorativo.

Alla metà avanzata di questi anni ’10 del secolo è infatti palpabile questa situazione e prova ne è che sono molti a darsi da fare nel tessere progetti, proposte, appelli, rimescolamenti vari.
Ma il difetto sotteso alla quasi totalità di questi tentativi è proprio quello di pensare in maniera miope solo al futuro prossimo, e in particolare sempre e soltanto alle più vicine elezioni, tenendo a galla leader e leaderini, strutture, apparati, comode tane identitaristiche, anziché lavorare a un progetto che abbia la lungimiranza di vedere mete più lontane e che unisca non tanto entità politiche ma l’intera base sociale.

E questo è un tessere che già conosciamo e che avrà probabilmente la solita conclusione di sempre: si confezioneranno con molto impegno coalizioni, comitati unitari, liste, alleanze, ecc. ma poi, al primo inevitabile fallimento elettorale, come una Penelope miope, si disfarà la tela costruita e si ripartirà di nuovo da zero, ricominciando poi a tessere ancora solo in vista di altre successive scadenze, per poi fallire nuovamente e lavorare in un eterno fare e disfare.

Non è poi in fondo la storia della Sinistra e dintorni degli ultimi decenni?
Quanti gloriosi tentativi abbiamo visto passarci sotto gli occhi?
Per limitarci solo agli ultimi quattro anni, tutti si ricordano l’inutile tessitura di tele come Rivoluzione Civile, La Via Maestra, la Coalizione Sociale di Landini, L’Altra Europa, Human Factor, per tacere dei vari rassemblement elettorali, piccoli scampoli che sono stati tessuti e disfatti in fretta.

Quello che servirebbe oggi è la tessitura “definitiva” di una grande tela che possa essere adeguata ai tempi, mettendo in secondo piano le false mete, che sono in realtà unicamente eventuali e non obbligatorie tappe, per prediligere invece la grande meta finale.

Certo ci vorrebbe un lavoro di tessitura fatto in comune, con pazienza, oculatezza e a molte più mani,  senza protagonismi, senza difesa di orticelli, mandando in pensione le miopi Penelope, ma almeno la tela sarebbe pronta e utilizzabile quando, dal suo lungo girovagare, Ulisse tornerà a Itaca e i Proci smetteranno di gozzovigliare nel Palazzo.

Gian Luigi Ago


La corsa ad attuare la Costituzione…

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Fuorviati da una sopravvalutazione del risultato referendario, quasi tutti stanno vedendo nel tema Costituzionale  il veicolo capace di portare al riscatto della Sinistra e dintorni e alla creazione di una nuova forza di alternativa.

Se il tema di ripartire dalla Costituzione ha senz’altro un suo fondamento innegabile, non lo ha però la molteplicità delle proposte che fioriscono da più parti.
E assistiamo così a diverse proposte tutte sullo stesso tema e tutte che cercano l’unità con la base sociale, ognuna però intorno alla proprie proposte e ognuna con leggere differenze dalle altre.
E quindi assistiamo, mutati mutandis, a quello che è sempre accaduto a Sinistra, cioè a diversi partiti, movimenti, personalità che chiedono l’unità, però tutti lanciando e facendosi promotori e portavoce di un “loro” appello all’unità:

Abbiamo così:
Fratoianni di Sinistra Italiana, che ancor prima del referendum, il 2 dicembre,  ha lanciato, in un articolo, su “Il Manifesto” la proposta di unire la “Sinistra del NO”;

Azione Civile che, nella sua Assemblea Nazionale del 9-11 dicembre, ha proposto di ripartire dai Comitati del NO trasformati in Comitati per la difesa e attuazione della Costituzione, trovando l’interesse dello stesso Fratoianni (che appunto lo aveva già proposto) e del Governatore PD della Puglia Michele Emiliano;

Domenico Gallo, Alfiero Grandi e Mauro Breschi che hanno indetto a Roma per il 21 Gennaio un incontro nazionale dei “Comitati del NO”;

Paolo Maddalena che il giorno dopo, il 22 Gennaio, a Roma proporrà il “Progetto per l’attuazione della Costituzione

L’Altra Europa che propone di dar vita a un vero e proprio “Movimento per l’attuazione della Costituzione”.

E sorvolo su altre Costituenti  come il Diem 25 con Varoufakis e il PlanB a cui partecipano diversi movimenti, Stefano Fassina ed esponenti del PRC come la deputata europea Forenza.

Se è positivo questo attivismo di ripartenza dopo il Referendum, ci sono però delle cose da precisare: una l’abbiamo detta prima, parlando della molteplicità di proposte, tutte concentrate nel mese di Gennaio e tutte che provengono da promotori diversi.
E’ poi limitativo parlare di “attuazione” della Costituzione.
Infatti solo una parte va attuata, ma altre parti andrebbero riviste.

