Quattro anni fa le elezioni politiche (Copernico adhuc docet)

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A distanza di quattro anni esatti dalle politiche del 2013 sono più che convinto che la “Sinistra” abbia perso esattamente altri quattro anni.

Dopo il fallimento di Rivoluzione Civile eravamo esattamente nel momento giusto per voltare pagina e far nascere qualcosa di veramente nuovo, di base, orizzontale, partecipativo; qualcosa di inedito che riportasse alla partecipazione politica della base sociale, un progetto nuovo che, partendo all’analisi dei mutamenti della composizione sociale superasse vecchi schemi, dando vita a nuove strategie, metodologie, strumenti.

Invece siamo ancora al punto di partenza, come in un masochistico gioco dell’oca. Ed ecco i soliti leader, i soliti soggetti politici, coi soliti balletti per creare unità a sinistra o liste elettorali che non prenderanno mai più del 4%, oppure prenderanno di più, ma solo se prenderanno a bordo personaggi che definire di sinistra è molto discutibile come Pisapia, D’Alema, Bersani, ecc.

Qualcuno in vero provò (o meglio pensò), dopo le elezioni 2013, a creare qualcosa di nuovo, ma i fatti ci dicono che poi tutto è rimasto solo sulla carta.
Perché?

Perché non si è avuto il coraggio di rompere il cordone ombelicale con quel mondo politicista che pensa solo a successi elettorali, a mantenere rendite di posizione o acquisirne altre; perché non si è avuto il coraggio di rompere totalmente le vecchie strutture e creare spazi (prima ancora che soggetti) realmente orizzontali e democratici; perché non si è avuto il coraggio di stare veramente tra la gente, abdicando a qualsiasi ruolo di guida o rappresentanza, perché non si è saputo sporcarsi le mani nelle situazioni di lotta, anziché dimorare negli incontri, convegni, seminari tra varie segreterie, personalità politiche, vecchi costituzionalisti, ecc. ecc. ecc.; perché non si è avuto il coraggio di capire che la semplice progressiva scalata elettoralistica non è la strada del cambiamento, che le elezioni sono solo il momento di raccogliere quello che si è seminato precedentemente e che è importante, prima di cimentarsi credibilmente in esse, costruire un vero fronte popolare di alternativa stando in mezzo alla gente per renderla attrice più che elettrice, rompendo il muro tra base sociale e ceto politico e andando verso l’auto-organizzazione e l’auto-rappresentanza della base sociale, anche in tempi lunghi se necessario.

Si continua imperterriti con gli stessi metodi, le stesse logiche, le stesse utopie (nell’accezione peggiore del termine) che perpetuano un modello otto-novecentesco che oggi non ha più senso né efficacia.

Le rivoluzioni (in qualsiasi ambito si intendano) accadono sempre quando qualcuno si accorge che il vecchio mondo è tramontato e che la realtà è diversa, totalmente diversa, dal passato e come tale va affrontata.
Copernico adhuc docet.

Gian Luigi Ago


Comitati Costituzionali: un tram chiamato desiderio

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Molti avevano indicato i Comitati Costituzionali come il locus da cui ripartire dopo il referendum del 4 dicembre, sull’onda di una malintesa interpretazione della vittoria del NO .
Infatti quest’ultima era solo in minima parte dovuta a un pathos costituzionale e per lo più esprimeva invece un voto anti-Renzi o basato sull’opposizione a singole leggi. E tra l’altro era anche in gran parte un voto che veniva dalla destra più retriva.

Ma molti hanno creduto di individuare nei Comitati il mezzo per addivenire a un ricompattamento sociale intorno a un progetto di alternativa, immaginando una corsa di quel 40% a costituire la “forza dei numeri” di revelliana memoria.
Ma che non potesse essere così appare chiaro oggi da quello che sta succedendo e dimostra come quella vittoria straordinaria abbia obnubilato la capacità di analisi della realtà o quntomeno abbia fatto immaginare autostrade inesistenti.

I Comitati Costituzionali hanno un indubbio valore ma unicamente specifico e legato all’impegno per la difesa e attuazione della Costituzione.
Stabilito questo, si sarebbe però dovuto tener conto dell’impossibilità di trasformarli in un progetto attraverso cui creare una forza popolare di alternativa, vuoi per quanto detto prima, vuoi per la loro composizione, vuoi per i personaggi che li abitano, vuoi perché i metodi che usano sono arcaici e inemendabili.

I Comitati Costituzionali sono troppo eterogenei per costituire una weltanschauung condivisa, sono l’opposto di quella democrazia partecipata che oggi servirebbe per ridare voce al popolo e non solamente a quelli che, millantando, si ergono a loro rappresentanti o leader.

