Sinistra compulsiva

“E guidare a fari spenti nella notte per vedere
se poi è tanto difficile morire”
[Ele(emo)zioni, Mogol/Battisti]

La Sinistra è proprio “impunita”.
Ha perso ormai ogni contatto non solo con la base sociale ma con la stessa realtà.
Vedere quelli di Potere al Popolo che brindano e cantano felici dopo una batosta storica, Fratoianni che dice di ripartire da Leu e altri che immaginano di unire il non unibile ne è la dimostrazione icastica.

Sono in realtà affetti da una sindrome compulsiva che li porta a ripetere le stesse frasi e le stesse azioni ormai meccanicamente.
Li unisce la strampalata idea che una sconfitta preluda sempre a un nuovo inizio, pensando che tutto dipenda esclusivamente da questioni temporali e non dal metodo.

Non si tratta infatti di continuare ad andare avanti, di ricominciare da dove ci si è fermati ma piuttosto di cambiare radicalmente strada, strutture, metodi, strumenti, prassi.

Ma io sono acido di natura e non è detto che anche a sinistra non ci sia invece chi capisca tutto questo; e  lo dimostrano i pur timidi tentativi di inclusività, e orizzontalità.
Si dirà: ma se lo capiscono perché non prendono decisamente questa strada anziché continuare, pur con leggeri miglioramenti, sempre sulla stessa?

Il motivo è molto semplice: un vero cambio di rotta, pur se indispensabile, andrebbe a collidere con l’interesse di mantenere vive strutture obsolete, piccole rendite di posizione che non servono a nulla ma che gratificano l’ambizione di vari “leaderini” della sinistra che in molti anni hanno acquisito un certo carisma e seguito.
Come potrebbero costoro diventare “persone comuni“, unirsi in un percorso fatto solo di persone (e non di dirigenti o referenti politici), come potrebbero perdere quell’aura di capo-popolo che si sono guadagnata in decenni? Come si potrebbero disinstallare, non tanto simboli e ideali, ma strutture che ad essi si riferiscono per derivarne una “autorità” che non hanno nella realtà se non verso quello che è ormai un gruppo che li segue ciecamente come quelli che seguivano la corsa di Forrest Gump?

Ecco perché la Sinistra è autoreferenziale e si bea anche nella sconfitta nello specchio della sua esistenza (leggi: sopravvivenza).
Lanciarsi di corsa a testa bassa contro un muro o guidare a fari spenti nella notte, come da battistiana memoria, non evita col passare del tempo gli inevitabili traumi, semmai li aggrava.
E questo anche se la testa dura comunque non manca loro, visto che questa insana pratica masochista la praticano ormai da decenni.
E quindi, allegri, ora si ricomincia dall’inizio, fino al prossimo muro.

Gian Luigi Ago

Annunci

I grillini vanno al mercato

Per chi credeva che il M5S fosse diverso dagli altri, questo dopo elezioni dimostra come fosse chiara anche da prima la sua intima appartenenza alla solita casta politica (per usare il loro lessico).

I risultati elettorali dicono che il M5S dovrebbe di logica governare con la Lega. Insieme garantirebbero un governo stabile raggiungendo la maggioranza assoluta;
e la Lega, analizzando insiemistica e intersezioni, è il partito che ha più punti in comune con il M5S di qualunque altro.
È vero che Salvini non vuole rompere, andando con i grillini, la coalizione di centrodestra, la più votata e di cui è riuscito a diventare leader scalzando Berlusconi, dopo oltre vent’anni di sua leadership.
Ma è anche vero che nemmeno i 5Stelle lo vogliono, in quanto compagno di viaggio troppo scomodo e poco sottomesso.
Ecco allora che il M5S dimostra tutta la sua incoerenza e i suoi politicismi da Prima Repubblica che li rivela uguali a tutti gli altri.

Se rifiuta un’alleanza con la Lega dovrebbe passare all’opposizione, tenendo fede al suo “nessuna alleanza con altri partiti“.
Ma già Di Maio si era inventato da paraculo l’ipocrita svolta di aprire a quanti aderissero al suo programma, pur sapendo che nessuno darebbe loro dei voti senza averne un qualsivoglia tornaconto (cambiamento di punti del programma, incarichi istituzionali o altro).
Di Maio corteggia ora il PD, paradossalmente quello insultato da sempre e indicato come nemico pubblico numero uno e gli lancia anche un’ancora di salvezza.