Per esempio l’art. 81, andrebbe riportato semmai alla sua stesura originale; dovrebbe essere modificato l’errato termine di “razza” contenuto nell’art. 3;
dovrebbero essere modificati i concetti di “famiglia e matrimonio” contenuti nell’art.29;
dovrebbe essere superato il concetto di “delega in bianco”;
dovrebbero essere estesi ulteriormente gli esigui spazi di democrazia diretta contenuti nella Costituzione;
dovrebbe essere introdotto il termine di “bene comune”, ecc. ecc. ecc.

C’è poi la sopravvalutazione di cui dicevamo all’inizio.
Pensare che tutti coloro che hanno votato NO siano interessati a questo progetto è fuorviante; molti di essi sono di destra, altri hanno votato solo contro Renzi, altri contro alcune leggi del governo che li toccavano di persona, altri per ribellione al ceto politico, e così via.

Ritengo illusorio anche pensare che questo terreno di coltura dell’alternativa possa nascere in alcuni di questi luoghi dove sono di fatto predominanti strutture e persone legate al PD.

D’accordo quindi a mantenere attivi i vari Comitati del NO per difendere e vigilare sulla Costituzione da possibili futuri attacchi, ma non possono essere  queste strutture a fare da incubatrice a una vera ricomposizione della base sociale, e ancor di più se ciò avviene, come sempre, attraverso  appelli da parte di partiti, movimenti, personalità politiche, intellettuali e costituzionali.

Una nuova forza di alternativa può nascere solo da un confronto che parta e si svolga nei territori, in luoghi neutri, tra la base sociale stessa, con assemblee paritarie aperte a tutti come individui, e che si svolgano nella completa orizzontalità.

Illusorio, utopistico e fuori dall’analisi della realtà attuale anche il pensare  più prosaicamente a mantenere ancora la base sociale nella condizione di bacino elettorale costituendo un’ennesima coalizione unitaria che possa essere competitiva alle prossime elezioni.

Credo che ci si stia mettendo su una strada sbagliata e si perda un’altra occasione storica di riportare alla politica attiva e alla partecipazione concreta quanti se ne solo allontanati.

Gian Luigi Ago


Grillini al governo: un fallimento come quello di chiunque altro

base-sito

Cos’è stato il governo di Roma da parte dei grillini?
I romani hanno votato a grande maggioranza questa Raggi pressoché sconosciuta; un voto chiaramente rivolto soprattutto contro i malgoverni precedenti e che sperava di dar vita a una discontinuità rispetto al passato.

Il risultato è rappresentato invece da sei mesi di totale incapacità di governare.
Un governo della città fermo da sei mesi, ancora impegnato a discutere di poltrone, scelte di collaboratori (sbagliati..), vicinanza a famiglie del malaffare romano.
Unica decisione presa (sbagliata e ammissione di incapacità di sconfiggere il malaffare) la rinuncia alla candidatura alle Olimpiadi. Per il resto zero assoluto.

La Raggi, poi, ha insistito per avere Marra, ben sapendo chi fosse, nonostante che Grillo e la Lombardi le dicessero che era un “virus” di corruzione.
Ma lei ha insistito e ora viene a dire in una conferenza stampa (che tale non è, perché parla solo lei e non accetta domande) che Marra è solo un dipendente come gli altri, quando in realtà era un suo stretto consigliere e che il suo ruolo è da dieci anni fondamentale in Campidoglio, altrimenti non avrebbe lottato contro il suo stesso Movimento per mantenerlo.
Risibile quindi definirlo “errore” e non “scelta” voluta e difesa ad oltranza.
Poi c’è il caso Muraro e tutto il resto. Un fallimento completo.
Dignità vorrebbe che se ne andasse a casa al più presto.

La Raggi vive invece asserragliata nel Campidoglio con gli altri zombie della Giunta, senza alcun contatto con la realtà romana.
Era da prevedere? Io dico di sì, visto il malgoverno dei grillini ovunque abbiano governato.
A gridare slogan son buoni tutti, a governare ben pochi, oggi anzi nessuno.
O meglio: tutti allo stesso modo.

E allora?
Allora chi crede che il cambiamento possa venire dal mandare al Governo del Paese i grillini al posto di altri, si ricordi di questa esperienza romana o prenderà un’altra cantonata, come hanno preso i cittadini romani.
Oggi non c’è nessuno in grado di rappresentare degnamente il popolo italiano.
Chiunque ci sarà non cambierà molto.
Qualsiasi elezione oggi, non può cambiare nemmeno una virgola.
Facciamocene una ragione.

Oggi va intrapreso un cammino diverso: lasciare il “ceto politico” alla sua lenta agonia e ripartire dalla base sociale perché si interconnetta tra le sue espressioni, acquisti consapevolezza politica, si auto-organizzi e si auto-rappresenti.
Un lavoro educativo, antropologico ma soprattutto politico nel senso di politica vera tra i problemi della gente e non il solito teatrino dove si mettono in scena i soliti balletti partitici.

Compito non facile, forse non breve, ma l’unico possibile per arrivare a una vera forza di alternativa e di cambiamento che possa poi esprimere una forza di futuro governo, oggi non possibile.