E oggi si vede in molti Comitati regionali quello che molti avevano paventato, inascoltati: ovvero la loro incapacità di recepire proposte innovative, il loro essere troppo appiattiti sulle indicazioni che arrivano dal direttivo nazionale, la loro totale mancanza di capacità di auto-determinazione e auto-organizzazione, la loro chiusura a metodi realmente orizzontali.
Essi rappresentano un ennesimo vicolo cieco in cui si sono proiettate le aspirazioni di alcuni, le utopie di molti, un ennesimo tram chiamato desiderio che non porta però da nessuna parte, se non al solito capolinea da cui far ripartire poi la solita corsa.

La ricomposizione della base sociale dovebbe partire invece proprio dai malesseri che hanno generato quel NO referendario: dai territori, dalle singole lotte, dal disagio e dalle contraddizioni della base, non da strutture in cui ci sono i soliti “militanti” e le solite “personalità nobili” ma legate alle solite prassi verticistiche, burocratiche e a cui non si avvicineranno mai i molti “arrabbiati” di quel NO.

Insomma un altro errore dovuto all’incapacità di avere visioni innovative.
E questo è in fondo il male cronico di questi tre lustri del nuovo secolo: il non sapere togliersi dalle spalle la scimmia di prassi, ma soprattutto logiche, otto-novecentesche.

Gian Luigi Ago


COA(LI)ZIONE A RIPETERE (sinistra e dintorni)

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Che dire, oltre che al fatto che era già tutto previsto?
Dall’articolo, il cui link trovate a piè di pagina, è evidente il solito squallido scenario in cui la Sinistra (e dintorni) da anni replica il solito brutto spettacolo.

Mentre Michele Emiliano punta alla segreteria del PD ma già giura, nel caso non ci riuscisse, eterna fedeltà a Renzi, dall’altro Sinistra Italiana si muove sempre  divisa tra due anime (sostegno o meno al PD) ma concorde sul tradizionale metodo congressual-verticista guidato da Fratoianni, delfino di Vendola.
Intorno, molti altri che cercano di entrare nel “giro che conta”, attraverso liste o percorsi sempre gestiti con metodi dirigisti.

Anche la strada dei Comitati costituzionali lascia molti dubbi perchè lascia trasparire, nemmeno tanto velatamente, l’idea che possa essere un taxi verso successi elettorali, come ho già scritto qui:
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/01/05/la-corsa-ad-attuare-la-costituzione/

Prospettive? Si va verso un listone, imposto probabilmente dalla legge elettorale. Con o senza D’Alema e Pisapia?
This is the question (direbbe William) ma il punto non cambia perché si va comunque  verso il deja vu e perché non la soluzione dei problemi ma il successo elettorale solipsistico è l’obiettivo vero che  costoro si prefiggono.

La necessità di ripartire dalla base e dal concetto “una testa, un’idea, un voto” che superi il limitato e spesso fasullo “una testa, un voto” viene come al solito ignorato e con esso una metodologia che garantisca orizzontalità, trasparenza e una scelta di autorappresentanza che elimini lo iato tra ceto politico e base rappresentata (che per costoro è in realtà solo “bacino elettorale“).

Vedremo probailente la solita lista di Sinistra magari, e purtroppo, allargata anche a personaggi che di sinistra hanno poco o niente che raccatterà qualche voto e, nella migliore delle ipotesi, qualche seggio che plachi la voglia di visibilità e potere di alcuni.
E poi torneremo al punto di partenza.

Ma le cose andranno sempre così finché non si capirà che la politica oggi non può più essere la solita e che quando si parla di ripartire dalla base non vuol dire attrarre a sè la base ma che la base si faccia artefice unica di un processo di ricomposizione sociale, prescindendo e cancellando segreterie, leader, partiti, gruppi dirigenti. O meglio che crei organizzazione e rappresentanza dal suo interno.

Ma ovviamente accettare questo significherebbe rinunciare alle proprie rendite di posizione o al tentativo di ottenerle; significherebbe lasciare veramente alla base l’elaborazione di idee, proposte, forme organizzative e smettere di considerarla solo sottoscrittrice di cose decise dai soliti noti, significherebbe umilmente confondersi con gli altri rinunciando ai propri egoismi.

Dovremo forse aspettare la fine anagrafica di questi “vecchi dentro” (e alcuni anche fuori) per vedere qualcosa di nuovo?
Probabilmente sì, sempre che nel frattempo non allevino “nuovi vecchi“.

Gian Luigi Ago

https://left.it/2017/02/02/listoni-tessere-e-ritiri-che-casino-cosa-sta-succendo-in-sinistra-italiana/


“La tela della miope Penelope”(lungimiranza politica)

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In politica la lungimiranza è un qualità fondamentale per la strategia.
Il suo contrario è la miopia politica che è poi quella che ha costituito il freno a qualsiasi serio progetto di alternativa tanto più urgente e necessario quanto più il capitalismo e le destre guadagnano terreno.