Le indiscrezioni che filtrano parlano di fitti contatti di parlamentari grillini con altri del Pd.
Insomma: la purezza, la coerenza, l’onestà, la diversità dei grillini è andata a farsi fottere (per usare un francesismo). Sono arrivati anche loro al mercato della compravendita di voti e di compromessi.
Altro che rivoluzione…
Buona permanenza nella Prima Repubblica.

Gian Luigi Ago


Le cinque opzioni a disposizione di Mattarella

Vediamo di fare chiarezza sulle possibili opzioni che ha a disposizione Mattarella per uscire dalla situazione venuta a configurarsi dopo le elezioni e dare un governo al Paese:

1. Con un calciomercato ben fatto Salvini (o chi per lui) potrebbe presentarsi al PdR con una maggioranza irrifiutabile per governare il Paese. Lo stesso sarebbe per un governo M5S-Lega anche se questo è quasi impossibile perché Salvini non getterà al vento la leadership del centrodestra, che dopo più di vent’anni ha strappato a Berlusconi, per essere il secondo di Di Maio;

2. I grillini invece, notoriamente ecumenici…si metterebbero insieme anche a Belzebù infatti incassano con piacere il beneplacito di Marchionne e Confindustria, cioè di quei poteri forti che dicevano di voler combattere.
E quindi spunta  l’opzione M5S-PD ma qui le cose si complicano perché nel Pd comanda ancora Renzi (perché si è dimesso ma non ancora…) che coerentemente (almeno questa volta) non è disponibile a questo inciucio. Affinché simile opzione possa attuarsi occorre una rivolta interna al Pd. Ma c’è un però… Se questo succedesse il PD si spaccherebbe e a questo punto i loro seggi/voti per sostenere un governo grillino potrebbero numericamente non essere sufficienti.
E bisogna tenere conto che alcuni degli stessi eletti grillini non sosterranno il M5S; parlo di quelli espulsi ma comunque eletti e che, verosimilmente, passerebbero al gruppo misto;

3. Esiste anche una possibilità di governo di centrodestra appoggiato da una parte del PD, anche se sembra poco praticabile, a maggior ragione se il Presidente del Consiglio dovesse essere Salvini;

4. A questo punto Mattarella potrebbe optare per il governo di scopo dando il mandato a una personalità neutra che guidi un governo misto col solo compito di cambiare la legge elettorale;

5. Resta l’ultima ratio: rimandare tutti negli spogliatoi a bersi un tè caldo e tornare a votare ad autunno senza nemmeno il governo di scopo.

Gian Luigi Ago


Litanie assembleari

base sito (2)

Dal 1968 a oggi avrò partecipato a migliaia di assemblee e il rituale (perchè di questo si tratta) non cambia mai.
Si tratta di una sfilata di persone che danno sfoggio delle loro capacità oratorie e delle loro conoscenze su varie argomenti.
Ma il fatto è che parliamo di argomenti che tutti i partecipanti conoscono.

Così abbiamo “l’esperto” di economia che ci spiega per quaranta minuti che siamo schiavi delle banche e della grande finanza (come se non lo sapessimo..). Poi arriva “l’esperto” di lavoro e ci spiega, snocciolando cifre e percentuali, la precarietà del lavoro (come se non ce ne fossimo accorti..).
Arriva poi quello che sa tutto sul servizio sanitario e per circa una mezz’ora cerca di farci capire che la Sanità non funziona (ma va..?).
E così via su mille altri argomenti.

La conclusione è che le assemblee si tramutano in conferenze tematiche su cose che tutti conosciamo già e la parte che dovrebbe farci fare dei passi avanti, prendere delle decisioni, trarre delle conclusioni pratiche si riduce ai soliti cinque confusi momenti finali vissuti in maniera caotica tra gente che è già andata via per prendere il treno oppure continua stoicamente a far finta di seguire e interessarsi a cose che sono scontate e che se anche necessitassero di approfondimenti  avrebbero bisogno di sedi diverse.

Non ho mai assistito in vita mia a un’assembla in cui si inizia dicendo:
“Come stanno le cose lo sappiamo. Evitiamo lunghe e dettagliate analisi della situazione italiana, europea, mondiale e parliamo subito di cosa vogliamo fare concretamente per superare tutte le cose che non vanno”
Sarebbe già un passo avanti rispetto all’800, dove comunque erano senz’altro più operativi.

Ma queste messe laiche che sono diventate le assemblee continuano e sono visuute come il momento di più alta democrazia e decisionalità.
Eppure non è così: sappiamo che tra le varie forme democratiche l’assemblea è una delle meno democratiche, delle meno adatte a creare partecipazione e orizzontalità:
innanzitutto le assemblee si svolgono in date e ore precise e chi non può esserci, nè seguire lo streaming, è di fatto estromesso.
E’ indiscutibile che le assemblee sono quindi la palestra dei più attivi, di chi ha più tempo, degli estroversi, di chi ha più carisma e/o capacità oratorie, di chi fa parte di un’oligarchia riguardo a  temi complessi.