Gian Luigi Ago


DOPO…(riflessioni sul 5 dicembre)

calendario

La campagna elettorale, atipica per lunghezza, per toni, per menzogne, promesse e insulti, ha impedito una serena capacità di valutare il merito della controriforma istituzionale voluta da Renzi, Boschi, Verdini e Napolitano ma che punta ad attuare scenari già immaginati da Gelli e passati attraverso tentativi di Craxi, Cossiga, Berlusconi e oggi ispirati dalle grandi lobby finanziarie, dalle multinazionali e da quanti hanno interesse a un’ulteriore restrizione degli spazi di democrazia.

La maggior parte degli elettori voterà in base a criteri diversi:
chi voterà per  mandare via o mantenere Renzi; chi, non sapendo distinguere tra “votare come” e “votare con”, perché crede alla teoria delle “accozzaglie”; chi  perché crede alle minacce del “dopo di me il diluvio”; chi perché voterà pedissequamente per quello che gli dice il suo leader di riferimento; chi per fare dispetto a un politico, a un partito, a una corrente; chi per simpatia; chi per antipatia, ecc. ecc.

Insomma ha funzionato bene il tentativo di “buttarla in caciara”, di depistare rispetto alla comprensione del perché improvvisamente si sia considerato urgente e inevitabile uno stravolgimento della nostra Costituzione, senza che nessuno fosse sceso in piazza per chiederlo,  avendo problemi ben più importanti come, ad esempio, il lavoro, la sanità, la scuola e  molti altri.

Basterebbe leggere la riforma attentamente, confrontarla con la complementare legge elettorale “Italicum” – cercando di capire come cambieranno gli equilibri istituzionali in caso questa controriforma fosse confermata – per avere chiari i motivi di questo millantare urgenze inesistenti.

Ma è anche vero che non tutti i cittadini hanno la capacità di muoversi agevolmente su questioni costituzionali e ormai forse non ne hanno nemmeno più la voglia, dopo essere stati abituati a delegare ad altri le decisioni e fidarsi in base a criteri molto simili a quelli esposti sopra.

La partecipazione alla vita politica è ormai minima, la crisi della rappresentanza è deflagrata e ormai non si può pensare di porvi rimedio con le stesse formule che l’hanno provocata.

Ed è per questo che si pone la questione di cosa fare “DOPO..” dal 5 dicembre in poi, sia che il SI’ venga sconfitto, sia che riesca malauguratamente a prevalere.

Prima di tutto,  credo si possa dire cosa non si dovrebbe fare.
In un caso o nell’altro non possiamo certo riproporre utopiche coalizioni, federazioni, unità varie della sinistra, liste per impossibili successi elettorali, lunghe marce nelle istituzioni, ricerca di leader carismatici. E nemmeno dovremmo in maniera otto-novecentesca riproporre fumosi e pleonastici programmi politici, sperando in un improvviso ritorno al voto di quanti si sono dispersi a causa di fallimenti, delusioni, errori madornali.
Ugualmente fallimentare sarebbe riproporre una mera difesa della Costituzione così com’è, dando l’idea di una battaglia di retroguardia.

Cosa servirà quindi “DOPO…” ?
Servirà, a mio parere iniziare una fase “costituente” di un fronte popolare di base, senza la fretta di pensare alla costruzione di possibili partiti di riferimento.
Il nuovo fronte popolare sarà quindi inizialmente più uno SPAZIO che un’entità, uno spazio di confronto e interconnessione tra lotte, istanze sociali, uno spazio fatto di momenti di crescita comune che proponga delle nuove forme della politica da immaginare e costruire insieme, abbandonando gli usurati cliché del secolo scorso.
Senza questa costruzione comune di base, che non prevede qualcuno che se ne faccia rappresentanza, se non la stessa base in forma di auto-rappresentanza e auto-organizzazione, è difficile immaginare di non cadere negli stessi vecchi errori.
Importante sarà anche individuare quale sia l’obiettivo da perseguire.
Io credo che oggi il più importante e forse unico è quello della “Conversione ecologica dell’economia” perché tutti li racchiude e li condiziona (lavoro, ambiente, sanità, scuola, ecc.).

Riguardo alla Costituzione ci si dovrà mettere assolutamente mano ma con una riforma che espanda l’art.1 che prevede la sovranità popolare e che quindi, a differenza della controriforma oggi sottoposta a referendum, non restringa questa sovranità ma la renda effettiva e maggiormente praticabile.
Serve quindi l’introduzione del concetto di “bene comune”, serve una revisione del concetto di “delega in bianco” così come oggi previsto, serve una revisione dell’art. 81, serve una reale applicazione dell’art. 53 e molto altro.

Per fare queste cose occorrerà anche implementare metodologie e  strumenti tecnologici che permettano di esprimere al meglio, traducendolo in decisioni, il reale sentire dei cittadini.

Solo così si potrà ricostituire il senso civico, la partecipazione attiva, la crescita  di una reale opposizione di base diffusa e non concentrata in ceti politici ma che sia in grado di auto-esprimere la propria rappresentanza dal suo interno.
Se questo non succederà, saremo ancora fermi e maggiormente se questa controriforma non sarà bocciata dagli elettori con un sonoro NO.

Gian Luigi Ago