Sono molte le cause di questa miopia, alcune fisiologiche, tra cui alcune incurabili, altre dovute a una disabitudine a guardare lontano, se non addirittura a una precisa scelta tesa a mantenere o conquistare rendite di posizione che diventano per alcuni la vera meta e non più  passaggi da scartare o attuare a seconda della situazione.

Le concause del fallimento negli ultimi quarant’anni di qualsiasi serio progetto di alternativa al capitalismo dominante sono ovviamente molte e connesse in modi complessi e variabili, ma il tema della “miopia” è uno dei più evidenti insieme a quello che io definisco “effetto della tela di Penelope” che ne è conseguenza logica.

Se è vero che ci troviamo di fronte a una liminalità epocale, sociale e politica, serietà vorrebbe che si desse vita a un progetto capace di attrezzarci a una realtà che già manifesta i segni evidenti della rottura col passato e che, sullo slancio delle occasioni che essa offre, ci renda capaci di sfruttare queste criticità in senso positivamente progettuale, prima che esse vengano trasformate da altri in senso peggiorativo.

Alla metà avanzata di questi anni ’10 del secolo è infatti palpabile questa situazione e prova ne è che sono molti a darsi da fare nel tessere progetti, proposte, appelli, rimescolamenti vari.
Ma il difetto sotteso alla quasi totalità di questi tentativi è proprio quello di pensare in maniera miope solo al futuro prossimo, e in particolare sempre e soltanto alle più vicine elezioni, tenendo a galla leader e leaderini, strutture, apparati, comode tane identitaristiche, anziché lavorare a un progetto che abbia la lungimiranza di vedere mete più lontane e che unisca non tanto entità politiche ma l’intera base sociale.

E questo è un tessere che già conosciamo e che avrà probabilmente la solita conclusione di sempre: si confezioneranno con molto impegno coalizioni, comitati unitari, liste, alleanze, ecc. ma poi, al primo inevitabile fallimento elettorale, come una Penelope miope, si disfarà la tela costruita e si ripartirà di nuovo da zero, ricominciando poi a tessere ancora solo in vista di altre successive scadenze, per poi fallire nuovamente e lavorare in un eterno fare e disfare.

Non è poi in fondo la storia della Sinistra e dintorni degli ultimi decenni?
Quanti gloriosi tentativi abbiamo visto passarci sotto gli occhi?
Per limitarci solo agli ultimi quattro anni, tutti si ricordano l’inutile tessitura di tele come Rivoluzione Civile, La Via Maestra, la Coalizione Sociale di Landini, L’Altra Europa, Human Factor, per tacere dei vari rassemblement elettorali, piccoli scampoli che sono stati tessuti e disfatti in fretta.

Quello che servirebbe oggi è la tessitura “definitiva” di una grande tela che possa essere adeguata ai tempi, mettendo in secondo piano le false mete, che sono in realtà unicamente eventuali e non obbligatorie tappe, per prediligere invece la grande meta finale.

Certo ci vorrebbe un lavoro di tessitura fatto in comune, con pazienza, oculatezza e a molte più mani,  senza protagonismi, senza difesa di orticelli, mandando in pensione le miopi Penelope, ma almeno la tela sarebbe pronta e utilizzabile quando, dal suo lungo girovagare, Ulisse tornerà a Itaca e i Proci smetteranno di gozzovigliare nel Palazzo.

Gian Luigi Ago


Lettera di un giovane coltivatore toscano

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Questo articolo è in pratica  la lettera inviataci da un ragazzo che appartiene ad una famiglia dedita alla coltivazione di un prodotto tipico che esprime la sua delusione per non essere rientrato nel Piano di Sviluppo Rurale 2014/2020 della Regione Toscana, nonostante coltivi da ben cinque generazioni il rinomatissimo fagiolo di Bigliolo.

“Mi chiamo Davide Spediacci e ho ventitré anni. Sono residente a Bigliolo, nel Comune di Aulla, e sono diplomato geometra. Ho dovuto interrompere la mia carriera scolastica per cause di forza maggiore e ora sono dipendente di un’azienda del settore alimentare. Il mio sogno è quello di aprire la mia azienda agricola in Lunigiana, ma non mi è stato dato il permesso di farlo in quanto la mia domanda al bando riservato ai giovani agricoltori è stata respinta.”

“E’ chiaro – riprende Spediacci – che questo è un sistema che non funziona e che non tutela quelli che dovrebbero essere i veri beneficiari del bando creando, invece, una corsa all’oro per tutti. Questi bandi nascono per finanziare e aiutare le aziende agricole che si impegnano nella cura del territorio, come la mia famiglia fa da generazioni portando avanti un’azienda frutto di passione, conoscenza e amore per questa terra. La nostra è una delle più produttive nella realtà lunigianese e si estende da Bigliolo ai paesi limitrofi. Abbiamo recuperato terreni abbandonati e incolti da anni intervenendo anche sulla prevenzione del dissesto idrogeologico e i nostri prodotti sono di qualità, come il noto fagiolo di Bigliolo. 