Sono di conseguenza il regno delle “deleghe”, del rinunciare a informarsi direttamente, a partecipare e a decidere; cose anche impossibili da fare in assemblee, quando siamo di fronte a centinaia o migliaia di persone interessate.
Le assembele regionali e territoriali non sono una soluzione a questo ma un ulteriore filtro che rimanda poi a deleghe, a coordinamenti o comitati esecutivi, organizzativi, se non addirittura decisionali.

Tutto questo non vuol dire che le assemblee vadano eliminate ma solo che non possono essere considerate il momento clou di progetti politici, ma una tappa tra tante che può costituire una fase, seppur molto parziale, di confronto e informazione.

Ma senz’altro la parte di proposte pratiche, discussioni, decisioni non può esaurirsi in una serie di noiose assemblee per quanto articolate in fasi territoriali.

Non possiamo restare all’Ottocento e al Novecento , a maggior ragione quando oggi abbiamo a disposizione strumenti che permettono di dar vita a proposte, discussioni, decisioni in grado di coinvolgere tutti indistintamente anche se ciascuno interviene in momenti e luoghi diversi.
L’Assemblea, una volta poteva essere l’unica soluzione: ma, anche se forse questo non conviene a chi vuole pilotare i processi politici, oggi è possibile superare i limiti insiti nella democrazia diretta e in quella rappresentativa.
A questo LINK ho cercato di spiegare come questo sia possibile.

Gian Luigi Ago

 

.


I soliti errori (Costituzione, elezioni, liste, ecc.)

 

Diceva Piero Calamandrei che la Costituzione è la cosa più preziosa che abbiamo ma anche qualcosa che ha, attraverso un compromesso, smorzato il “pericolo” costituito da forze realmente rivoluzionarie.
In pratica si è indotta l’illusione che il cambiamento si possa costruire inevitabilmente solo attraverso i canali canonici di un sistema istituzionale che rivoluzionario non è, anzi…

La sopravvalutazione della fase elettorale, anche solo come tappa di un percorso più lungo, (che esiste anche tra forze che si definiscono alternative e rivoluzionarie) e il pensare che sia il Parlamento il luogo da cui si possa lavorare per convertire qualcuno a giuste rivendicazioni, sono concezioni che risentono di questa contraddizione e di fatto l’accettano.

L’errore non è, ovviamente nel testo della Costituzione, seppur ancora molto da aggiornare e migliorare, oltre che da attuare.
L’errore è nel modo in cui si pensa che vada attuata, difesa e aggiornata.
L’errore è nel guardare alla politica come qualcosa il cui ambito privilegiato sia  il livello istituzionale con la conseguente  ricerca di alleanze con altre forze di ceto politico esistenti, nel proporre percorsi, programmi, obiettivi di fatto già decisi da pochi e a cui si può solo aderire oppure andarsene.
Non si riesce a cogliere che la fase elettorale non è punto di partenza ma di arrivo, non è mezzo ma fine, non sono le fondamenta ma il tetto, non è la stagione della semina ma quella della raccolta.

Si ritorna inevitabilmente alla questione oggi centrale del “metodo”, questione oggi non affrontata realmente da nessuno.
Si continua infatti a operare attraverso assemblee territoriali, regionali, nazionali, con coordinamenti, segreterie, comitati e quant’altro che raccolgono, gestiscono e valutano le proposte di chi ha il tempo, la possibilità e gli strumenti per farle.

L’orizzontalità e la democraticità  di un progetto non si misurano tanto da quante persone si coinvolgono (utili più che altro per il consenso elettorale) ma soprattutto da quanto si mettano a disposizione metodi/strumenti che consentano a tutti, non solo di esprimere la propria opinione e votarne altre, ma anche di formulare proposte che abbiano lo stesso peso dei promotori di progetti che non possono essere blindati, se non da paletti valoriali.

Far partire dei progetti col nome “Lista” è già un limite perchè essi danno per scontato e inemendabile il fatto che quel percorso debba passare dalla fase elettorale; non si prende in considerazione il fatto che nella consultazione di tutti possa passare la proposta di non presentarsi alle elezioni.
E’ quindi di fatto una cosa già decisa da pochi e da prendere o lasciare.