Per mantenere la produzione, la biodiversità, il paesaggio, le tradizioni e le strutture ci vogliono non solo volontà e coraggio ma anche capitali da investire per superare tutti i problemi presenti nei processi produttivi e che permettano il salto di qualità attraverso attrezzature nuove e moderne.

La mia rabbia e indignazione nascono dal fatto che in un anno sono stati finanziati 120 milioni di euro per i giovani agricoltori ma a me è stato negato tutto. Mi sono trovato a competere in un bando con persone che non appartengono in nessun modo a questo mondo, con regole e caratteristiche ben lontane dalle esigenze vere di questo settore, ma sembrano reimpostate proprio per aiutare questi ultimi.

Come si possono finanziare con soldi pubblici agricoli case e piscine? Forse io non avevo abbastanza reddito, forse mio padre non è un noto politico o non ho tessere di partito per meritare tale contributo! Questo Paese ha bisogno di meritocrazia e giustizia, ha bisogno di una politica e un’amministrazione onesta che lavori per tutti e non per pochi; e soprattutto deve far tornare i giovani a sognare e a poter realizzare i propri sogni. 

Un ringraziamento speciale va a mio padre che mi ha trasmesso la passione per la terra, per le tradizioni e per l’agricoltura, e che ora è la persona che soffre di più vedendo la delusione nei miei occhi.”

[Davide Spediacci]


La corsa ad attuare la Costituzione…

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Fuorviati da una sopravvalutazione del risultato referendario, quasi tutti stanno vedendo nel tema Costituzionale  il veicolo capace di portare al riscatto della Sinistra e dintorni e alla creazione di una nuova forza di alternativa.

Se il tema di ripartire dalla Costituzione ha senz’altro un suo fondamento innegabile, non lo ha però la molteplicità delle proposte che fioriscono da più parti.
E assistiamo così a diverse proposte tutte sullo stesso tema e tutte che cercano l’unità con la base sociale, ognuna però intorno alla proprie proposte e ognuna con leggere differenze dalle altre.
E quindi assistiamo, mutati mutandis, a quello che è sempre accaduto a Sinistra, cioè a diversi partiti, movimenti, personalità che chiedono l’unità, però tutti lanciando e facendosi promotori e portavoce di un “loro” appello all’unità:

Abbiamo così:
Fratoianni di Sinistra Italiana, che ancor prima del referendum, il 2 dicembre,  ha lanciato, in un articolo, su “Il Manifesto” la proposta di unire la “Sinistra del NO”;

Azione Civile che, nella sua Assemblea Nazionale del 9-11 dicembre, ha proposto di ripartire dai Comitati del NO trasformati in Comitati per la difesa e attuazione della Costituzione, trovando l’interesse dello stesso Fratoianni (che appunto lo aveva già proposto) e del Governatore PD della Puglia Michele Emiliano;

Domenico Gallo, Alfiero Grandi e Mauro Breschi che hanno indetto a Roma per il 21 Gennaio un incontro nazionale dei “Comitati del NO”;

Paolo Maddalena che il giorno dopo, il 22 Gennaio, a Roma proporrà il “Progetto per l’attuazione della Costituzione

L’Altra Europa che propone di dar vita a un vero e proprio “Movimento per l’attuazione della Costituzione”.

E sorvolo su altre Costituenti  come il Diem 25 con Varoufakis e il PlanB a cui partecipano diversi movimenti, Stefano Fassina ed esponenti del PRC come la deputata europea Forenza.

Se è positivo questo attivismo di ripartenza dopo il Referendum, ci sono però delle cose da precisare: una l’abbiamo detta prima, parlando della molteplicità di proposte, tutte concentrate nel mese di Gennaio e tutte che provengono da promotori diversi.
E’ poi limitativo parlare di “attuazione” della Costituzione.
Infatti solo una parte va attuata, ma altre parti andrebbero riviste.

Per esempio l’art. 81, andrebbe riportato semmai alla sua stesura originale; dovrebbe essere modificato l’errato termine di “razza” contenuto nell’art. 3;
dovrebbero essere modificati i concetti di “famiglia e matrimonio” contenuti nell’art.29;
dovrebbe essere superato il concetto di “delega in bianco”;
dovrebbero essere estesi ulteriormente gli esigui spazi di democrazia diretta contenuti nella Costituzione;
dovrebbe essere introdotto il termine di “bene comune”, ecc. ecc. ecc.

C’è poi la sopravvalutazione di cui dicevamo all’inizio.
Pensare che tutti coloro che hanno votato NO siano interessati a questo progetto è fuorviante; molti di essi sono di destra, altri hanno votato solo contro Renzi, altri contro alcune leggi del governo che li toccavano di persona, altri per ribellione al ceto politico, e così via.

Ritengo illusorio anche pensare che questo terreno di coltura dell’alternativa possa nascere in alcuni di questi luoghi dove sono di fatto predominanti strutture e persone legate al PD.

D’accordo quindi a mantenere attivi i vari Comitati del NO per difendere e vigilare sulla Costituzione da possibili futuri attacchi, ma non possono essere  queste strutture a fare da incubatrice a una vera ricomposizione della base sociale, e ancor di più se ciò avviene, come sempre, attraverso  appelli da parte di partiti, movimenti, personalità politiche, intellettuali e costituzionali.

Una nuova forza di alternativa può nascere solo da un confronto che parta e si svolga nei territori, in luoghi neutri, tra la base sociale stessa, con assemblee paritarie aperte a tutti come individui, e che si svolgano nella completa orizzontalità.

Illusorio, utopistico e fuori dall’analisi della realtà attuale anche il pensare  più prosaicamente a mantenere ancora la base sociale nella condizione di bacino elettorale costituendo un’ennesima coalizione unitaria che possa essere competitiva alle prossime elezioni.

Credo che ci si stia mettendo su una strada sbagliata e si perda un’altra occasione storica di riportare alla politica attiva e alla partecipazione concreta quanti se ne solo allontanati.

Gian Luigi Ago


LA COSA GIUSTA(il totalmente inedito)

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Ad ogni momento topico della nostra devastata politica italiana (soprattutto se in prossimità di elezioni…) si ripropone il solito mantra delle buone intenzioni tese a fare finalmente.. “la cosa giusta”.
E allora assistiamo a un florilegio di proposte di percorsi per unire la Sinistra.
E tutti a dire:
“Questa volta dobbiamo davvero superare le differenze
Ora è davvero il momento di non fare più gli errori del passato”.

Ma se ci si riflette un momento ci si accorge che il fatto che le proposte siano tante e provenienti da diversi proponenti è già una dimostrazione di divisione e un tentativo di attribuirsi la primogenitura dell’operazione (e conseguentemente anche una probabile futura conduzione della stessa o derivanti rendite di posizione).
E parimenti, soprattutto per chi è più avanti negli anni, è facile accorgersi  che è un film già visto mille volte con le identiche buone intenzioni e con le identiche modalità.
Di volta in volta si dà solo una verniciata di attualità in base al mainstream del momento. Ma gratta gratta, sotto la vernice c’è la solita ruggine.

Altra cosa particolare è che questi input arrivano sempre dai soliti personaggi e/o comunque da personalità politiche o dell’intellettualità che, da buoni politici illuminati, offrono magnanimamente al popolo la loro proposta che è comunque già prefissata in un percorso già strutturato.

E allora ne vediamo di ogni: ad esempio, sull’onda della vittoria referendaria del NO,  si pensa di trasformare i Comitati del NO in incubatrici della nuova alternativa, dimenticando che lì dentro si ritroveranno per lo più apparati di partiti e Associazioni gestite da chi appoggia questo sistema e fa riferimento più che altro al PD, partito dove anche i più progressisti non potranno mai avere intenzioni reali di cambiare questo sistema.
E c’è anche da tener presente che se da quel quasi 60% di NO referendari, togliamo tutti i voti fideistici di quanti si riconoscono nella destra: Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, e di quanti si riconoscono nella destra moderata dei 5  Stelle, rimane una percentuale molto più bassa.
E se da  questa togliamo ancora  chi  ha votato solo per manifestare la propria insofferenza, la propria rabbia e il proprio disagio sociale, chi ha votato solo contro la persona di Renzi e la sua arroganza,  chi contro l’impoverimento delle classi medie, chi contro le singole leggi del governo come il job’s act, la buona scuola, ecc. vedremo che coloro che hanno votato veramente perché hanno capito il pericolo autoritario insito nella riforma e quindi unicamente per difendere la Costituzione si riducono a una percentuale veramente molto bassa.
Non ci si può quindi illudere di avere  di fronte un popolo pronto a impegnarsi attivamente per ripartire. Anzi, probabilmente la maggior parte di chi ha votato NO tornerà ad astenersi alle prossime elezioni politiche perché il vero segnale di questa grande partecipazione al referendum è un altro: quello di una voglia di decidere in prima persona e incidere direttamente sulle scelte politiche.

Ci sono poi in campo anche progetti che si possono definire “araba fenice”, cioè partiti che si sciolgono, si fondono insieme, cambiando il nome ma non facce, progetti, metodologie.
E via all’ennesima proposta di creare una Nuova Sinistra.

E poi anche tantissimi altri movimenti che lanciano proposte di aderire ai propri Progetti dai diversi nomi (X,Y, Z) ma sempre già definiti a tavolino da pochi.