Percorsi che ambiscano a creare qualcosa di più di un partito per mandare qualcuno in Parlamento, non può affermare che se a qualcuno questo progetto non piace è libero di andarsene.
Un progetto serio deve nascere dal coinvolgere e mettere in connessione i più vari strati della base sociale e, attraverso un lungo (e preliminare) confronto, arrivare a stabilire tattiche, strategie, obiettivi, strade per raggiungerli, senza dare nulla di precostituito, altrimenti sarà sempre l’espressione di pochi anche se si dice di accogliere tutti.
Ovviamente si parla di chi vuol creare un progetto che sia teso a creare una coscienza politica che porti alla partecipazione della base sociale per creare una forza capace un domani in una fase elettorale (in questo caso, appunto finale) di poter arrivare a governare il Paese con lo scopo di ribaltare il sistema capitalista vigente.
Se poi il fine ultimo è un altro, allora il discorso è diverso..

Gian Luigi Ago

 

 

 

 


Cosa frena l’alternativa

 

Presentazione1

I motivi per cui In Italia non si riesce a creare un vero percorso di alternativa a questo sistema, si possono approssimativamente riassumere, riportandoli a due motivi principali connessi tra di loro e contenenti a loro volta molte altre conseguenti concause.

Partiamo dal primo. Le istituzioni delle società capitaliste sono degli strumenti che chi vuole rivoluzionare la società deve talvolta sapere usare tatticamente senza considerarle però i mezzi privilegiati, o addirittura unici, attraverso i quali poter creare l’alternativa ma semmai un’opportunità finale, e sottolineo “finale”.

Pensare che le lunghe marce progressive (e magari magnifiche come le leopardiane sorti) all’interno di meccanismi elettoralistici, equilibrismi, alleanze e rapporti di forze all’interno del  fasullo spazio di confronto democratico della nostra politica, possano prima o poi dar vita a un fronte popolare capace rivoluzionare la società, significa accettare di fatto il “migliore dei mondi possibili del sistema capitalista” ed esserne di fatto assorbiti per svolgere un necessario (per il capitalismo) ruolo di opposizione, parodia di un democratico gioco delle parti che condanna però a un’eterna subalternità che, attraverso una inevitabile minorità, non può porre le basi per un reale superamento dello status quo.

La fase elettorale può servire in determinati momenti ma può tranquillamente essere ignorata in altri se non produce null’altro che  la speranza di far eleggere propri rappresentanti  che non avranno alcuna possibilità di cambiare alcunché, schiacciati dalle maggioranze, dai voti di fiducia, dagli accordi parlamentari.

La ricomposizione della base sociale, l’eliminazione dello iato che esiste tra classi politiche e base socialie può nascere solo lavorando nei territori, nel vivo delle lotte e delle situazioni di disagio.
E non si dica che si possono fare entrambe le cose perché la storia dei fallimenti della sinistra degli ultimi anni dimostra il contrario.
E lo dimostra tra l’altro anche la cronaca dei nostri giorni.
Solo in vicinanza di elezioni (politiche, amministrative, regionali) assistiamo a un proliferare di liste, di nuovi movimenti, di proposte, di programmi politici.
Si punta tutto sulla fase elettorale, sacrificando la fase di costruzione di percorsi di ricompattamento della base sociale.

E siccome in Italia c’è più di un’elezione all’anno, non c’è mai un periodo  che permetta di lavorare a un progetto serio; anzi: finita un’elezione già si lavora in vista della seguente.
E’ difficile allontanare il sospetto che lo scopo sia solo sopravvivere e sistemare qualcuno nelle istituzioni (spesso sempre i soliti leader).
Sappiamo anche che tutte queste nuove liste, movimenti e partiti, saranno, subito dopo le elezioni, soggetti a scomparire o a nuovi rimescolamenti, soprattutto a fronte del solito insuccesso.
E tutto questo non riporta certo la base sociale a riavvicinarsi alla politica, ma, con le delusioni procurate dall’ennesima fiducia accordata invano alle nuove entità, creerà un ulteriore allontanamento dalla politica partecipata.

E la “politica partecipata” ci porta direttamente al secondo motivo dell’impossibilità di creare un vero fronte popolare di alternativa.
La grande questione del “metodo”.
A scrivere programmi bellissimi son buoni tutti, e infatti tutti lo fanno.
Basta una penna e un foglio di carta (oggi un pc) e ci si può mettere dentro le cose più giuste, anche la pace nel mondo come succede a Miss Italia.
Insomma un bel libro dei sogni, tanto “per fortuna” le elezioni non si vinceranno, altrimenti sarebbe difficile poi attuare quanto promesso.
Il meccanismo è sempre il solito: in maniera più o meno velata le proposte, le liste, i programmi, ecc.  sono formulati da pochi e calati dall’alto, proponendo poi una partecipazione ex-post per eventuali modifiche.
Il sistema di partecipazione è quasi sempre quello usurato delle assemblee con tutti i limiti di approssimazione, fretta, confusione, scarsa democrazia e coinvolgimento che hanno.