Ma si dirà:
Qualcuno dovrà pure proporre e dare un input, come fu, ad esempio
per l’appello de L’Altra Europa”.

Ed è qui l’errore: oggi non serve una proposta in cui coinvolgere la base sociale (per poi travestirla da bacino elettorale alle prime elezioni) perché così si fa di fatto quello che si è sempre fatto e che è sempre fallito.

Si pone allora la classica domanda leniniana: Che fare?
Se vengono bannate tutte queste proposte, quale sarebbe mai la soluzione?

La soluzione è esattamente quella del non-deja vu, del non-strutturato, del non-proposto, del non-offerto.

Oggi non serve, e da tanto tempo in molti lo diciamo, un soggetto o una coalizione e nemmeno un percorso, se esso è già dato, già scritto, già programmato.
Oggi serve uno SPAZIO, aperto  a tutte le donne e uomini di “buona volontà”, uno “spazio vuoto” dove non ci sia un percorso già prestabilito, come quello di ripartire dai Comitati del No o di unire i vari soggetti politici.
Questo spazio, in cui far confrontare cittadini, associazioni, soggetti politici deve partire da zero, da uno brain storming iniziale basato su una sola domanda:
Come possiamo creare una vera forza di alternativa che non sia più espressione di ceti politici ma di una base sociale che possa auto-organizzarsi  e poi auto-rappresentarsi?

Ed è in questo confronto che dovrà essere deciso il percorso, le sue tappe, le sue modalità di operatività, senza che nessuno ci indichi già una proposta che prevede a priori una casa, un percorso con già un elenco di tappe, percorso a cui di fatto “aderire” seppur partecipando, sia esso la trasformazione dei Comitati del No, sia quello di unire i partiti politici o sottoscrivere progetti di vari movimenti.

Oggi questo è l’unico modo che può riportare la gente a fare politica attiva, a decidere direttamente, senza deleghe, e non solo in vista di elezioni, ché poi questi progetti oggi in campo sono, nemmeno tanto velatamente, tesi a trasformarsi in liste elettorali che, schiacciate dalla tripolarità delle grandi formazioni politiche, non potranno avere alcun successo ma saranno invece foriere di nuove delusioni (direttamente proporzionali alle illusioni e utopici entusiasmi messi in campo) e di nuove astensioni.

Rompere il muro tra rappresentati votanti e rappresentanti deliberanti, eliminando lo iato tra ceto politico e base sociale, è oggi l’unico modo per creare una grande forza alternativa consapevole, politicizzata e non invece soltanto un esercito di mani con matite copiative per votare il delegato o il partito/coalizione/federazione di turno.
Certo: si arriverà ad elezioni vincenti, prima o poi (speriamo il prima possibile) ma è attraverso questa crescita insieme, nei tempi dovuti e non affrettati da scadenze elettorali, attraverso questa  crescita collettiva creatrice di ricomposizione sociale, che il popolo esprimerà, dal suo interno, i “propri candidati” costituendosi contemporaneamente anche come forza politica capace di supportarli e relazionarsi con essi senza più doversene  tornare a casa dopo il voto in attesa delle prossime elezioni.

Per fare questo occorre dar vita ovunque ad ASSEMBLEE TERRITORIALI, fornire metodologie che rendano possibile a TUTTI di poter proporre, discutere e decidere alla pari con chiunque altro, predisponendo  strumenti che possano realizzare tutto ciò, mettendo in interconnessione i vari territori.

Ma niente idee precostituite, niente case da cui partire, niente tappe di percorsi già indicate, niente obiettivi, niente strategie.

Oggi è esclusivamente il TOTALMENTE INEDITO che può dare vita a un vero incipit.

Gian Luigi Ago


Grillini al governo: un fallimento come quello di chiunque altro

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Cos’è stato il governo di Roma da parte dei grillini?
I romani hanno votato a grande maggioranza questa Raggi pressoché sconosciuta; un voto chiaramente rivolto soprattutto contro i malgoverni precedenti e che sperava di dar vita a una discontinuità rispetto al passato.

Il risultato è rappresentato invece da sei mesi di totale incapacità di governare.
Un governo della città fermo da sei mesi, ancora impegnato a discutere di poltrone, scelte di collaboratori (sbagliati..), vicinanza a famiglie del malaffare romano.
Unica decisione presa (sbagliata e ammissione di incapacità di sconfiggere il malaffare) la rinuncia alla candidatura alle Olimpiadi. Per il resto zero assoluto.

La Raggi, poi, ha insistito per avere Marra, ben sapendo chi fosse, nonostante che Grillo e la Lombardi le dicessero che era un “virus” di corruzione.
Ma lei ha insistito e ora viene a dire in una conferenza stampa (che tale non è, perché parla solo lei e non accetta domande) che Marra è solo un dipendente come gli altri, quando in realtà era un suo stretto consigliere e che il suo ruolo è da dieci anni fondamentale in Campidoglio, altrimenti non avrebbe lottato contro il suo stesso Movimento per mantenerlo.
Risibile quindi definirlo “errore” e non “scelta” voluta e difesa ad oltranza.
Poi c’è il caso Muraro e tutto il resto. Un fallimento completo.
Dignità vorrebbe che se ne andasse a casa al più presto.