Nessuno ancora accetta metodi e strumenti che garantiscano la partecipazione di tutti e lo stesso potere di proposta, discussione e decisione di chiunque altro, non annullando peraltro assemblee e tavoli di lavoro, ma integrandole per rendere davvero orizzontale e democratico il percorso.
Probabilmente non si accettano questi metodi perché una parità così assoluta eliminerebbe il carisma di pochi, la capacità di influire sulle decisioni, le rendite di posizione.
Prova ne è che tutti i movimenti/partiti si basano ancora, chi più e chi meno,  su deleghe assolute, su comitati, coordinamenti, presidenze, ecc.
Una totale democrazia interna non esiste in nessun movimento/partito.
Di questi limiti e su metodi e strumenti ho già parlato in questo VIDEO

Il discorso sarebbe ancora molto lungo e ogni singolo accenno potrebbe essere approfondito ulteriormente.
Resta il fatto che senza un percorso basato su metodi realmente trasparenti, democratici, orizzontali e continuando a dar vita solo a progetti preminentemente elettorali, si verificherà il solito loop, il solito circolo vizioso che ci tiene fermi al palo da decenni.
Oggi serve il coraggio di voltare definitivamente pagina con prassi, metodologie e strutture ormai obsolete.
Solo l’inedito può dare il via a un processo che riporti la base sociale a essere protagonista di un vasto fronte popolare di alternativa al sistema.

Gian Luigi Ago

 


Un anno fa proponemmo…

base sito

Un anno fa, più o meno in questi giorni, nel corso di un’assemblea politica nazionale svoltasi subito dopo il referendum del 4 dicembre, tra i tanti documenti/proposta presentati, ce n’era anche uno che avevo contribuito a redigere, insieme ad altri.
La proposta contenuta nel documento, partiva da un’analisi del mutato quadro politico per cui si sosteneva che:

“non è più credibile rieditare tentativi già falliti attraverso unioni della sinistra, coalizioni, federazioni o contenitori vari né tantomeno cercare l’affermazione di un singolo partito/movimento rispetto agli altri”

[da ora in poi i pezzi virgolettati in corsivo sono estratti testualmente da quel documento]

Si sosteneva quindi che:

“non si può più guardare unicamente al tradizionale recinto politico e mediatico che ormai non ha più alcun punto di riferimento con la realtà sociale essendosi trasformato in un ceto e in un ambito autoreferenziale, destinato all’inefficienza e alla naturale scomparsa”

Queste premesse erano seguite anche da un’analisi dettagliata sulla situazione economico-sociale ed evidenziava la necessità fondamentale di porsi l’obiettivo prioritario di una “riconversione ecologica dell’economia”

Le conclusioni erano molto semplici e si concentravano su pochi essenziali punti:

incamminarsi, insieme a molti altri soggetti individuali e collettivi, in un percorso orizzontale, democratico, innovativo sia nelle metodologie che negli strumenti, il più inclusivo possibile”;

“catalizzare i vari processi sociali già in atto, facilitare la interconnessione e confluenza in un medesimo percorso di quanti si sono allontanati dalla partecipazione alla vita politica”;

“evitare una volta per tutte di ripetere l’esausto schema di unire la sinistra per puntare a impossibili vittorie tramite graduali scalate elettorali”;

“riportarci alla politica attiva e soprattutto incisiva, “tra” e “con” la gente, aprendoci a tutte le possibilità di un confronto con la base sociale e impegnandoci in un lavoro di costruzione comune”;

“realizzare una vera democrazia orizzontale che permetta una partecipazione realmente attiva di tutti e ciascuno degli aderenti, aprendo alla partecipazione democratica di TUTTI gli aderenti a livello di proposte, di discussione e di voto. Tutte le proposte, le discussioni e le decisioni, non siano  prerogativa di pochi ma a disposizione di tutti gli aderenti”.

Riassumendo si proponeva di darsi una democrazia interna il più ampia possibile, mantenendo strutture di coordinamento ma rendendo TUTTI attori in TUTTE le proposte, discussioni e decisioni.

Inoltre si proponeva di ignorare il campo della solita Sinistra radicale e di rivolgersi invece ai tanti delusi dalla politica, anche dalle politiche della Sinistra più radicale, per coinvolgerli in maniera attiva in un percorso di costruzione di un’alternativa a livello di individui e non di partiti.

Si proponeva infine di lanciare questo nuovo processo in una grande Assemblea in cui i promotori fungessero  solo da facilitatori di questo percorso da fare insieme a quanti decidessero di farne parte.

Una proposta simile era già stata presentata in un’omologa assemblea nel 2015, e nel documento del 2016 se ne faceva cenno scrivendo che:

“Essa fu bocciata principalmente con l’accusa della troppa rigidità della linea politica suggerita, la quale secondo queste obiezioni, avrebbe impedito libertà di movimento nelle situazioni che si sarebbero via via venute a creare.
La strada che noi indichiamo è invece esattamente il contrario di una linea politica rigida.
Cosa c’è di meno rigido infatti di confrontarsi con altri senza nulla di stabilito a priori, se non dei valori e degli obiettivi di riferimento?
Cosa c’è di meno rigido dello sperimentare e costruire insieme nuove forme della politica?
Cosa c’è di meno rigido del creare un percorso che sia un laboratorio in cui ognuno può portare idee, proposte, valori aggiunti?”

Bene: il documento presentato l’anno scorso (dicembre 2016), che fu anche illustrato con diversi interventi di approfondimento, fu anch’esso tacciato di essere una lunga marcia nel deserto e non solo ricevette pochi voti a favore, ma fu l’unico dei molti presentati a ricevere molti voti contrari.

Si scelse una strada diversa, legata a vecchi costituzionalisti, che dopo circa nove mesi estromisero autoritariamente quanti speravano in un’improbabile, se non impossibile apertura a nuovi metodi del fare politica e a obiettivi realmente alternativi. Esito ben prevedibile e da molti anche espressamente paventato.

Ma perché tutte queste rimembranze?
Per sottolineare che spesso in politica manca la lungimiranza e ci si muove dall’estremo di una eccessiva prudenza a quello di avventuristiche iniziative.
I veri percorsi di alternativa si costruiscono necessariamente, e purtroppo, nel tempo e con fatica. Da molte parti, da molti movimenti e in molte occasioni negli ultimi tre/quattro anni si è insistito sull’intraprendere questa strada.
Se si fosse iniziato allora, forse oggi si sarebbe già costruito qualcosa di solido e importante.

Ora molti dicono le stesse cose di cui ho scritto sopra e molti cercano di praticarle; ma – a parte il fatto che, oltre alla lungimiranza, un’altra qualità del fare politica è la tempestività – esse non potranno mai avere un esito positivo se preliminarmente non si sono stabiliti metodi e strumenti innovativi che ne permettano l’attuazione (e questo anche all’interno dei movimenti che le propongono) e poi se  le decisioni non sono TOTALMENTE prese da tutti e non calate dall’alto di un pacchetto che è di fatto confezionato da pochi, già precostituito attraverso un programma, che potrebbe anche essere seriamente emendabile, e anche rivoluzionabile, solo se ciò avvenisse attraverso i METODI e gli STRUMENTI di cui sopra e non solo con la solita serie di assemblee territoriali.

Non basta avere obiettivi giusti, alternativi e rivoluzionari se essi non camminano su binari che non siano viziati nemmeno da pur insignificanti difetti di verticismo che li fanno percepire, a torto o a ragione, come  qualcosa di troppo simile a tanti altri calati dall’alto e solo a scopi elettoralistici.
Oggi l’unica vera alternativa può nascere da una rigorosa fedeltà ai soli metodi e prassi che possono creare una VERA partecipazione attiva, democratica, orizzontale e inclusiva, a prova di qualsiasi obiezione.

In ogni caso auguri a chi ci prova, sperando sempre di sbagliarmi, nonostante tutto.

 P.S.
Teorema: la credibilità di un appello politico è inversamente proporzionale alla vicinanza alle elezioni.


Gian Luigi Ago

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Sommovimenti nella post-sinistra

base sito (2)

Continua il sommovimento in quell’area che per comodità potremmo ancora definire “sinistra” ma meglio ancora “post-sinistra”. L’avvicinarsi delle politiche ha messo in moto già da qualche mese tentativi di recuperare delusi dalla politica e astensionisti.