La Raggi vive invece asserragliata nel Campidoglio con gli altri zombie della Giunta, senza alcun contatto con la realtà romana.
Era da prevedere? Io dico di sì, visto il malgoverno dei grillini ovunque abbiano governato.
A gridare slogan son buoni tutti, a governare ben pochi, oggi anzi nessuno.
O meglio: tutti allo stesso modo.

E allora?
Allora chi crede che il cambiamento possa venire dal mandare al Governo del Paese i grillini al posto di altri, si ricordi di questa esperienza romana o prenderà un’altra cantonata, come hanno preso i cittadini romani.
Oggi non c’è nessuno in grado di rappresentare degnamente il popolo italiano.
Chiunque ci sarà non cambierà molto.
Qualsiasi elezione oggi, non può cambiare nemmeno una virgola.
Facciamocene una ragione.

Oggi va intrapreso un cammino diverso: lasciare il “ceto politico” alla sua lenta agonia e ripartire dalla base sociale perché si interconnetta tra le sue espressioni, acquisti consapevolezza politica, si auto-organizzi e si auto-rappresenti.
Un lavoro educativo, antropologico ma soprattutto politico nel senso di politica vera tra i problemi della gente e non il solito teatrino dove si mettono in scena i soliti balletti partitici.

Compito non facile, forse non breve, ma l’unico possibile per arrivare a una vera forza di alternativa e di cambiamento che possa poi esprimere una forza di futuro governo, oggi non possibile.

Gian Luigi Ago


Il “dopo” che non ci serve

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Ancora non sono aperti i seggi elettorali e puntuale arriva l’ennesimo tentativo di “unire la sinistra“. Il vecchio Fratoianni (ché l’età non è solo un fatto anagrafico) ripropone un altro dei vari tentativi falliti regolarmente negli ultimi decenni.
Tutto questo alla metà degli anni ’10 del XXI secolo quando la base sociale ha bisogno di essere riportata a far politica in prima persona, non confermata nel ruolo di solito bacino elettorale per una utopica e impossibile lunga marcia dentro le istituzioni con le solite formule, le solite finte aperture al basso, ma poi dirette e proposte, come oggi, dall’alto delle solite strutture.

Questo è il dopo referendum che non ci serve.
Ma si continua imperterriti a proporre la solita medicina che ha causato la malattia.
Sembra che per alcuni in questi vent’anni (e per alcuni anche negli ultimi quaranta) non sia successo nulla. Sembra che abbiamo scordato la metodologia marxista di analizzare la realtà e trovare ogni volta la soluzione più adatta alla situazione reale.

E allora di nuovo tutti dentro a un cinema…seduti ad ascoltare le fumose analisi dettagliatissime (anche troppo) e sul palco le solite facce vecchie e nuove che ci fanno l’analisi (anche delle urine, se potessero) di tutto lo scibile nazionale e internazionale e poi, voilà, la grande novità: uniamo la sinistra! Evviva!

Sì, ma questa volta però quella del No… come se ci fosse mai stata una sinistra che non abbia fatto opposizione e basta, come se non fosse il tempo di elaborare nuove strategie e nuove forme della politica, di proporre un nuovo modo di porsi nel cammino del cambiamento
Loro no, loro sono mono schematici: unire i vari partitini di sinistra, scrivere un programmino (anche quello sempre bello, preciso, dettagliato), presentare una lista che contenti le varie parrocchie, chiedere il voto.

E allora tutti sempre nello stesso cinema a proporre e proporsi per trovare almeno 200 coordinatori, per istituire Comitati Permanenti e/o Transitori, gruppi di lavoro che non lavoreranno mai, per cercare di unire il non unibile: autoreferenzialità, difesa di posizioni, ambizioni personali e di gruppo, per tentativi di leadersheep (non è un errore grammaticale…).  E poi tutti a fare passi indietro o avanti, mosse del cavallo e a costruire case aperte o chiuse e  prepararsi, infine, alla solita inutile kermesse elettorale con il solito listone lanciato dall’alto.

Insomma per chi ama il vintage e l’odor di fureria ci sarà davvero di che divertirsi…

Gian Luigi Ago


DOPO…(riflessioni sul 5 dicembre)

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La campagna elettorale, atipica per lunghezza, per toni, per menzogne, promesse e insulti, ha impedito una serena capacità di valutare il merito della controriforma istituzionale voluta da Renzi, Boschi, Verdini e Napolitano ma che punta ad attuare scenari già immaginati da Gelli e passati attraverso tentativi di Craxi, Cossiga, Berlusconi e oggi ispirati dalle grandi lobby finanziarie, dalle multinazionali e da quanti hanno interesse a un’ulteriore restrizione degli spazi di democrazia.