Si è iniziato con il tentativo Costituzionale di Paolo Maddalena finito in un modo arrogante e verticistico con esclusione di quanti manifestavano anche solo dubbi sulla posizione del “Direttivo”.
Tentativo che comunque portava in sé l’errore di valutazione per cui la vittoria del NO al Referendum del 4 dicembre 2016 significasse un interesse preminente della base sociale riguardo al tema costituzionale, non rilevando che quel voto nasceva in gran parte dai voti di tutta la destra, da un’idiosincrasia diffusa verso Renzi, dall’avversione verso singole leggi (jobs act, buona scuola, ecc.) e che chi veramente aveva votato per la difesa della Costituzione costituiva in realtà una percentuale molto bassa.
E quindi non si è capito che l’intero 60% di quel NO (ma nemmeno meno della metà) non potesse essere recuperabile per un percorso politico centrato su quel tema, per molti purtroppo percepito come molto astratto, non cogliendone lo stretto nesso che c’è invece con i problemi reali.

L’eutanasia del Brancaccio è cronaca di questi giorni; e qui l’errore è stato, pur con tutta la buona volontà, continuare a dar credito e rivolgersi a partiti, movimenti, associazioni e non a singoli individui.
I partiti hanno usato questo percorso come trampolino di lancio ma poi sono finiti a un’unità tra SI, MDP e POSSIBILE che punta a un accordo elettorale per un centrosinistra col PD, in attesa di Pisapia, Grasso e Boldrini.

Gli ultimi di questi tentativi li vediamo in questi giorni:

quello promosso da Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa col nome provvisorio di “La mossa del cavallo”, che sta indicare il metodo per cui sparigliare il terreno e scavalcare gli avversari; sarà lanciato con una conferenza stampa alla Camera dei Deputati Giovedì 16 novembre.
Da quello che si legge finora, il limite, al di là delle indubbie buone intenzioni, sembra essere lo stesso che fu quello del tentativo di Paolo Maddalena, cioè partire dalla difesa della Costituzione (cosa sacrosanta in se stessa ma non funzionale, se non fuorviante, per richiamare alla partecipazione attiva);

c’è poi la proposta dell’ex OPG occupato Je so’pazzo che non ci sta a rinunciare all’Assemblea del 18 novembre annullata del Brancaccio e lancia un “facciamola noi” nella stessa data e sede, interessante ma forse troppo azzardata e pretenziosa.

Come si vede un sommovimento generale, dovuto senz’altro alla vicinanza delle elezioni politiche (mai una volta che questi progetti nascano lontani da esse) che, nonostante una legge elettorale pessima e probabilmente anch’essa, come le precedenti, anticostituzionale, attira molto soprattutto coloro che pensano che l’alternativa si costruisca attraverso un consenso elettorale e non attraverso una genesi dalla base sociale (non quindi da personalità, politici, costituzionalisti,ecc.), genesi di cui si può solo essere facilitatori.

Genesi che deve creare una partecipazione di singoli individui, anziché una alleanza di sigle (e questo non esclude che gli individui poi appartengano a sigle) totalmente orizzontale e democratica, con un’organizzazione leggera e senza poteri decisionali che sono invece di tutti coloro che aderiranno. Decisioni, scelte di percorsi, obiettivi, programmi, proposte che non possono più essere redatte e calate dall’alto di pochi “illuminati” ma devono essere frutto di discussioni tra tutti con metodi TOTALMENTE paritari supportati da strumenti accessibili a TUTTI che non possono essere solo assemblee fisiche, che non possono articolarsi su deleghe in bianco, ma devono saper utilizzare strumenti che consentono a tutti di esprimersi in ogni momento.

Ecco, penso (e ripeto: al di là delle buone intenzioni che si possano avere) che ancora non si abbia il coraggio e/o la percezione che, senza quel passo avanti che elimini anche solo la possibilità di tutti i pericoli, trucchi, manovrine, ecc. insiti nelle pratiche politiche del passato, ci sarà sempre il rischio che qualcuno o qualcosa porti questi esperimenti al fallimento.

Gian Luigi Ago


E’ crollato il Brancaccio

brancaccio per sito

L’Assemblea del 18 novembre è stata annullata, Finisce così l’effimero esperimento nato il 18 giugno al Teatro Brancaccio ricalcando quelli già falliti negli anni passati, e perciò fallito anch’esso.
E questo anche se si dice che continuerà in modo autonomo.
Ho già scritto a lungo in questi sei mesi sulla caducità di questo percorso.
Qui alcuni link:

“Secondo passo stentato dopo l’assemblea del Brancaccio”
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/06/24/secondo-passo-stentato-dopo-lassemblea-del-brancaccio/

“I due dioscuri scrivono a Pisapia”:
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/07/02/i-due-dioscuri-scrivono-a-pisapia/

“Alleanza Popolare: si continua sulla vecchia strada”:
https://gianluigiagora.wordpress.com/2017/09/07/alleanza-popolare-si-continua-sulla-vecchia-strada/

Gian Luigi Ago


I ponti siciliani (dalle elezioni siciliane a quelle politiche)

base sito (2)

No, non si tratta del solito ponte sullo Stretto ma piuttosto dei ponti che si stanno costruendo per far passare dalle proprie parti i carri dei futuri vincitori per saltarvi sopra più agevolmente.
Nella logica politica di questo sistema, a cui tutti i partiti politici (e quando si dice tutti, si intende proprio tutti ) si adeguano, le elezioni siciliane non sono servite per dare una nuova amministrazione alla Regione siciliana; e quando mai?
Il senso di queste elezioni è solo quello di essere prefigurative degli scenari delle prossime elezioni politiche e propedeutiche alle strategie da seguire per vincerle (per chi può) oppure per non essere tagliati fuori per altri cinque anni.
Tutti i partiti (proprio tutti, come si diceva) hanno individuato i propri interlocutori: il grande bacino dell’astensionismo.

E questo non è dettato da una sana visone politica tesa a riportare la gente a interessarsi e partecipare alla politica in maniera attiva.
Macché: basta che siano disponibili a fare una croce sulla scheda elettorale; è solo una questione di numeri; la “forza dei numeri” di cui parlava Marco Revelli dopo essersi convertito a queste logiche che prima stigmatizzava.

Le elezioni siciliane fanno presagire l’esistenza di due forze che, al momento e salvo cambiamenti nei prossimi mesi, possono puntare alla vittoria alle politiche: il Centro-destra (solo se si presenterà unito) e il Movimento 5 Stelle che si aspettava certo di più da queste elezioni ma che comunque mantiene percentuali alte. Percentuali che però non potrebbero bastare in caso di un futuro accordo PD-FI, salvo alleanze.
Ma il M5S, si sa, non è favorevole ad alleanze (almeno per ora).

E’ possibile quindi che si cerchi di tornare alla deprecabile pratica del “voto utile” appoggiando dall’esterno il M5S, passando bellamente sopra alla loro natura sostanzialmente né di destra né di sinistra (quindi di destra), al loro sentirsi non-antifascisti, al loro essere un partito padronale senza alcuna democrazia interna, alle loro equivoche posizioni sui diritti, sull’immigrazione, sul lavoro, alla loro incompetenza amministrativa dimostrata nei Comuni che hanno governato, ecc.

Sono ormai passati quasi tutti i cinque anni che ci separano dalle ultime elezioni politiche e tutte le speranze riposte nella costruzione di un qualcosa che si basasse su una partecipazione realmente orizzontale e democratica sono svanite. Tutti gli sforzi fatti per costruire una vera alternativa a PD, Destra e M5S sono stati regolarmente risucchiati da tentativi che più o meno palesemente erano comunque sempre calati dall’alto e gestiti da pochi.
La colpa dell’astensione, che si manifesterà nuovamente alle prossime elezioni politiche, chiunque vincerà, non sarà quindi dei tantissimi che non andranno a votare ma di chi non ha saputo, e spesso voluto, attraverso cinque lunghi anni, dedicarsi a un percorso che portasse alle prossime elezioni un fronte popolare deciso a incidere nella politica con un chiaro segno di discontinuità. Formalmente come fu il 4 dicembre 2016, ma senza i svariati motivi che portarono a quel no (idiosincrasia verso Renzi, votanti di destra, voti di generica protesta, voti contro singole leggi, ecc.) ma piuttosto con l’entusiasmo e con la coscienza di essere parte attiva, e non solo votante, di un percorso fatto insieme.

Percorso che però non c’è stato (e che non si è voluto fare) in cinque anni e che non si potrà certo fare entro i quattro mesi dalle elezioni con invenzioni che saranno comunque costruite e calate dall’alto di una qualsivoglia oligarchia. Non scherziamo.

Aver buttato via altri cinque anni di possibilità sarà una cosa che sconteremo tutti; qualcuno certo si potrà appagare di qualche seggio in Parlamento, altri daranno la colpa a chi non ha appoggiato il “voto utile”.
Ma non è in fondo quello che è già successo nel 2013?

Siamo fermi allo stesso punto di allora, anzi più indietro, avendo collezionato altre delusioni, fallimenti, defezioni dalla politica attiva.
Auguri a chi si presterà ancora a questi giochi e calcoli sempre totalmente interni ai soliti schieramenti, numeri e meccanismi politici.

Gian Luigi Ago