La maggior parte degli elettori voterà in base a criteri diversi:
chi voterà per  mandare via o mantenere Renzi; chi, non sapendo distinguere tra “votare come” e “votare con”, perché crede alla teoria delle “accozzaglie”; chi  perché crede alle minacce del “dopo di me il diluvio”; chi perché voterà pedissequamente per quello che gli dice il suo leader di riferimento; chi per fare dispetto a un politico, a un partito, a una corrente; chi per simpatia; chi per antipatia, ecc. ecc.

Insomma ha funzionato bene il tentativo di “buttarla in caciara”, di depistare rispetto alla comprensione del perché improvvisamente si sia considerato urgente e inevitabile uno stravolgimento della nostra Costituzione, senza che nessuno fosse sceso in piazza per chiederlo,  avendo problemi ben più importanti come, ad esempio, il lavoro, la sanità, la scuola e  molti altri.

Basterebbe leggere la riforma attentamente, confrontarla con la complementare legge elettorale “Italicum” – cercando di capire come cambieranno gli equilibri istituzionali in caso questa controriforma fosse confermata – per avere chiari i motivi di questo millantare urgenze inesistenti.

Ma è anche vero che non tutti i cittadini hanno la capacità di muoversi agevolmente su questioni costituzionali e ormai forse non ne hanno nemmeno più la voglia, dopo essere stati abituati a delegare ad altri le decisioni e fidarsi in base a criteri molto simili a quelli esposti sopra.

La partecipazione alla vita politica è ormai minima, la crisi della rappresentanza è deflagrata e ormai non si può pensare di porvi rimedio con le stesse formule che l’hanno provocata.

Ed è per questo che si pone la questione di cosa fare “DOPO..” dal 5 dicembre in poi, sia che il SI’ venga sconfitto, sia che riesca malauguratamente a prevalere.

Prima di tutto,  credo si possa dire cosa non si dovrebbe fare.
In un caso o nell’altro non possiamo certo riproporre utopiche coalizioni, federazioni, unità varie della sinistra, liste per impossibili successi elettorali, lunghe marce nelle istituzioni, ricerca di leader carismatici. E nemmeno dovremmo in maniera otto-novecentesca riproporre fumosi e pleonastici programmi politici, sperando in un improvviso ritorno al voto di quanti si sono dispersi a causa di fallimenti, delusioni, errori madornali.
Ugualmente fallimentare sarebbe riproporre una mera difesa della Costituzione così com’è, dando l’idea di una battaglia di retroguardia.

Cosa servirà quindi “DOPO…” ?
Servirà, a mio parere iniziare una fase “costituente” di un fronte popolare di base, senza la fretta di pensare alla costruzione di possibili partiti di riferimento.
Il nuovo fronte popolare sarà quindi inizialmente più uno SPAZIO che un’entità, uno spazio di confronto e interconnessione tra lotte, istanze sociali, uno spazio fatto di momenti di crescita comune che proponga delle nuove forme della politica da immaginare e costruire insieme, abbandonando gli usurati cliché del secolo scorso.
Senza questa costruzione comune di base, che non prevede qualcuno che se ne faccia rappresentanza, se non la stessa base in forma di auto-rappresentanza e auto-organizzazione, è difficile immaginare di non cadere negli stessi vecchi errori.
Importante sarà anche individuare quale sia l’obiettivo da perseguire.
Io credo che oggi il più importante e forse unico è quello della “Conversione ecologica dell’economia” perché tutti li racchiude e li condiziona (lavoro, ambiente, sanità, scuola, ecc.).

Riguardo alla Costituzione ci si dovrà mettere assolutamente mano ma con una riforma che espanda l’art.1 che prevede la sovranità popolare e che quindi, a differenza della controriforma oggi sottoposta a referendum, non restringa questa sovranità ma la renda effettiva e maggiormente praticabile.
Serve quindi l’introduzione del concetto di “bene comune”, serve una revisione del concetto di “delega in bianco” così come oggi previsto, serve una revisione dell’art. 81, serve una reale applicazione dell’art. 53 e molto altro.

Per fare queste cose occorrerà anche implementare metodologie e  strumenti tecnologici che permettano di esprimere al meglio, traducendolo in decisioni, il reale sentire dei cittadini.

Solo così si potrà ricostituire il senso civico, la partecipazione attiva, la crescita  di una reale opposizione di base diffusa e non concentrata in ceti politici ma che sia in grado di auto-esprimere la propria rappresentanza dal suo interno.
Se questo non succederà, saremo ancora fermi e maggiormente se questa controriforma non sarà bocciata dagli elettori con un sonoro NO.

Gian Luigi Ago